La “desovranizzazione” del Venezuela

La National Security Strategy pubblicata verso la fine del 2025 pone ripetutamente l’accento sull’anteposizione della tutela degli interessi statunitensi nell’emisfero occidentale rispetto a qualsiasi altro obiettivo strategico, compresa la gestione della sfida cinese.
In particolare, l’amministrazione Trump intende riaffermare e applicare, «dopo anni di negligenza, la Dottrina Monroe per ripristinare la preminenza statunitense nell’emisfero occidentale e proteggere la patria e il nostro accesso ad aree geografiche chiave in tutta la regione. Negheremo ai concorrenti non emisferici la possibilità di posizionare forze o altre capacità offensive, o di possedere o controllare risorse strategicamente vitali, nel nostro emisfero. Questo “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe rappresenta un ripristino efficace e ben congegnato del potere e delle priorità statunitensi, coerente con gli interessi di sicurezza nazionale».
La politica statunitense, recita la National Security Strategy, «dovrebbe concentrarsi sul reclutamento di leader regionali che possano contribuire a creare una stabilità tollerabile nella regione […]. Premieremo e incoraggeremo i governi, i partiti politici e i movimenti della regione ampiamente allineati con i nostri principi e la nostra strategia. Ma non dobbiamo trascurare i governi con prospettive diverse, con cui tuttavia condividiamo interessi e che desiderano collaborare con noi».
Va quindi attuato «un riadattamento della nostra presenza militare nel mondo» in funzione delle «minacce urgenti nel nostro emisfero». Occorre invece «allontanarsi da teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi decenni o anni».

L’approfondimento delle partnership con i Paesi dell’America Latina deve procedere di pari passo con «l’espansione della nostra rete regionale. Vogliamo che le altre nazioni ci considerino il loro partner di prima scelta e (attraverso vari mezzi) scoraggeremo la loro collaborazione con altri. L’emisfero occidentale ospita molte risorse strategiche che gli Stati Uniti dovrebbero sviluppare in collaborazione con gli alleati regionali, per rendere i Paesi vicini, così come il nostro, più prosperi.
Il Consiglio per la Sicurezza Nazionale avvierà immediatamente un robusto processo interagenzia per incaricare le agenzie, supportate dal braccio analitico della nostra Intelligence Community, di identificare punti e risorse strategiche nell’emisfero occidentale al fine di proteggerli e svilupparli congiuntamente con i partner regionali».
I concorrenti non emisferici «hanno compiuto importanti incursioni nel nostro emisfero, sia per svantaggiarci economicamente nel presente, sia in modi che potrebbero danneggiarci strategicamente in futuro. Permettere queste incursioni senza una seria reazione è un altro grave errore strategico americano degli ultimi decenni. Gli Stati Uniti devono avere un ruolo preminente nell’emisfero occidentale come condizione per la nostra sicurezza e prosperità. Una condizione che ci consenta di affermarci con sicurezza dove e quando necessario nella regione.
I termini delle nostre alleanze e le condizioni in base alle quali forniamo qualsiasi tipo di supporto devono essere subordinati alla riduzione dell’influenza degli avversari non emisferici, dal controllo di installazioni militari, porti e infrastrutture chiave all’acquisizione di asset strategici in senso lato».
Mentre l’amministrazione Trump pubblicava la National Security Strategy, la US Navy imponeva un rigido blocco navale al Venezuela, funzionale all’“ammorbidimento” di alcuni esponenti verticistici della struttura di potere bolivariana e al contestuale “rapimento” del presidente Maduro (3 gennaio 2026).
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L’iniziativa, assunta ufficialmente per smantellare la rete di narcotraffico che secondo le (infondate) accuse del governo di Washington faceva capo proprio a Maduro, ha spianato la strada all’insediamento alla presidenza di Delcy Rodriguez (nella foto sopra).
La quale, come anticipato con toni apertamente intimidatori dallo stesso Trump nelle ore immediatamente successive al passaggio dei poteri a Caracas, si è rivelata molto più sensibile agli interessi statunitensi rispetto al suo predecessore. Il petrolio venezuelano, ha assicurato l’inquilino della Casa Bianca, sarebbe tornato saldamente sotto controllo degli Stati Uniti, ponendo fine all’epoca delle nazionalizzazioni avviata sotto la guida di Hugo Chavez.
