Gli USA in soccorso del Giappone per salvare sè stessi (a spese dell’Europa)

 

 

Alla fine di luglio, lo yen aveva registrato rispetto al dollaro la peggior caduta degli ultimi quarant’anni. Una debacle rovinosa, imputabile per un verso ai maggiori rendimenti garantiti dagli Stati Uniti, dove vigono tassi di interesse (3,50-3,75%) molto più elevati che in Giappone (1% circa); per l’altro, alle preoccupazioni diffuse suscitate riguardo alla sostenibilità del debito pubblico giapponese (oltre il 200% del Pil) dai programmi fiscali particolarmente aggressivi messi in cantiere dal governo guidato da Sanae Takaichi.

La micidiale combinazione tra i due fattori ha dato luogo a una sinergia negativa materializzatasi sotto forma di “migrazione” generalizzata dalle attività denominate in yen quelle dollarizzate, con conseguente inabissamento della valuta giapponese in una congiuntura resa particolarmente critica dall’incremento del prezzo degli idrocarburi indotto dalla guerra israelo-statunitense contro l’Iran.

Per il Giappone, importatore netto di idrocarburi, si è così venuta a delineare una vera e propria “tempesta perfetta” che la Bank of Japan ha cercato di arginare attraverso l’acquisto – in un solo giorno – di yen per un controvalore di ben 60 miliardi di dollari.

L’inefficacia dello sforzo profuso ha posto le autorità di Tokyo con le spalle al muro, inducendole a ventilare il ricorso all’extrema ratio costituita dallo scaricamento di titoli di Stato statunitensi in proprio possesso.

Il Giappone è infatti un creditore netto degli Stati Uniti, verso i quali vanta non soltanto un avanzo commerciale che nel 2025 ha raggiunto quota 64,4 miliardi di dollari, ma anche la più imponente detenzione straniera di Treasury, pari a 1,1 trilioni (dati relativi a maggio).

Una dismissione di titoli di Stato statunitensi di vaste dimensioni accrescerebbe ulteriormente i rendimenti sui titoli degli Stati Uniti, gravati da un debito federale che veleggia verso i 40 trilioni di dollari e vincolati a destinare già adesso al pagamento degli interessi sul debito una cifra superiore al trilione di dollari all’anno (più di 3 miliardi al giorno).

D’altro canto, un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato giapponesi alimentato dalla persistente ondata di (s)vendite obbligazionarie potrebbe prima o poi innescare una sorta di effetto boomerang, incentivando gli investitori nipponici a scaricare Treasury per rimpatriare capitali.

Una depressione incontrollata del corso del dollaro imputabile all’attivismo nipponico potrebbe infine sfociare in una fuga massiccia dai listini azionari statunitensi, gonfiati a dismisura dall’afflusso di capitali da tutto il mondo verso l’ecosistema dell’intelligenza artificiale.

Le cinque principali aziende del settore (Alphabet, Microsoft, Amazon, Meta e Oracle), per di più, hanno fatto massiccio ricorso all’indebitamento per finanziare i propri investimenti, e accumulato impegni contrattuali futuri per un ammontare di quasi 1,65 trilioni di dollari rintracciabili soltanto nelle note integrative ai conti, e non nelle voci di bilancio afferenti allo stato patrimoniale.

La portata del rischio connesso a un potenziale scaricamento di titoli di Stato statunitensi ad opera del Giappone ha quindi indotto il Dipartimento del Tesoro a intervenire a sostegno della Bank of Japan con l’acquisto massiccio di yen contro euro. Un’iniziativa definita da HBC come «altamente inusuale, forse senza precedenti», assunta per tenere la moneta giapponese in linea di galleggiamento senza intaccare la quotazione del dollaro, in una fase di alta inflazione alimentata dalle dinamiche belliche nel Golfo Persico.

Secondo quanto riportato dal «Financial Times» sulla base di confidenze rese da fonti di alto livello addentro alla questione, la Banca Centrale Europea sarebbe stata informata dell’intervento statunitense soltanto a fatto compiuto, e manifestato al segretario al Tesoro Bessent grande disappunto nei confronti di un episodio bollato come «triste e molto eclatante», «privo di precedenti» e attestante «una violazione inaudita delle consolidate convenzioni in materia di cooperazione tra le autorità monetarie occidentali».

La discesa in campo del Dipartimento del Tesoro in soccorso dello yen ha provocato una immediata risalita della valuta nipponica, rafforzatasi sia rispetto al dollaro che – ovviamente – all’euro, anche perché accompagnata a strettissimo giro di boa dalle dichiarazioni attraverso cui il governo di Tokyo ha annunciato l’intenzione di avvalersi di una linea di credito repo (Repurchase Agreement, noto in Italia come operazione a pronti contro termine) della Federal Reserve che lo autorizza ad approvvigionarsi di dollari senza dover vendere Buoni del Tesoro statunitense.

Allo stesso tempo, però, l’attivismo sfoggiato da Bessent ha trasmesso urbi et orbi un messaggio inequivocabile: lo yen è la prima linea di difesa del debito statunitense.

