Russia e Cina hanno fornito supporto agli attacchi iraniani contro le basi statunitensi?

Neli ultimi giorni, le forze armate iraniane hanno colpito con missili e droni diverse installazioni militari statunitensi in Arabia Saudita, Bahrein, Giordania e Kuwait. Nell’attacco sferrato il 17 luglio, un missile balistico ha violato le difese aeree imperniate sui sistemi Patriot e Thaad che proteggevano la base di Muwaffaq Salti, in Giordania, e raggiunto i complessi abitativi prefabbricati, eliminando tre soldati statunitensi.
Segno dell’integrità delle capacità offensive dell’Iran, documentate dal «New York Times» all’interno di un’approfondita analisi di decine di immagini satellitari, filmati e fotografie a bassa risoluzione della Nasa e dell’Agenzia Spaziale Europea che immortalano ben nove siti militari statunitensi colpiti dai recenti attacchi iraniani.
Allo stesso tempo, l’intensità della distruzione seminata nella regione dai missili e droni iraniani evidenzia l’inadeguatezza delle difese aeree statunitensi.

L’Iran, di contro, si è rivelato perfettamente in grado sia di tenere al sicuro gran parte dei propri arsenali, sia di ricostruire le infrastrutture militari danneggiate e/o distrutte dai raid israelo-statunitensi. Un’inchiesta realizzata dal «Wall Street Journal» sulla base delle risultanze emerse dall’esame di decine di immagini satellitari statunitensi attesta il ritmo estremamente sostenuto che scandisce il processo di ricondizionamento del dispositivo bellico iraniano.
Al punto da indurre ufficiali di alto livello dell’Israeli Defense Force a bollare come sostanzialmente inefficace la campagna di bombardamenti scatenata il 28 febbraio.
L’inquietudine della compagine israelo-statunitense è andata approfondendosi di fronte alla precisione e alla sofisticazione che hanno caratterizzato gli attacchi con missili e droni sferrati simultaneamente dall’Iran contro due strutture della Cia, di cui una collocata all’interno dell’ambasciata statunitense a Riyadh e l’altra nell’Iraq orientale.

La stazione dell’intelligence in Arabia Saudita, in particolare, è stata bersagliata da un drone che ha ricavato una breccia nella sezione più vulnerabile della struttura diplomatica per un secondo drone, infilatosi nella fessura per colpire chirurgicamente l’obiettivo.
Gli specialisti del settore hanno qualificato l’episodio come una delle violazioni dei protocolli di sicurezza più gravi mai subite dagli Stati Uniti nel corso degli ultimi decenni, attestante una padronanza iraniana in materia di intelligence talmente elevata da risultare “sospetta”.
Longa manus russa e cinese dietro gli attacchi iraniani?
Valutazioni formulate da esperti statunitensi trapelate alla stampa convergono nell’ipotizzare una possibile, o addirittura probabile, collaborazione attiva di Russia e/o Cina agli attacchi dell’Iran, che si reputa sprovvisto delle risorse e delle competenze in materia di intelligence e targeting necessarie a portare a compimento con successo attacchi tanto sofisticati.
La Russia è la principale indiziata, anzitutto perché da almeno quattro anni e mezzo subisce iniziative militari ucraine basate sui dati sensibili trasmessi sistematicamente a Kiev dai Paesi membri della Nato. Al movente politico (rivalsa) e strategico (ridimensionare la presenza militare degli Stati Uniti in Eurasia), Mosca combina la disponibilità di mezzi e capacità operative.
A partire dal sistema di navigazione anti-jamming Kometa-M, una tecnologia che porrebbe i droni iraniani Shahed nelle condizioni di resistere alle interferenze elettroniche e di mantenere la rotta anche in presenza di significative attività di disturbo nemiche, aumentandone considerevolmente la letalità. L’Iran ha anche iniziato ad avvalersi delle tattiche militari sviluppate dalle forze armate russe in Ucraina, tra cui quella consistente nell’impiego di piccoli sciami di droni in funzione di disorientamento e saturazione delle difese aeree dell’avversario, prima di bersagliarlo con ondate di missili balistici.

