I paradossi della difesa comune europea

 

 

Il progressivo allontanamento degli Stati Uniti dal tradizionale ruolo ricoperto nella NATO, le uscite provocatorie del presidente Trump ed il persistente conflitto in Ucraina hanno indotto un generale ripensamento sul ruolo e la politica di sicurezza dei Paesi dell’Unione Europea e del nostro continente in generale.

Ciò ha provocato un’ampia fioritura di esternazioni politiche sul futuro della UE, più o meno appropriate, riprese ed ampliate da commentatori più o meno competenti e da media solitamente superficiali.

Pur nella differenza delle fonti e dei pareri politici le linee guida da contrapporre alla mutata situazione strategica trovano una certa convergenza, una sorta di minimo comun denominatore, in due esigenze fondamentali:  l’estrema opportunità di realizzare una politica di acquisizione di armamenti comune o comunque fortemente integrata, che elimini gradualmente le distorsioni e le duplicazioni che hanno reso estremamente inefficiente il procurement europeo, e l’urgenza di addivenire ad una maggiore integrazione tra i partner del continente sul piano politico-militare,  che consenta di realizzare un’agognata difesa comune e di  intervenire con una voce unica ed autorevole nei consessi internazionali.

Esaminiamo brevemente questi due punti per verificare se alle enunciazioni di principio abbiano fatto seguito fatti concreti e comportamenti conseguenti.

In materia di acquisizione di armamenti ed equipaggiamenti della difesa l’Europa aveva raggiunto un livello di inefficienza e duplicazione sconsolante, caratterizzato da politiche protezionistiche e dalla diffusa tendenza a preservare il proprio “orticello di casa”. Accanto a sistemi importati dagli Stati Uniti, i materiali realizzati nel continente presentavano duplicazioni destinate a causare lievitazione di costi ed ostacoli all’interoperabilità. Convivevano così, solo per citare i sistemi d’arma principali, 3 caccia europei di quarta generazione (Eurofighter, Rafale e Gripen) e almeno 4 MBT (Leopard 2, Leclerc, Challenger ed Ariete).

Ancora più “fluida la situazione in campo navale e dei sistemi ed equipaggiamenti minori.

Ebbene, a dispetto delle esternazioni politiche e dell’urgenza più volte sottolineata anche dai vertici militari, la situazione pare destinata a peggiorare ulteriormente. Il fiume di denaro che, sotto coercizione statunitense, la maggioranza dei Paesi europei sta canalizzando nei bilanci della difesa, lungi da indurre razionali acquisizioni congiunte, più economiche ed efficienti, e dal favorire politiche industriali conseguenti, sta al contrario creando i presupposti per il fiorire di iniziative nazionali ancora più parcellizzate e protezionistiche, che mirano innanzi tutto alla salvaguardia e allo sviluppo delle singole capacità industriali nazionali, senza alcuna visione comune.

Se cinque grandi Paesi europei, Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia e Spagna, avevano prodotto, partendo da requisiti simili, due differenti aerei da caccia, ora la situazione sembra avviata ad un ulteriore peggioramento.

Mentre infatti il programma GCAP tra UK Italia e Giappone procede abbastanza regolarmente (pur con prevedibili enormi aumenti di costo) il suo concorrente interamente europeo, lo SCAF franco-tedesco-spagnolo, naviga in pessime acque e potrebbe dar vita a due aeroplani distinti, uno francese ed uno tedesco. A questi potrebbe inoltre aggiungersi in tempi più lunghi anche un nuovo progetto svedese.

Quello che sorprende, in questa vicenda, è il ruolo assertivo e determinante assunto dalle industrie produttrici, con il profondo dissidio tra Dassault Aviation ed Airbus, che si scontrano per la leadership del programma con toni che travalicano ed ostacolano i pur deboli tentativi dei vertici politici di appianare le divergenze. Sembra che il normale rapporto tra istituzioni statuali, che dettano politiche e requisiti, ed industrie chiamate a fornire loro i prodotti richiesti si stia lentamente rovesciando.

D’altro canto qualcosa di analogo è avvenuto recentemente anche in Italia in materia di selezione del nuovo Main Battle Tank per l’Esercito. Ricordiamo che in quell’occasione uno strumento collaudato, ampiamente diffuso presso molti eserciti alleati e disponibile in tempi relativamente rapidi era stato selezionato dalla Forza Armata e la sua acquisizione approvata dalle competenti Commissioni Difesa parlamentari.

In pochi giorni tale decisione venne nei fatti annullata, per una sorta di veto dell’industria nazionale che reputava poco appetibili i termini dell’accordo con il produttore tedesco, per gli scarsi ritorni industriali. Evidentemente l’urgenza quasi isterica generata dal conflitto in Ucraina, continuamente sottolineata da politici e militari, non era poi così pressante e l’interoperabilità con i partner decisamente sopravvalutata.