Ne consegue che il Giappone costituisce un fondamentale punto di vulnerabilità dell’impalcatura che garantisce la solvibilità degli Usa, su cui gli investitori internazionali potrebbero concentrare la potenza di fuoco nell’ambito di manovre speculative paragonabili a quelle orchestrate dallo stesso Bessent nel 1992, quando prese efficacemente d’assalto lira e sterlina – con conseguente disarticolazione del sistema Monetario Europeo – per conto del Quantum Fund di George Soros.

L’interventismo emergenziale del Dipartimento del Tesoro non ha affatto risolto i problemi strutturali alla base della debolezza dello yen.

Il differenziale dei tassi di interesse continua a premiare gli Stati Uniti; il debito pubblico giapponese rimane colossale; i dubbi sulla capacità di Tokyo di stabilizzare i propri mercati finanziari senza appesantire i costi di rifinanziamento persiste.

L’esaurimento delle riserve strategiche di petrolio rilasciabili per mitigare le spinte inflazionistiche sui prezzi dell’energia alimentate dalla conflittualità in Asia occidentale indicano che le quotazioni degli idrocarburi saliranno ulteriormente.

Emblematica, a questo proposito, è risultata l’uscita del governatore della Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti Khaled Mohamed Balama, che lo scorso aprile ha richiesto al Dipartimento del Tesoro l’apertura di una linea di swap valutario necessaria a mitigare l’impatto del conflitto contro l’Iran, i cui aspetti fondamentali erano stati puntualmente sottolineati da Standard & Poor’s.

La nota agenzia di rating aveva evidenziato che sebbene la «sostanziale flessibilità fiscale, economica, esterna e politica» degli Emirati Arabi Uniti, garantita da riserve valutarie pari a 270 miliardi di dollari e detenzioni di Treasury Bond per un controvalore di circa 120 miliardi, «agirà da efficace cuscinetto» contro gli effetti economici della guerra, «il potenziale di prolungata interruzione» delle esportazioni di petrolio e i danni alle infrastrutture «aggiungono un rischio evidente».

Il senso profondo della richiesta di Abu Dhabi è andato palesandosi per effetto delle rivelazioni del «Wall Street Journal», secondo cui le autorità emiratine avevano fatto presente alle controparti statunitensi che, in caso di mancato accoglimento delle loro sollecitazioni, avrebbero ripiegato su valute alternative al dollaro, a partire dallo yuan-renminbi.

Il quotidiano finanziario statunitense ha parlato apertamente di «minaccia implicita per il dollaro, che regna sovrano tra le valute globali grazie soprattutto al suo utilizzo quasi esclusivo nelle transazioni».

Nell’arco di poche ore, il segretario al Tesoro Bessent (nella foto sopra con il segretario alla Guerra Pete Hegseth) ha appoggiato pubblicamente la proposta emiratina, precisando che richieste analoghe erano state avanzate da svariati Paesi “del Golfo Persico e dell’Asia” parimenti colpiti dalle implicazioni della guerra israelo-statunitense contro l’Iran.

E specificando che l’apertura di una linea di swap a beneficio degli Emirati Arabi Uniti risulta necessaria a «preservare l’ordine nei mercati di finanziamento del dollaro e impedire la vendita disordinata di asset statunitensi», incentivata dalle implicazioni prodotte su scala planetaria dalla chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz.

Le dichiarazioni di Bessent hanno aperto automaticamente il varco a una trasposizione su scala internazionale dei programmi di quantitative easing varati sul piano interno in seguito alla crisi del 2008, con la Federal Reserve e il Tesoro chiamati a evitare un rovinoso tracollo azionario e obbligazionario attraverso la fornitura di dollari a tutto il mondo – o quantomeno, ai Paesi disponibili ad allinearsi ai dettami statunitensi.

Si verrebbe così a configurare un vero e proprio ribaltamento di ruoli tra Stati Uniti e resto del pianeta che per decenni ha finanziato i deficit Usa.

Da beneficiari ultimi del processo di riciclaggio dei petrodollari, gli Stati Uniti si trasformerebbero nella fondamentale stampella di sostegno per i Paesi colpiti dalle implicazioni della guerra contro l’Iran. Con conseguente, ulteriore allargamento del bilancio della Federal Reserve, impegnata in politiche monetarie altamente espansive fin dal 2024.

Il risultato è un incremento delle pressioni sui prezzi che, in un contesto di crescita molto stentata, può delineare scenari (iper?) stagflazionistici.

Foto  Bank of Japan e Scott Bessent/X – Dipartimento del Tesoro

 

 

Giacomo GabelliniVedi tutti gli articoli

Analista economico e geopolitico, saggista, gestore del canale YouTube "Il Contesto | Analisi economica a geopolitica" e dell'omonimo sito web. Ha all'attivo numerose collaborazioni con testate sia italiane che straniere, tra cui le riviste "La Fionda" e "Krisis" e il quotidiano cinese "Global Times". È autore di numerosi volumi, tra cui Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell'ordine economico statunitense (Mimesis, 2021), Ucraina. Il mondo al bivio (Arianna, 2022), Dottrina Monroe. L'egemonia statunitense sull'emisfero occidentale (Diarkos, 2022), Taiwan. L'isola nello scacchiere asiatico e mondiale (LAD, 2022), Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana (Diarkos, 2023), Scricchiolio. Le fragili fondamenta di Israele (Il Cerchio, 2025).

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