Iran: obiettivo militare di azioni politiche a tutto campo

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«La politica ha generato la guerra: essa è l’intelligenza, mentre la guerra non è che lo strumento».
C. von Clausewitz
La citazione di Clausewitz ha lo scopo di riportare la riflessione sul piano della strategia, per consentire all’analisi di cogliere la complessità delle cause dell’attacco all’Iran, permettendoci di leggere la realtà e di delineare i possibili scenari futuri.
Infatti, un po’ sorpresi dalla rapidità del precipitare degli eventi, tendiamo ad individuare le cause del conflitto con l’Iran tra quelle più appariscenti o alle quali siamo in qualche modo direttamente connessi. Ad un’analisi attenta non sfugge che gli eventi sono stati originati da un solo fattore, per quanto il casus belli possa apparire macroscopico, reale o fittizio che sia. E connettere informazioni apparentemente diverse per delineare un quadro coerente è lo scopo dello sforzo di comprensione.
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A ben pensarci, la collocazione dell’Iran nell’ambito dei BRICS e della SCO lo rende cruciale, per gli Stati Uniti, nello sforzo di contenere l’asse Russia-Cina, e non solo perché la Cina importi dall’Iran il 13% del suo fabbisogno di idrocarburi, materia della quale la Russa è comunque il secondo produttore mondiale.
Notiamo comunque che in questo senso l’attacco all’Iran si affianca all’operazione Venezuela: il confinamento della Cina passa anche e soprattutto dallo strangolamento energetico, per quanto rimangano alternative percorribili sia il carbone che le importazioni dalla Russia.

Attualmente, però, uno degli obiettivi strategici dichiarati dei Paesi “non allineati” (per usare un’espressione che nella Guerra Fredda rappresentava tutt’altra realtà), è quello di creare un sistema internazionale dei pagamenti alternativo a quello occidentale, sostituendo il dollaro come divisa di scambio. È un pericolo mortale, per gli USA, perché la de-dollarizzazione farebbe franare il sistema finanziario sul quale si reggono.
Alla luce di questa considerazione, possiamo connettere una notizia del 4 marzo con le ragioni dell’attacco ed osservare la prima vera vittoria degli Stati Uniti. La compagnia petrolifera di Stato di Abu Dhabi ha interrotto l’emissione del primo prestito obbligazionario in Yuan per un valore di 14 miliardi (oltre 2 miliardi di dollari).
La chiusura di Hormuz determina un problema di liquidità delle banche ed aziende dei Paesi del Golfo, a fronte della quale le banche cinesi non possono erogare una cifra del genere. Per gli USA, a livello strategico, è un risultato ben maggiore dell’uccisione di Khamenei.
Questo risultato è indirettamente connesso alla posizione geografica dell’Iran, che è da sempre alla base delle sue fortune come delle sue sventure. Dai tempi delle carovane è un crocevia strategico, che però non si limita allo Stretto di Hormuz ed al Golfo. Non solo petrolio e gas, come abbiamo visto, e nemmeno solo minaccia nucleare.
È in grado di influenzare con droni da 5000 euro investimenti ed interessi miliardari, come sta dimostrando con il suo fuoco di reazione agli attacchi che sta subendo e come abbiamo visto con il tema finanziario. È di ieri la minaccia di colpire “Obiettivi commerciali di rilevanza mondiale”, ed è per questa ragione che, come già era accaduto in occasione delle operazioni militari USA contro gli Houti, gli Emirati hanno vietato l’uso del proprio spazio aereo a qualsiasi tipo di volo anche indirettamente connesso ad attività militari. Per non sbagliare, hanno inizialmente addirittura emesso un NOTAM, che era basato più sul timore che sul rischio fisico.

