Verso l’integrazione degli strumenti militari di Stati Uniti e Israele?

 

 

L’andamento dei negoziati in corso in Svizzera tra emissari di Washington e Teheran sta mettendo in tensione le relazioni israelo-statunitensi. Al punto, sostiene il ministro israeliano della Cultura e dello Sport Miki Zohar, da portare i due Paesi «in rotta di collisione». La risposta israeliana, ha aggiunto Zohar, «non sarà automatica. Il nostro interesse di sicurezza determinerà le mosse in campo militare».

I presunti dissidi di natura politica e strategica tra il governo Netanyahu e l’amministrazione Trump stanno eclissando un processo di avvicinamento israelo-statunitense in ambito militare e di intelligence di senso diametralmente opposto.

Il National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2027 redatto dalla Camera dei Rappresentanti e pubblicato lo scorso maggio, contiene una sezione specifica, la 224 (divenuta poi la 219 in un revisione successiva), intitolata United States-Israel Defense Technology Cooperation Initiative, che «richiede al Segretario della Difesa (della Guerra) di designare un agente esecutivo responsabile del coordinamento degli sforzi di cooperazione tra gli Stati Uniti e Israele, compresa la ricerca, lo sviluppo, la sperimentazione, la valutazione, l’integrazione e la cooperazione industriale bilaterale in materia di tecnologie della difesa».

L’autorità che la Sezione 224 propone di conferire all’agente esecutivo delinea una livello di cooperazione notevolmente superiore a quello stabilito dai comuni accordi di cooperazione tecnologica con partner stranieri. Le deliberazioni emanate dall’agente esecutivo hanno la precedenza rispetto a quelle provenienti dagli altri uffici del Dipartimento della Difesa, ai sensi della direttiva 5101.01 che dota l’agente esecutivo della facoltà di annullare provvedimenti varati da altre agenzie facenti capo al Pentagono che svolgono funzioni e hanno responsabilità correlate. A partire dalla Defense Technology Security Administration, preposta alla gestione dei rischi derivanti dal trasferimento di tecnologie di difesa e informazioni critiche all’estero.

I promotori del National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2027 sostengono che la disposizione avvantaggerà le forze armate statunitensi, perché assicurerà loro pieno accesso alle tecnologie militari israeliane. Il punto è che gli Stati Uniti sono già nelle condizioni di procurarsele in base a normative come la 22 U.S.C. § 2767 dell’Arms Export Control Act, che autorizza il presidente a estendere gli accordi di cooperazione in materia di ricerca, sviluppo e collaudo a Paesi stranieri amici non inquadrati nella Nato.

I programmi congiunti di sviluppo per sistemi cruciali come l’Arrow e il David’s Sling sono finanziati dagli stanziamenti annuali per la difesa missilistica previsti dalle precedenti versioni del National Defense Authorization Act, oltre che dai regolamenti vigenti che disciplinano la mobilitazione di fondi a favore della cooperazione militare con Paesi esteri, la gestione delle licenze e la concessione degli appalti per l’integrazione di tecnologie di origine straniera.

Tecnologie militare d’avanguardia di concezione e fabbricazione israeliana quali il sistema di difesa aerea Iron Dome, il sistema di protezione attiva per mezzi corazzati Trophy e il sistema missilistico Barak sono state puntualmente acquisite dagli Stati Uniti ai sensi del quadro giuridico esistente. Il quale lascia un vasto raggio d’azione anche per quanto concerne l’esecuzione di esercitazioni congiunte, la condivisione di informazioni di intelligence, l’approfondimento della cooperazione in materia di intelligenza artificiale e di biotecnologie.

Le uniche limitazioni di un qualche rilievo sono quelle previste dalla National Technology and Industrial Base, una cornice politica definita dal Congresso per integrare le industrie legate alla difesa della cosiddetta “anglosfera” (Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda) al fine di «garantire le catene di approvvigionamento, accelerare la condivisione tecnologica e migliorare la prontezza militare degli alleati». Le restrizioni si applicano tuttavia soltanto per categorie specifiche e ridotte di beni e materiali bellici, e non costituiscono pertanto un ostacolo concreto per la cooperazione militare e di sicurezza tra Stati Uniti e Israele.

Segno che la Sezione 224 (e poi 219) del National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2027 persegue un disegno di maggiore portata, che verte sostanzialmente sulla piena e strutturale integrazione di Israele nelle catene di approvvigionamento della difesa statunitensi, affidata a una figura burocratica – l’agente esecutivo – assolutamente non contemplata da alcun altro accordo di cooperazione bilaterale vigente e titolare della prerogativa di guidare il processo indipendentemente da eventuali resistenze istituzionali da parte degli uffici competenti del Pentagono.