Più specificamente, spiega il comunicato pubblicato dal Dipartimento di Stato il 7 gennaio 2026, Washington avrebbe autorizzato il Venezuela a esportare «a tempo indeterminato» e «su base selettiva» da 30 a 50 milioni di barili di petrolio, ma «i proventi saranno depositati in conti controllati dagli Stati Uniti presso banche riconosciute a livello globale e poi distribuiti alle popolazioni degli Stati Uniti e del Venezuela a discrezione dell’amministrazione Trump».
Senza badare al sottile, lo stesso inquilino della Casa Bianca ha snocciolato il concetto spiegando a una vasta platea di giornalisti che «estrarremo dal sottosuolo del Venezuela un’enorme quantità di ricchezza», di cui gli Stati Uniti avrebbero trattenuto una parte «a titolo di risarcimento per i danni causati da quel Paese». Il «Financial Times» ha quantificato in circa 13 miliardi di dollari i proventi della vendita di petrolio venezuelano “trattenuti” dagli Stati Uniti e destinati a fini non meglio specificati, a fronte dei 300 milioni versati al governo di Caracas chiamato in questa fase a ricostruire parte importante del Paese devastato dal terremoto del giugno scorso.
Un destino sostanzialmente analogo potrebbe essere riservato alle 31 tonnellate di riserve auree (circa 4 miliardi di dollari di controvalore) di proprietà del Venezuela e custodite nei caveau della Bank of England contro la volontà dell’esecutivo di Caracas fin dal 2018.

Quando, cioè, Londra respinse la richiesta di rimpatrio presentata da Maduro contestualmente al disconoscimento di quest’ultimo come legittimo presidente venezuelano.
Secondo quanto affermato da Ramón López, deputato dell’opposizione presso l’Assemblea Nazionale, le riserve auree venezuelane detenute presso la Bank of England saranno trasferite presso il Dipartimento del Tesoro statunitense «nell’ambito di un piano finalizzato a fronteggiare l’emergenza successiva ai terremoti verificatisi il 24 giugno», implicante lo scongelamento delle risorse venezuelane immobilizzate dall’Occidente nel corso degli anni passati.
Oltre all’oro, il Venezuela detiene formalmente la proprietà di asset congelati riconducibili a Petróleos de Venezuela, nonché di Citgo, colosso della raffinazione con sede a Houston – attualmente in grande spolvero – di cui un giudice distrettuale del Delaware aveva ordinato lo scorso anno la confisca e il contestuale passaggio a una società riconducibile al fondo speculativo Elliott Management in funzione di risarcimento dei creditori.
L’ultima parola spetta tuttavia al Dipartimento del Tesoro, titolare della prerogativa di autorizzare o meno l’operazione a seconda delle valutazioni politiche del momento.
La riconsegna degli asset (a partire dall’oro), ha specificato López, sarà vincolata alla messa a punto di un meccanismo di controllo internazionale affidato a un gruppo di società straniere, incaricate di accertare che le risorse scongelate vadano a sostenere un piano rilancio economico incentrato sulla realizzazione di alloggi, centri sanitari e scuole nelle aree colpite dai terremoti.
Il tutto, ça va sans dire, sotto la totale supervisione del governo degli Stati Uniti, che in qualità di mediatori tra le forze di governo e quelle dell’opposizione si occuperebbero, riferisce «El País», di «finalizzare il relativo accordo e di assumere il controllo dei fondi […]. L’utilizzo di questi fondi richiederà l’approvazione del Dipartimento del Tesoro e del Dipartimento di Stato».
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Dietro il pretesto di fornire all’esecutivo guidato da Delcy Rodriguez l’assistenza necessaria ad affrontare la catastrofe umanitaria provocata dal sisma, l’amministrazione Trump ha per di più già inviato truppe statunitensi in territorio venezuelano per affiancare alle operazioni di assistenza alla popolazione vere e proprie missioni armate contro il narcotraffico.
