Ci eravamo illusi

 

 

Lo confesso, ci eravamo illusi! Un governo stabile ed autorevole, sostenuto da una maggioranza parlamentare ampia ed apparentemente coesa, guidato da una Presidente del Consiglio rispettata fuori dai nostri confini e dotata di doti personali e di acume politico insoliti nel panorama nazionale, un Ministro della Difesa capace e competente, financo un Capo di Stato Maggiore dell’Esercito insolitamente assertivo, addirittura rivoluzionario per la chiarezza quasi brutale con la quale è solito esporre le nuove necessità strategiche, tecniche ed economico-militari derivanti da un quadro geo-politico drammaticamente modificato ed in continuo divenire.

Tutto ciò sembrava dar vita ad una straordinaria convergenza astrale in grado di imprimere una svolta radicale nell’evoluzione del nostro strumento militare, per farlo uscire da una perenne condizione di precarietà ed inadeguatezza, porre rimedio a decenni di sottocapitalizzazione, abbandonare certi stereotipi buonisti non più sostenibili (il “soldato di pace” che porta le caramelle ai bambini, pattuglia benigno le nostre strade, sostiene la protezione civile, scongiura le emissioni venefiche nella terra dei fuochi).

Si prospettava la concreta possibilità di ridisegnare compiti, organizzazione, capacità, addestramento e sostenibilità: in altre parole di dotare il Paese di un apparato in grado di fronteggiare i rischi e le sfide odierne, in continua evoluzione, e di onorare gli impegni internazionali liberamente sottoscritti negli anni da Governi di vario colore.

L’esito negativo della consultazione referendaria, nella quale milioni di Italiani disinformati e manipolabili hanno preferito ignorare lo specifico quesito per rivestire il proprio voto di valutazioni politiche molto più ampie, esprimendo appoggio a Gaza ed alla causa palestinese contro Trump ed Israele (“sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più” recitava un vecchio grande film), ha mutato radicalmente il quadro politico. Né agevola una visione laica e razionale della situazione l’approssimarsi di sempre nuove scadenze elettorali.

Che si tratti di consultazioni politiche, amministrative, comunali o di condominio, siamo perennemente in clima elettorale e tutte le elezioni vengono valutate ed affrontate sulla base del tornaconto immediato e del facile consenso: i sondaggi determinano la rotta da seguire.

Risultano pertanto rispolverate facili tematiche popolari per imbonitori che non scontentino i potenziali elettori di riferimento, non ultima la Chiesa Cattolica, storicamente assai tiepida verso l’affermazione di una salda identità statale laica in Italia. Meglio quindi privilegiare risposte banali e rassicuranti a problemi strutturali complessi, rifuggendo da onerosi impegni duraturi e costruttivi.

Persino certe mosse di politica estera sembrano ora dettate più dall’emozione del momento che da una visione di largo respiro, addirittura imposte da attivisti filo-palestinesi e dalle varie flottiglie anti-israeliane, e non importa se questo potrebbe nuocere a future intese energetiche di cui, dicono, abbiamo tanto bisogno…

In tale desolante contesto era inevitabile che le prime ad essere decurtate fossero le spese per la Difesa, salite improvvisamente al 2% del PIL grazie ad abili mosse di creatività contabile (una volta le si sarebbero chiamate “il gioco delle tre carte”) ma in realtà mai realmente cresciute oltre l’1,5%.

Poco importa che la crescita prospettata fosse stata concordata, accettata e sottoscritta da vari governi, e che, tralasciando l’effetto Trump ed il suo abnorme 5%, risultasse quando mai necessaria ed urgente. l’Italia con ogni probabilità usufruirà sono in minima parte dei fondi SAFE (circa 5 miliardi sui 15 previsti), e la quota utilizzata non sarebbe impiegata per finanziare nuovi contratti, ma andrebbe a beneficio di quelli già formalizzati, liberando risorse per altri scopi (leggi bonus elettorali di breve respiro e senza alcuna influenza strutturale).

L’unico incremento che probabilmente andrà in porto sarà quello degli effettivi, con l’arruolamento in pochi anni di ben 40.000 nuovi militari; una crescita del 25% sugli organici attuali, tanti giovani e tante famiglie che votano.

