Da Adolf Heusinger ad Aerodynamic: la lunga strategia americana contro l’URSS

 

 

 

Da ufficiale dello Stato Maggiore della Wehrmacht ai vertici militari della NATO, mentre la CIA lavorava con il nazionalismo ucraino in funzione antisovietica. La vicenda di Adolf Heusinger aiuta a leggere uno dei passaggi meno lineari del dopoguerra: nel giro di pochi anni la Germania smise di essere, per Washington, il problema principale in Europa. Il problema era diventato l’Unione Sovietica.

 

Adolf Heusinger attraversò il Novecento militare tedesco con una continuità che, vista oggi, lascia quantomeno interdetti. Il 20 luglio 1944 era alla Wolfsschanze, nella sala conferenze del quartier generale di Hitler in Prussia Orientale, quando esplose la bomba di Claus von Stauffenberg. Rimase ferito. All’epoca lavorava ai vertici della pianificazione terrestre della Wehrmacht; non era, insomma, uno dei tanti ufficiali presenti al quartier generale.

Diciassette anni dopo presiedeva il Military Committee della NATO. Il dato, da solo, merita attenzione. Non perché dimostri chissà quale continuità occulta tra il Terzo Reich e l’Alleanza Atlantica — sarebbe una sciocchezza storica — ma perché racconta bene quanto rapidamente fossero cambiate le priorità strategiche dopo il 1945.

Nel 1944 Heusinger partecipava alla pianificazione di una guerra che, sul fronte orientale, aveva assunto dimensioni spaventose. Nel 1957 sarebbe diventato Generalinspekteur della Bundeswehr; nel 1961 sarebbe arrivato al vertice militare della NATO. Più che il cambio di uniforme, interessa il cambio di nemico.

Per comprenderlo conviene tornare al giugno 1941. Hitler aveva appena scatenato l’Operazione Barbarossa quando il senatore Harry S. Truman, due giorni dopo l’invasione, fece un’osservazione destinata a seguirlo per tutta la carriera politica: se la Germania stava vincendo, disse in sostanza, bisognava aiutare la Russia; se stava vincendo la Russia, aiutare la Germania. Lasciare che si logorassero a vicenda.

Truman aggiunse di non voler vedere Hitler vittorioso. Non era ancora presidente e, va da sé, non stava enunciando una dottrina ufficiale americana. Sarebbe quindi arbitrario trasformare quelle parole nel progetto originario di ciò che accadde dopo.

Ciò non toglie che il ragionamento sia interessante. Era Realpolitik allo stato quasi grezzo: evitare che dalla guerra tra le due maggiori potenze continentali uscisse un vincitore tanto forte da condizionare da solo l’Europa.

Nel 1945 il problema si presentò in una forma che quattro anni prima non era affatto scontata. La Germania era a pezzi. L’Armata Rossa era a Berlino e l’Unione Sovietica disponeva ormai di una profondità politica e militare nel continente che nessuna potenza russa aveva mai avuto in precedenza. Da lì in avanti, per gli americani, i conti cambiarono.

 

 

Il 1945 non chiude la partita europea

La sconfitta tedesca aveva tolto di mezzo il principale nemico militare degli Stati Uniti in Europa, ma aveva anche lasciato un continente profondamente sbilanciato verso est. Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Germania orientale finirono, con modalità non identiche, nella sfera sovietica.

Washington si trovò così davanti a una questione che nel 1942 o nel 1943 sarebbe parsa quasi paradossale: che fare della Germania?

George Kennan colse presto il problema. Nella logica del containment, la Germania non poteva essere considerata soltanto come il Paese sconfitto da occupare e sorvegliare. Era pur sempre il maggiore concentrato industriale dell’Europa continentale: carbone, acciaio, chimica, infrastrutture, tecnologia, capitale umano. E si trovava esattamente dove non poteva permettersi di essere irrilevante, nel mezzo della frattura che stava dividendo l’Europa.

Se l’intera Germania fosse scivolata nell’orbita di Mosca, il rapporto di forze sarebbe cambiato in maniera sostanziale.

È questo il rovesciamento che vale la pena tenere a mente. Fino al 1945 gli Alleati avevano combattuto per abbattere la potenza tedesca. Poco dopo si posero il problema di come impedirne l’assorbimento nello spazio sovietico. Non c’è bisogno di cercare una contraddizione morale dove bastava, molto più prosaicamente, la nuova situazione strategica.

Da nemico ad alleato

I tempi furono strettissimi. Nel 1949 nacque la Repubblica Federale Tedesca; nel maggio 1955 entrò nella NATO e nello stesso anno venne costituita la Bundeswehr. Dalla resa incondizionata erano trascorsi dieci anni. Dieci anni sono pochi. Abbastanza pochi da rendere evidente che il riarmo tedesco non fu il risultato di una lenta rimozione del passato, ma di una necessità che la Guerra fredda aveva reso urgente.