Il trattamento applicato al Venezuela risulta ispirato alla logica che il magnate newyorkese aveva sviscerato già durante la campagna elettorale del 2016, quando si era pronunciato a favore dell’accaparramento del petrolio iracheno come rimborso per le spese sostenute per l’attacco e la successiva occupazione del Paese. «Entriamo, spendiamo 3 trilioni di dollari, perdiamo migliaia e migliaia di vite, e poi… non otteniamo nulla. Un tempo si diceva che al vincitore spettavano le spoglie», aveva dichiarato all’epoca Trump.
Il ricambio ai vertici politici di Caracas ha aperto il varco alla revoca graduale delle sanzioni statunitensi, come contropartita per l’adozione di una cornice legislativa che fornisse alle grandi compagnie petrolifere occidentali garanzie sufficienti a incentivare il loro ritorno in Venezuela.
Oltre ad assicurare a General Electric l’accesso al mercato venezuelano dell’energia elettrica monopolizzato fino ad allora da una società statale, i nuovi provvedimenti introdotti sotto il coordinamento della Rodriguez destrutturano l’impalcatura fiscale preesistente e aprono il varco alla ri-privatizzazione del settore petrolifero.
Dal canto suo, l’amministrazione Trump ha disposto la creazione di un fondo di deposito in cui far confluire i ricavi ottenuti dall’export di petrolio venezuelano, sulla falsariga dell’Iraq Fund Development istituito nel 2003 presso la Federal Reserve di New York per gestire i proventi della vendita del petrolio iracheno.
Così come in Iraq, gli Stati Uniti hanno così acquisito il controllo (non troppo) indiretto sulla principale fonte di entrate per lo Stato venezuelano, vincolandola al dollaro, connettendola al sistema bancario statunitense e stabilmente unilateralmente – per tramite dell’Office of Foreign Asset Control (Ofac) – l’accesso di qualsiasi operatore straniero al petrolio venezuelano.
Nell’arco di pochi mesi, Chevron, Shell, Eni e Repsol hanno approvato progetti di investimento focalizzati sul Venezuela, la cui produzione petrolifera, sebbene in lieve aumento, entrerà a pieno regime non prima del 2030. Il deterioramento delle infrastrutture dovuto alle sanzioni statunitensi e alla malagestione locale, hanno sottolineato numerosi specialisti, non consente stime più ottimistiche. Secondo alcune valutazioni, ricostruire e ammodernare le infrastrutture venezuelane per riportare la produzione ai livelli raggiunti negli anni ’70 richiede investimenti di circa 10 miliardi di dollari all’anno per almeno un decennio.
I dati indicano relativi al 2024 attestano una produzione petrolifera venezuelana compresa tra gli 800.000 e i 900.000 barili al giorno, la maggior parte dei quali venduti alla Cina a prezzi scontati a causa delle sanzioni.
Si tratta di volumi piuttosto contenuti (5% circa del fabbisogno annuale cinese), transitanti però verso il principale rivale strategico degli Stati Uniti come forma di rimborso del debito (pari a circa 60 miliardi di dollari) accumulato dal Venezuela nei confronti della Cina.

Il trasferimento all’ex Celeste Impero di parte preponderante della produzione petrolifera venezuelana aveva in altri termini assunto le fattezze di un’operazione di servizio del debito implicante l’integrazione de facto del Paese titolare delle maggiori riserve petrolifere accertate del pianeta nell’ecosistema finanziario cinese, con transazioni regolate in yuan-renminbi.
La Cina, per di più, si era ricavata un accesso privilegiato anche alle ingenti risorse minerarie concentrate nella fascia dell’Orinoco, necessarie alla produzione di motori elettrici, sensori quantistici e apparecchiature critiche per il settore dell’intelligenza artificiale.
Nell’ottica di Washington, gli investimenti cinesi avevano posto le basi infrastrutturali, logistiche e finanziarie per la trasformazione del Venezuela in una “quinta colonna” nel cuore del “cortile di casa”, di cui la National Security Strategy ha proclamato l’inaccessibilità ad “attori non emisferici”.
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Come ha dichiarato il segretario di Stato Rubio, «gli Stati Uniti non hanno bisogno del petrolio venezuelano. Ciò che non permetteremo è che il petrolio venezuelano sia controllato da Cina, Russia e Iran». E a ancora: «i nostri avversari stanno sfruttando ed estraendo risorse dall’Africa e da ogni altro Paese. Non lo faranno nell’“emisfero occidentale”».
