Quiao, Wang, Trump e l’Occidente distratto

 

Immagino che, leggendo la stampa europea, i due Colonnelli cinesi Quiao Liang e Wang Xiangsui stiano sorridendo: dopo un quarto di secolo, infatti, gli Stati Uniti sembrano aver capito la lezione, mentre nel Vecchio Continente ancora si confonde la strategia globale con una apparente follia. E sì che culturalmente, quando scrissero il loro libro, l’Europa sopravanzava di parecchio gli USA.

Correva l’anno 1999 quando venne pubblicato in Occidente un libro che destò l’immediata attenzione degli studiosi dell’Arte Militare, traduzione dal cinese dell’opera dei due Colonnelli dell’Università Militare del PLA – People’s Liberation Army: “Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione”. Ne curò l’edizione italiana, una delle prime al mondo, il Gen. Mini, dimostrando un acume ancora oggi degno di menzione.

In pratica, i due autori individuavano la debolezza degli USA nella loro limitata visione delle cose militari. La dottrina, infatti, mostrava di evolversi solo in seguito alla disponibilità di nuove tecnologie belliche, senza darsi conto della dimensione per così dire orizzontale dell’Arte della Guerra.

Infatti, nella visione strategica moderna degli Autori, qualsiasi cosa può essere utilizzata come arma: ONG, organismi sovranazionali, flottiglie arcobaleno, energia, materie prime, vincoli ed opportunità legali, reti dati (siamo nel 1999…), vie di trasporto, demografia, migrazioni, malattie, terrorismo… In sostanza, i due Colonnelli hanno aggiornato al XXI secolo allora incipiente la “Dottrina Gramsci”, nutrendola dei dettagli che l’intellettuale sardo non poteva aver conosciuto per questioni di anagrafe.

Certo, i due Colonnelli della Cina comunista e nemmeno l’ateo militante Gramsci si sarebbero aspettati che il Papa fosse incluso nel novero delle armi possibili… Ma si sa che spesso la realtà supera la fantasia e le azioni travalicano i limiti del possibile. Avvertiva Seneca che Ducunt volentem fata, nolentem trahunt, “Il fato conduce colui che vuole lasciarsi guidare, trascina colui che non vuole”. E pare proprio che Trump non intenda lasciarsi guidare affatto.

Secondo gli ex-Occidentali europei (o post-Occidentali, se preferite), Trump una mattina si sveglia frignando che vuole la Groenlandia, il giorno dopo intende trasformare Gaza in Rimini, la settimana successiva smania per andare in vacanza al Cayo de Agua in Venezuela e a fine mese si impunta a giocare a battaglia navale nel Golfo Persico, tirando petardi agli ayatollah. Un soggetto da Trattamento Sanitario Obbligatorio, il che negli USA corrisponderebbe al XXV Emendamento della Costituzione, che consente di sollevare dalla presidenza una persona “impedita”. Oddio, non è accaduto per Biden, quindi ci sarebbe già un precedente di tolleranza estrema, se vogliamo.

Proviamo, invece, a seguire il ragionamento dei due Colonnelli e vediamo di individuare un nesso tra le follie dell’imperatore (come si intitolava un noto film Disney), fino a trovare ragionevoli motivazioni che possano indurre il Presidente  a sostituirsi agli iraniani nel blocco dello Stretto di Hormuz, che fino all’altro ieri voleva liberare. Anzi, aveva rimbrottato proprio gli europei per non voler partecipare all’operazione di riapertura della navigazione.

Il pretesto è, paradossalmente, proprio la libertà di navigazione: se chi transita paga dazio (nemesi storica, si potrebbe osservare) all’Iran, si assoggetta ad un’estorsione e diventa correo del regime dei Pasdaran.

Dal punto di vista del diritto internazionale marittimo, le navi statunitensi non hanno alcun diritto di fermare e controllare indiscriminatamente il naviglio. Farlo costituirebbe un atto di pirateria nei confronti degli Stati di bandiera delle navi. Oltretutto, gli USA non possono provare che la nave in questione abbia pagato per poter transitare, né possono essere al corrente e tanto meno sindacare un eventuale accordo tra l’Iran (o l’Oman) e lo Stato di bandiera, l’armatore o il noleggiatore.

Anche in questo caso, quindi, ci dev’essere una ragione ulteriore, per un comportamento del genere. Ragione legata, ovviamente, agli effetti che si producono.

Il mondo, quando non viene colpito dall’arma di distrazione di massa dell’ultimo raid, si occupa con grande attenzione e molti sproloqui di AI (in italiano sarebbe IA, ma ormai la moda è questa), Artificial Intelligence, alla quale attribuiamo taumaturgiche doti di guarigione da ogni male eccettuata la disoccupazione.