Staremo a vedere quali programmi verranno salvati, ma temiamo che saranno essenzialmente progetti di facciata, forse graditi all’industria, ma che difficilmente colmeranno le annose carenze nelle scorte, nel munizionamento, nell’addestramento realistico e continuo.

I recenti acquisti di missili ed armamenti guidati si precisione in dosi omeopatiche, con numeri ben inferiori a quelli di Paesi agguerriti come il Belgio o la Danimarca, non fanno ben sperare, così come lasciano perplessi i tempi molto lunghi con cui vengono introdotti in servizio i nuovi equipaggiamenti, a fronte talvolta di interminabili sperimentazioni.

Con il taglio all’utilizzo dei fondi SAFE il nostro Paese appare ancora una volta inaffidabile presso gli alleati, pronto ad eludere gli impegni assunti ed a mutare indirizzo sulla base delle convenienze immediate di breve respiro.

La nostra inconsistenza politica e militare è apparsa d’altro canto evidente durante gli attacchi di ritorsione iraniani contro i Paesi del Golfo e del Medio Oriente, nostri alleati e primari partner commerciali.

Mentre i caccia francesi e britannici, pur non partecipando alle operazioni offensive, intercettavano decine di droni iraniani diretti verso le basi di Giordania, UAE, Bahrein, Kuwait e Qatar, i nostri Eurofighter in Kuwait restavano inchiodati a terra (forse addirittura danneggiati dai bombardamenti) ed i nostri militari in missione in Iraq e Kuwait ridotti di numero ed in parte rimpatriati, come se non fossero stati inviati in quei Paesi per una politica concordata di sicurezza.

L’assoluta incapacità di accettare rischi e l’indisponibilità a svolgere un ruolo internazionale all’altezza delle esternazioni relegano l’Italia ad un ruolo marginale ed ininfluente nello scacchiere internazionale.

Al netto di rimaneggiamenti di bilancio puramente cosmetici, l’Italia, dopo l’abbuffata retorica sulla difesa europea e la necessità di svincolarsi dall’inaffidabile “alleato” americano, potrebbe essere l’unico Paese in Europa a ridurre gli investimenti per la difesa, e certo un possibile cambio di maggioranza di governo il prossimo anno non migliorerebbe la situazione, anzi: su questo la concordanza trasversale è assoluta.

Forse qualcosa ci sfugge, forse esiste un patto segreto che in caso di necessità pone il nostro Paese sotto l’ombrello missilistico iraniano, rivelatosi il deterrente più efficace!

Meglio quindi tornare alla comoda postura delle “missioni di pace”, quelle in cui non si combatte, almeno nelle direttive ufficiali, e gli aerei non bombardano ma si limitano alla ricognizione foto-elettronica, o, al limite e con somma ipocrisia, si “illuminano” i bersagli per bombe altrui. D’altro canto non è quanto imporrebbe la nostra Costituzione, sorta dall’abbraccio tra forze antistatali cattoliche e comuniste, notoriamente la più bella del mondo?

Di qui l’interesse a dar vita ad una sorte di continuazione di UNIFIL, una missione in scadenza fallimentare ed inconcludente, che per vent’anni non è riuscita a disarmare Hezbollah e ad impedire che si impadronisse di gran parte del Libano, ma eccellente per garantirci una certa benevolenza nel mondo islamico, compreso quello domestico, ed un ipotetico ruolo di rilievo in ambito ONU.

Foto: Difesa.it

 

Alberto ScarpittaVedi tutti gli articoli

Nato a Padova nel 1955, ex ufficiale dei Lagunari, collabora da molti anni a riviste specializzate nel settore militare, tra cui ANALISI DIFESA, di cui è assiduo collaboratore sin dalla nascita della pubblicazione, distinguendosi per l’estrema professionalità ed il rigore tecnico dei suoi lavori. Si occupa prevalentemente di equipaggiamenti, tecniche e tattiche dei reparti di fanteria ed è uno dei giornalisti italiani maggiormente esperti nel difficile settore delle Forze Speciali. Ha realizzato alcuni volumi a carattere militare ed è coautore di importanti pubblicazioni sulle Forze Speciali italiane ed internazionali.

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