L’escalation al buio di Trump e Netanyahu porta al disastro energetico

Non sanno come uscire dal disastro che hanno provocato e quindi cercano di tirarci dentro tutti. In estrema e semplificata sintesi Stati Uniti e Israele sembrano voler allargare al mondo intero le conseguenze della guerra nel Golfo dopo essersi infilati in un veicolo cieco con l’Iran, rivelatosi un osso ben più duro del previsto come avevano fatto trapelare fin dall’inizio delle ostilità diversi esponenti militari e dell’intelligence statunitense
Lo confermano anche le dimissioni del capo dell’antiterrorismo USA, Joseph Kent, “trumpiano di ferro” che ha lasciato l’incarico accusando la Casa Bianca di aver voluto una guerra immotivata.
Nella lettera su X, Kent ha negato che vi fosse una minaccia imminente iraniana per gli Stati Uniti e denuncia le pressioni israeliane e di gruppi influenti statunitensi filo-israeliani per muovere guerra a Teheran.

Kent parla apertamente di “menzogna”, evocando il fantasma della Guerra in Iraq come monito ignorato.
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha respinto l’accusa secondo cui Israele avrebbe “trascinato gli Stati Uniti in un conflitto con l’Iran” definendola falsa, sostenendo che Trump “prende sempre le sue decisioni in base a ciò che ritiene sia meglio per l’America” e parlando di “stretta coordinazione” tra Israele e gli Stati Uniti nel corso dell’attacco all’Iran. Netanyahu ha poi affermato che “l’Iran oggi non ha alcuna possibilità di produrre uranio né di produrre missili balistici”.
La versione di Kent trova però sostegno anche nelle dichiarazioni del ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, che all’Economist definisce la guerra all’Iran una “catastrofe” e il segno che l’Amministrazione Trump “ha perso il controllo della sua politica estera”.
Albusaidi, mediatore dei negoziati di febbraio, ha precisato che un accordo fra Teheran e Washington “era davvero possibile”. I due Paesi sono arrivati vicini a un accordo due volte negli ultimi nove mesi, incluso a giugno dello scorso anno, prima della guerra dei 12 giorni, ha aggiunto.
“E’ stato uno shock ma non una sorpresa quando solo poche ore dopo l’ultimo, e più sostanziale, round di negoziati (il 26 febbraio a Ginevra, ndr), Israele e Stati Uniti hanno lanciato un attacco militare illegale contro la pace che per breve tempo era sembrata possibile“, ha scritto Albusaidi puntando il dito contro la “leadership di Israele“, per aver persuaso Trump che “una resa incondizionata avrebbe velocemente fatto seguito ai primi raid e l’assassinio del leader supremo iraniano.

Il maggior errore di calcolo dell’Amministrazione americana è stato prima di tutto quello di lasciarsi trascinare in questa guerra. Gli amici dell’America hanno la responsabilità di dire le cose come stanno“.
Una responsabilità che sembra mancare invece a gran parte degli alleati europei degli Stati Uniti, persino ora che gli attacchi alle infrastrutture iraniane nel suo gigantesco giacimento di gas di South Pars hanno spalancato le porte di un infermo energetico globale che condizionerà i rifornimenti di gas e petrolio di gran parte del mondo e soprattutto di Asia ed Europa.
Sono state segnalate esplosioni multiple e incendi, con interruzione della produzione in due raffinerie con capacità combinata di circa 100 milioni di metri cubi di gas al giorno. Si tratta del primo attacco diretto alle infrastrutture del gas iraniano e che sia stato effettuato da Israele col via libera degli USA o da forze congiunte israelo-statunitensi poco importa ai fini del risultato.
Cioè un atto che sembra confermare come la guerra senza prospettive scatenata a fine febbraio da Tel Aviv e Gerusalemme non abbia dato i risultati sperati. Il regime di Teheran non è crollato nonostante l’omicidio di molti suoi esponenti di spicco.
Inoltre, sul piano militare l’Iran resiste rispondendo colpo su colpo (ieri la 65a ondata di attacchi missilistici) devastando le basi americane nel Golfo e israeliane ma anche colpendo ora per rappresaglia le infrastrutture energetiche in Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, ma anche in Israele dove è stata colpita da un missile balistico (o da un suo frammento) la raffineria di Haifa.
E questo nonostante l’aeronautica israeliana abbia sganciato in 18 giorni di guerra oltre 12mila bombe sull’Iran, di cui 3.600 solo su Teheran, in più di 8.500 raid. Funzionari della sicurezza israeliana hanno riferito ieri all’emittente Channel 12 che l’Iran non è vicino al collasso e la resa di Teheran non è all’ordine del giorno.