Orbene, lungi dall’essere veramente artificiale e virtuale, tale presunta intelligenza si nutre di quantità enormi di energia, veicolata in strutture fatte di terre e minerali rari, mentre produce beni e servizi che viaggiano su infrastrutture di comunicazione e su vie commerciali. Queste, a loro volta, si alimentano di energia e viaggiano su cavi, navi, treni, aerei e camion. Inoltre marinai, piloti, scaricatori di porto, impiegati e perfino i capitalisti devono pur mangiare. L’agricoltura, e di conseguenza tutta la filiera alimentare, ha bisogno di fertilizzanti.

Certo, la risposta dell’Unione Europea standard è che la green economy ci fornirà la soluzione sostenibile. Peccato che la corrente si produca quasi sempre bruciando qualcosa, spesso addirittura carbone.

Quando la si fa con il vento, bisogna produrre e trasportare pale, pali e generatori (indovinate come), e quando ci affidiamo al sole dobbiamo produrre pannelli e circuiti che un giorno si esauriranno, esattamente come le marmitte catalitiche delle quali perdiamo le tracce. In ogni caso, non esistono ancora tank che possano conservare l’elettricità come il volgare gasolio, né si trovano colonnine di ricarica su circa nove decimi del Pianeta. E anche se ci riuscissero, acciaio e plastica richiedono pur sempre del petrolio, come tutta la chimica che ci circonda.

Forse già adesso si inizia a scorgere un vago disegno, un principio di schema che unisce Groenlandia e Venezuela, la quale possiede la maggior riserva mondiale certificata di greggio convenzionale.

Dobbiamo ora aggiungere al quadro d’insieme un effetto algebrico: se introduciamo nel sistema mondiale il petrolio venezuelano, riduciamo notevolmente l’importanza degli altri Paesi produttori. In primis di quelli arabi ma anche della Russia, che diminuendo i suoi introiti, per un effetto collaterale particolarmente interessante, sarà più ragionevole e meno pericolosa sul piano strategico.

Rimangono varie obiezioni al ragionamento, la più logica delle quali è che gli USA siano i primi produttori al mondo di petrolio e gas, e quindi che non abbiano bisogno né del Venezuela né dell’Iran e siano essi stessi penalizzati da un eventuale riduzione del prezzo degli idrocarburi.

Gli antichi romani, per capire meglio la realtà, si ponevano la domanda cui prodest? Chi ne trae vantaggio? Ma vale anche la domanda opposta: quem laedo, chi danneggio? Trattandosi di competizione globale, infatti, non basta arrivare primi: dobbiamo impedire agli altri di farlo, o almeno ritardarli, tenerli a bada, distanziarli, condizionarli. E chi è il competitor?

A questo punto, il lettore medio di un quotidiano europeo pensa alla Cina. No, i due Colonnelli, pur se cinesi, non sarebbero d’accordo. Il vero competitor degli USA non è la Cina, e non lo sarà per i prossimi vent’anni almeno: è l’Unione Europea.

Per essere precisi, parliamo proprio di UE, e non di Europa in generale, la quale comprende altre posture ed astuzie.

La Norvegia (Paese non UE), per esempio, è diventata il primo fornitore di gas della UE quando abbiamo deciso di suicidarci rinunciando al gas russo. Sarà un caso che il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg fosse proprio un norvegese, poi capo di Bilderberg e Ministro dell’Economia del suo Paese?

Tra l’altro, la Norvegia è anche il primo produttore al mondo di fertilizzanti azotati, una delle materie prime prigioniere nel Golfo per la cui penuria la FAO ha lanciato un allarme carestia. Probabilmente alla FAO non si sono accorti né della Norvegia da un lato, né della Tunisia ed Algeria dall’altro, che insieme detengono la maggior parte dei fosfati naturali della terra.

Non parliamo nemmeno della Gran Bretagna, che se ne scappò dalla UE ben sponsorizzata dagli USA, i quali avvertivano la necessità di riequilibrare in qualche modo la debolezza della UE con un alleato affidabile in prossimità del Vecchio Continente.

Peccato che poi, condizionata da decenni di propaganda e da una robusta iniezione di voti islamici, essa sia poi finita sulla stessa via del suicidio ideologico dalla quale si era temporaneamente allontanata. In ciò risiede la durezza con la quale viene trattata da Trump: non è al momento funzionale al disegno.

Parliamo, quindi, proprio della UE, grassa e disperata, che con tutta evidenza non riesce a trasformare la sua opulenza economica, la sua capacità di innovazione, il suo talento produttivo in una statura politica degna di tanta storia e tanta ricchezza.

