La Cina non si USA: armonia, potenza e conflitto nel XXI secolo

di Alberto Cossu – Vision & Global Trends. Progetto Società Italiana di Geopolitica
Il volume La Cina non si USA – Due mondi a confronto di Fabio Massimo Parenti rappresenta un tentativo di interpretare la competizione tra Stati Uniti e Cina non soltanto come rivalità economica o strategica, ma come scontro tra due concezioni antropologiche e filosofiche dell’ordine mondiale. L’autore non si limita a descrivere la crescita cinese o il declino relativo degli USA e dell’Occidente, ma costruisce una opposizione simbolica tra due modelli di civiltà: da una parte la modernità occidentale, identificata con la tradizione hobbesiana della paura, dell’individualismo e della competizione; dall’altra la tradizione confuciana, fondata sull’armonia, sulla centralità della famiglia e sulla ricerca dell’equilibrio sociale.
Già il titolo del libro contiene un’ambiguità volutamente provocatoria. “La Cina non si USA” non significa soltanto che la Cina non vuole diventare americana o occidentalizzarsi; significa anche che non può essere interpretata attraverso le categorie politiche e culturali elaborate dall’Occidente moderno. È un’affermazione che richiama il tema della pluralità delle civiltà e della crisi dell’universalismo occidentale. In questo senso il libro si colloca dentro un filone di riflessione secondo cui l’ordine internazionale nato dopo il 1945 starebbe progressivamente lasciando spazio a una configurazione multipolare nella quale modelli differenti di modernità rivendicano pari legittimità.
Il cuore teorico del volume è la contrapposizione tra Thomas Hobbes e Confucio. Hobbes diventa per Parenti il simbolo della modernità occidentale e statunitense. Nel paradigma hobbesiano l’uomo è un individuo isolato, mosso dalla paura e dal desiderio di sopravvivenza; la politica nasce dalla necessità di contenere il conflitto permanente tra individui e Stati. La paura costituisce il principio ordinatore del sistema. L’ordine internazionale si regge quindi sull’equilibrio della forza, sulla deterrenza e sulla superiorità militare. In questa prospettiva la pace non è mai un valore stabile, ma una tregua temporanea garantita dalla capacità coercitiva del più forte.

L’autore utilizza questa chiave interpretativa per leggere la storia dell’Occidente moderno: colonialismo, imperialismo, interventismo militare, espansione economica e universalismo ideologico vengono presentati come espressioni di una stessa matrice culturale. Gli Stati Uniti appaiono nel libro come l’erede più compiuto di questa tradizione. La proiezione globale americana sarebbe fondata sulla combinazione di superiorità tecnologica, potenza finanziaria e capacità militare.
Le guerre preventive, il sistema delle alleanze, le sanzioni economiche e la centralità del dollaro vengono interpretati come strumenti attraverso cui Washington mantiene un ordine internazionale gerarchico. Tuttavia emerge una contraddizione teorica significativa. Il pensiero politico di Hobbes non giustifica infatti l’espansionismo coloniale o l’imperialismo permanente. Al contrario, Hobbes considera la guerra continua e l’instabilità internazionale come minacce alla sicurezza dello Stato e alla pace. La funzione del Leviatano è garantire ordine e sicurezza interna, non promuovere un’espansione illimitata verso l’esterno.
Una lettura equilibrata della cultura politica americana richiede inoltre di ampliare il quadro teorico oltre la sola tradizione hobbesiana. Gli Stati Uniti sono profondamente influenzati anche dal pensiero liberale di John Locke e dalla teoria politica di Montesquieu. Locke pone al centro i diritti naturali dell’individuo, il principio del consenso e la limitazione del potere politico attraverso il contratto sociale. Montesquieu sviluppa invece l’idea della separazione dei poteri come strumento per impedire la concentrazione dell’autorità e garantire la libertà politica.
La stessa Costituzione americana nasce da questa sintesi tra sicurezza, libertà individuale e bilanciamento istituzionale. Ridurre quindi la cultura politica statunitense esclusivamente alla paura, alla guerra o all’imperialismo rischia di trascurare la dimensione costituzionale, liberale e pluralista che ha caratterizzato la storia americana e occidentale.
A questa immagine dell’Occidente l’autore oppone la Cina confuciana. Confucio rappresenta qui non soltanto una tradizione filosofica, ma un modo diverso di concepire l’uomo e la società. L’individuo non è pensato come entità autonoma e competitiva, bensì come parte di una rete di relazioni. La famiglia assume un ruolo centrale perché costituisce il primo nucleo di armonizzazione sociale. L’ordine politico non deriva dalla paura ma dalla capacità di mantenere equilibrio tra le diverse componenti della comunità. La pace non coincide con la vittoria del più forte, ma con la stabilità delle relazioni.
