Vertice NATO ad Ankara: USA e Ucraina vogliono spennare i polli europei

Chi se lo sarebbe mai aspettato? A pochi giorni dal vertice NATO di Ankara gli Stati Uniti strigliano per l’ennesima volta in pochi giorni gli “alleati” europei che non spendono ancora abbastanza per la difesa. E, va da sé, soprattutto non spendono abbastanza per comprare prodotti militari “made in USA”.
Lo ha spiegato bene ieri l’ambasciatore statunitense presso l’Alleanza Atlantica, Matthew Whitaker, che nel corso di un briefing con la stampa ha stilato la “pagella” degli alleati.
Polonia, scandinavi, baltici e Germania meritano un “10 e lode”, non solo perché alcuni di loro hanno già raggiunto il 5% del Pil nella spesa militare ma soprattutto perché stanno facendo incetta di armamenti americani.
Altri alleati raggiungono la “sufficienza”, più che altro sulla fiducia perché hanno presentato “piani credibili” di riarmo a breve termine ma molti altri partner NATO europei sono in procinto di venire bocciati o quanto meno rimandati a settembre.

“Troppi alleati sono in ritardo”, ha ammonito Whitaker, aggiungendo che “Trump si aspetta aumenti in tempi brevi” e che i principali partner dovranno farsi carico di un ruolo trainante nei confronti dei più restii a lanciarsi nella corsa al riarmo. A ben guardare la più demenziale della Storia, da attuarsi in piena crisi energetica ed economica e con l’obiettivo ormai palese di sostenere l’economia e l’industria statunitense anche a costo di sacrificare la nostra.
Whitaker non ha dimenticato di ricordare i dissidi sulla guerra in Iran e le restrizioni poste da alcuni alleati all’uso delle basi USA in Europa. “Terremo sempre in considerazione questi aspetti per decidere dove dislocare le nostre truppe”, ha precisato l’ambasciatore, annunciando colloqui con gli alleati su “accesso, dislocazione delle basi e sorvolo”, dossier da definire in confronti bilaterali, con il Pentagono e il Comando Usa in Europa (Eucom) chiamati a condurre la revisione militare complessiva della presenza americana Europa.
Per Whitaker gli sforzi europei per la difesa sono “incompleti” e servirebbe “un maggiore consolidamento” per migliorare efficienza e produzione di sistemi critici come la difesa aerea, l’attacco a lungo raggio e i sistemi anti-droni. Carenza da sanare, ça va sans dire, con l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi.
Proprio a questo proposito l’ambasciatore ha sottolineato che “non sosteniamo il linguaggio protezionista” di molte iniziative dell’Ue sottolineando che queste escluderebbero non solo gli Stati Uniti ma anche alleati chiave come la Turchia.
Un chiaro riferimento ai fondi EDF e ai prestiti del Programma SAFE varati dalla UE per finanziare programmi congiunti tra nazioni europee. “Ci aspettiamo di poter raggiungere un accordo su questa sfida”, ha detto l’ambasciatore.

Un monito non certo nuovo poiché già il 20 febbraio scorso l’Amministrazione Trump si era espresso i inequivocabilmente contro la clausola del “Buy European” nel campo della difesa minacciando rappresaglie se le aziende americane avessero difficoltà a partecipare agli appalti per il riarmo dell’Europa.
“Gli Stati Uniti si oppongono fermamente a qualsiasi modifica della direttiva che limiti la capacità dell’industria statunitense di sostenere o partecipare in altro modo agli appalti di difesa nazionale degli Stati membri dell’Ue”, aveva scritto l’amministrazione statunitense.
“Le politiche protezionistiche ed escludenti che costringono le aziende americane a uscire dal mercato, mentre le più grandi aziende europee del settore della difesa continuano a trarre grandi vantaggi dall’accesso al mercato degli Stati Uniti, sono una linea di condotta sbagliata”, aveva aggiunto la nota, rivelata quattro mesi or sono da Politico.
Sulla stessa linea ieri il segretario generale della NATO, Mark Rutte, da Berlino ha elogiato la Germania del cancelliere Friedrich Merz per il consistente “aumento della spesa per la difesa, la maggiore produzione industriale e il forte sostegno all’Ucraina”.
Berlino è “sulla buona strada per investire il 3,5% del Pil entro il 2029 nella difesa, è all’avanguardia e mantiene le promesse. Un risultato straordinario. Per farlo ci vogliono coraggio politico, determinazione e convinzione. Aumentare gli investimenti nella difesa significa prendere decisioni difficili. Ma è la cosa giusta da fare, quando ci troviamo ad affrontare un mondo più pericoloso” ha dichiarato Rutte riferendosi alla minaccia russa.
“Anche dopo la fine della guerra in Ucraina, la Russia continuerà a rappresentare una minaccia di lungo periodo per la sicurezza euro-atlantica”, ha detto Rutte senza spiegare le ragioni di una simile affermazione ma mostrandosi sicuro nell’affermare che “gli alleati sono concordi nel ritenere che la pressione sulla Russia debba essere mantenuta”.
Il presidente russo Vladimir Putin ha liquidato per l’ennesima volta come “assurdità” i timori in Europa che la Russia potesse attaccare i paesi della NATO. «Si tratta di una provocazione deliberata per creare una minaccia inesistente e costringere le popolazioni di questi paesi a spendere di più per la difesa», ha affermato. «È semplicemente assurdo. Sarebbe divertente se non fosse così triste».
Ma l’aspetto più deprimente e umiliante (per Rutte) è che a smentirlo ha provveduto anche il massimo vertice militare della NATO, il generale statunitense Alexus G. Grinkevich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, abbia ribadito il 18 giugno in un’intervista al Financial Times quanto sostenuto in tutti i documenti strategici dell’Amministrazione Trump e cioè che non esiste nessuna minaccia né indizio che i russi si apprestino ad attaccare l’Europa (“Russia ‘not looking for conflict’, says Nato’s top US commander“). Lo ha ricordato il 1° luglio il nostro Maurizio Boni in un’intervista al Canale You Tube Polivox (minuto 18,30).

