La nuova diarchia globale tra Cina e Stati Uniti

Dietro la retorica della “relazione costruttiva di stabilità strategica” restano aperte tutte le ambiguità alla base dei conflitti del nostro tempo e delle nuove logiche imperiali. Agli europei non resta che porsi una domanda: è ancora il caso di dare spazio alle divisioni, e rassegnarsi ad essere solo oggetto degli interessi egemonici di una nuova diarchia globale?
La “stabilità strategica” : nuova grammatica della competizione sino-americana?
“Che il 2026 sia un anno storico e fondamentale che apra un nuovo capitolo nelle relazioni Cina-Stati Uniti”. Con questo titolo il Global Times – quotidiano controllato dal Partito comunista cinese e voce della sua proiezione internazionale – ha offerto l’interpretazione ufficiale del vertice di Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump.
Non si è trattato soltanto di una lettura giornalistica dell’incontro, ma di un vero documento di posizionamento strategico, calibrato per trasmettere al mondo la visione geopolitica della leadership cinese e la nuova rappresentazione dei rapporti di forza globali che Pechino intende promuovere. La narrativa costruita attorno al summit ruota intorno alla formula della “relazione costruttiva di stabilità strategica”.

È qui il nucleo politico dell’intera operazione diplomatica cinese. Pechino non propone un’alleanza con Washington, né una riconciliazione ideologica con l’Occidente. Propone invece una gestione concertata della competizione globale tra le due superpotenze, fondata sul reciproco riconoscimento di sfere di influenza, limiti strategici e interessi vitali.
Xi Jinping ha richiamato apertamente anche la “Trappola di Tucidide”, la teoria geopolitica resa celebre dal politologo Graham Allison secondo cui quando una potenza emergente minaccia di sostituire quella dominante, il rischio di guerra diventa strutturalmente elevato. Il riferimento non è casuale. La leadership cinese tenta di accreditarsi come potenza razionale e stabilizzatrice, sostenendo che il conflitto tra Cina e Stati Uniti non sia inevitabile purché Washington accetti l’ascesa cinese come dato storico irreversibile.
Sfide permanenti nell’ “ambiguità strategica”
Tuttavia, proprio dietro il lessico della stabilità rimane evidente una profonda ambiguità strategica: è probabilmente questo il dato geopolitico più importante emerso dal summit. D’altro canto il concetto stesso di “ambiguità strategica” risale al 1979 con il Taiwan Relations Act, la legge approvata dal Congresso statunitense dopo il riconoscimento diplomatico della Repubblica Popolare Cinese da parte dell’amministrazione Carter.
Quel dispositivo normativo, promulgato il 10 aprile 1979, impegnava Washington a mantenere la capacità di assistere militarmente Taiwan senza però garantire esplicitamente un intervento automatico in caso di attacco cinese.

Da allora il paradigma dell’“ambiguità strategica” è diventata la chiave di lettura dell’intero sistema delle relazioni internazionali sino-americane, fondate da entrambe le parti da ciclica alternanza di fasi di rottura e avvicinamenti strategici.
In questa prospettiva la Cina dell’ultimo incontro con Trump ha continuato a presentarsi come garante della cooperazione internazionale e della prevedibilità sistemica, ma senza rinunciare ad alcuna delle proprie opzioni strategiche fondamentali. E soprattutto su Taiwan.
Xi Jinping non ha escluso esplicitamente il ricorso alla forza, né ha mostrato aperture verso il riconoscimento del modello democratico taiwanese o verso una stabilizzazione politica permanente dello status quo nell’Indo-pacifico. Al contrario, il leader cinese ha ribadito che la questione taiwanese resta il nodo centrale delle relazioni sino-americane e che una sua “gestione errata” potrebbe condurre a uno scontro diretto tra le due potenze.
Inoltre, secondo diverse ricostruzioni Xi Jinping potrebbe aver puntato a ottenere da Trump il congelamento del nuovo pacchetto di aiuti militari da circa 14 miliardi di dollari destinato a Taiwan e già approvato dal Congresso statunitense. Sul punto Trump non ha dato indicazioni se fermerà nel sostegno militare, sapendo bene che è un’arma su cui potrà contare per fare pressioni su Xi anche sul dossier iraniano.
Nel contempo il presidente Maga ha anche dichiarato che Taiwan non deve insistere sulla retorica dell’indipendenza, mentre Marco Rubio ha chiarito che la politica americana “non cambia” e che Washington continua a considerare destabilizzante qualsiasi alterazione forzata dell’equilibrio nell’area.