Lasciare militarmente vuota la Germania occidentale significava lasciare vuoto proprio il territorio sul quale, in caso di guerra con il Patto sovietico, si sarebbe combattuta una parte decisiva dello scontro. A un certo punto il problema diventò persino banale nella sua concretezza: la Germania andava difesa, e non era pensabile difenderla senza i tedeschi.

Qui, però, cominciava un’altra difficoltà. Un esercito si può ricostituire abbastanza rapidamente sulla carta. Si comprano mezzi, si formano reparti, si richiamano uomini. Uno Stato Maggiore è un’altra faccenda. Pianificare il movimento e l’impiego di grandi unità, tenere insieme logistica, fuoco, riserve, tempi e comando richiede esperienza.

E di esperienza, nel bene e nel male, la Germania ne aveva in abbondanza. Una parte consistente dei quadri disponibili proveniva inevitabilmente dalla Wehrmacht. Alcuni di quegli ufficiali avevano inoltre una conoscenza che agli americani interessava moltissimo: per quattro anni avevano combattuto l’Armata Rossa. Ne avevano visto la capacità di concentrare forze, il modo di usare artiglieria e masse corazzate, la logistica, le riserve, i tempi operativi. Non era sapere libresco.

Qui la storia si fa meno comoda. Conoscenze maturate in una guerra condotta dalla Germania hitleriana contro l’URSS potevano ora servire a un Occidente che proprio nell’Unione Sovietica individuava il nuovo avversario. Heusinger va collocato in questa zona grigia del dopoguerra.

 

Adolf Hausinger

Heusinger era un ufficiale di carriera. Prima guerra mondiale, poi Reichswehr, infine Wehrmacht, dove raggiunse incarichi importanti nell’Oberkommando des Heeres. Dal 1940 lavorò per i nazisti nella pianificazione delle operazioni terrestri e, dopo Barbarossa, il fronte sovietico divenne inevitabilmente centrale nella sua attività.

Dopo l’attentato ad Hitler del 20 luglio 1944 la Gestapo lo interrogò per verificare eventuali rapporti con i congiurati. Non emersero elementi sufficienti a provarne la partecipazione.

Nel 1945 tutto l’apparato militare tedesco crollò. Le competenze, naturalmente, non crollarono con lui. Gli americani iniziarono a raccogliere testimonianze e studi degli ufficiali tedeschi che avevano combattuto a est. Ex comandanti e uomini di Stato Maggiore produssero una mole enorme di materiale sull’Armata Rossa e sulle campagne del fronte orientale. Con i rapporti fra Washington e Mosca che peggioravano di mese in mese, quelle carte smisero molto presto di avere un interesse puramente storico.

Nel 1951 Heusinger compare nei documenti diplomatici americani mentre discute della futura organizzazione delle forze tedesche e la confronta con le divisioni sovietiche schierate nella Germania orientale. È un dettaglio rivelatore: l’uomo che pochi anni prima aveva lavorato contro l’Armata Rossa nello Stato Maggiore tedesco metteva ora quella conoscenza al servizio del nuovo dispositivo occidentale.

Nel 1957 divenne Generalinspekteur della Bundeswehr. Nel 1961 presidente del NATO Military Committee. Qui bisogna fermarsi un momento, perché la tentazione di forzare il significato di questa carriera è forte. Il fatto che Heusinger e altri ex ufficiali della Wehrmacht siano entrati nella Bundeswehr o nelle strutture atlantiche non prova una continuità ideologica tra Terzo Reich e NATO. La Germania federale era un altro Stato, fondato su un altro ordinamento e con un’altra concezione del rapporto tra militare e potere politico. La Bundeswehr tentò esplicitamente di segnare questa cesura attraverso l’Innere Führung e l’idea dello Staatsbürger in Uniform, il cittadino in uniforme.

Neppure l’aver servito nella Wehrmacht equivale, da solo, a essere stati nazisti o criminali di guerra. Le responsabilità individuali vanno dimostrate, non dedotte dall’uniforme.

Ciò che il caso Heusinger mostra è qualcosa di meno clamoroso e forse più istruttivo: gli Stati possono disfarsi, le alleanze rovesciarsi, ma una competenza militare rimane disponibile. Se serve, viene recuperata.

 

La pressione sull’URSS non passava solo dalla Germania

La Germania, però, era soltanto un lato della partita. Gli Stati Uniti non intendevano contenere l’URSS esclusivamente con divisioni, basi e alleanze. La Guerra fredda stava già prendendo una forma molto più capillare: propaganda, intelligence, operazioni clandestine, guerra psicologica, sostegno a reti ostili a Mosca.