Questa lettura permette a Parenti di interpretare l’ascesa cinese come fenomeno diverso rispetto alle tradizionali potenze occidentali. Secondo l’autore, la Cina non perseguirebbe una logica imperialista classica. La sua espansione sarebbe soprattutto economica, infrastrutturale e commerciale. Progetti come la Belt and Road Initiative vengono descritti come strumenti di integrazione e sviluppo reciproco più che come forme di dominio geopolitico.
Parenti coglie un elemento essenziale della fase storica contemporanea: la Cina non si presenta più soltanto come potenza economica emergente, ma come portatrice di una propria visione dell’ordine mondiale. La sfida tra Stati Uniti e Cina non riguarda soltanto commercio, semiconduttori o tecnologie strategiche; riguarda anche il modo in cui vengono concepiti il rapporto tra individuo e collettività, il ruolo dello Stato, la sovranità e l’idea stessa di progresso.
Tuttavia la contrapposizione tra Hobbes e Confucio tende a essere troppo schematica. L’Occidente viene descritto quasi esclusivamente attraverso categorie negative: guerra, imperialismo, individualismo e dominio. La Cina, al contrario, appare come spazio dell’armonia, della stabilità e della cooperazione. È una costruzione teorica suggestiva, ma rischia di trasformarsi in una semplificazione ideologica.
Allo stesso modo, l’immagine di una Cina essenzialmente armoniosa appare parziale. La Cina contemporanea agisce anch’essa secondo logiche di potenza. Il rafforzamento militare nel Mar Cinese Meridionale, la pressione su Taiwan, la competizione tecnologica globale e il controllo delle catene produttive strategiche mostrano che Pechino non è estranea alle dinamiche della competizione geopolitica. La Cina tende a privilegiare il potere economico e infrastrutturale più che l’intervento militare diretto, ma anche questa è una forma di proiezione di potenza.
Parenti insiste molto sull’idea di una Cina portatrice di sviluppo condiviso, ma dedica meno attenzione agli effetti destabilizzanti prodotti dall’espansione economica cinese. Negli ultimi vent’anni l’export cinese ha avuto una forza dirompente sul sistema industriale globale grazie anche a sussidi pubblici, sovrapproduzione industriale e controllo delle materie prime critiche. Parlare soltanto di armonia rischia quindi di occultare la dimensione competitiva della strategia economica cinese.
Anche il concetto di famiglia, centrale nella narrazione dell’autore, merita una riflessione più articolata. Nella Cina contemporanea questa dimensione convive con un sistema politico fortemente centralizzato e con forme pervasive di controllo sociale e tecnologico. L’idea di armonia può assumere anche una dimensione ambigua: una società costruita esclusivamente sull’ordine e sulla riduzione del conflitto rischia di comprimere il pluralismo e il dissenso.
Da questo punto di vista, il libro tende talvolta a idealizzare la categoria di armonia senza interrogarsi sufficientemente sui suoi possibili risvolti autoritari. Ogni civiltà politica che pone l’ordine collettivo al di sopra dell’autonomia individuale corre il rischio di sacrificare libertà e critica in nome della stabilità.
Il merito principale del libro è quello di aprire una discussione culturale profonda sulla crisi dell’ordine internazionale contemporaneo. La forza del testo non sta tanto nelle singole conclusioni geopolitiche, quanto nella capacità di mettere in dialogo filosofia politica, storia e strategia globale. La contrapposizione Hobbes-Confucio funziona più come metafora interpretativa che come descrizione rigorosa della realtà.
La vera sfida del XXI secolo non consiste nello stabilire quale civiltà sia moralmente superiore, ma nel comprendere se sarà possibile costruire un equilibrio tra modelli differenti senza trasformare la competizione globale in conflitto sistemico. Il rischio maggiore è che sia Washington sia Pechino cadano nella tentazione di interpretare il mondo in termini esclusivamente binari. La realtà internazionale è molto più complessa.
In definitiva, il libro di Parenti, pur mostrando una certa inclinazione verso la narrativa cinese contemporanea, offre strumenti utili per comprendere la dimensione culturale della rivalità globale tra Stati Uniti e Cina. La sua forza risiede nella capacità di interrogare le categorie politiche occidentali e di ricordare che nessuna civiltà possiede il monopolio della modernità o della pace. La lettura più equilibrata del volume è quella che riconosce come entrambe le tradizioni contengano elementi di ordine e di conflitto, di cooperazione e di potenza.
L’autore del libro: Fabio Massimo Parenti è geografo economico-politico e docente di Global Studies. Da anni studia sul campo la Cina e l’Asia orientale, affiancando attività accademica e divulgazione. Autore di saggi sulla modernizzazione cinese, sulla geofinanza e sulle nuove architetture del mondo contemporaneo, ha pubblicato, tra gli altri. Geofinanza e geopolitica (con Umberto Rosati, 2016), Il socialismo prospero (2017) e La via cinese (2021), curato La Cina nel mondo. Diplomazia, economia, politica (2025).
Fabio Massimo Parenti
La Cina non si USA: armonia, potenza e conflitto nel XXI secolo
2026, Edizioni Dedalo, Bari –
ISBN-13 : 978-8822051059)
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