Il blocco russo ai porti ucraini

 

 

Dall’inizio di luglio le forze militari  russe hanno inasprito gli attacchi con missili e droni contro le infrastrutture dei porti ucraini su Dniepr e Mar Nero.

Mykolaiv, Odessa, Pivdennyi, Yuzhny e Chornomorsk sono stati devastati e non sarebbero più in grado di gestire operazioni di carico e scarico ma i russi hanno colpito anche diversi mercantili diretti ne porti ucraini che, secondo Mosca, avevano a bordo armi e munizioni destinate alle forze armate ucraine.

Il 31 luglio le forze russe hanno colpito tre imbarcazioni che trasportavano armi e attrezzature militari nella regione di Odessa, ha reso noto il Ministero della Difesa russo. “Il monitoraggio ha confermato la distruzione di tutti gli obiettivi”, hanno affermato i russi. Il 28 luglio la stessa fonte rivendicava di aver colpito una nave da appoggio nel porto ucraino di Mykolaiv e una portarinfuse nelle acque nord-occidentali del Mar Nero.

“Nel porto di Mykolaiv é stata colpita una nave da appoggio”, si legge nella nota. Il ministero ha aggiunto che nelle acque nord-occidentali del Mar Nero è stata colpita anche una portarinfuse che, secondo Mosca, trasportava un carico militare.

Il giorno prima era stata colpita nel porto di Yuzhny una nave cargo che trasportava materiale bellico e al largo altre due navi cargo che stavano “trasportando armi e equipaggiamento militare verso i porti di Odessa e Chornomorsk”.

Nel bollettino del 3 agosto, Mosca ha reso noto che “durante la notte, le forze armate della Federazione Russa hanno continuato a colpire le infrastrutture di trasporto ucraine utilizzate nell’interesse delle loro forze armate. A seguito degli attacchi dei droni, tre navi da carico che trasportavano rifornimenti militari sono state danneggiate nel Mar Nero, e una nave da carico che consegnava rifornimenti alle Forze Armate ucraine è stata danneggiata nel porto di Mykolaiv”.

Un ampio report di Agenzia Nova evidenziava il 31 luglio che non esiste un provvedimento formale con cui Kiev abbia chiuso i porti di Odessa, Chornomorsk e Pivdennyi, né una dichiarazione russa di blocco navale a porti del nemico.

Tuttavia le pesanti incursioni russe su navi e porti hanno determinato un blocco di fatto: gli attacchi contro le infrastrutture portuali e le navi mercantili hanno indotto gran parte degli armatori e degli assicuratori a sospendere temporaneamente le operazioni.

Il 22 luglio nessuna nave commerciale è entrata nei porti ucraini del Mar Nero e, il giorno successivo, il governo ha confermato che gli armatori avevano interrotto gli arrivi destinati al carico dei prodotti agricoli. Secondo fonti di mercato interpellate da Fastmarkets, già a metà luglio circa il 90 per cento degli armatori aveva rifiutato nuovi trasporti dall’Ucraina. La paralisi non deriva quindi dalla presenza permanente della flotta russa davanti ai porti, come avveniva nel 2022, ma dal rischio crescente che una nave venga colpita durante l’ingresso, il carico o l’uscita dalle acque ucraine.

Tra il 20 giugno e il 20 luglio, secondo i dati della procura regionale di Odessa, sono state attaccate 28 navi civili e sono morte 21 persone. Il mercantile Golden Leo, colpito il 19 luglio mentre trasportava mais, è successivamente affondato.

Mosca sostiene che le navi colpite trasportino materiale militare, elemento che non può essere verificato da fonti indipendenti mentre Kiev considera invece la campagna contro i porti un tentativo deliberato di interrompere il principale corridoio commerciale del Paese.

Le stime dell’agenzia TASS basate su dati forniti dal Ministero della Difesa, valutano il 1° agosto che le forze russe abbiano colpito oltre 80 navi mercantili nei porti ucraini e in mare aperto, impiegati nel trasporto di merci per l’esercito ucraino.

Tra queste, due navi da carico, un traghetto che trasportava materiale militare e una motovedetta, colpite da attacchi di gruppo nella notte del 12 luglio, secondo quanto riferito dal ministero. Lo stesso giorno, il ministero ha diffuso un filmato che mostrava droni Geran-4 Seeker distruggere un peschereccio convertito per il lancio di droni, una motovedetta, un traghetto e una nave da carico.