“Il piano militare sta procedendo rapidamente e secondo gli obiettivi prefissati, ma la campagna potrebbe continuare per molte altre settimane. La guerra non ha una data di scadenza e gli americani non ne hanno fissata una. Anzi, tutt’altro”, hanno dichiarato le fonti ammettendo che “la resilienza del regime è straordinaria”.
Quanto ai danni alle infrastrutture energetiche del Golfo Persico, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, ha condannato il bombardamento iraniano al principale hub del gas del paese a Ras Laffani.
“Questo attacco ha ripercussioni significative sulle forniture energetiche globali. Queste azioni non portano benefici diretti a nessun paese. Anzi, danneggiano e colpiscono direttamente le popolazioni”, ha avvertito al Thani.
Il ministro di Stato per l’Energia e amministratore delegato di QatarEnergy, Saad bin Sherida Al Kaabi, ha reso noto che gli attacchi iraniani hanno interrotto il 17% della capacità di esportazione di gas naturale liquefatto del Qatar, con perdite stimate in circa 20 miliardi di dollari annui e rischi per le forniture verso Europa e Asia.
Il giacimento iraniano attaccato da USA e Israele è adiacente a quello qatarino di North Dome e il 18 marzo il portavoce del Ministero degli Esteri di Doha, Majed al-Ansari, aveva affermato che “l’attacco israeliano a strutture collegate al giacimento South Pars dell’Iran, un’estensione del giacimento Nord del Qatar, è un passo pericoloso e irresponsabile in mezzo all’attuale escalation militare nella regione. Colpire le infrastrutture energetiche costituisce una minaccia per la sicurezza energetica globale, così come per i popoli della regione e il suo ambiente”.
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Che l’escalation del conflitto sia ora fuori controllo lo confermano anche le roboanti quanto confuse dichiarazioni che giungono dall’Amministrazione Trump.
Ieri il presidente ha dichiarato di aver chiesto al premier israeliano Benjamin Netanyahu di fermare gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane. “Gli ho detto: non farlo. E non lo farà“, ha affermato Trump, spiegando di aver discusso direttamente con il leader israeliano. Il presidente ha sottolineato che, pur nel coordinamento tra i due paesi, restano margini di autonomia nelle decisioni operative. “Siamo indipendenti, anche se andiamo molto d’accordo. E’ coordinato, ma a volte lui fa qualcosa e, se non mi piace, interveniamo”, ha detto. Trump ha quindi aggiunto che, in questo caso, gli attacchi contro impianti petroliferi e del gas “non si faranno più”.
Trump del resto aveva già annunciato in più occasioni la “vittoria” contro l’Iran nonostante i fatti dicano il contrario e le agenzie di intelligence statunitensi cerchino in ogni modo di smarcarsi dalla conduzione della guerra.
“Gli obiettivi che sono stati descritti dal presidente sono diversi da quelli descritti dal governo israeliano” ha detto ieri Tulsi Gabbard, direttore dell’Intelligence nazionale, durante un’audizione alla commissione ristretta permanente sull’Intelligence della Camera, confermando che i due alleati conducono guerre diverse perseguendo obiettivi diversi.
Trump aveva parlato di una guerra della durata di poche settimane ma ieri il segretario alla Guerra, Pete Hegseth ha detto che non è stato fissato alcun limite di tempo per la conclusione dell’Operazione Furia Epica contro l’Iran.
“Stati Uniti sono sulla buona strada per raggiungere i propri obiettivi” ha detto Hegseth rifiutandosi di indicare una data di fine delle operazioni. “Sarà il presidente a scegliere il momento in cui diremo che abbiamo ottenuto ciò di cui avevamo bisogno per garantire la nostra sicurezza”.