E non avevano torto. Lo sforzo e l’interesse lo dimostrano due elementi: il fatto che l’Emiro in persona si sia fatto carico delle spese per la permanenza obbligata delle persone bloccate a Dubai, da un lato, e dall’altro che ora sia necessario fronteggiare l’esodo di un certo numero di expat, la cui opera è essenziale alla prosperità degli UEA. Ma questo fattore non vale solo nei confronti dei ricchi Emirati.
Una capacità simile l’Iran potrebbe dimostrarla anche contro altri obiettivi, e non quelli che già gli abbiamo visto colpire. Obiettivi che sono strategicamente molto rilevanti per gli USA e non solo. Mi riferisco all’ambizioso progetto TRIPP, Trump Route for International Peace and Prosperity, che ha preso le mosse nel gennaio scorso appena al di là del confine nord con Azerbaijan ed Armenia.
L’annuncio, in realtà, segue di parecchio un’attività complessa ed articolata che è iniziata nel 2023 nel Corridoio di Syunik. In quell’anno, infatti, sono iniziate le esercitazioni congiunte tra statunitensi ed Azeri, Eagle Partner, che si ripetono annualmente con la partecipazione nientedimeno che della 101^ Divisione Aviotrasportata, le Screaming Eagles appunto. Il “Corridoio di Syunik” è un business da 150 miliardi di dollari all’anno, con un accordo per 99 anni che include anche l’Armenia.

È chiaro che un accordo simile necessita di un Iran addomesticato, non può rimanere sotto la spada di Damocle dei Pasdaran. All’affare partecipa anche la Gran Bretagna, per quanto il suo ruolo nell’affaire Iran appaia ambiguo. E, logicamente, un certo mondo finanziario legato ad interessi israeliani è parte del deal.
La minaccia principale, come stiamo vedendo, è quella dei droni, il cui ruolo si conferma centrale nel combattimento contemporaneo. Parliamo di un campo nel quale l’Iran è in posizione di assoluta avanguardia, al punto tale che è proprio la sua tecnologia ad aver consentito alla Russia di fronteggiare l’Ucraina su questo tema.
Per questa ragione, l’azzeramento dell’arsenale missilistico iraniano non è un risultato che di per sé possa determinare una vittoria dell’asse USA-Israele, per quanto fosse l’obiettivo militare principale per quest’ultimo. Per Israele il tema dei droni rimane molto sensibile alla frontiera con il Libano, ma per ragioni al momento ignote Hezbollah non sembra utilizzarli in modo così massiccio, pur se l’attacco alla base britannica a Cipro pare sia stato lanciato proprio dal Libano e con quel tipo di vettore.

In materia di motivazioni strategiche USA il Golfo non è centrale solo da ora, e nemmeno dai tempi della difesa dell’Arabia Saudita nella Guerra Fredda. La Quinta Flotta fu costituita per presidiarlo già nel 1944. Anche ora che gli Stati Uniti sono i primi produttori al mondo e net exporter di idrocarburi, circa 30 milioni di posti di lavoro ed il 40% del suo PIL sono connessi ad interscambi con Paesi per i quali petrolio e gas del Golfo sono indispensabili.
Ma il tema quantitativo non è l’unico. La produzione USA di idrocarburi si basa sul fracking, una tecnologia che garantisce sì quantità immense di produzione ma che si regge solo su prezzi vicini o superiori ai 70 dollari al barile, mentre la produzione convenzionale sta in piedi anche con prezzi più bassi. La chiusura dello Stretto di Hormuz, quindi, determinando la crescita del prezzo è indispensabile al mantenimento del primato produttivo USA. E anche questo risultato, pienamente raggiunto, vale più di Khamenei.
Paradossalmente, agli Stati Uniti servono perfino gli Houti, in materia di prezzo del greggio. Ma non solo. Le difficoltà di transito per Bab el Mandeb è un notevole aggravio di costi, per l’Europa. Costa, solo a noi Italiani, 95 milioni di euro al giorno, come calcola Confindustria. Le imprese europee, già in difficoltà per l’enorme aumento dei costi energetici dovuti al conflitto Ucraino, sono ulteriormente penalizzate dall’instabilità del nuovo teatro di guerra. Osservando la realtà, ai competitor statunitensi conviene più questo scenario, della tregua ottenuta con gli Houti lo scorso agosto.

Altro fattore non trascurabile è la posizione dell’Arabia Saudita, che in tempo recenti si era avvicinata pericolosamente all’asse BRICS-SCO. Essa non è solamente competitor regionale dell’Iran come potenza regionale ma anche nemico religioso giurato.
A noi occidentali non deve sfuggire la complessità del mondo musulmano. Gli iraniani (come peraltro i turchi) sono musulmani ma non sono arabi. E non sono nemmeno sunniti, come l’85% del mondo musulmano. Come sciiti, sono nemici dei sauditi e della maggior parte dei Paesi islamici. E parlano in farsi, come molte zone dell’Asia Centrale nella quale esercitano una certa influenza, ovviamente sgradita tanto ai sunniti quanto agli USA.
Dobbiamo anche considerare un precedente diplomatico. Arabia Saudita ed Iran sono stati sull’orlo della guerra per molto tempo, e a ristabilire le relazioni diplomatiche fu una mediazione cinese: troppo pericoloso per gli USA questo legame, che ha portato entrambi i Paesi in orbita BRICS-SCO.

