La strana alleanza tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita
Articolo pubblicato l’8 agosto sul profilo Linkedin dell’autore
Il 7 agosto 2026 Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno sottoscritto la “Convenzione della Mecca per la Difesa Comune”. Il principio centrale dell’accordo è semplice e, proprio per questo, rilevante: un attacco armato contro uno dei tre Stati sarà considerato un attacco contro tutti. Il richiamo alla logica dell’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza del Nord Atlantico è immediato.
Ma definire la nuova intesa una sorta di “NATO islamica”, come già qualcuno ha iniziato a fare, rischia di essere più suggestivo che utile.
Non è stato reso noto il testo. Non sappiamo ancora quale sarà la sua effettiva architettura operativa. Non sappiamo quale grado raggiungeranno la pianificazione comune, i meccanismi di consultazione, l’integrazione dei comandi e l’interoperabilità militare.
E, soprattutto, non è necessario che la Convenzione diventi una seconda NATO perché produca conseguenze strategicamente rilevanti. Anzi, le ha già prodotte in senso potenziale. Ok, questo è un ossimoro e allora scriviamo che ha già modificato il quadro delle possibilità strategiche. Perché qui si ragiona per traiettorie e la plausibilità dei loro esiti. Iniziamo ad osservare ciò che già sappiamo.
Tre Paesi, tre aree strategiche
La prima peculiarità dell’alleanza è geografica. Turchia, Arabia Saudita e Pakistan non costituiscono un sistema territoriale continuo, non confinano l’una con l’altra. Appartengono a tre aree strategiche differenti e ciascuno dei tre Paesi porta con sé interessi, vulnerabilità e antagonismi propri. Ed è anche questa dote di frizioni che ognuna porta con sè a rendere strana questa alleanza: non vi è un “cattivo” in comune (potrebbe esserci, ma ancora non nominiamolo). In comune però hanno che ognuna ha delle situazioni latenti, spesso dormienti ma virulente alla loro minima attivazione.
La Turchia è contemporaneamente potenza mediterranea, mediorientale e caucasica. Da un lato, la sua ambizione mediterranea e la sua proiezione nel Levante incontrano anche l’influenza iraniana, di cui Hezbollah costituisce da decenni una delle principali articolazioni, quale protesi iraniana che vede il Libano in continuità con una storica aspirazione persiana alla proiezione verso il Mediterraneo, oggi reinterpretata dall’Iran in chiave strategica regionale. Dall’altro, la sua relazione con la Grecia continua ad essere caratterizzata da questioni irrisolte nell’Egeo e nonostante entrambi i Paesi appartengano alla NATO gli attriti non sono mai stati sopiti dall’una e dall’altra parte.

Anzi, proprio la comune appartenenza all’Alleanza Atlantica è stata finora “l’ammortizzatore ultimo” che ha impedito alle due Nazioni di sfogare le proprie tensioni. Questo è un fatto: tensioni mantenute a bassissima intensità e composte in ambito NATO. Ciò significa che la NATO ha la funzione di un farmaco anti ipertensivo: finchè lo si assume abbassa una pressione che, di suo, rimane alta. Non elimina la patologia, ma ne contiene gli effetti.
L’Arabia Saudita appartiene al sistema strategico del Golfo e la sua sicurezza rimane inevitabilmente condizionata dal rapporto con gli Stati Uniti, di cui è uno dei maggiori clienti nel settore armamenti, e dal rapporto con l’Iran, per il rispettivo ruolo di riferimento delle due principali realtà del mondo islamico: Arabia, Sunnismo e Iran, Sciismo. Peraltro, l’Arabia se ha l’Iran a nord-est, ha un altro Iran a sud-ovest: gli Houthi, che non sono mai stati un confinante facile.