Ma il nostro non è certo un caso isolato. Per restare nel settore dei carri armati stiamo assistendo al sostanziale svuotamento del programma MGCS, il nuovo mezzo da combattimento franco-tedesco che avrebbe dovuto sostituire Leopard 2 e Leclerc nelle file dell’Heer e dell’Armée de Terre.

Con ogni probabilità i due Paesi daranno vita a progetti differenti, mentre anche la Spagna si appresta ad avviare un programma di ricerca e sviluppo per un nuovo carro armato con cui sostituire i propri Leopard 2, progetto che, anche per “sfruttare” a pieno i finanziamenti europei, si svilupperà in parallelo al “morente” MGCS.

Paradossalmente è proprio la capillare diffusione nel continente europeo dell’industria della Difesa ad ostacolare una politica di acquisizioni integrata, economica e razionale. Ciascun Paese tende a tutelare in modo protezionistico le proprie capacità: l’adozione italiana del nuovo fucile d’assalto non passa certo attraverso un bando di gara internazionale, così come nessuno potrebbe credere che la Francia possa acquistare elicotteri Leonardo (ex Agusta Westland), solo per citare due esempi banali.

Solamente un forte potere politico centrale potrebbe modificare questo stato di cose, e questo veniamo quindi al secondo punto o condizione di cui all’inizio.

Basta scorrere brevemente gli ultimi avvenimenti per rendersi conto di quanto l’ipotesi di una reale integrazione politico-militare europea si utopistica e di come manchino anche i più piccoli presupporti in tal senso, anche nell’ipotesi del superamento dello scoglio del voto all’unanimità. Non c’è praticamente dossier internazionale che veda l’accordo di tutti i principali partner, perché assai differenti sono gli interessi politici, economici e militari di ciascuno.

L’ostacolo finale quasi insormontabile è rappresentato dalla dissuasione nucleare da fornire all’Europa in vista dell’affievolirsi (per usare un eufemismo) delle tradizionali garanzie statunitensi.

Il Presidente Macron ha ribadito la dimensione europea degli interessi vitali francesi (senza peraltro chiarire in alcun modo tale concetto), ma precisando invece puntigliosamente che tale “estensione dell’ombrello nucleare” francese al resto del continente non pregiudicherebbe in alcun modo il suo stretto carattere nazionale.

La presenza di vettori nucleari francesi sul suolo di altri Paesi europei ne costituirebbe solo una presenza avanzata, una dispersione intesa essenzialmente a rafforzarne l’efficacia e le capacità di sopravvivenza.

Macron ha infatti sottolineato con forza che non vi sarebbe alcuna condivisione della decisione ultima di impiego dell’arma atomica, non verrebbe posta in essere alcuna pianificazione comune (come invece avviene in ambito NATO) né vi sarebbe cooperazione nel settore operativo (leggi fornitura di vettori nazionali dual use da parte dei partner). La definizione degli interessi vitali resterà sempre attribuita esclusivamente al Presidente della Repubblica francese, ed a lui solo.

Siamo pertanto ben lontani dall’embrione di un deterrente europeo, ma in presenza di un progetto che offre garanzie ancor più labili e fumose di quelle, per quanto ormai svalutate e compromesse, offerte dallo Zio Sam.

A voler essere cinici non si può non concordare con chi sostiene che solo una capacità nucleare nazionale, per quanto limitata, rappresenta un deterrente credibile, come dimostrano i casi della Corea del Nord (che lo possiede) o di Libia, Iraq ed Iran (che ne erano e sono privi).

Forse a ottant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, in un mondo che muta in maniera sostanziale con incredibile velocità,  anche le potenze uscite sconfitte da quel conflitto dovrebbero considerare l’opportunità di revocare la loro adesione al Trattato di non Proliferazione Nucleare, ritrovando lo slancio europeista che nei lontani anni Cinquanta del secolo scorso, in particolare nel 1957-58, aveva condotto i Ministri della Difesa di Italia, Francia e Germania Federale a discutere a fondo della possibilità di realizzare una cooperazione trilaterale per la produzione comune di armi nucleari (Cfr: Leopoldo Nuti, La Sfida Nucleare, Il Mulino).

Foto: EDA, EEAS,  Dassault e Nexter

 

Alberto ScarpittaVedi tutti gli articoli

Nato a Padova nel 1955, ex ufficiale dei Lagunari, collabora da molti anni a riviste specializzate nel settore militare, tra cui ANALISI DIFESA, di cui è assiduo collaboratore sin dalla nascita della pubblicazione, distinguendosi per l’estrema professionalità ed il rigore tecnico dei suoi lavori. Si occupa prevalentemente di equipaggiamenti, tecniche e tattiche dei reparti di fanteria ed è uno dei giornalisti italiani maggiormente esperti nel difficile settore delle Forze Speciali. Ha realizzato alcuni volumi a carattere militare ed è coautore di importanti pubblicazioni sulle Forze Speciali italiane ed internazionali.

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