Dall’Abbazia di Montecassino al Castello di Beaufort: i siti cultural nei conflitti contemporanei

I recenti e reiterati bombardamenti che hanno colpito il Castello di Beaufort (Qala’at al-Shaqif) nel sud del Libano offrono un’immagine quanto mai nitida di una costante che attraversa la storia dei conflitti.
Questa imponente fortezza, edificata dai Crociati (1139 d.C.) e rimodellata dagli Ayyubidi (1190-1240 d.C.), continua ad essere trascinata al centro delle operazioni militari non solo per la straordinaria importanza del suo impianto storico e per la sua intrinseca natura topografica, arroccata su uno sperone roccioso a picco sulla valle del fiume Litani che domina un’intera direttrice strategica, ma per una lunga sequenza di militarizzazioni operata da diversi attori bellici.

Usato prima dall’OLP negli anni ’70 come roccaforte d’artiglieria, poi convertito dalle forze israeliane (IDF) in un avamposto fortificato durante i 18 anni di occupazione del Sud del Libano, il sito è stato infine riutilizzato da Hezbollah come postazione d’osservazione, zona di lancio missilistica e strongpoint d’accesso a una vasta rete di tunnel e bunker sotterranei.
È la dimostrazione palese di come, nei contesti di guerra ad alta intensità o asimmetrici, l’uso militare del terreno e la militarizzazione dei monumenti continuino inesorabilmente ed in maniera ricorrente a prevalere sulle esigenze della tutela monumentale. La Protezione dei Beni Culturali (Cultural Property Protection – CPP) si spoglia così di ogni residua patina puramente teorica o accademica per rivelarsi una materia squisitamente operativa, destinata a integrarsi a pieno titolo nei meccanismi di pianificazione, comando e controllo delle forze armate. Di fronte a un panorama geopolitico in cui la distruzione dei beni culturali viene spesso ridotta ad ineluttabile contabilità del danno o, al contrario, cinicamente utilizzata come strumento ideologico, si rende necessaria un’analisi che sappia coniugare la sensibilità storico-archeologica con il rigore dell’analisi militare.
La metodologia qui presentata si propone di superare la semplice cronaca delle devastazioni belliche per offrire una griglia interpretativa sistematica e replicabile, capace di scomporre ogni singolo evento lesivo attraverso tre parametri analitici fondamentali.
Il primo parametro riguarda la valutazione dell’importanza culturale e ideologica del bene, misurando la carica simbolica, identitaria o religiosa attribuita al monumento da una delle parti in causa o riconosciuta a livello globale.
Il secondo parametro è riferito alla posizione topografica del sito in quanto Key Point tattico-operativo, identificando se e in che misura la posizione fisica del monumento (un’altura dominante, un nodo logistico o una struttura d’osservazione) influenzi direttamente le scelte dei comandanti sul terreno.

Il terzo e ultimo parametro considera la tipologia e le cause della distruzione (o salvaguardia), distinguendo e isolando le diverse cause generatrici del danno: dalla necessità militare imperativa al fallimento dell’intelligence, dal danno collaterale dovuto a missili deviati o intercettati, fino ai bombardamenti strategici, alla militarizzazione impropria dei siti culturali (spesso utilizzati dal contendente più debole come “scudi monumentali”) e alle decisioni consapevoli del risparmio del sito culturale dalla distruzione.
Mettendo a sistema questi tre parametri, oltre e a partire dal già menzionato Castello di Beaufort, vengono esaminati una serie di casi di studio tratti sia dai teatri di crisi contemporanei (dall’Ucraina alla Siria, fino all’Iraq), sia dalla Seconda Guerra Mondiale. L’obiettivo finale è dimostrare come l’integrazione di specialisti CPP nella catena di comando rappresenti una risorsa decisiva per prevenire la perdita di beni insostituibili, dimostrando al contempo che colpire o utilizzare tali siti non garantisce mai vantaggi strategici o tattici duraturi.
Il Castello di Beaufort: tra utilità tattica e Diritto Internazionale Umanitario
Il caso del Castello di Beaufort rappresenta una dinamica esemplare sotto il profilo del Diritto Internazionale Umanitario (DIU). Oltre all’elevato valore storico-architettonico (Parametro I) e alla sua posizione su un rilievo dominante (Parametro II), la struttura è stata storicamente impiegata da Hezbollah non soltanto come base di lancio per missili diretti verso l’Alta Galilea e il nord di Israele, ma come un vero e proprio strongpoint difensivo. Al di sotto e attorno al castello si sviluppa infatti un’articolata ramificazione di tunnel e gallerie sotterranee, adibite a posto comando, deposito d’armi e nascondiglio logistico. Più di un semplice caposaldo, il complesso è stato trasformato in un perno tattico volto a frenare la manovra terrestre israeliana.