Il Pakistan vive invece dentro un sistema strategico dominato dalla storica contrapposizione con l’India, entrambi detentori dell’arma atomica, e dalle relazioni progressivamente intensificate con la Cina, che ne impiega gli attriti con l’India per tentare di bilanciare il controllo indiano sulle isole Andamane e Nicobare. Quello che rende l’India una spina nel fianco strategica per la Cina, visto che questo arcipelago indiano si trova proprio all’imboccatura del cruciale Stretto di Malacca nel quale transitano importanti quote dei suoi approvvigionamenti energetici e commerciali. L’arcipelago indiano permette a Nuova Delhi di monitorare e potenzialmente bloccare questa rotta.
La Convenzione della Mecca collega quindi tre aree geopolitiche che sino ad oggi hanno mantenuto dinamiche di sicurezza largamente autonome poiché predisposte per affrontare peculiari situazioni assolutamente non accomunabili finora. Ma l’interconnessione economica comporta anche delle nuove interconnessioni strategiche. È qui che diventa necessaria la “vista integrata”: difesa, economia, relazioni internazionali e vulnerabilità non possono essere osservate separatamente quando gli effetti prodotti in un dominio modificano le condizioni degli altri. Ed è questa caratteristica a rendere la Convenzione della Mecca oggetto di analisi.
Anche perché, oltre agli aspetti di difesa e di economia, arriviamo qui a definire il “cattivo” in comune: ci riferiamo alla frattura secolare sunnita-sciita che può diventare una matrice di convergenza per tre Stati che hanno antagonismi differenti. Da un lato, abbiamo Turchia e Arabia Saudita, a larga maggioranza sunnita, e il Pakistan, anch’esso a maggioranza sunnita. Dall’altro, abbiamo l’Iran e attori regionali sciiti quali Houthi ed Hezbollah.
Sommando il fatto che un’alleanza di difesa collettiva mette in comune non solo le capacità militari dei propri membri, ma anche le loro rispettive relazioni esterne (di certo non facili) con il fatto che questa Convenzione sia intitolata a “la Mecca”, avremo un esito che non predispone alla serenità. La crisi di uno può diventare la crisi degli altri. La discontinuità geografica della nuova alleanza finisce così per trasformarsi in una possibile continuità strategica: Mediterraneo orientale, Golfo e Asia meridionale vengono collegati attraverso un unico principio di solidarietà militare. Per scopi non solo militari.
Il fattore religioso
Approfondiamo la questione fideistica che sarebbe sbagliato amplificare, ma che non può essere ignorata. Turchia, Arabia Saudita e Pakistan sono tre grandi Paesi a maggioranza sunnita e il testo dell’accordo richiama i vincoli di fratellanza e solidarietà islamica. Questo non significa che la Convenzione debba essere interpretata come un’alleanza confessionale. Gli interessi nazionali rimangono prevalenti e, nel recente passato, Ankara e Riad hanno avuto divergenze anche profonde su diversi dossier regionali. Tuttavia, in determinate condizioni, la dimensione religiosa da collante solidaristico potrebbe diventare un moltiplicatore politico.

È sufficiente pensare a una nuova grave crisi tra Arabia Saudita e Iran. La competizione tra Riad e Teheran non è certamente riducibile alla contrapposizione tra sunniti e sciiti: riguarda potenza, sicurezza, influenza regionale, energia, equilibri del Golfo e controllo delle rispettive aree d’influenza. Ma la componente confessionale esiste e, soprattutto in presenza di un’escalation, potrebbe amplificare una contrapposizione già geo-politicamente strutturata. La pericolosità di avere in comune una fede divisa sta già solo nell’evocare il ricordo delle “guerre di religione”.
La Convenzione della Mecca inserisce adesso in questa equazione la Turchia e il Pakistan. Ed è qui che la questione comincia a superare i confini della nuova alleanza. La Turchia appartiene già a un’altra alleanza: è membro della NATO dal 1952. Non si tratta semplicemente di un Paese che abbia sottoscritto due diversi accordi internazionali. Oltre settant’anni di appartenenza alla NATO significano integrazione in un sistema politico-militare, interoperabilità, pianificazione, procedure, standardizzazione, strutture di comando, addestramento e cultura operativa condivisa.