Per chiarire bene i concetti-chiave: il generale statunitense che guida le forze NATO in Europa ha affermato che la Russia “non cerca un conflitto. Ho seguito molto attentamente le informazioni di intelligence. La Russia non cerca un conflitto. Capisce il concetto di ‘alleanza difensiva’ e comprende che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici”.
Le dichiarazioni di Grinkevich – sottolinea il Financial Times – giungono mentre gli Stati Uniti stanno pianificando di ridurre le capacità militari assegnate al NATO Force Model, il pool di forze e attrezzature dell’Alleanza che possono essere schierate entro 10, 30 e 180 giorni in risposta a una crisi.
Secondo il quotidiano tedesco Die Welt, tra le risorse statunitensi che potrebbero essere ritirate figurano un gruppo d’attacco di portaerei e tutti i sottomarini in grado di lanciare missili da crociera, diversi aerei da pattugliamento marittimo P-8 Poseidon, aerei per il rifornimento in volo e caccia F-16 e F-15E basati in Italia, Germania e Gran Bretagna.
I tagli rientrano in una più ampia strategia del presidente Donald Trump volta a spostare le risorse statunitensi verso l’Asia e l’emisfero occidentale. “Si tratta di una serie di capacità aeree e marittime di cui noi Stati Uniti abbiamo bisogno in caso di emergenza nel Pacifico”, ha dichiarato Grynkewich confermando per la prima volta i tagli.
Del resto anche la affermazioni di oggi di Donald Trump su Truth (qui sotto) sembrano indicare che la Casa Bianca punta al summit di Ankara ad esacerbare il confronto con gli europei sulla spesa per la Difesa per giustificare il ridimensionamento delle forze americane poste a difesa dell’Europa.

Un ritiro che per Washington significa minori costi ma non certo la rinuncia alle basi in Europa. necessarie per la proiezione di forze verso il Medio Oriente, un’altra area in cui le forze americane verranno presto ridotte come pretende l’Iran e chiedono ormai sempre più apertamente diverse nazioni arabe della regione del Golfo.
Ricapitolando quindi a quale NATO dovremmo attribuire credibilità? Quella di Rutte e dei tanti leader europei bellicosi a parole (e con la pelle degli ucraini) o quella del generale Grinkevich?
Nel dubbio, Rutte ha preannunciato che il prossimo vertice dell’Alleanza in Turchia porterà nuovi impegni a favore di Kiev. “La prossima settimana gli alleati assumeranno impegni di sostegno all’Ucraina che saranno duraturi, prevedibili e di lungo periodo”, ha affermato. “La Germania è il maggiore sostenitore europeo della libertà e della sovranità dell’Ucraina. Ringraziamo il governo tedesco per la leadership dimostrata su questo dossier”.
In sostanza, al summit della NATO gli Stati Uniti chiederanno agli europei di confermare gli impegni assunti per ingigantire le spese per la Difesa, soprattutto comprando armi americane, benché le nazioni aderenti alla UE abbiamo speso nel 2025 (lo dice l’Agenzia Europea per la Difesa – EDA) i 418 miliardi di euro saliti a 454 quest’anno nel 2026.
Una cifra pari al 2,4 per cento del PIL della UE, a circa la metà del bilancio del Pentagono nel 2025 (ma gli Stati Uniti dedicano molto meno della metà della loro spesa militare alla sicurezza dell’Europa e alla NATO) per difenderci dalla supposta minaccia della Russia che ha speso quest’anno per la difesa 170 miliardi di dollari pari a 150 miliardi di euro, cioè un terzo della spesa della sola UE e un decimo della spesa complessiva della NATO.
Teniamo inoltre conto che le spese russe non finanziano solo la guerra in Ucraina e le forze schierate in Europa ma la difesa dell’intero territorio della nazione più grande del mondo, estesa per 11 fusi orari.
Anche volendo dare credito alle stime di Berlino, il cui intelligence in modo non disinteressato (occorre pur giustificare il massiccio riarmo nazionale) valuta la spesa militare russa circa 250 miliardi di euro, si tratterebbe comunque di circa la metà di quanto spende la UE e in sesto della NATO.
Basterebbero questi numeri a far sospettare che qualcuno forse sta prendendo gli europei per il naso ma ci pensa sempre Rutte a toglierci ogni dubbio.
In un’intervista al Financial Times, il segretario generale della NATO ha reso noto che le commesse militari delle nazioni europee danno lavoro a 195 mila maestranze nelle aziende del settore della difesa statunitensi grazie a ordini di armi per un valore di 300 miliardi di dollari.