Secondo il ministero, le forze russe hanno colpito 24 navi mercantili utilizzate dall’esercito ucraino durante la settimana dall’11 al 17 luglio, tra cui 14 navi da carico e una petroliera.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha presieduto il 31 luglio una riunione dello Stavka, il comando supremo militare ucraino in cui uno dei temi all’ordine del giorno era la sicurezza delle infrastrutture strategiche e le minacce russe alle esportazioni agricole ucraine il cui blocco, sostiene Zelensky, potrebbe provocare una crisi alimentare nei paesi più poveri. In realtà, come negli anni scorsi, la gran parte del grano ucraino finisce sul mercato europeo.

Prima dell’escalation degli attacchi russi i tre porti della regione di Odessa movimentavano circa 6 milioni di tonnellate di cereali al mese. A metà luglio la capacità effettiva era già scesa a circa 4 milioni di tonnellate, con una perdita di un terzo.

Oltre il 90 per cento delle esportazioni ucraine di cereali e oli vegetali transita normalmente attraverso questi scali. Quattro dei 13 maggiori terminal cerealicoli avevano sospeso gli acquisti, mentre il numero di vagoni carichi di cereali diretti verso i porti era diminuito dell’11 per cento nella settimana tra il 2 e l’8 luglio e le esportazioni ferroviarie collegate agli scali erano calate del 17 per cento.

La capacità mensile di accumulo nei porti di acque profonde si sarebbe ridotta di circa 2,5 milioni di tonnellate. I danni non sono soltanto potenziali. Kernel, il principale esportatore cerealicolo ucraino, ha sospeso le attività del proprio terminal di Chornomorsk dopo che gli attacchi hanno danneggiato silos, serbatoi, apparecchiature per la movimentazione e collegamenti elettrici.

Agenzia Nova spiega che circa 45 mila tonnellate di grano e 9 mila tonnellate di olio di girasole sono state bloccate, disperse o deteriorate. Le imprese che avevano acquistato prodotti con consegna al porto hanno sospeso nuovi contratti, mentre gli esportatori hanno avvertito i clienti europei che le spedizioni già concordate avrebbero subito ritardi.

La crisi arriva inoltre nel momento più delicato del calendario agricolo. In questo periodo, infatti, in Ucraina è in corso la raccolta di grano, orzo e colza, mentre quella del mais e del girasole inizierà in autunno.

Nel primo semestre dell’anno corrente le esportazioni agroalimentari ucraine valevano circa 11 miliardi di euro e rappresentavano quasi il 60 per cento delle esportazioni complessive. Nel 2025 il trasporto marittimo aveva movimentato più dell’85 per cento delle esportazioni alimentari in volume e il 95 per cento di quelle cerealicole.

Un’interruzione prolungata ridurrebbe quindi l’afflusso di valuta estera proprio mentre la bilancia commerciale è già fortemente negativa: tra gennaio e giugno, infatti, le esportazioni di merci sono state pari a circa 18,54 miliardi di euro, contro importazioni per 43,31 miliardi, con un disavanzo di circa 24,78 miliardi.

Il secondo comparto direttamente esposto è quello minerario e metallurgico. La riapertura del corridoio del Mar Nero aveva consentito alle imprese ucraine di tornare a spedire minerale di ferro, pellet, ghisa e prodotti siderurgici verso mercati lontani, soprattutto in Asia. Nel 2025 l’ucraina aveva esportato in Cina più di 16 milioni di tonnellate di minerale di ferro, per un valore vicino a 879 milioni di euro.

Trasportare carichi così pesanti attraverso la ferrovia verso la Polonia, la Germania o i porti baltici è tecnicamente possibile soltanto in quantità limitate e a costi spesso incompatibili con i margini delle aziende. Ferrexpo, società svizzera di commercio e estrazione di materie prime, ha comunicato che una nave carica di 55 mila tonnellate di pellet di alta qualità è stata colpita nelle acque ucraine.

Il gruppo disponeva complessivamente di circa 189 mila tonnellate di prodotto destinate alla spedizione, comprese circa 90 mila tonnellate accumulate nei depositi. I costi di produzione e consegna di queste scorte ammontavano a circa 17,6 milioni di euro. La società non prevede di poter caricare altre navi nel prossimo futuro, dopo che gli armatori hanno cancellato le prenotazioni, e ha avvertito che le difficoltà logistiche avranno un impatto rilevante sulla liquidità disponibile.

Il complesso minerario Pivdennyi, situato a Kryvyi Rih, ha compiuto un passo ulteriore, avviando una sospensione parziale dell’estrazione e una riduzione temporanea delle attività.