Il ruolo della Cina appare più defilato, ma non meno rilevante. Pechino, che ricorre alle importazioni di petrolio del Golfo Persico per coprire parte del proprio fabbisogno energetico, intrattiene relazioni altamente collaborative con Teheran che potrebbero risultare funzionali sia ad allentare la presa statunitense sull’Asia occidentale, sia a diffondere le proprie tecnologie.
Il primo, significativo innalzamento delle capacità iraniane in materia di puntamento si è fondato sulle immagini fornite dai satelliti commerciali cinesi. Lo rivela il «Financial Times» sulla base di documentazione di origine iraniana, da cui si evince che il satellite Tee-01B, fabbricato e messo in orbita dalla società cinese Earth Eye, sarebbe stato acquisito dall’Iran verso la fine del 2024 ai sensi di un contratto che garantiva per di più alle Guardie Rivoluzionarie accessi alle stazioni gestite da Emposat, un fornitore di servizi satellitari con sede a Pechino.
Secondo la ricostruzione formulata dal quotidiano finanziario britannico, Teheran si sarebbe servita di Tee-01B per ricavare dati fondamentali circa il posizionamento degli obiettivi statunitensi puntualmente presi di mira con missili e droni, tra cui la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, la base aerea Muwaffaq Salti in Giordania, l’aeroporto di Erbil nel Kurdistan iracheno e siti militari adiacenti alla base navale della V Flotta statunitense di stanza a Manama, in Bahrein.
A maggio, l’amministrazione Trump ha imposto sanzioni a tre società cinesi accusate di aver fornito immagini satellitari all’Iran. Tra cui Mizar Vision, accusata di aver rivelato la posizione precisa occupata da cacciabombardieri e sistemi di difesa aerea nelle basi in Arabia Saudita, Bahrein e Giordania.

Il programma missilistico iraniano, per di più, risulta strettamente dipendente dalle catene di approvvigionamento cinesi, che garantiscono la fornitura di componenti elettroniche ed anche di perclorato di ammonio, un elemento chiave del propellente solido per i missili. Stesso discorso vale per i sistemi di navigazione della Repubblica Islamica, che fanno largo affidamento sulla rete satellitare cinese BeiDou e sulla russa Glonass.
Il supporto di Mosca e Pechino è con ogni probabilità risultato decisivo anche durante i disordini di piazza verificatisi nelle settimane a cavallo tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, quando le autorità iraniane riuscirono a compromettere la copertura di rete garantita da Starlink sulle zone di Teheran maggiormente interessate dalle sommosse.
Il segretario alla Guerra Hegseth (nella foto sopra con l Presidente Donald Trump) ha dichiarato al Congresso che Cina e Russia starebbero ancora oggi fornendo assistenza «a diversi livelli» all’Iran. Il presidente Trump lo ha tuttavia contraddetto, affermando che i suoi omologhi Xi e Putin gli avevano personalmente assicurato il contrario.
La portata della sfida iraniana
Sta di fatto che quella posta dall’Iran, che minaccia di rispondere colpo su colpo agli attacchi statunitensi rivalendosi su infrastrutture di stoccaggio dell’energia, raffinerie, impianti di desalinizzazione, ecc., viene a configurarsi come una sfida estremamente insidiosa per gli Stati Uniti, specialmente in una congiuntura come quella attuale resa particolarmente problematica dalla penuria di intercettori – dotati peraltro di efficacia decrescente – disponibili negli arsenali del Pentagono.

Lo ha sottolineato Andreas Krieg, professore associato presso la Scuola di Studi sulla Sicurezza presso il King’s College di Londra, secondo cui la combinazione di intelligence, navigazione Gps, manovrabilità e pianificazione coordinata degli attacchi iraniani ha portato a «una vera e propria trasformazione», frutto di tre anni di sviluppo del programma missilistico balistico che, stando alle stime dell’intelligence statunitense, è a tutt’oggi intatto per il 70% circa a dispetto delle precedenti valutazioni di senso contrario esternate da Washington.
Foto: Forze Armate Iraniane, US Department of War, Tasnim e FARS
Giacomo GabelliniVedi tutti gli articoli
Analista economico e geopolitico, saggista, gestore del canale YouTube "Il Contesto | Analisi economica a geopolitica" e dell'omonimo sito web. Ha all'attivo numerose collaborazioni con testate sia italiane che straniere, tra cui le riviste "La Fionda" e "Krisis" e il quotidiano cinese "Global Times". È autore di numerosi volumi, tra cui Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell'ordine economico statunitense (Mimesis, 2021), Ucraina. Il mondo al bivio (Arianna, 2022), Dottrina Monroe. L'egemonia statunitense sull'emisfero occidentale (Diarkos, 2022), Taiwan. L'isola nello scacchiere asiatico e mondiale (LAD, 2022), Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana (Diarkos, 2023), Scricchiolio. Le fragili fondamenta di Israele (Il Cerchio, 2025).