C’è comunque un elemento di fondo da prendere in considerazione, e cioè che l’influenza degli Usa su Taiwan rappresenta un obiettivo strategico difficilmente sacrificabile: l’isola oltre a rappresentare un avamposto sull’Indo-pacifico, occupa una posizione centrale nelle filiere globali dei semiconduttori, delle terre rare e degli altri minerali critici necessari alle tecnologie avanzate e indispensabili per l’economia digitale, l’intelligenza artificiale, l’industria della difesa e la transizione energetica.
Intanto il governo di Taiwan sta già intensificando i rapporti con il Giappone, attore che sta promuovendo una politica attenta alla difesa dell’area, e senza lanciare allarmismi ha diffuso una nota in cui ha inteso chiarire la sua visione: l’isola è già “una nazione indipendente e sovrana” e i 14 miliardi di dollari di aiuti militari “sono parte integrante” degli impegni assunti dal Congresso Usa con la Legge sulle relazioni con Taiwan risalente alla presidenza Reagan, provvedimento richiamato come “pietra miliare della pace e della stabilità regionale”.
Incognite su Iran, Ucraina e logiche della flessibilità geopolitica
L’ambiguità peraltro non riguarda soltanto Taiwan. Proprio sul dossier iraniano il vertice ha prodotto soprattutto dichiarazioni anodine e segnali non decifrabili, più che impegni concreti. Trump ha sostenuto che Xi Jinping avrebbe offerto collaborazione sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz e sulla necessità di impedire all’Iran di acquisire armamenti nucleari.
Tuttavia, nei comunicati ufficiali cinesi il riferimento all’Iran è rimasto estremamente vago, senza alcuna indicazione concreta sul futuro del regime di Teheran, sul programma nucleare o sui rapporti strategici tra Cina e Repubblica islamica.

Allo stesso modo, è significativo che dal summit non sia emerso alcun vero riferimento alla guerra in Ucraina. Un silenzio geopoliticamente rilevante. Pechino continua infatti a mantenere una posizione volutamente elastica: non rompe con Mosca, evita un coinvolgimento diretto nel conflitto e non apre a spazi di mediazione diplomatica verso l’Europa, gli Stati Uniti, né tanto meno verso la Russia e l’Ucraina.
Anche in questo caso prevale una logica di ambiguità strategica consolidata, ormai riconosciuta da numerosi analisti internazionali come uno degli strumenti principali della proiezione globale cinese. La Cina sembra dunque perseguire una strategia fondata sulla massima flessibilità: evitare collisioni premature, consolidare la propria crescita tecnologica ed economica, preservare l’interdipendenza globale da cui ancora dipende e, nello stesso tempo, non vincolarsi mai a posizioni irreversibili sui principali dossier di crisi internazionale.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, sembrano aver preso atto che il contenimento totale della Cina non è realisticamente sostenibile nelle condizioni attuali. Washington si è di fatto disimpegnata sul fronte ucraino, per proiettarsi sul suo limen, dal Venezuela a Cuba, e guarda al Medio Oriente, centro dei suoi interessi petroliferi e dei traffici globali, e prosegue ora la sfida sull’ indo-pacifico e nella competizione economica e tecnologica globale. Da qui la necessità di una tregua competitiva con la Cina che consenta una gestione più controllata delle tensioni.
In questo quadro si inseriscono gli accordi economici e commerciali emersi dal summit: tregua sui dazi, acquisti cinesi di prodotti agricoli americani, energia e velivoli Boeing; riattivazione delle licenze per esportazioni statunitensi; nuovi organismi bilaterali dedicati al commercio e agli investimenti; possibili aperture selettive sui semiconduttori e su alcuni settori industriali non considerati strategicamente sensibili.

Si tratta però di intese ancora non tradotte in pratica, sulla cui possibilità di realizzazione la timida reazione dei mercati dimostra la preoccupazione per un quadro generale di incertezza. Non siamo davanti alla fine del confronto economico tra le due potenze, per cui occorrerà del tempo per verificare i riscontri di questo primo tentativo di trasformare il “decoupling” in una separazione parziale e selettiva dei dossier, almeno per i comparti più strategici e compatibili con l’interdipendenza globale.
Per gli analisti rimane l’incognita di come evolverà il sentiment americano popolare alle elezioni di midterm che vedono oggi Trump in difficoltà (anche per l’incidenza dell’inflazione che non riesce a fermare), mentre la leadership cinese appare convinta che il tempo possa giocare a suo favore. La Cina non ha interesse ad accelerare uno scontro diretto con gli Stati Uniti, ma preferisce attendere il progressivo indebolimento della potenza americana: polarizzazione politica interna, frammentazione sociale, crisi industriali, debito e crescente difficoltà nel mantenere una leadership globale stabile.
Per questo la retorica della “stabilità strategica” non può essere interpretata ingenuamente come apertura conciliatoria. Rappresenta piuttosto il tentativo cinese di congelare il confronto entro limiti gestibili mentre continua l’accumulazione di potenza economica, tecnologica e geopolitica, senza fare alcuna concessione su diritti umani, sovrapproduzione e dumping.
Le scelte della nuova diarchia globale
Il vertice di Pechino lascia dunque una conclusione chiara: il sistema internazionale sta entrando in una fase di competizione regolata tra due superpotenze che cercano contemporaneamente di contenersi, negoziare e convivere. Ma dietro la retorica della cooperazione restano aperte tutte le grandi ambiguità strategiche del nostro tempo: Taiwan, Iran, Ucraina, sicurezza energetica, tecnologia e controllo delle nuove gerarchie globali.