Si tratta, in altri termini, di approfondire e allargare il perimetro della relazione strategica tra Stati Uniti e Israele in assenza di alcun dibattito pubblico e contestuale processo deliberativo che hanno caratterizzato l’integrazione dei Paesi dell’“anglosfera” nella National Technology Industrial Base.

Questo cambiamento «priverebbe Israele dei meccanismi di controllo politico e diplomatico che rendono la relazione trasparente e responsabile nei confronti del Paese, spostandone il fulcro dall’approvazione di un bilancio annuale per le sovvenzioni, visibile a tutti, all’opaco sistema degli appalti per la difesa, dove la supervisione è limitata e la responsabilità politica minima. Il risultato sarebbe una relazione di difesa più profonda ma anche meno trasparente».

Nell’ottica dei promotori dell’iniziativa, consolidare il sodalizio israelo-statunitense attraverso l’allestimento di una corsia preferenziale di natura squisitamente “procedurale-esecutiva”, in grado di occultare l’assistenza Usa trasformandola in cooperazione, risultava assolutamente necessario alla luce degli orientamenti di senso contrario che stanno prendendo piede in seno all’opinione pubblica statunitense. Compresa quella di fede repubblicana, sempre meno incline al pari di quella democratica a “digerire” l’erogazione sistematica a beneficio di Israele di assistenza militare ed economica per un ammontare di quasi 4 miliardi di dollari all’anno, come previsto da un memorandum d’intesa di durata decennale siglato nell’anno fiscale 2019.

Lo certificano i risultati di un sondaggio condotto dal New York Times verso la metà di maggio, da cui è emerso che soltanto il 30% degli interpellati riteneva che il presidente Trump avesse preso la decisione giusta ordinando l’Operazione Epic Fury contro l’Iran, a fronte del 64% collocato su posizioni fortemente critiche.

Una rilevazione parallela realizzata dall’Institute for Global Affairs dell’Eurasia Group ha acclarato che «soltanto il 16% degli statunitensi ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero continuare a fornire armi a Israele senza nuove restrizioni. Il 38% vorrebbe interrompere completamente le forniture e un altro 24% vorrebbe che le consegne fossero condizionate al loro utilizzo». Il Pew Research Center ha rilevato che il 60% degli statunitensi ha un’opinione negativa del governo israeliano. Gallup ha riscontrato che il 57% degli adulti statunitensi sostiene la creazione di uno Stato palestinese indipendente accanto a Israele.

Il National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2027 si pone in netta contraddizione con le posizioni sposate dalla maggioranza della popolazione statunitense, ma perfettamente in linea con una serie di provvedimenti legislativi antecedenti e complementari. Il National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2026 ha incaricato i funzionari del Dipartimento della Difesa di istituire un United States-Israel Defense Industrial Base Working Group preposto allo studio del «potenziale di integrazione della base industriale della difesa tra Stati Uniti e Israele, inclusa la possibilità di una sua inclusione nella base tecnologica e industriale nazionale».

La Sezione 622 della bozza originaria di un disegno di legge presentato dal senatore repubblicano dell’Arkansas e presidente della Commissione Intelligence del Senato Tom Cotton prevedeva di «espandere e migliorare la condivisione dell’intelligence con il governo di Israele». Il provvedimento introduceva una netta riduzione dei poteri presidenziali per quanto concerne la sospensione, riduzione o limitazione della condivisione di informazioni prevista dalla sezione 622 «salvo in presenza di una specifica e identificabile preoccupazione per la sicurezza nazionale determinata dal presidente» attraverso una relazione da sottoporre all’attenzione del Congresso entro quindici giorni, in cui si documentino le motivazioni alla base del cambiamento e si forniscano valutazioni riguardo al relativo impatto sulla sicurezza.

La risoluzione della Camera dei Rappresentanti numero 1339, presentata dal deputato repubblicano dell’Indiana Marlin Stutzman, incoraggia la firma di un memorandum d’intesa con Israele che promuova la messa a punto di «un quadro di co-sviluppo, co-produzione e reciproci investimenti nel settore della difesa». Significativamente, nel paragrafo introduttivo si ammette apertamente che la risoluzione ha una funzione di «sostegno dell’iniziativa del primo ministro Benjamin Netanyahu volta a orientare le relazioni tra Stati Uniti e Israele verso una cooperazione reciproca in materia di difesa e investimenti economici congiunti, riconoscendo il contributo di Israele alle operazioni militari congiunte contro l’Iran e condannando la crescente ondata di antisemitismo a livello globale».