Il sistema sovietico appariva monolitico dall’esterno. Non lo era del tutto. Le questioni nazionali costituivano una delle sue debolezze, e l’Ucraina era probabilmente la più importante.

È qui che compare AERODYNAMIC. Alla fine degli anni Quaranta, la CIA stabilì rapporti operativi con settori dell’emigrazione nazionalista ucraina e in particolare con la rappresentanza estera dell’Ukrainian Supreme Liberation Council, lo ZP/UHVR. Dal 1949 quei rapporti confluirono progressivamente nel progetto che prese il nome di AERODYNAMIC.

All’inizio si tentò anche la via più rischiosa: infiltrare agenti nell’Ucraina sovietica e mantenere collegamenti con la resistenza antisovietica. I risultati sul terreno, però, ridimensionarono presto quelle ambizioni. L’apparato sovietico riuscì a neutralizzare gran parte della lotta armata e sostenere una guerriglia divenne sempre meno realistico.

AERODYNAMIC non venne chiuso. Venne rimodulato. Negli anni ’50, acquistò peso il lavoro politico e informativo. Nel 1953 la CIA contribuì alla nascita della Prolog Research and Publishing Corporation. Prolog pubblicava libri, periodici e materiale politico destinato alla diaspora e, attraverso diversi canali, anche all’Ucraina sovietica. Intorno a questo lavoro si costruivano contatti, si raccoglievano informazioni e si cercava di capire che cosa si muovesse nella società ucraina: dissenso, identità nazionale, orientamenti culturali.

I documenti declassificati della CIA, su questo, sono abbastanza franchi. AERODYNAMIC comprendeva intelligence e political action; tra gli obiettivi figurava l’utilizzo del forte nazionalismo ucraino nella guerra politica e psicologica contro l’URSS. Altre carte parlano di tendenze nazionaliste e dissidenti da sfruttare e, quando possibile, alimentare.

Questa formulazione è importante perché evita di dover immaginare intenzioni nascoste. L’intenzione è scritta nei documenti: per la CIA il nazionalismo ucraino rappresentava una vulnerabilità sovietica. Il problema, semmai, era chi fossero alcuni degli interlocutori.

Una parte degli ambienti nazionalisti con cui i servizi occidentali entrarono in rapporto proveniva dalla tristemente nota OUN, l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini. La sua storia durante la Seconda guerra mondiale è tutt’altro che semplice. Alcune correnti collaborarono con la Germania nazista, anche in forme strette; in altri momenti, alcuni ambienti entrarono in conflitto con i tedeschi. E sullo sfondo restano le violenze dell’OUN e dell’UPA, soprattutto contro la popolazione polacca della Volinia e della Galizia orientale. Era un passato pesante. Del tutto noto agli occidentali.

Ma il nuovo cattivo era Mosca. Questo non cancellava ciò che era accaduto durante la guerra; cambiava, molto più cinicamente, il valore operativo attribuito a quelle reti.

Il confronto con il caso tedesco va fatto con prudenza. Non sono vicende sovrapponibili. Tuttavia, un tratto comune si vede: a ovest veniva recuperata l’esperienza militare di uomini che avevano combattuto l’URSS; a est si cercava di utilizzare reti politiche che avevano nell’antisovietismo la propria ragion d’essere. Il passato continuava a contare, solo che non decideva più tutto.

 

Strumenti diversi. medesima sfida strategica

Mettere Heusinger e AERODYNAMIC nella stessa storia non significa sostenere che facessero parte dello stesso piano. Non ne facevano parte, e non conosco documenti che autorizzino una simile conclusione.

Il collegamento è un altro, e a mio avviso è più interessante proprio perché non richiede teorie occulte. Riguarda il modo in cui Washington affrontò il nuovo equilibrio europeo.

Da una parte c’era la Germania occidentale: andava ricostruita, riarmata e legata saldamente all’Occidente. Heusinger appartiene a questo capitolo. Dall’altra c’era l’URSS, che non si poteva sfidare soltanto sul piano convenzionale. AERODYNAMIC appartiene invece alla ricerca di punti di pressione interni al sistema sovietico.

 

Il denominatore comune era la geografia politica dell’Europa.

Una Germania industrialmente forte sotto influenza sovietica avrebbe consegnato a Mosca risorse, capacità produttive e una posizione nel continente difficili da controbilanciare. Per questo la Repubblica Federale doveva tornare forte, ma non semplicemente tornare a essere la vecchia potenza tedesca. Doveva essere forte dentro un sistema occidentale: NATO, integrazione europea, forte presenza americana.

Era una soluzione che teneva insieme due esigenze che solo pochi anni prima sarebbero sembrate incompatibili: ricostruire la potenza tedesca e, contemporaneamente, limitarne l’autonomia strategica.