Ai sensi del Diritto Internazionale (Convenzione dell’Aia del 1954 e Secondo Protocollo del 1999), la militarizzazione diretta di un bene culturale e la presenza di infrastrutture belliche sottostanti ne fanno decadere lo status di protezione speciale. Tale impiego trasforma l’edificio in un obiettivo militare legittimo (Parametro III), giustificando l’attacco sotto il principio della necessità militare. Ciononostante, sul piano cognitivo e del soft power, la distruzione o il danneggiamento del castello genera un inevitabile contraccolpo reputazionale per l’aggressore, dimostrando la complessità di tali contesti.
Il Conflitto Russo-Ucraino: tra identità condivisa e rilevanza del terreno
Il caso della Cattedrale della Trasfigurazione di Odessa (danneggiata nel luglio 2023) evidenzia un elevatissimo valore ideologico e religioso (Parametro I) riconosciuto sia dalla comunità locale che da quella internazionale.

Sotto il profilo tattico (Parametro II), la struttura nel centro storico cittadino non rivestiva alcun ruolo di Key Point operativo. La sua parziale distruzione si colloca nei danni collaterali causati da attacchi con armi ad alta precisione diretti contro infrastrutture portuali ed energetiche adiacenti (Parametro III), dove l’intercettazione della difesa aerea o l’errore di guida provocano la caduta di ordigni o detriti sul tessuto storico.
Diversa è la dinamica del Monastero della SS. Dormizione di Sviatohirsk Lavra (Donetsk). Situato su ripide colline calcaree che dominano il fiume Siverskyi Donets, il complesso unisce un primario valore storico-religioso (Parametro I) a una posizione geografica strategica (Parametro II) per il controllo dei punti di attraversamento del fiume.
Durante i duri combattimenti del 2022, la collocazione del sito lungo l’asse dell’avanzata lo ha trasformato in una linea di contatto, portando a gravi danni causati da tiri d’artiglieria (Parametro III).
Le operazioni turche nel nord della Siria: il caso di ‘Ain Dara
Un esempio calzante della mancata integrazione della tutela culturale nelle pianificazioni aeree riguarda le operazioni dell’esercito turco nel nord della Siria. Nel gennaio 2018, durante l’Operazione “Ramo d’Olivo” nella regione di Afrin, i caccia turchi hanno colpito direttamente il Tempio Siro-Ittita di ‘Ain Dara, risalente al X-VIII secolo a.C. Il sito, celebre per le sue imponenti sculture di leoni e sfingi in basalto, possedeva un valore storico e monumentale inestimabile (Parametro I). Tuttavia, il rilievo archeologico non presentava alcuna rilevanza tattica né risultava militarizzato dalle forze curdo-siriane (Yekîneyên Parastina Gel, YPG e Yekîneyên Parastina Jin, YPJ) presenti nell’area (Parametro II = nullo). L’attacco aereo, che ha distrutto oltre il 60% della struttura (Parametro III), evidenzia le gravi conseguenze dell’assenza o dell’inefficacia di procedure di No-Strike List durante attacchi aerei ad alta intensità.
Il Minareto di Samarra: la trappola della militarizzazione
L’episodio del minareto a spirale di Al-Malwiya a Samarra (Iraq, 2005) rimane uno dei casi scuola di violazione della tutela. Caratterizzato da un valore universale UNESCO (Parametro I), il minareto svetta per 52 metri sulla pianura, offrendo un campo visivo eccezionale (Parametro II). L’insediamento di una postazione d’osservazione al suo apice da parte delle forze americane ne ha determinato la militarizzazione, facendone decadere la protezione legale ai sensi della Convenzione dell’Aia e provocando il successivo attacco di risposta degli insorti (Parametro III).
Le lezioni della Seconda Guerra Mondiale: Montecassino e le città d’arte italiane
Il caso del bombardamento aereo dell’Abbazia di Montecassino (1944) e dei bombardamenti sulle maggiori città d’arte italiane (in particolare nel 1943) illustrano come le dinamiche belliche e le scelte di targeting possano devastare beni dal valore inestimabile. Montecassino, dotata di una rilevanza storico-religiosa inestimabile per la cultura internazionale (Parametro I), sorgeva in una posizione topografica dalla rilevanza tattica elevatissima (Parametro II), poiché la sua altura dominava la linea Gustav e l’accesso alla Via Casilina.
La causa della sua distruzione va ricercata in un grave errore di intelligence (Parametro III): gli Alti Comandi alleati scambiarono la sola rilevanza topografica del sito per una sua reale ed effettiva occupazione militare, decidendo il bombardamento anche in base al sospetto infondato che i tedeschi fossero all’interno dell’edificio.
L’errore fu duplice e con esito tattico controproducente: non solo la Wehrmacht non aveva ancora militarizzato il monastero, ma la sua totale distruzione generò un’imponente quantità di macerie che i difensori tedeschi occuparono subito dopo, ottenendo posizioni difensive ancora più coperte, resistenti e vantaggiose che penalizzarono fortemente l’avanzata alleata.

Al contrario, nei casi delle città d’arte italiane (come Milano con il Teatro alla Scala o Napoli con la Basilica di Santa Chiara), i beni storici colpiti, pur non rivestendo alcun ruolo di Key Point tattico nei centri urbani (Parametro II), possedevano un altissimo valore per la comunità nazionale e per il patrimonio culturale globale (Parametro I). In questo secondo scenario, le devastazioni derivarono da un’altra tipologia di danno (Parametro III): l’area bombing strategico, una strategia di attacco a tappeto volta a fiaccare non solo il morale della popolazione e la sua capacità produttiva, ma anche la sua stessa identità culturale.
Quadro Sintetico dei Casi di Studio


La risposta operativa: il ruolo del Cultural Property Protection (CPP) Officer
La frequenza di queste dinamiche conferma la necessità di integrare la figura dello specialista in Cultural Property Protection (CPP) direttamente nei comandi operativi e nella catena di pianificazione degli attacchi (Targeting Cycle). Il contributo pratico di questo ufficiale/consulente si articola in tre azioni chiave:
- Mappatura e No-Strike Lists (NSL): Creazione di database georeferenziati dei beni culturali da inserire nei sistemi d’artiglieria e d’aviazione per evitarne il targeting diretto o collaterale.
- Consulenza sulle Regole d’Ingaggio (ROE): Assistenza al comandante per impedire che le proprie forze occupino monumenti o posizioni storiche (evitando casi come Samarra) e garantendo il rispetto della Convenzione dell’Aia del 1954.
- Valutazione e Messa in Sicurezza (Battle Damage Assessment & Stabilization): Intervento immediato nella fase post-combattimento (Battle Damage Assessment) per isolare i complessi danneggiati, prevenire il saccheggio e avviare il consolidamento di emergenza.
Conclusioni: L’Effetto Boomerang e il Filo Conduttore dei Casi di Studio
L’analisi condotta sui tre parametri conduce a una riflessione finale dal forte valore strategico: la distruzione o l’asservimento del patrimonio culturale.
L’analisi comparata dei casi di studio rivela un chiaro filo conduttore: colpire o militarizzare beni e siti culturali non è quasi mai un evento privo di conseguenze per chi lo determina, ma si trasforma in un pesante “effetto boomerang” che non garantisce mai un vantaggio tattico duraturo, ma si traduce sistematicamente in un grave svantaggio nella dimensione cognitiva e del soft power.
- Sul piano tattico-operativo, la Storia dimostra che la distruzione di strutture complesse o l’occupazione di siti monumentali ad alta quota (da Montecassino a Beaufort) raramente neutralizza in modo definitivo l’avversario. Al contrario, la trasformazione dei monumenti in macerie o la presenza di reti sotterranee genera posizioni difensive ideali, ostacoli alla mobilità dei mezzi blindati e contesti di combattimento ravvicinato che penalizzano l’attaccante. Anche quando l’uso di un sito risponde a criteri di legittimità secondo il DIU (come nel caso di Beaufort, dove la presenza di tunnel e depositi lo converte in obiettivo militare), il guadagno sul terreno rimane marginale rispetto al costo complessivo dell’operazione.
- Sul piano politico e della comunicazione strategica, nello scenario iper-connesso contemporaneo, la distruzione di beni culturali ad alto valore simbolico ed identitario colpisce al cuore il soft power dell’aggressore. L’impatto visivo ed emotivo di un bene culturale danneggiato fornisce all’avversario una potente leva di mobilitazione e condanna internazionale, delegittimando l’azione militare e rinsaldando la resistenza della popolazione civile.
- Nelle prospettive di stabilizzazione e post-conflict, la distruzione dei simboli identitari scava solchi generazionali difficilmente colmabili, complicando i processi di riconciliazione e pace duratura.
Integrare le competenze CPP nelle dottrine tattico-operative non è dunque una semplice concessione formale alle norme internazionali, ma un preciso calcolo di efficienza militare e responsabilità strategica: prevenire il danno ai beni culturali significa evitare che un’azione tattica contingente si trasformi in una sconfitta strategica e reputazionale permanente.
Foto: Museo di Monte Cassino e Wikipedia
Elena LeoniVedi tutti gli articoli
Archeologa, Capitano della Riserva Selezionata dell'Esercito Italiano e Cultural Property Protection (CPP) Subject Matter Expert. Dal 1998 ha partecipato a spedizioni archeologiche tra Medio Oriente e Asia Centrale come specialista in telerilevamento e GIS (Sistemi Informativi Geografici), per progetti UE e UNESCO. Dal 2016 ha ricoperto ruoli di Cultural Advisor e CPP Focal Point all'interno di esercitazioni interforze e multinazionali della NATO e collabora come esperta con ItaliensPR.
