Oleodotto Druzhba: Orban minaccia il veto su prestiti Ue a Kiev e nuove sanzioni a Mosca

 

“Non resteremo a guardare mentre l’oleodotto dell’Amicizia (Druzhba ndr.) viene chiuso. Garantiremo l’approvvigionamento di carburante dell’Ungheria e adotteremo le contromisure necessarie fino alla ripresa delle spedizioni. Le contromisure sono: nessuna spedizione di gasolio dall’Ungheria all’Ucraina; rifiuto di qualsiasi prestito militare all’Ucraina; nessun sostegno alle sanzioni, il ventesimo pacchetto di sanzioni sarà respinto”.

Lo ha scritto il 22 febbraio su X il premier ungherese, Viktor Orban (nella foto sottp), confermando così l’intenzione annunciata dal suo ministro degli Esteri, Péter Szijjartó, di bloccare il nuovo pacchetto di sanzioni Ue contro la Russia, “finché l’Ucraina non riattiverà il transito di petrolio verso l’Ungheria e la Slovacchia attraverso l’oleodotto Druzhba“.

Le forniture di petrolio russo all’Ungheria e alla Slovacchia sono state interrotte dal 27 gennaio, dopo che, secondo quanto affermato dalle autorità ucraine, un attacco con droni russi ha danneggiato l’oleodotto Druzhba, che trasporta il greggio russo verso l’Europa centrale passando per il territorio ucraino. Danni che Budapest ritiene costituiscano un preteso utilizzato da Kiev per sospendere il flusso di greggio.

Del resto Mosca ha riferito circa la piena funzionalità dell’oleodotto anche se la notte tra il 22 e 23 febbraio droni ucraini hanno attaccato una delle strutture chiave di Druzhba, la stazione di pompaggio del petrolio di Kaleykino nella regione russa del Tatarstan.

L’Ungheria e la Slovacchia, che hanno entrambe ottenuto una deroga temporanea alla politica dell’Ue che vieta le importazioni di petrolio russo, hanno accusato l’Ucraina, senza fornire prove, di bloccare deliberatamente le forniture. Ed entrambi i Paesi hanno cessato questa settimana le spedizioni di diesel all’Ucraina a causa dell’interruzione dei flussi petroliferi.

L’Ungheria manterrà temporaneamente la fornitura di elettricità all’Ucraina per evitare difficoltà agli ungheresi della regione occidentale Ucraina della Transcarpazia, ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto. “Quasi la metà delle importazioni di elettricità dell’Ucraina proviene dall’Ungheria. Abbiamo concluso che è necessaria particolare cautela, poiché anche gli ungheresi vivono oltre confine.

L’interruzione delle esportazioni di elettricità colpirà principalmente la Transcarpazia, causando seri problemi e sofferenze alle famiglie che vivono dall’altra parte del confine”, ha dichiarato Szijjarto in un videomessaggio pubblicato sui social.

“L’Ucraina non ha il diritto di mettere a rischio la nostra sicurezza energetica, e vogliamo che riprenda immediatamente le forniture di petrolio all’Ungheria, nessuna ragione tecnica o politica può interrompere le forniture di petrolio all’Ungheria, mettendo a repentaglio la nostra sicurezza energetica”, ha dichiarato oggi Szijjarto.

“È molto frustrante, a dire il vero, che qui a Bruxelles di solito ci si schieri dalla parte di uno stato non membro dell’Ue contro altri Stati membri dell’Ue”, ha detto l’alto diplomatico. “La Commissione europea si comporta un po’ come una commissione ucraina, e questo è incredibile”, ha aggiunto. “Noi non odiamo l’Ucraina, il problema è che lo Stato ucraino odia l’Ungheria e ha adottato un approccio politico anti-ungherese negli ultimi 10 anni”, ha detto ancora Szijjarto. “È un nostro diritto sovrano decidere da dove acquistare le fonti energetiche e che tipo di fonti energetiche acquistare: questo è il nostro diritto sovrano nazionale e non siamo pronti ad acquistare fonti energetiche più costose di quelle attuali, né siamo pronti ad acquistare da fonti meno affidabili di quelle attuali“, ha continuato,

Il 21 febbraio il primo ministro ungherese Viktor Orban ha dichiarato che stava valutando l’interruzione delle forniture di elettricità di emergenza all’Ucraina, citando l’incapacità di Kiev di ripristinare il transito del petrolio verso l’Ungheria attraverso l’oleodotto Druzhba.

In ambito UE Orban ha annunciato con Robert Fico (nella foto in basso) il veto al prestito da 90 miliardi all’Ucraina (che Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia non intendono finanziare) e minaccia di bloccare il 20° pacchetto di sanzioni europee che molti vorrebbero annunciare in coincidenza con il quarto anniversario dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina.

Il nuovo pacchetto di misure, al di là delle pressioni ungheresi, non trova molti entusiasmi tra diversi i partner europei. Lo stop ai servizi marittimi per le petroliere russe, nei giorni scorsi, non piace soprattutto a Cipro (che ha la presidenza UE di turno) e Malta i cui porti sono spesso visitati da molte navi commerciali russe.

“Non condividiamo i veti di Ungheria e Slovacchia al nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia per la sua guerra di aggressione all’Ucraina. E’ prevista l’unanimità e non possiamo fare altro, ma noi siamo favorevoli alle nuove sanzioni, al finanziamento dei 90 miliardi, siamo a favore della linea, ultra maggioritaria, all’interno dell’Unione Europea”, ha detto il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. “Questa è la posizione dell’Italia, noi siamo dalla parte dell’Ucraina e continueremo a sostenerla in tutti i modi possibili e continuiamo a dire che sbaglia chi non vuole fare delle scelte che spingano Mosca a venire a più miti consigli”.

Per il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski, il veto dell’Ungheria al nuovo pacchetto di sanzioni contro Mosca e al prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina “è scandaloso, anche se non sorprendente. Purtroppo rimangono irremovibili e si rifiutano di consentire ai Paesi che aiutano l’Ucraina di aiutarla ancora di più“, ha aggiunto, ricordando il veto posto da Budapest anche all’avvio formale dei negoziati di adesione dell’Ucraina all’Ue. “Utilizzare l’agenda europea per condurre battaglie politiche interne e farlo dopo aver messo la propria società, attraverso la propaganda, contro l’Ucraina in guerra, è una violazione della solidarietà europea, alla quale siamo vincolati dal trattato di Lisbona”, ha aggiunto Sikorski.

Foto TASS

 

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