Il tema religioso, però, è una complicazione notevole, nelle operazioni in corso. I sunniti per lo più hanno Stati tenuti insieme dal fattore religioso e nati artificialmente in seguito alla decolonizzazione franco-inglese. Sono istituzionalmente deboli e poco coesi, essendo la loro struttura per lo più fondata sui clan familiari ed avendo una matrice culturale che non riconosce autorità gerarchiche religiose.
Gli sciiti, al contrario, hanno una gerarchia religiosa piramidale che è contemporaneamente anche istituzionale e politica. Non è una compagine che si sbanda all’urto, e questo rende complicato l’obiettivo del regime change, sempre che si tratti di un obiettivo realmente perseguito, cosa non scontata.
Dicevamo che al tema confessionale corrisponde una struttura sociale e politica, ma lo stesso si deve osservare in materia finanziaria ed economica. A prescindere dagli immensi patrimoni privati (come quello del secondogenito di Khamenei, che forse proprio per questo non succederà al padre), c’è un’immensa holding parastatale, costituita dai Pasdaran.
Essi, infatti, non sono solo truppe d’élite ma anche il principale centro economico-finanziario dell’Iran, con estensioni complesse e di enorme valore in tutti il mondo, anche attraverso il riciclaggio dei proventi del traffico di armi e stupefacenti che costituisce il nerbo degli affari delle Guardie della Rivoluzione. Si tratta di una rete che è connaturata e funzionale anche gli interessi terroristici e di destabilizzazione che l’Iran persegue.

E non è un caso che il Venezuela fosse il nodo centrale delle attività più redditizie dei Pasdaran, che sono proprio ubicate nel subcontinente latinoamericano. Si tratta, certo, di un possibile obiettivo ibrido dell’attacco israelo-statunitense, ma anche di una possibile merce di scambio volta ad addomesticare un regime che da nemico pericoloso può diventare un fattore essenziale per un nuovo equilibrio regionale.
Infatti, USA ed Israele hanno anche un altro problema da affrontare: la Turchia, che confina proprio con l’Iran. Pur membro della NATO, la Turchia sta giocando una partita autonoma un po’ troppo libera e disinvolta, come abbiamo visto in Siria e stiamo osservando in Nord Africa (soprattutto in Libia a spese di noi italiani) e anche in Asia Centrale.
La Turchia, poi, ha le chiavi dei Dardanelli, passaggio obbligato non solo di redditizi commerci ma anche del naviglio russo. Meglio, quindi, contenerla, ed a questo scopo un Iran apertamente o nascostamente allineato è l’unica soluzione percorribile. In questa chiave possiamo leggere l’invito fatto ai curdi a partecipare all’attacco in corso, anche se esso è stato colto con grande prudenza. I curdi si sono già ampiamente scottati con l’inaffidabilità dell’Occidente e delle sue promesse, sistematicamente disattese al venir meno della loro funzione tattica.
Foto: IRNA, FARS, US Dept. of War, Anadolu, IDF e Luca Gabella
Manuel Di CasoliVedi tutti gli articoli
Ha frequentato la Scuola Militare "Nunziatella" di Napoli, l'Accademia Militare di Modena e la Scuola Ufficiali Carabinieri ed è laureato in Giurisprudenza ed in Scienze della Sicurezza. Fino al 2000 è stato Ufficiale dei Carabinieri, svolgendo il proprio servizio in Sicilia, Calabria e nella Capitale. E' Professore a contratto in alcune Università italiane ed ha conseguito un Master presso l'Università di Buenos Aires. Attualmente è Global Strategies Advisor nel settore energetico e lavora tra America Latina ed Europa per società di investimento e produzione nel settore energetico. Ha ricoperto diversi incarichi come Direttore Operations, Sicurezza e Affari Legali per grandi aziende sia italiane che multinazionali ed in Expo Milano 2015.