In realtà, gli Stati Uniti necessitano del petrolio venezuelano. Lo si ricava dalle dichiarazioni formulate recentemente dal sottosegretario all’Energia Kyle Haustveit, secondo cui oltre 500.000 barili di petrolio venezuelano vengono esportati su scala quotidiana verso gli Stati Uniti, su una produzione nazionale di circa 1,25 milioni di barili giornalieri. Poco meno della metà dell’intera produzione venezuelana prende la via degli Stati Uniti, confluendo verso le grandi raffinerie del Texas e della Louisiana tarate per processare proprio le tipologie di greggio pesanti e acide di provenienza venezuelana.
La “logica di interdizione” che ispira il ragionamento di Rubio va naturalmente estesa ai settori dei minerali critici, dell’oro, del coltan e dell’uranio, al centro di una legge progettata dall’esecutivo guidato da Delcy Rodriguez per agevolare gli investimenti statunitensi.

Al pari del petrolio, la ri-dollarizzazione delle materie prime rilevanti di cui il Venezuela è ricco riconduce le transazioni ad esse collegate sotto la giurisdizione statunitense, alimenta la domanda globale dollari e crea le condizioni affinché il Venezuela si collochi – in una prospettiva di medio periodo – nel solco tracciato nel 1974 dall’Arabia Saudita. Esportando cioè petrolio e minerali contro valuta statunitense da reinvestire in attività dollarizzate.
Allo stesso tempo, il ripristino di un controllo indiretto o indiretto sul petrolio dell’emisfero occidentale porrebbe gli Stati Uniti nelle condizioni di presidiare riserve di “oro nero” maggiori rispetto a quelle riconducibili all’Opec. E quindi di accreditarsi come maggiore fornitore mondiale di idrocarburi, titolare della facoltà di dettare le condizioni – dollarizzazione in primis – del commercio globale di petrolio.
Il “rapimento” di Maduro denota una pronunciata attitudine dell’amministrazione Trump a condizionare la sovranità altrui all’osservanza di specifiche “linee guida” stabilite da Washington. Se i soggetti esteri gestiscono le proprie risorse in maniera “inappropriata”, rischiano di subire interventi volti al loro riallineamento forzato alle priorità di sicurezza nazionale degli Stati Uniti e al circuito del dollaro.
L’accostamento più o meno arbitrario dei leader politici stranieri sgraditi ad attività criminali risponde alla necessità di conferire basi legali all’esecuzione di campagne di pressione e veri e propri atti di guerra, come blocchi navali e occupazioni degli snodi logistici fondamentali dei Paesi presi di mira.
Stephen Miller, ascoltatissimo consigliere del presidente Trump, ha affermato senza mezzi termini che «i Paesi sovrani non possono esercitare la sovranità se gli Stati Uniti vogliono le loro risorse». Valutazioni dello stesso tenore erano state formulate dall’ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite Michael Waltz, secondo cui «non è più tollerabile che le maggiori riserve energetiche del mondo rimangano sotto il controllo di avversari degli Stati Uniti».
Foto: Casa Bianca, Presidenza Venezuelana, MASH e PDVSA
Giacomo GabelliniVedi tutti gli articoli
Analista economico e geopolitico, saggista, gestore del canale YouTube "Il Contesto | Analisi economica a geopolitica" e dell'omonimo sito web. Ha all'attivo numerose collaborazioni con testate sia italiane che straniere, tra cui le riviste "La Fionda" e "Krisis" e il quotidiano cinese "Global Times". È autore di numerosi volumi, tra cui Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell'ordine economico statunitense (Mimesis, 2021), Ucraina. Il mondo al bivio (Arianna, 2022), Dottrina Monroe. L'egemonia statunitense sull'emisfero occidentale (Diarkos, 2022), Taiwan. L'isola nello scacchiere asiatico e mondiale (LAD, 2022), Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana (Diarkos, 2023), Scricchiolio. Le fragili fondamenta di Israele (Il Cerchio, 2025).