La prima area al mondo per PIL, ricerca e sviluppo, innovazione, capacità tecnologica e produttiva era esattamente il competitor degli USA, almeno fintantoché riusciva a produrre a costi competitivi. Seppellita ora dalla bolletta energetica, l’UE ha mostrato chiaramente le sue contraddizioni e gli enormi limiti dei quali soffre.

Essa, peraltro, si ostina a difendere con grande veemenza la vicina Ucraina, che ne drena immense risorse aumentandone la debolezza economico-finanziaria. Difetta, povera UE, perfino di coerenza nel suicidio: la Francia, per esempio, mentre abbaia sguaiatamente alla testa dei “volenterosi” moltiplica gli acquisti di gas russo.

A questo punto, nel quadro dei capricci dell’imperatore manca una ragione per Gaza. Obiezione interessante. Osservando il planisfero potremmo agevolmente ipotizzare che sia in corso un sostanziale ridisegno del Medio Oriente. Proviamo a sintetizzare.

La Siria è in mano a degli ex terroristi ed ex ricercati: evidentemente avranno altri meriti ed un’altra funzione. Le gloriose e boriose “primavere arabe” hanno demolito l’Africa Centro-Settentrionale (a danno, peraltro, dell’Italia): una siffatta situazione viene tollerata solo se funzionale ad un interesse specifico, in una congiuntura nella quale idrocarburi e fertilizzanti sembrano essere così scarsi.

Il conflitto del Nagorno Karabakh è stato regolato a suon di investimenti in dollari (leggasi corridoio di Syunik): è evidente che ciò risponda ad un disegno preciso. Quanto all’Africa Subsahariana, la sua sorte, dopo la cacciata dei francesi, è in discussione con la Russia, ma questo lo vedremo dopo.

Quindi Gaza? Per rispondere alla domanda, stante il ridisegno del Medio Oriente, dobbiamo osservare quale sia perno della presenza Occidentale in quell’area. Anzi, per essere più precisi dobbiamo parlare di presenza USA, non Occidentale. L’unico Stato che abbia una struttura moderna, una ricerca e sviluppo di livello mondiale, una competenza cyber di primo livello ed una capacità militare in grado di difendere tutto questo, in quella zona, è Israele.

Alcuni osservatori, in effetti, hanno rilevato come Israele sembri addirittura, a volte, dettare agenda e tempi al colosso d’Oltreoceano, e non si sbagliano. Provando ad indagare i motivi di tanta influenza, non possiamo però ridurli alla causa apparente del peso della finanza ebraica.

“Ridurli” si fa per dire, perché stiamo comunque parlando di un potere reale, effettivo e consistente, nel suo complesso. Ma parliamo anche di un potere che ha molte anime spesso in contrasto tra loro, tanto da non permettere sempre di capire chi appoggi cosa. Certo un Soros non appoggia un Trump, per esempio. Ne consegue che la ragione della situazione non possa essere solo quella pecuniaria, ma che essa risponda ad una finalità più articolata.

Avevamo incluso nel ragionamento pure la Groenlandia. Anche in questo caso, i minerali e le terre rare, pur importantissimi, non sono i soli interessi in gioco. Il cambiamento climatico, infatti, sta rendendo conveniente lo sfruttamento di alcune rotte che consentono di raggiungere il Nord Europa dal Sudest Pacifico nella metà del tempo che con la rotta classica, peraltro senza incappare nel traffico dello Stretto di Malacca, nei pirati malesi e somali e nei droni Houti.

Itinerario interessante, al punto che la Cina si è autodichiarata “Near Artic State”, sollevando non poche preoccupazioni e perplessità. Dopo decenni di incuria verso la regione, USA e Canada si ritrovano con una flotta rompighiaccio quasi inesistente e capacità operative assai scarse, mente russi e cinesi ne hanno varate diverse e molte altre sono in cantiere. La Russia, da sola, possiede il 53% delle coste artiche, sicché qualsiasi attività a quelle latitudini deve avere quantomeno il suo benestare.

A proposito del cui prodest e quem laedo, si impone qui una breve parentesi. La politica USA delle ultime Presidenze ha di fatto spinto la Russia verso la Cina, per quanto Mosca rimanga molto prudente in materia: diffida giustamente delle buone intenzioni dell’ingombrante vicino.

Se gli USA vogliono sottrarre alla Cina le rotte artiche ed i relativi, enormi benefici commerciali devono ristabilire una certa accettabilità alle relazioni coi russi, i quali peraltro potrebbero da soli compensare la minor disponibilità di idrocarburi dovuta al venir meno del Venezuela e del Golfo.

Quindi? Quindi è necessario che le sanzioni contro la Russia siano sollevate, cosa che il blocco dello Stretto di Hormuz sta rendendo indispensabile, se non si vuole fermare l’economia del mondo intero. Gli USA lo hanno già fatto, un mese fa circa, tra le proteste dei “volenterosi”.