Netanyahu aveva esplicitato il progetto mediante una lettera datata 1 giugno 2026 e indirizzata proprio a deputato Stutzman, che lo stesso premier israeliano aveva incontrato il 27 maggio precedente a Gerusalemme. Cioè una settimana prima della presentazione della risoluzione. Una cronologia alquanto emblematica, che avvalora la tesi sposata dai deputati critici Thomas Massie (repubblicano del Kentucky) e Ro Khanna (democratico della California) secondo cui il documento legislativo rappresenti non un’iniziativa del Congresso appoggiata da Israele, ma un piano israeliano veicolato attraverso il Congresso.

Più precisamente, sottolinea il Quincy Institute, il progetto di Netanyahu verte sulla «trasformazione della relazione tra gli Stati Uniti e Israele, passando da un modello in cui l’America concede assistenza, a una più profonda integrazione di Israele nel settore della difesa statunitense […]. Considerata nel suo contesto, l’iniziativa fa parte di un più ampio sforzo volto a spostare Israele dalla categoria di principale beneficiario di assistenza e di partner per la sicurezza a qualcosa di più vicino – e perfino superiore – alla posizione strutturale occupata dai Five Eyes (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti)».

La prospettiva di “fusione” degli apparati israeliani della difesa e dell’intelligence con quelli statunitensi presenta ulteriori profili di criticità, a partire dai potenziali contraccolpi derivanti dalla decisione di «vincolare tecnologicamente le forze armate statunitensi alla loro controparte israeliana, rendendo difficile lo sradicamento qualora le condizioni dovessero cambiare».

Lo si è visto con l’estromissione della Turchia dalla catena di approvvigionamento per l’F-35, disposta da Washington nel 2019 per punire l’importazione di sistemi di difesa aerea russi S-400 da parte di Ankara.

L’esclusione dell’industria turca, che all’epoca produceva un migliaio circa di componenti dell’aereo da combattimento multiruolo, si tradusse in enormi ritardi nel reperimento e nell’assemblaggio, oltre che in un sostanziale incremento dei costi a carico dei contribuenti.

L’integrazione della tecnologia di difesa degli Stati Uniti con quella di Israele, perseguita per di più in una fase di profonda perturbazione delle relazioni bilaterali, porrà inesorabilmente problemi della stessa natura, ma ingigantiti dalla scala e dalla profondità del processo che si intende promuovere.

L’applicazione della Sezione 224 (e poi 219) farebbe di fatto confluire i settori critici della difesa e dell’intelligence israeliani in quelli statunitensi, dissolvendo ogni frontiera esistente. La schiacciante influenza esercitata – per tramite della Israel Lobby – dallo Stato ebraico sugli Stati Uniti ne uscirebbe ulteriormente rafforzata, perché la “fusione” immaginata dai redattori del National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2027 conferirebbe automaticamente all’esecutivo di Tel Aviv la facoltà di «ampliare notevolmente una delle leve di influenza più potenti nella politica statunitense: i posti di lavoro negli Stati Uniti.

Espandendo o avviando nuovi impianti di co-produzione, come già avviene in Mississippi e Arkansas, il governo israeliano potrebbe rivendicare il proprio ruolo nella creazione di nuova occupazione sul suolo statunitense, assicurandosi così alleati tra i membri del Congresso che rappresentano i distretti interessati».

Il risultato potrebbe essere «un sistema politico statunitense ancora più suscettibile ai capricci di un governo israeliano che, apparentemente, non si fa scrupoli a coinvolgere gli Stati Uniti in conflitti militari in Medio Oriente».

Foto Casa Bianca

 

Giacomo GabelliniVedi tutti gli articoli

Analista economico e geopolitico, saggista, gestore del canale YouTube "Il Contesto | Analisi economica a geopolitica" e dell'omonimo sito web. Ha all'attivo numerose collaborazioni con testate sia italiane che straniere, tra cui le riviste "La Fionda" e "Krisis" e il quotidiano cinese "Global Times". È autore di numerosi volumi, tra cui Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell'ordine economico statunitense (Mimesis, 2021), Ucraina. Il mondo al bivio (Arianna, 2022), Dottrina Monroe. L'egemonia statunitense sull'emisfero occidentale (Diarkos, 2022), Taiwan. L'isola nello scacchiere asiatico e mondiale (LAD, 2022), Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana (Diarkos, 2023), Scricchiolio. Le fragili fondamenta di Israele (Il Cerchio, 2025).

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