“Gli ordini di armi che l’Europa e il Canada si sono impegnati ad acquistare dagli Stati Uniti nei prossimi anni ammonta a 300 miliardi di dollari. Questo ha l’effetto di sostenere circa 195.000 posti di lavoro negli Stati Uniti” ha detto Rutte.
Non sarà mica per questo che Washington (anche i predecessori di Trump) preme da anni affinché spediamo ancora di più per la Difesa e ci ammonisce a non spendere troppi soldi per comprare prodotti realizzati da aziende europee?
Forse l’affermazione di Rutte puntava a placare le ire di Trump, dimostrando che noi europei diamo già tanti miliardi agli Stati Uniti che vuol dire fatturato e posti di lavoro alle aziende statunitensi ma è possibile che nella disastrata Europa a nessuno venga in mente che tali risorse dovremmo forse dedicarle a sostenere le nostre aziende, i nostri lavoratori e il nostro PIL?
Inoltre Rutte, consapevolmente o meno, ha fatto un’altra gaffe e l’ennesimo regalo a quanti in Europa si oppongono al riarmo forsennato: persino l’europeista più sfegatato dovrebbe mal digerire che i fondi destinati alla Difesa ingrassino in modo così massiccio gli Stati Uniti.
Oltre al danno, arriva poi (come spesso accade) anche la beffa. Dobbiamo comprare, anzi ordinare per ora, più armi statunitensi ma avere molta pazienza per poterle ricevere. Da settimane funzionari e aziende statunitensi hanno infatti avvertito le capitali europee e in realtà tutti i clienti di gravi ritardi nelle consegne di armi, poiché la guerra contro l’Iran ha quasi azzerato le scorte negli arsenali americani e dei paesi arabi del Golfo.
Ma se dobbiamo spendere sempre di più per riarmarci in fretta perché i russi attaccheranno l’Europa nel 2030, o forse nel 2029, oppure addirittura nel 2028 (come affermano ormai a ruota libera in Europa diversi ministri, membri della Commissione UE e generali,) allora è evidente che le armi americane così costose e così in ritardo non ci verranno mai consegnate in tempo per fermare le orde siberiane di Putin.

Mentre cresce la consapevolezza che qualcuno ci stia turlupinando o che uno strano virus ha trasformato i leader europei in tanti Tafazzi, a esporre questi dubbi si rischia ancora di venire etichettati come filorussi e putiniani o di subire dagli USA insulti e minacce di dazi e rappresaglie.
Per onestà intellettuale va però riconosciuto che ad aiutarci nell’Operazione “Apri gli occhi europeo beota” contribuiscono anche gli ucraini, già rivelatisi amici fidati e stretti alleati dell’Europa commissionando ed effettuando la distruzione del gasdotti Nord Stream nel settembre 2022, come hanno stabilito i procuratori federali tedeschi.
La distruzione de gasdotti del Mar Baltico dovrebbe rappresentare la più evidente conferma che Germania ed Europa sono alleate dei loro nemici più acerrimi e spietati ma, a quanto pare, la misura non è ancora colma.
A Kiev hanno comunque compreso quanto sia facile turlupinare gli europei (o quanto i leader europei siano propensi e ben disposti a farsi turlupinare) e il 30 giugno il governo ucraino ha annunciato il lancio di un nuovo meccanismo che consente ai Paesi partner (cioè a noi europei) di acquistare armamenti ucraini, nel tentativo di raccogliere fondi per le proprie forze armate.
“Il governo ha approvato il primo meccanismo trasparente per l’esportazione di armi ucraine”, ha dichiarato il ministro della Difesa di Kiev, Mykhailo Fedorov, aggiungendo che gli alleati potranno “acquistare armi e tecnologie ucraine e collaborare direttamente con i produttori ucraini”.
Secondo Fedorov (nella foto sotto col ministro della Difesa svedese Pal Jonson) , l’obiettivo è “attrarre investimenti garantendo al contempo che le esigenze delle forze armate ucraine siano soddisfatte in via prioritaria. Le esportazioni sono consentite solo a condizione che siano garantite le forniture per l’esercito ucraino”, ha precisato.
Secondo la vice primo ministro Yulia Svyrydenko, una quota compresa tra il 20% e il 30% dei proventi derivanti da tali esportazioni sarà “destinata a un fondo speciale del bilancio statale dedicato allo sviluppo dell’industria della difesa Ucraina”.

A questo punto il dubbio che non solo gli americani ma pure gli ucraini ci stiano prendendo per i fondelli per spennarci come polli si rafforza sensibilmente.
Dai vertici di UE e NATO ci esortano a finanziare e armare l’Ucraina affinché resista alle forze russe che continuano lentamente ad avanzare. Ci sveniamo da oltre quattro anni per farlo, dopo aver distrutto la nostra economia rinunciando all’energia russa.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non fa che supplicare soldi e armi in ogni (frequente) visita nelle capitali europee e ad ogni vertice internazionale e ora Kiev ci viene a dire che dovremmo comprare le armi ucraine prodotte in eccesso alle esigenze belliche?
Secondo i dati dell’Istituto di Kiel (Germania), dal 2022 l’Ucraina ha ricevuto oltre 214 miliardi di euro in aiuti dai Paesi europei (e più di 115 miliardi di euro dagli Stati Uniti) e Rutte esorta i membri europei della NATO a stanziare miliardi di dollari per comprare negli USA armi da donare all’Ucraina (Programma Prioritised Ukraine Requirements List – PURL).
Ciò nonostante ora l’Ucraina, le cui infrastrutture energetiche e industriali vengono da tempo demolite dai bombardamenti russi e le cui linee di difesa scricchiolano lungo tutto il fronte, ci impone pure di comprare le sue armi?
Chiunque con un po’ di buon senso direbbe a Zelensky che se può permettersi di esportare un quarto delle armi e munizioni che produce potrebbe almeno smettere di chiedercene. Se poi le armi ucraine in eccesso sono di tipo diverso da quelle che Kiev chiede a paesi NATO, almeno ce le regali come fanno gli europei nei confronti dell’Ucraina.

Ironia a parte qui non si tratta più di paradossi ma di una vera e propria truffa di cui l’Europa è succube e al tempo stesso complice.
L’unica buona notizia è che qualcuno sembra svegliarsi e quel qualcuno sembra essere l’Italia. Roma si sarebbe infatti opposta ad impegni finanziari da assumere in ambito NATO e da ufficializzare al summit di Ankara per la fornitura di armi a Kiev anche per il 2027.
Lo riportava il 1° luglio la Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz), sottolineando che il paragrafo in questione della dichiarazione finale del vertice che si terrà la prossima settimana in Turchia sarebbe ancora in sospeso. Secondo le informazioni fornite dalla Faz da fonti diplomatiche vicine ai lavori, permangono infatti resistenze nei confronti della seconda parte dell’impegno, quella che va oltre il 2026 concretizzando la continuità degli aiuti per “mantenere almeno un livello comparabile nel 2027”.
Durante la votazione degli ambasciatori della NATO sulla dichiarazione finale del vertice tenutasi martedì a Bruxelles – scrive il media tedesco – è stata confermata la formulazione secondo cui, entro il 2026, gli alleati si impegnano a “stanziare 70 miliardi di euro per equipaggiamenti militari, sostegno e addestramento a favore dell’Ucraina”.
Ma – sostengono le stesse fonti – Roma si oppone a un impegno a più lungo termine che includa il 2027, ha bloccato la bozza riguardante gli aiuti futuri chiedendo maggiore rigore nel monitoraggio degli esborsi finanziari verso Kiev e di legare gli aiuti all’Ucraina a un rafforzamento concreto dell’industria della difesa europea.
“L’Italia s’è desta”? Sarebbe una buona notizia anche se avremmo preferito apprenderla da un comunicato o da una dichiarazione del governo di Roma invece che da un quotidiano tedesco.
Più estroverso appare il premier slovacco Robert Fico: “La Slovacchia non intende e non parteciperà ad alcun aiuto militare all’Ucraina. Lo dico in modo assolutamente chiaro… La Slovacchia non darà un solo euro per finanziare la guerra in Ucraina”, ha dichiarato aggiungendo che Rutte è stato informato in merito alla posizione di Bratislava. Che poi è la stessa di Ungheria, Bulgaria e Repubblica Ceca, a conferma che in Europa non sono tutti fessi.
Foto: NATO, TASS, Presidenza Ucraina, Keir Starmer/X e Ministero Difesa Ucraino
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Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).








