L’illusione della superiorità tecnologica e il ritorno della guerra vera

 

 

Per anni gli Stati Uniti hanno combattuto guerre facili scambiandole per prove della propria superiorità storica. Afghanistan, Iraq, Siria, campagne aeree contro milizie irregolari, operazioni contro avversari privi di una vera difesa integrata: tutto questo ha alimentato a Washington e nelle capitali occidentali l’illusione che il dominio tecnologico americano fosse un dato permanente, quasi naturale.

In realtà era, più modestamente, il prodotto di una sproporzione schiacciante fra la macchina militare statunitense e nemici deboli, frammentati, quasi sempre privi di aviazione, di sistemi antiaerei moderni, di capacità missilistiche credibili e di una struttura industriale capace di sostenere una guerra lunga.

Il punto centrale è qui: gli americani si sono abituati a colpire senza essere colpiti davvero. Hanno scambiato la comodità operativa per superiorità assoluta. Hanno creduto che la guerra del futuro sarebbe rimasta una guerra di polizia imperiale, condotta contro forze leggere, male equipaggiate, incapaci di contestare lo spazio aereo, di saturare le difese, di colpire in profondità o di imporre costi veri all’avversario.

Ma la guerra in Ucraina e il confronto mediorientale stanno demolendo questo presupposto. Il testo di Jacques Baud lo riassume in modo netto: tanto sul teatro ucraino quanto su quello mediorientale, la tecnologia americana non riesce più a rispondere in modo efficace agli attacchi russi da un lato e iraniani dall’altro, mostrando così i limiti reali della tecnologia occidentale.

 

La guerra contro i deboli non prepara allo scontro con i quasi pari

Per comprendere la portata del problema bisogna liberarsi di una finzione durata almeno vent’anni: bombardare milizie, colpire pickup nel deserto, neutralizzare reti insurrezionali o inseguire droni artigianali non significa essere pronti per uno scontro contro potenze dotate di missili, guerra elettronica, capacità di saturazione, resilienza industriale e adattamento tattico.

Gli Stati Uniti hanno affinato strumenti straordinari per il predominio in scenari permissivi, ma hanno trascurato la trasformazione del campo di battaglia in ambienti contestati.

In Ucraina questo limite è emerso in modo brutale. La Russia, pur con difetti evidenti, ha mostrato una capacità di logoramento, adattamento e produzione che l’Occidente aveva largamente sottovalutato. Nel Medio Oriente, l’Iran ha fatto qualcosa di simile su scala diversa ma politicamente devastante: ha dimostrato che non serve uguagliare gli Stati Uniti in senso classico per eroderne il vantaggio.

Basta avvicinarsi abbastanza, soprattutto in alcuni segmenti chiave, da rendere più costosa, meno prevedibile e meno sicura la proiezione di potenza americana.

 

Il problema non è l’uguaglianza tecnologica ma la prossimità strategica

Qui sta il nodo più importante. Nessuno sostiene seriamente che Iran o Russia siano sovrapponibili agli Stati Uniti per mezzi complessivi, capacità aeronavali globali o massa industriale integrata su scala mondiale. Il punto, però, non è questo. Come osserva il testo caricato, Washington si trova davanti ad avversari che, senza essere equivalenti, si avvicinano in modo considerevole alle sue capacità tecnologiche. E quando la distanza si riduce, l’intero modello operativo americano entra in tensione.

Perché? Perché il vantaggio occidentale si fondava su alcuni pilastri: superiorità informativa, dominio aereo quasi indiscusso, capacità di colpire per primi e meglio, protezione delle proprie basi, sicurezza delle linee logistiche, schiacciante superiorità nella precisione.

Ma se l’avversario può disturbare i sensori, saturare le difese, colpire infrastrutture, usare droni a basso costo in grande numero, combinare missili, esche e guerra elettronica, allora quel vantaggio non scompare, ma si restringe. E quando si restringe, il costo politico della guerra sale enormemente.

 

L’illusione occidentale della tecnologia salvifica

L’Occidente ha creduto troppo a lungo che la tecnologia potesse sostituire la strategia. Ha pensato che sensori più raffinati, piattaforme più costose, software più avanzati e munizionamento più preciso bastassero a compensare l’erosione della base industriale, della cultura del rischio e della preparazione a guerre di attrito. Ma la tecnologia, da sola, non salva nessuno.

Conta la quantità. Conta la capacità di produrre e rimpiazzare. Conta la ridondanza. Conta la possibilità di adattarsi in settimane e non in anni. Conta soprattutto la disponibilità a combattere contro un nemico che reagisce, apprende, innova.

In questo senso il conflitto ucraino e la crisi con l’Iran stanno funzionando come una rivelazione impietosa. Stanno dicendo che il modello occidentale, così brillante nelle esposizioni teoriche e così seducente nelle brochure industriali, fatica quando la guerra torna a essere densa, massiva, continua. Una guerra fatta non solo di precisione ma di volumi. Non solo di reti ma di resistenza. Non solo di qualità ma di durata.

 

Dal prestigio tecnologico alla vulnerabilità operativa

La conseguenza più grave non è soltanto militare, ma strategica e psicologica. Per anni la superiorità americana ha avuto anche una funzione intimidatoria: scoraggiare gli avversari prima ancora dello scontro. Ma se Russia e Iran mostrano di poter assorbire il colpo, rispondere, adattarsi e in alcuni casi perforare o aggirare gli strumenti occidentali, allora viene colpita anche la dimensione simbolica della potenza americana.

Questo spiega perché il problema sia molto più serio di una semplice lacuna tecnica. Siamo di fronte a una crisi di paradigma. Gli Stati Uniti non sono più sfidati da nemici folkloristici o periferici. Sono sfidati da attori che hanno studiato le guerre occidentali, ne hanno tratto le lezioni e hanno costruito risposte asimmetriche ma efficaci. Hanno capito che non serve riprodurre l’esercito americano: basta costruire i mezzi per complicarne la vittoria, per renderla lenta, costosa, incerta.

 

La lezione che Washington non voleva ascoltare

La verità è che gli americani si sono davvero adagiati sui loro allori. Hanno trasformato la vittoria facile in una dottrina implicita. Hanno confuso il monopolio temporaneo del campo di battaglia con una legge della storia. Oggi scoprono invece che la guerra tra potenze o tra quasi potenze non perdona l’autocompiacimento.

E scoprono che l’Occidente, dopo aver investito per anni nell’immagine della propria invincibilità, si trova costretto a misurarsi con un mondo in cui gli altri hanno imparato a colpire dove fa più male: le basi, le reti, i tempi di reazione, la presunzione di superiorità.

La lezione, in fondo, è brutale ma limpida. La tecnologia resta decisiva, ma non è più sufficiente. Senza strategia, senza massa, senza industria, senza adattamento e senza una reale comprensione del nuovo volto della guerra, anche il sistema militare più avanzato rischia di scoprire troppo tardi che il suo problema non era la debolezza degli altri, ma la propria lunga abitudine a combattere soltanto contro i deboli.

Foto: Tasnim, Lockheed Martin e US Department of War

 

 

Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.

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