La Turchia non entra quindi nella Convenzione della Mecca come un soggetto strategicamente isolato. Vi entra come una delle potenze della NATO e la sua importanza è strategica, è militare, è politica ed è geografica. Ciò introduce una variabile completamente differente rispetto agli altri due firmatari. Non occorre ipotizzare trasferimenti di informazioni classificate o violazioni degli obblighi NATO. Il problema precede tutto questo. La questione è l’appartenenza contemporanea della stessa potenza militare a due sistemi di difesa collettiva, ciascuno dei quali può produrre proprie esigenze e proprie conseguenze.
Il problema non è l’articolo 5
Immaginiamo uno scenario. Una crisi tra Arabia Saudita e Iran degenera. Riad subisce un attacco che ritiene sufficiente ad attivare la Convenzione della Mecca. Pakistan e Turchia sono chiamati ad intervenire. Ankara, in applicazione dell’accordo appena sottoscritto, partecipa alle operazioni contro l’Iran.
A questo punto si verifica una situazione molto particolare: un membro della NATO è diventato belligerante senza che la NATO abbia deciso di entrare in guerra. Non per effetto dell’articolo 5. Non per una decisione del Consiglio Atlantico. Non perché sia stata attaccata l’Alleanza. Ma per effetto di un’obbligazione pattizia derivante da un diverso sistema di difesa collettiva. Ed è qui che la questione diventa particolarmente facile quanto una passeggiata su un tappeto di scorpioni.
Supponiamo infatti che l’Iran reagisca contro obiettivi turchi. La NATO si troverebbe improvvisamente a dover affrontare le conseguenze strategiche di una guerra che non ha deciso, che potrebbe non condividere e alla cui origine non ha partecipato. La discussione sull’eventuale applicabilità dell’articolo 5 verrebbe dopo. La vulnerabilità esisterebbe già prima. La NATO avrebbe infatti uno dei propri membri coinvolto direttamente in un conflitto regionale, con tutte le conseguenze politiche, militari, operative e di sicurezza derivanti dalla sua contemporanea appartenenza all’Alleanza Atlantica.
Il significato dell’incompatibilità
Il Trattato dell’Alleanza del Nord Atlantico non impedisce ai propri membri di assumere altri impegni internazionali. L’articolo 8 stabilisce che “Ogni parte dichiara che nessuno degl’impegni internazionali ora in vigore tra essa ed ogni altra parte o tra essa e qualsiasi altro Stato è in contrasto con le disposizioni del presente Trattato e si obbliga a non assumere alcun impegno internazionale in contrasto con il presente Trattato.”

Ma proprio il termine “in contrasto” (lett. “in conflict”) merita oggi qualche riflessione. Il Trattato fu firmato nel 1949, quando il mondo aveva imparato a dividersi tra buoni e cattivi a seconda del lato della Cortina di ferro dal quale lo si guardava. Il sistema internazionale nel quale quella parola veniva utilizzata era profondamente diverso dall’attuale. La NATO nasceva all’interno di una progressiva contrapposizione bipolare, con una minaccia strategica identificabile e con un’architettura delle alleanze molto diversa da quella che sta emergendo nel XXI secolo.
Oggi l’incompatibilità potrebbe non manifestarsi attraverso due clausole giuridicamente contraddittorie. Potrebbe manifestarsi attraverso gli effetti prodotti da due obbligazioni perfettamente compatibili sulla carta. E questo introduce una distinzione importante tra incompatibilità formale e incompatibilità strategica. La Convenzione della Mecca potrebbe non contenere nulla che impedisca formalmente alla Turchia di adempiere ai propri obblighi NATO. Ma potrebbe generare una condizione nella quale Ankara diventi belligerante per ragioni completamente estranee alle decisioni dell’Alleanza Atlantica.
In altre parole, un trattato potrebbe essere formalmente compatibile con un altro e contemporaneamente produrre conseguenze strategiche che interferiscono con il funzionamento del secondo. Il diritto pattizio, del resto, vive della volontà degli Stati che lo sottoscrivono e dell’interpretazione che essi attribuiscono nel tempo agli obblighi assunti.
Una vulnerabilità che non riguarda soltanto la Turchia
Il caso iraniano rende immediatamente visibile il problema, ma non è l’unico scenario possibile. Una nuova crisi indo-pakistana potrebbe teoricamente produrre lo stesso meccanismo. Pakistan coinvolto in un conflitto con l’India, attivazione della Convenzione, coinvolgimento della Turchia. Avremmo ancora una volta un membro NATO potenzialmente coinvolto in un conflitto che l’Alleanza Atlantica non ha originato né deciso, questa volta contro una potenza nucleare.
Esiste infine il caso turco. Una grave crisi tra Turchia e Grecia avrebbe caratteristiche ancora differenti, perché entrambi i Paesi appartengono alla NATO. Ma Ankara sarebbe contemporaneamente parte di un’altra alleanza di difesa collettiva. Il problema assumerebbe quindi la direzione opposta: non più una crisi esterna importata dentro la NATO attraverso la Turchia, ma una crisi interna alla NATO esportata verso Arabia Saudita e Pakistan.
Non occorre immaginare che ciascuno di questi scenari conduca automaticamente alla guerra. Sarebbe un esercizio deterministico e quindi poco utile. Il loro valore consiste nel mostrare una possibilità strutturale introdotta dalla nuova architettura. Anche perché sappiamo bene che alla guerra guerreggiata si è ormai affiancata stabilmente quella economica e la Economic Warfare non è più un’ipotesi accademica, ma una realtà quotidiana favorita dall’interdipendenza dell’economia globale.
La mutualizzazione del rischio
È probabilmente questo l’aspetto meno evidente della Convenzione della Mecca. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno deciso di mutualizzare la propria sicurezza. Ma, facendolo, hanno inevitabilmente mutualizzato anche una parte dei rispettivi rischi strategici. L’Arabia Saudita acquisisce la solidarietà militare di Turchia e Pakistan, ma viene contemporaneamente collegata alle aree di frizione degli altri due. Il Pakistan ottiene il sostegno di due importanti potenze regionali, ma entra più direttamente nelle dinamiche di sicurezza mediorientali e mediterranee.
La Turchia aumenta ulteriormente la propria profondità strategica e la propria centralità tra Mediterraneo, Medio Oriente e Asia, ma diventa il punto nel quale la nuova architettura incontra quella atlantica. Ma proprio perché stiamo osservando un sistema, la sola dimensione politico-militare non è sufficiente: la “vista integrata” impone di verificare quali effetti la nuova architettura possa produrre anche negli altri domini e, soprattutto, come questi possano interagire tra loro.

L’analisi condotta fin qui ne fa emergere almeno quattro: il dominio militare, quello economico, quello decisionale e quello strategico-istituzionale. Non sono compartimenti separati. Al contrario, è proprio la possibilità che un effetto prodotto in uno di essi si trasferisca negli altri a rendere necessaria una vista integrata. Il dominio militare è quello dal quale siamo partiti e ne abbiamo già osservato le principali implicazioni. Rimangono da approfondire gli altri tre.
La dimensione economica della difesa
La prima estensione riguarda il dominio economico. La convergenza strategica tende inevitabilmente a creare anche convergenze economiche, industriali e tecnologiche. La necessità di operare insieme genera infatti esigenze di interoperabilità, approvvigionamento, manutenzione, addestramento, logistica, infrastrutture e sicurezza delle rispettive catene di fornitura.

E ciascuna di queste esigenze produce relazioni economiche. La Convenzione della Mecca potrebbe quindi diventare anche il moltiplicatore di rapporti commerciali e industriali già esistenti tra i tre Paesi, soprattutto nel settore della difesa, ma non necessariamente soltanto in quello. Questo introduce un’ulteriore dimensione dell’accordo. Abbiamo osservato come alla guerra guerreggiata si sia ormai affiancata stabilmente la Economic Warfare. Ma vale anche il percorso inverso: le architetture militari tendono a generare architetture economiche coerenti con gli interessi strategici che le hanno prodotte. La mutualizzazione della sicurezza può quindi progressivamente trasformarsi anche in mutualizzazione di interessi economici e industriali.
E, conseguentemente, delle rispettive vulnerabilità. Difesa ed economia cessano allora di essere due piani separati della Convenzione e diventano due manifestazioni della medesima convergenza strategica.
Il consensus NATO
Esiste poi una seconda questione, meno visibile della belligeranza, ma forse ancora più delicata. La NATO assume le proprie decisioni attraverso il consensus. La Turchia non è quindi soltanto un membro militarmente integrato nell’Alleanza: partecipa alla formazione della volontà politica dell’Alleanza stessa. Torniamo per un momento allo scenario di una grave crisi tra Arabia Saudita e Iran. Non è necessario che Ankara abbia già iniziato le operazioni militari perché la Convenzione della Mecca produca conseguenze all’interno della NATO.

Sarebbe sufficiente che la crisi imponesse all’Alleanza Atlantica di assumere una posizione mentre la Turchia fosse contemporaneamente chiamata a valutare i propri obblighi nei confronti di Riad. Ankara parteciperebbe alla formazione del consensus NATO essendo allo stesso tempo parte dell’altra architettura di difesa coinvolta nella crisi. La sovrapposizione delle due alleanze potrebbe quindi manifestarsi prima ancora della belligeranza, all’interno dello stesso processo decisionale atlantico. Non occorre parlare di veto, perché il consensus non presuppone una votazione.
Il problema è più sottile: la posizione derivante dagli obblighi o dagli interessi maturati all’interno di una delle due alleanze potrebbe concorrere a impedire la formazione di una posizione comune nell’altra. La Turchia diventerebbe così non soltanto il possibile punto attraverso il quale una crisi esterna può entrare nella NATO, ma anche quello attraverso il quale gli interessi di un’altra architettura strategica possono incidere sulla capacità decisionale dell’Alleanza Atlantica. Se così fosse, la vulnerabilità non sarebbe più soltanto militare. Sarebbe anche politica e decisionale.
Quale alleanza viene prima?
Rimane infine una domanda che oggi non può avere risposta, anche perché non conosciamo il testo integrale della Convenzione della Mecca. Che cosa accadrebbe qualora le esigenze derivanti dalle due appartenenze della Turchia fossero contrastanti? Finché gli interessi delle due alleanze rimangono compatibili, la doppia appartenenza può rappresentare per Ankara persino un moltiplicatore della propria centralità strategica. La Turchia può essere contemporaneamente potenza atlantica, mediterranea, mediorientale e ora parte di un ulteriore sistema di sicurezza che arriva sino all’Asia meridionale.

Ma la “vista integrata” impone di allargare ulteriormente l’orizzonte. Per decenni la Turchia ha cercato anche nell’Europa una propria collocazione strategica, attraverso un percorso di adesione all’Unione che si è progressivamente svuotato di prospettiva. Non possiamo stabilire un rapporto causale tra quel processo e l’attuale postura turca, ma possiamo porci una domanda: il progressivo allontanamento della prospettiva europea ha contribuito a rendere per Ankara meno necessario l’ancoraggio occidentale e più conveniente la costruzione di una propria profondità strategica verso est?
Se così fosse, la Convenzione della Mecca non rappresenterebbe l’origine di una nuova postura turca, ma uno dei suoi esiti. Ankara potrebbe non stare scegliendo l’Est al posto dell’Ovest; potrebbe piuttosto perseguire una posizione nella quale non sia più necessario scegliere tra i due. Una condizione vantaggiosa finché le diverse appartenenze rimangono compatibili. Molto meno quando fossero gli eventi a imporre una scelta.
Il problema nasce quando due sistemi ai quali appartiene lo stesso Stato chiedono contemporaneamente comportamenti differenti. A quel punto la questione non sarebbe soltanto quella della compatibilità giuridica già esaminata. Dovremmo distinguere almeno tre livelli: priorità giuridica, priorità politica e priorità strategica.
È precisamente la “vista integrata” ad impedire di risolvere il problema scegliendo uno solo di questi livelli: una compatibilità giuridica può convivere con una divergenza politica e questa, a sua volta, con una priorità strategica determinata dall’interesse nazionale. Le prime due potrebbero essere oggetto di interpretazione, negoziazione o compromesso. La terza, invece, sarebbe determinata dalla valutazione dell’interesse nazionale turco nel momento della crisi. Ed è proprio qui che la doppia appartenenza raggiunge il proprio limite. Perché appartenere contemporaneamente a due sistemi di difesa collettiva è possibile finché non diventa necessario scegliere quale dei due debba prevalere.
La domanda, quindi, rimane aperta: se NATO e Convenzione della Mecca producessero per Ankara esigenze strategicamente incompatibili, quale delle due alleanze verrebbe prima? Nel diritto pattizio non esistono giudici, esistono Stati sovrani.
La vera stranezza
Abbiamo detto subito che non è necessario stabilire quanto la nuova alleanza assomigli alla NATO e, infatti, non è questo il punto. Il punto è la Turchia, che è il “dove” le due architetture si intersecano. È attraverso Ankara che un’eventuale crisi originata nel Golfo o nell’Asia meridionale potrebbe acquisire una dimensione atlantica. Non necessariamente attraverso l’automatismo di una clausola giuridica. Attraverso qualcosa di molto più semplice: la realtà strategica. E sappiamo che la realtà è molto più creativa della norma.
Se un membro NATO entrasse in guerra, la sua appartenenza all’Alleanza non verrebbe sospesa mentre combatte. Le conseguenze politiche e militari della sua belligeranza entrerebbero inevitabilmente nel sistema al quale appartiene.
La Convenzione della Mecca pone quindi una domanda che supera largamente il significato dell’accordo sottoscritto il 7 agosto scorso.

Che cosa accade ad un sistema politico di difesa collettiva quando uno dei suoi membri può acquisire lo status di belligerante attraverso gli obblighi derivanti da un altro sistema di difesa collettiva? Non esiste una risposta semplice.
Ed è precisamente questa assenza di una risposta a rendere “strana” la nuova alleanza. Perché la vulnerabilità non consiste nella possibilità che uno Stato appartenga contemporaneamente a due alleanze.
Consiste nella possibilità che una delle due alleanze produca una belligeranza che l’altra non ha deciso, ma della quale è inevitabilmente chiamata a gestire le conseguenze.
E qui la questione finisce per superare la Convenzione della Mecca: se l’appartenenza di un solo membro a un secondo sistema di difesa collettiva è sufficiente a far emergere queste vulnerabilità, la domanda potrebbe riguardare non soltanto la nuova alleanza, ma la capacità dell’architettura atlantica di assorbire la crescente differenziazione degli interessi strategici dei propri membri (stay tuned).
Questa potrebbe essere la vera novità introdotta il 7 agosto 2026. E forse è anche la ragione per cui quella nata alla Mecca può essere definita, almeno per il momento, semplicemente così: la strana alleanza. Se poi qualcuno dietro a “strana” volesse vederci “pericolosa” non troverà certo divieti.
Foto: presidenza Turca, TAI e Anadolu
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