Il dato è netto: non c’è nessuna volontà dei nuovi imperi a mettere ordine alle regole del diritto internazionale, né tanto meno di riconsiderare le aspettative del ‘Resto del Mondo’ – in particolare del Global South – in un rinnovato riconoscimento del multilateralismo. La loro diarchia intende di fatto surrogare l’Onu e tutte le istituzioni regolatrici dell’ordine internazionale multilaterale, dal Wto al Fmi: un’oscurità assoluta cala invece su qualsiasi aspetto che riguardi l’aspirazione dei popoli al rispetto dei diritti umani, all’idea di uno sviluppo sostenibile e meno che mai a trattati che riprendano a parlare di limitazioni delle armi strategiche.
È proprio questa ambigua “competizione regolata” sugli affari – più ancora delle dichiarazioni ufficiali o degli accordi economici – a costituire il vero tratto distintivo della nuova relazione sino-americana. Una relazione che non si fonda su un equilibrio stabile definito, ma su una continua gestione del rischio tra competizione strutturale e necessità di evitare la collisione. In questo spazio intermedio si sta delineando la nuova diarchia globale: non un ordine condiviso, ma un sistema instabile di coesistenza tra potenze che si riconoscono reciprocamente come indispensabili, pur restando profondamente rivali.
Il nodo strategico di un’Europa responsabile
E qui emerge il problema dell’Europa. In primo luogo è bene che gli europei tengano conto di come l’inziale postura di Trump di fronte alla Cina sia radicalmente mutata rispetto alla guerra commerciale intrapresa con la minaccia dei dazi al 145 per cento. Xi aveva annunciato ritorsioni proporzionate, tra cui l’innalzamento dei dazi cinesi fino al 125 per cento sui prodotti statunitensi e restrizioni all’esportazione di terre rare e minerali.
Ora Trump ha capito che lo scontro non paga: il presidente Maga, quando si trova di fronte a una controparte che non arretra e sa utilizzare gli strumenti di pressione di cui dispone, da affarista qual è alla fine rivede le sue posizioni massimaliste. Poi c’è da considerare una prospettiva cruciale: mentre Stati Uniti e Cina discutono di commercio globale, sicurezza energetica, Taiwan, Iran, semiconduttori e gestione degli propri equilibri economici, l’Europa continua ad apparire politicamente frammentata, strategicamente dipendente e priva di una reale capacità autonoma di iniziativa. Ma sul punto occorre essere chiari.

Pur da posizioni differenti almeno c’è una leadership europea responsabile che ha progetti compiuti sul futuro di un’Europa meno dipendente dagli Stati Uniti e pronta alla sfida con i nuovi imperi: parliamo di Francia, Regno Unito, Germania, Polonia. Persino dalla Finlandia del presidente Alexander Stubb, autore del saggio “Il triangolo del potere, Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale”, un messaggio lungimirante è stato lanciato: il “nuovo mondo del disordine” è caratterizzato da una struttura tripolare tra Occidente globale, Oriente globale e Global South, e di fronte alla competizione tra blocchi sempre più fluida l’ Europa ha necessità di sviluppare anche oltre le tradizionali alleanze la cooperazione, guardando principalmente al Global South rispetto a chi propone nuovi domini .
È infatti proprio il Sud del Mondo che da una parte subisce la trappola del debito per gli investimenti cinesi nelle infrastrutture come nelle forniture di energia e fertilizzanti, dall’altra è alienato dai dazi di Trump, dalla piovra delle sue big tech alleate, oltre che dal blocco degli aiuti allo sviluppo. In questa prospettiva anche l’Italia può promuovere una leadership diplomatica responsabile riproponendo la sua visione storica di “ponte” economico e culturale nel Mediterraneo.
In buona sostanza, è solo uno sterile antieuropeismo che va chiamato alle sue responsabilità: non si può continuare a frenare la coesione indebolendo le condizioni politiche e istituzionali indispensabili per la costruzione di una sempre più necessaria dimensione strategica dell’Europa. Ovunque si assiste a una riorganizzazione dei rapporti internazionali, e non è logico né conveniente muoversi in ordine sparso se si vuole mantenere una posizione di vantaggio. Non resta che porsi una domanda: è ancora il caso di dare spazio alle divisioni, e rassegnarsi ad essere solo oggetto degli interessi egemonici della nuova diarchia globale?
Foto: Casa Bianca
Maurizio Delli SantiVedi tutti gli articoli
Membro della International Law Association, dell'Associazione Italiana Giuristi Europei, dell'Associazione Italiana di Sociologia e della Société Internationale de Droit Militaire et Droit de la Guerre - Bruxelles. Docente a contratto presso l'Università Niccolò Cusano, in Diritto Internazionale Penale/Diritto Internazionale dei Conflitti Armati e Controterrorismo, è autore di varie pubblicazioni, tra cui "L'ISIS e la minaccia del nuovo terrorismo. Tra rappresentazioni, questioni giuridiche e nuovi scenari geopolitici", Aracne, 2015. Collabora con diverse testate italiane ed europee.