Nei porti e nei depositi dell’azienda si erano accumulate diverse partite di minerale sufficienti a riempire più navi. Non potendo spedire nè continuare indefinitamente ad accumulare il prodotto, l’impresa è stata costretta a rallentare la produzione. Questo passaggio mostra come il blocco logistico si trasferisca rapidamente dalle banchine alle miniere e agli impianti: prima si riempiono i magazzini, poi si riducono i turni, infine vengono fermate le linee produttive.

Le stime delle perdite variano notevolmente a seconda di quanto proseguirà o meno questa fase di stallo del traffico marittimo. Una sospensione di poche settimane permetterebbe di recuperare parte dei volumi nei mesi successivi. Secondo valutazioni raccolte da GMK Center, società di  consulenza ucraina, uno scenario relativamente contenuto potrebbe costare all’economia di Kiev circa 439 milioni di euro al mese, pari allo 0,3 per cento del Pil.

Se il blocco si prolungasse e la capacità alternativa risultasse insufficiente, le perdite potrebbero salire tra 879 milioni e 1,32 miliardi di euro mensili, avvicinandosi all’1 per cento del Pil ogni mese.2222222222222222

Le rotte alternative possono attenuare, ma non compensare, la perdita dei porti sul Mar Nero. Gli scali danubiani di Izmail e Reni raggiunsero nel 2023 un picco vicino a 3 milioni di tonnellate al mese, trasferendo gran parte del carico su chiatte dirette nel porto rumeno di Costanza.

Nel 2025, tuttavia, i porti del Mar Nero avevano movimentato 73,3 milioni di tonnellate di merci, contro appena 8,9 milioni degli scali sul Danubio. A rendere più difficile un nuovo aumento dei traffici è il livello eccezionalmente basso del fiume, che ha ridotto fino al 60 per cento la capacità di carico delle chiatte.

Anche l’alternativa ferroviaria presenta limiti strutturali – sottolinea l’analisi di Agenza Nova – poiché lo scartamento ucraino è diverso da quello utilizzato nella maggior parte dell’Unione europea e richiede il trasbordo dei carichi o il cambio dei carrelli.

Il prolungamento della linea europea a scartamento standard da Mostyska verso Leopoli non dovrebbe essere completato prima del 2027. L’invio delle merci verso Costanza, Danzica, Klaipeda – scali situati rispettivamente in Romania, Polonia e Lituania – o i porti tedeschi comporta inoltre distanze maggiori e costi che penalizzano soprattutto prodotti a basso valore unitario, come grano e minerale di ferro. Un blocco prolungato avrebbe infine conseguenze più profonde della semplice perdita di alcune spedizioni.

Sul piano politico, il ritorno massiccio dei flussi di cereali verso i confini occidentali rischia di riaprire le tensioni con Polonia, Ungheria, Slovacchia, Romania e Bulgaria sulle importazioni agricole ucraine. Nel 2022 e nel 2023 l’afflusso di cereali nei Paesi confinanti aveva già provocato proteste con blocchi ai confini terrestri, restrizioni nazionali e complessi negoziati con Bruxelles.

L’ucraina rappresenta normalmente circa il 6 per cento delle esportazioni mondiali di grano e l’11 per cento di quelle di mais. L’escalation nel Mar Nero ha contribuito a spingere i prezzi del grano sui livelli più elevati degli ultimi anni, sebbene le ampie disponibilità globali abbiano successivamente moderato i rialzi.

Sul piano militare l’offensiva russa che in poche settimane ha messo KO i porti ucraini minacciando la già fragile economa di Kiev dimostra che i russi hanno la piena capacità di imporsi nel Mar Nero e di inibire al nemico l’impiego delle sue infrastrutture.

Dovremmo chiederci perché non l’abbiano fatto prima, a conferma che a Mosca devono aver deciso di rompere ogni indugio e colpire in modo più determinato le retrovie ucraine dopo che è emersa chiaramente l’assenza di disponibilità da parte di Kiev e dei suoi alleati europei di avviare negoziati che riconoscano gli interessi e le conquiste territoriali russe nell’ambito di un accordo di pace.

Anche le più recenti dichiarazioni di Vladimir Putin sembrano indicare che i russi combatteranno con modalità più aggressive attaccando obiettivi strategici ed economici coordinati: non più solo rappresaglie per gli attacchi in profondità de droni ucraini o azioni dimostrative ma la sistematica demolizione delle risorse economiche, militari e infrastrutturali di Kiev.

Se questa tendenza dovesse confermarsi l’escalation degli attacchi alle retrovie ucraine potrebbe prendere di mira anche i numerosi ponti stradali e ferroviari sul Dnepr che permettono a Kiev di sostenere sul piano logistico l’esercito in tutte le regioni a est del fiume.

Foto: Governo Ucraino, TASS e Ministero Difesa russo

 

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