È del 12 aprile l’appello in questo senso dell’amministratore delegato di ENI, Claudio De Scalzi, coraggioso e lucido quanto in sintonia con molte altre voci del mondo che conta. Possibile che questo effetto fosse sfuggito allo Staff della Casa Bianca, nella pianificazione dell’operazione Epic Fury?

Stiamo parlando di un complesso di personaggi di grande spessore, che dispone di squadre di analisti e think-tank tra i più acuti, oltre che evidentemente più resistenti sul piano emotivo e psicologico…

Bene, abbiamo unito abbastanza puntini per vedere sotto una luce diversa il panorama attuale del mondo. Certo, la modalità di gestione della vicenda intera e delle sue singole parti è quantomeno insolita, per non dire brutale e decisamente poco elegante. Ma anche questa è un’arma, come ci insegnano gli ormai famosi due Colonnelli.

Il mondo economico-finanziario, infatti, si nutre di prevedibilità e affidabilità e queste due leve devono essere sottratte al nemico. Il pachiderma regolatorio della UE è impostato per la sedia a dondolo, non per correre una corsa campestre. Siamo, con la stupefacente eccezione dell’Italia, costitutivamente inadatti ad una competizione i cui scenari cambiano di ora in ora.

E paradossalmente questo è anche un terreno sensibile per la Cina stessa, che vive due dimensioni diverse e poco integrabili. Se dal punto di vista produttivo, infatti, possiede un’elasticità ed una velocità formidabili, sul piano strategico essa è abituata culturalmente a ritmi, tempi e programmazioni radicalmente diversi rispetto a quelli degli Stati europei e degli USA (che ormai non chiamiamo più col nome collettivo di Occidente).

Svincolata dalla necessità del consenso politico a breve termine al quale sono soggetti i vertici politici nostrani e figlia dell’impostazione filosofica orientale, la Cina si è abituata ad agire nel lungo e nel lunghissimo periodo. Costringerla a subire un ritmo frenetico ed ondivago è destabilizzante, non è stata progettata per questo. È una corazzata da battaglia d’altura, non un barchino da assalto.

Quanto al mercato domestico, invece, la questione è molto diversa. Gli Usa posseggono un sistema incredibilmente adattabile e flessibile. Sono in grado di chiudere metà dell’apparato statale per due mesi e ripartire in una settimana.

Osserviamo l’indice del mercato azionario di Wall Street: aveva raggiunto il suo massimo storico nello scorso gennaio, dodici mesi esatti dall’insediamento di Trump, e ad oggi siamo ben poco al di sotto.

L’elasticità e la rapidità di adattamento sono ancor oggi una caratteristica unica degli USA, e quindi un’arma con la quale gli avversari non possono competere. È esattamente l’arma che meglio funziona nelle mani di una lucida follia visionaria. Follia, se si vuole, ma sicuramente non stupidità.

Patrick Facciolo, esperto di comunicazione ed autore di varie pubblicazioni, sostiene che quella di Trump sia una tecnica comunicativa precisa, per quanto non convenzionale, ispirata ad un meccanismo psicologico noto come “still face”, studiato negli anni ’70 dal dr. Edward Tronick nella interrelazione comunicativa tra il bambino e l’adulto. In sintesi, si tratterebbe di sfruttare la situazione di disagio provocata dalla mancanza di risposta emotiva, provocando uno shock per poi ristabilire una connessione su un piano diverso.

Dato il soggetto, non si fatica a credere che il dr. Facciolo possa avere ragione, ma in questo caso c’è un evidente problema: si suppone che il bambino sia sempre bambino e l’adulto sempre adulto… Nel nostro caso, sembra che spesso i ruoli non siano così ben definiti.

 

Immagini:  TASS, US Navy, Tasnim, Anadolu, Wikipedia,  ENI e Casa Bianca

Vignetta di Alberto Scafella

 

 

Manuel Di CasoliVedi tutti gli articoli

Ha frequentato la Scuola Militare "Nunziatella" di Napoli, l'Accademia Militare di Modena e la Scuola Ufficiali Carabinieri ed è laureato in Giurisprudenza ed in Scienze della Sicurezza. Fino al 2000 è stato Ufficiale dei Carabinieri, svolgendo il proprio servizio in Sicilia, Calabria e nella Capitale. E' Professore a contratto in alcune Università italiane ed ha conseguito un Master presso l'Università di Buenos Aires. Attualmente è Global Strategies Advisor nel settore energetico e lavora tra America Latina ed Europa per società di investimento e produzione nel settore energetico. Ha ricoperto diversi incarichi come Direttore Operations, Sicurezza e Affari Legali per grandi aziende sia italiane che multinazionali ed in Expo Milano 2015.

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