Export energetico: la Russia riduce i volumi ma aumenta i ricavi

 

 

di Andrea Francato – GEA

Il settore petrolifero russo fa affari nonostante e grazie le guerre. Dopo un marzo da record, anche in aprile il principale strumento di finanziamento dell’aggressione all’Ucraina evidenzia una dinamica che conferma la resilienza del modello energetico.

I volumi esportati diminuiscono, ma i ricavi aumentano grazie a un forte rialzo dei prezzi internazionali. Nel complesso, secondo l’analisi mensile del Crea (Centre for Research on Energy and Clean Air), le entrate giornaliere dalla vendita di combustibili fossili sono salite del 4% su base mensile, raggiungendo 734 milioni di euro al giorno, nonostante un calo del 7% di beni esportati. Il driver principale resta il petrolio degli Urali, il cui prezzo medio è balzato del 19% su base mensile a 112,3 dollari al barile, più del doppio del price cap fissato da Ue e Regno Unito.

Il quadro del petrolio evidenzia una pressione incrociata tra prezzi elevati e vincoli logistici. Le esportazioni di greggio via mare sono crollate del 24% a causa degli attacchi alle infrastrutture energetiche, ma la Russia ha parzialmente compensato attraverso un aumento del 36% dei flussi via oleodotto, in particolare lungo la tratta meridionale del Druzhba.

In questo contesto, spiega lo studio del Crea, i ricavi del greggio sono comunque scesi del 9% su base mensile, attestandosi a 374 milioni di euro al giorno, segnalando che non tutti i segmenti riescono a beneficiare in modo uniforme del rally dei prezzi. Più solida la performance dei prodotti petroliferi e del gas. I derivati raffinati trasportati via mare hanno generato un incremento dei ricavi del 32%, mentre il gas naturale ha mostrato una dinamica ancora più interessante: il Gnl è cresciuto del 25% nei ricavi, e il gas via gasdotto del 15%, sostenuti da prezzi elevati in Europa (+24% su base annua) e da vincoli globali dell’offerta.

Anche il carbone, pur con una crescita più contenuta dei volumi, ha registrato un aumento dei ricavi del 5%. Il ruolo dei paesi europei resta centrale e, per certi versi, controverso. Nonostante le sanzioni e i tetti ai prezzi, i membri dell’Unione Europea hanno complessivamente versato circa 1,6 miliardi di euro alla Russia in un solo mese, con l’88% legato al gas. Il paradosso è evidente: mentre si cerca di ridurre la dipendenza energetica da Mosca, il continente continua a essere uno dei principali canali di finanziamento delle sue esportazioni energetiche.

La Francia si conferma il principale importatore Ue, con 413 milioni di euro in Gnl, in crescita mensile del 13%. Il Belgio segue con 363 milioni di euro di Gnl, mentre la Spagna registra importazioni per 181 milioni, interamente di gas liquefatto ma in forte calo mensile. Rilevante anche la posizione dell’Ungheria, che da sola ha acquistato 380 milioni di euro di combustibili fossili russi, principalmente gas via gasdotto e petrolio, e della Slovacchia, con 228 milioni di euro tra gas e greggio.

Nel complesso, il sistema energetico russo appare sempre più orientato a compensare la perdita di volumi con prezzi elevati e rotazioni dei flussi. Cina, India e Turchia restano i principali partner extra europei di Mosca. Pechino in particolare resta il principale acquirente di combustibili fossili russi in quasi tutte le categorie. Assorbe il 49% delle esportazioni di petrolio greggio, il 37% del carbone e circa il 23% del Gnl. Inoltre, nel gas via gasdotto mantiene una quota del 30%, in linea con quella turca, consolidando il suo ruolo di primo mercato di sbocco russo.

La crescita delle importazioni cinesi riflette sia la capacità di assorbimento industriale del paese sia una strategia di approvvigionamento energetico basata su sconti e diversificazione dei fornitori.

Foto: Gazprom e Rosneft

 

Login

Benvenuto! Accedi al tuo account

Ricordami Hai perso la password?

Lost Password

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: