Caso Flotilla: le violazioni al diritto internazionale della Marina Israeliana

 

 

Tra diritto umanitario violato e nuova escalation nel conflitto mediorientale, si impone una risposta giuridica e politica non più rinviabile, che riaffermi i principi del diritto e della giustizia internazionale.

 

Sulla vicenda del caso Flotilla occorre essere chiari evitando semplificazioni. Diversi analisti hanno evidenziato che nell’ambito di quell’area di protesta si siano evidenziati elementi dell’antagonismo globale, i cui atteggiamenti provocatori per altre cause sono controversi.

Tuttavia nel caso in esame occorre riconoscere la prevalente partecipazione di Ong neutrali e di giovani realmente sostenitori dei diritti civili e delle finalità umanitarie per sensibilizzare l’opinione pubblica e portare soccorso alle indicibili sofferenze della popolazione civile di Gaza.

Non va certo dimenticato il massacro del 7 ottobre 2023 compiuto dai terroristi di Hamas, e tuttavia quella barbarie non può essere disgiunto dal dramma delle 73mila morti e delle devastazioni inflitte alla popolazione civile palestinese.

Per questo è stata giusta la prospettiva anticipatrice della Corte penale internazionale, quando – già nel maggio del 2024 – emise le prime imputazioni per i leader israeliani Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant oltre che per i capi di Hamas Yahya Sinwar, Ibrahim Al-Masri e Ismail Haniyeh.

Hamas e Israele erano stati ampiamente avvertiti delle conseguenze delle loro azioni quando il procuratore Khan già il 29 ottobre 2023 si era recato al valico di frontiera di Rafah in Egitto, senza riuscire ad entrare a Gaza, e aveva lanciato il monito:  per Hamas la Corte avrebbe individuato i “responsabili dell’organizzazione e dell’ attuazione delle atrocità del 7 ottobre”, ma a Israele aveva ricordato che “ha un esercito professionale, giuristi militari e un sistema basato sul rispetto del diritto internazionale umanitario”, per cui sarebbe stato chiamato a dimostrare che “qualsiasi attacco” fosse condotto “in conformità con le leggi e le consuetudini dei conflitti armati”, a cominciare dalla “corretta applicazione dei principi di distinzione, precauzione e proporzionalità”, e dal divieto di “affamare le popolazioni”.

Eppure quell’avvertimento non solo è rimasto inascoltato, ma anche criticato nella stessa Europa fino a porre in discussione i principi dello ‘Statuto di Roma’ approvato nel 1998 da 124 nazioni e sostenuto nelle origini soprattutto da un’Italia all’epoca lungimirante.

La Global Sumud Flotilla, composta da centinaia di attivisti provenienti da decine di Paesi, fra cui molti italiani, è stata intercettata da forze israeliane in acque internazionali mentre si dirigeva verso Gaza con finalità dichiaratamente umanitarie. Le autorità israeliane hanno sostenuto la legittimità dell’operazione in base al blocco navale della Striscia, qualificando le imbarcazioni come “provocatorie” e i partecipanti come sostenitori di Hamas.

Gli attivisti e numerosi governi, al contrario, hanno contestato la legalità dell’intervento, soprattutto nella sua estensione extraterritoriale e nelle modalità del fermo. In linea generale, il diritto internazionale del mare – codificato nella Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS) – tutela la libertà di navigazione in acque internazionali e limita fortemente l’uso della forza contro navi civili.

L’intercettazione di imbarcazioni in alto mare è ammessa solo in circostanze eccezionali e rigidamente tipizzate, come la pirateria, il traffico di migranti e di stupefacenti. In ogni caso le missioni umanitarie neutrali devono essere tutelate dagli Stati in forza del diritto internazionale umanitario, in particolare delle Convenzioni di Ginevra del 1949 e dei Protocolli aggiuntivi del 1977. Israele rivendica invece la legittimità dell’intervento in quanto misura di sicurezza in un contesto di conflitto armato con Hamas.

È qui che si apre la faglia di frattura del diritto più contestata: la proporzionalità, la necessità e la compatibilità del blocco con il diritto umanitario internazionale. Il nodo riguarda soprattutto le modalità violente dell’intervento e il trattamento delle persone fermate. Sarebbe stata legittima – al limite – una ‘intimazione’ e una attività di ‘ombreggiamento’ delle imbarcazioni per scortarle a un porto vicino, per successive verifiche, ma non l’incursione armata a bordo.

Le immagini e le testimonianze raccolte dalle ONG hanno inoltre evidenziato le condizioni degradanti, le restrizioni fisiche, l’umiliazione e l’uso di forza in forme di detenzione collettiva, assolutamente non consentite nel caso di persone disarmate e inoffensive, con dichiarati fini umanitari.

L’articolo 3 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra – norma di ius cogens, riferita alle situazioni di conflitto armato, e a maggior ragione in situazioni di ‘pace’ – impone “in ogni circostanza” il rispetto della persona umana, vietando in modo assoluto “le violenze contro la vita e l’integrità fisica”, nonché “gli oltraggi alla dignità personale, in particolare i trattamenti umilianti e degradanti”.

Israele peraltro aderisce al Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), in cui si stabilisce all’articolo 7 che nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti”, anche in situazioni di emergenza o conflitto. Così la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (CAT), anch’essa ratificata da Israele, impone agli Stati obblighi positivi di prevenzione, indagine e repressione di ogni atto riconducibile a trattamenti crudeli, inumani o degradanti inferti sotto controllo di autorità pubbliche. Sono fatti gravi, che chiamano in causa norme fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: il divieto di trattamenti inumani e degradanti, il diritto a un giusto processo, la tutela della dignità personale in ogni condizione di detenzione.

Lo scenario dei limiti superati tuttavia è dunque anche etico e politico, e qui l’episodio va letto con attenzione sul piano interno e internazionale. Del Ministro Ben-Gvr, protagonista degli abusi contro gli attivisti della Flotilla, sono note le provocazioni: dalla campagna per la pena di morte ai “terroristi”, alle rappresentazioni simboliche della forca, dalle visite provocatorie alla Spianata delle Moschee/Monte del Tempio alle marce ultranazionaliste a Gerusalemme. Il tutto va ricondotto anche a una competizione interna all’estrema destra israeliana, dove la radicalizzazione trova una sua ampia fascia di consenso.

Il suo partito, Otzma Yehudit, è decisivo nei rapporti di forza della coalizione del governo in carica. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rivendicato la legittimità dell’azione di blocco, anche se ha preso le distanze dalle modalità comunicative e dal trattamento mostrato nei video, parlando di comportamento “non coerente con i valori dello Stato”.

Analogamente, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha criticato pubblicamente Ben-Gvir, segnalando il conflitto istituzionale nella linea politica. La reazione interna israeliana mostra una frattura, ma sono seri gli interrogativi che tutto non rimanga privo di reali conseguenze: la speranza è che alle prossime elezioni di ottobre si consolidi un’area moderata dei partiti ebraici.

La comunità internazionale è intanto chiamata ora a interrogarsi su cosa fare di fronte alle conseguenze di una deriva destinata all’escalation.

Il punto decisivo  per l’Italia e l’Europa non deve perciò limitarsi alla sola indignazione o una mera condanna “politica”: all’attuale governo Israeliano va contestata formalmente la “responsabilità giuridica internazionale” dei fatti, che va rimarcata in tutte le sedi, dall’Onu per l’adozione di sanzioni immediate e di Risoluzioni vincolanti per l’accesso agli aiuti umanitari, fino alle Corti internazionali anche con riferimento alle responsabilità penali individuali del ministro Ben-Gvir, senza porre discussioni di procedibilità perché qui si tratta di norme universali.

Il conflitto a Gaza è già oggetto di procedimenti davanti alla Corte internazionale di giustizia, nell’ambito della procedura avviata dal Sudafrica contro Israele per violazioni della Convenzione sul genocidio. Anche la Corte penale internazionale ha aperto procedimenti relativi a i crimini di guerra e crimini contro l’umanità: è  in questo quadro che ogni episodio che coinvolge civili, aiuti umanitari o blocchi navali non deve rimanere isolato, e deve entrare in una trama giuridica già sotto esame.

Occorre mantenere una linea rigorosa e coerente su questo percorso, per dare una risposta politica all’altezza della gravità del momento. Israele deve essere posto stavolta di fronte non solo a dichiarazioni rituali di condanna, ma alla fine compiuta di qualsiasi consenso internazionale per i suoi arbitrii nella deterrenza militare, che ha superato ogni limite del diritto e della dignità umana, esponendo lo stesso popolo israeliano a una nuova ondata antisemita.

La ‘linea rossa’ di un ministro che infierisce su donne e uomini pacifici ridotti a prigionieri umiliati davanti alle telecamere deve necessariamente richiamare quella già ampiamente superata dei 73mila morti di Gaza.

E  in questo quadro, non si può non considerare ciò che l’Israele di Netanyahu e gli Usa di Trump stanno compiendo su tutto l’intero arco del Medio Oriente: Gaza, il Libano, e l’irragionevole conflitto scatenato contro l’Iran sono tasselli di un unico disegno egemonico e distruttivo che sta solo portando altre morti, distruzioni e caos nel disordine internazionale. È di fronte a questi scenari che deve ora misurarsi con fermezza la responsabilità politica dell’Europa e dell’Italia, come viene sollecitato anche dalla ‘società civile’, dalla gente comune.

Occorre agire non solo per reazione all’ultimo evento mediatico, ma per la costruzione di un progetto coerente guardando al “Resto del Mondo”, e al Global South in particolare. Insieme ad essi l’Europa deve ritrovare la forza di riaffermare il diritto internazionale, la tutela effettiva delle popolazioni civili, il rispetto della dignità dell’uomo, e, non ultima, l’imposizione definitiva della pace.

Ne va del futuro del popolo palestinese e di quello israeliano, che devono convivere civilmente come sancito da decine di Risoluzioni dell’Onu. L’umanità intera non può continuare e pagare le conseguenze di scelte irresponsabili dei nuovi ‘signori della guerra’.

Foto: Casa Bianca e Governo Israeliano

 

 

Maurizio Delli SantiVedi tutti gli articoli

Membro della International Law Association, dell'Associazione Italiana Giuristi Europei, dell'Associazione Italiana di Sociologia e della Société Internationale de Droit Militaire et Droit de la Guerre - Bruxelles. Docente a contratto presso l'Università Niccolò Cusano, in Diritto Internazionale Penale/Diritto Internazionale dei Conflitti Armati e Controterrorismo, è autore di varie pubblicazioni, tra cui "L'ISIS e la minaccia del nuovo terrorismo. Tra rappresentazioni, questioni giuridiche e nuovi scenari geopolitici", Aracne, 2015. Collabora con diverse testate italiane ed europee.

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