È a questo livello che la frase di Harry Truman del 1941 torna utile. Non come profezia e neppure come prova di un piano. Piuttosto come testimonianza di un modo di ragionare sul continente europeo: nessuna potenza doveva uscirne in posizione tale da dominarlo.

Il risultato della guerra aveva lasciato la Germania divisa e l’Unione Sovietica molto più avanti verso occidente. Gli USA risposero con strumenti diversi: Piano Marshall e ricostruzione, integrazione della Germania federale, riarmo, NATO, presenza militare americana. E poi, meno visibili, propaganda, intelligence e operazioni politiche dentro o ai margini dello spazio sovietico.

L’Ucraina aveva un peso particolare, e non soltanto per la sua estensione: popolazione, industria, agricoltura, Mar Nero, posizione geografica. Perdere il controllo politico dell’Ucraina avrebbe significato per Mosca perdere una parte sostanziale della propria potenza. Gli americani non avevano bisogno di inventare quella frattura; esisteva già. Potevano però tentare di allargarla. E Project AERODYNAMIC va letto anche così.

La Guerra fredda, del resto, non si combatté soltanto con eserciti contrapposti lungo la cortina di ferro. Si combatté con radio, libri, emigrati, organizzazioni culturali, agenti, denaro, contatti personali. A volte con risultati modesti, altre volte no. Ma l’idea era sempre quella di entrare nelle contraddizioni dell’avversario e lavorarci dentro.

Se si rimettono in fila le date, il cambiamento appare impressionante. Nel 1941 Truman parlava di Germania e Russia come di due potenze che sarebbe stato utile vedere logorarsi. Nel 1944 Heusinger pianificava contro l’Armata Rossa. Nel 1949 la CIA iniziava a lavorare con reti ucraine antisovietiche. Nel 1955 la Germania occidentale entrava nella NATO. Nel 1957 Heusinger era alla guida militare della Bundeswehr; quattro anni dopo presiedeva il Military Committee dell’Alleanza.

Non vedo in questa sequenza la prova di un disegno immutabile. Vedo piuttosto la capacità americana – comune, peraltro, a tutte le grandi potenze quando possono permettersela – di cambiare rapidamente strumenti e interlocutori senza perdere di vista l’interesse strategico. Ed è questo il punto che trovo più interessante.

Il nemico di ieri non resta necessariamente il nemico di domani. Un generale della Wehrmacht poteva conoscere l’Armata Rossa meglio di molti ufficiali occidentali. Una rete nazionalista ucraina con un passato ingombrante poteva comunque offrire accesso a un ambiente ostile a Mosca. La Germania che nel 1945 bisognava disarmare, nel 1955 serviva armata.

Non è una morale particolarmente edificante, ma la politica di potenza raramente lo è. Dire che tutto questo dimostri l’esistenza di una strategia americana immutabile per separare tedeschi e russi sarebbe andare oltre le prove. Dire però che Washington abbia considerato il rapporto tra potenza tedesca, Europa orientale e spazio sovietico una questione decisiva mi sembra molto più difficile da contestare.

Nel 1945 il nemico sconfitto era Berlino e Mosca era ancora l’alleato senza il quale la guerra europea non sarebbe stata vinta. Dieci anni dopo la Germania occidentale sedeva nella NATO e l’Unione Sovietica era il principale avversario strategico.

L’Ucraina, intanto, era ancora una repubblica sovietica. Ma qualcuno, a Washington, aveva già cominciato a chiedersi che cosa sarebbe successo se un giorno non lo fosse stata più.

Foto: Wikipedia e IA

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Francesco FerranteVedi tutti gli articoli

Nato a Roma nel 1973, è stato un ufficiale dell'Esercito Italiano con una lunga esperienza operativa e di pianificazione interforze. Dopo oltre tre decenni di servizio, dal gennaio 2025 lavora nel settore privato per una società specializzata in difesa e sicurezza, continuando ad insegnare pianificazione operativa e targeting e a mettere a frutto le proprie competenze strategiche e analitiche. Ha ricoperto ruoli chiave nella pianificazione operativa presso l'ITA-JFHQ del Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI), e si è affermato a livello internazionale come istruttore certificato NATO di Joint Targeting, incarico ricoperto durante il suo periodo come Direttore Corsi e Istruttore presso la NATO SCHOOL di Oberammergau (Germania). Ha partecipato a numerose missioni operative in teatri complessi, tra i quali Iraq, Afghanistan, Libia, Libano, Bosnia, Repubblica Centrafricana, Burkina Faso e Mozambico. È laureato in Scienze Organizzative e Gestionali, e ha conseguito un Master in Giornalismo e Comunicazione. Collabora regolarmente con riviste e pubblicazioni specializzate nel settore Difesa e Sicurezza.

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