Hegseth ha poi dichiarato che la richiesta di bilancio del Pentagono di 200 miliardi di dollari aggiuntivi per finanziare la guerra contro l’Iran “potrebbe subire delle modifiche. Ci vogliono soldi per uccidere i cattivi. Torneremo al Congresso per assicurarci di avere i fondi necessari”. Insomma, anche le spese di guerra previste potrebbero rivelarsi insufficienti.
Tutti elementi che lasciano intendere l’assenza di piani per concludere la guerra e del resto gli Stati Uniti sono stati colti di sorpresa persino dalla chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz, iniziativa iraniana che poteva essere facilmente prevista anche solo ricordando le operazioni del 1980-88 durante la guerra Iran-Iraq.
Anche la vana richiesta di Trump agli alleati di fornire navi per scortare le petroliere a Hormuz conferma come la guerra sia ormai entrata in un vicolo cieco per USA e Israele. Senza ordini precisi i diversi ministri di Trump parlano in libertà e spesso sopra le righe. Il segretario al Tesoro non ha escluso ieri che l’isola iraniana di Kharg, cuore dell’export petrolifero con i terminal navali, possa passare sotto il controllo degli Stati Uniti.
“Vedremo se eventualmente diventerà o no un asset americano” ha detto a Fox News ricordando l’attacco con cui gli statunitensi hanno colpito e “distrutto” gli asset militari sull’isola da cui passa il 90% dell’esportazione di greggio iraniano.

Un’operazione di sbarco e conquista dell’isola che potrebbe coinvolgere i 2.200 marines della 31ª Unità di Spedizione dei Marines (MEU) con base a Okinawa, imbarcati sul gruppo navale anfibio in navigazione da Singapore verso il Golfo Persico guidato dalla portaelicotteri da assalto anfibio USS Tripoli (nella foto sopra).
Penetrare con una flotta da sbarco nelle acque ristrette del Golfo e condurre uno sbarco sul territorio iraniano potrebbe rivelarsi un’operazione pericolosa sia per le navi sia per le truppe sbarcate. Inoltre l’occupazione di una porzione di valore strategico del territorio iraniano porrebbe gli Stati Uniti in una condizione di grave isolamento internazionale ai margini di ogni contesto giuridico.
Lo ha ricordato ieri il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva che ha attaccato duramente l’azione militare degli Stati Uniti contro l’Iran affermando che “nessuno ha il diritto di invadere altri Paesi e provocare conflitti globali“.

Del resto, come sostiene The Economist, il fallimento della guerra lampo di Trump e Netanyahu contro l’Iran rende pericolante la posizione dei due leader favorendo azioni disperate e pericolose per la stabilità energetica globale ma anche per il rischio che la guerra possa allargarsi ulteriormente.
D’altra parte l’attacco alle infrastrutture energetiche iraniane, con le inevitabili rappresaglie di Teheran, conferma come USA e Israele si disinteressino completamente delle priorità degli alleati europei e asiatici, alle prese col rischio di subire danni devastanti alle proprie economie.
“Non abbiamo bisogno dello Stretto di Hormuz per la nostra energia qui a casa per il popolo americano” ha detto la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ricordando che gli Stati Uniti sono produttori e grandi esportatori di gas. E’ il caso di sottolineare che anche Israele produce grandi quantità di gas dai giacimenti off-shore nel Mediterraneo per il fabbisogno interno e per l’esportazione in Egitto.
I guai determinati dal blocco di Hormuz e dagli attacchi agli impianti iraniani non ricadono quindi su chi ha scatenato la guerra ma sul resto del mondo, incluse le nazioni che in Europa e Asia continuano a considerare USA e Israele amici e alleati.
Sarebbe utile che in un momento come questo, con le borse a picco e le quotazioni energetiche alle stelle, europei ed asiatici avanzassero proposte di negoziato evidenziando la netta contrarietà alle operazioni militari condotte da Washington e Tel Aviv, anche in termini concreti quali proteste diplomatiche ufficiali, sanzioni e blocco all’utilizzo di basi e infrastrutture militari in Europa.

Un atto concreto che dimostrerebbe che sacrificare i nostri interessi sull’altare dei propri comporta comunque un prezzo da pagare. A titolo di esempio di dignità nazionale, è emersa oggi la notizia che lo Sri Lanka ha negato tra il 4 e l’8 marzo a due aerei da combattimento statunitensi armati di stazionare in un aeroporto dell’isola, al fine di mantenere la propria neutralità nella guerra contro l’Iran.
Il presidente Anura Kumara Dissanayake ha dichiarato al Parlamento che “gli Stati Uniti volevano trasferire due aerei da guerra armati con otto missili antinave da una base di Gibuti all’aeroporto internazionale di Mattala dal 4 all’8 marzo, e noi abbiamo detto di no”.
Probabilmente la missione dei due aerei statunitensi era colpire le navi iraniane in navigazione in quell’area come la fregata Dena, affondata il 4 marzo al largo dello Sri Lanka da un sottomarino statunitense.
Foto: US Navy, Casa Bianca, Tasnim, Anadolu e Governo degli Stati Uniti
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.








