Difesa europea e guerra in Ucraina: oltre i bilanci, le sfide strutturali

 

 

di Luigi Capuani e Linda Rotondo – European Youth Think Tank

In un recente articolo pubblicato su Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani ha sollevato una questione centrale per il futuro dell’Europa: l’Unione europea dispone davvero delle risorse necessarie per sostenere contemporaneamente il riarmo continentale, il supporto all’Ucraina e le proprie priorità economiche e sociali?

Si tratta di una domanda legittima e particolarmente attuale. Come European Youth Think Tank (EYTT), organizzazione che riunisce giovani ricercatori e analisti provenienti da numerosi Paesi europei, riteniamo tuttavia che il dibattito debba essere ampliato.

La questione, a nostro avviso, non riguarda soltanto la disponibilità di risorse finanziarie o l’aumento delle spese militari. La guerra in Ucraina ha infatti fatto emergere una realtà più complessa: la sicurezza europea non dipende più solo dalle capacità militari, ma anche dalla resilienza economica, energetica, industriale e tecnologica del continente.

Per questa ragione la vera domanda non è semplicemente quanto spendere per la difesa, ma come costruire una strategia di sicurezza sostenibile nel lungo periodo.

 

La guerra in Ucraina come shock economico europeo

 La guerra in Ucraina viene spesso interpretata principalmente come un conflitto militare tra Russia e Ucraina sostenuta dall’Occidente. Questa lettura è corretta, ma incompleta. Il conflitto ha assunto fin dall’inizio anche una forte dimensione economica, energetica e industriale.

L’interruzione di rapporti energetici consolidati tra Europa e Russia ha generato una significativa inflazione da costo. Secondo i dati Eurostat, l’inflazione nell’area euro ha raggiunto il 10,6% nell’ottobre 2022, un cambio percentuale attribuibile al caro energetico. Questo ha colpito famiglie, imprese e sistemi produttivi, soprattutto nei paesi europei maggiormente dipendenti dall’energia importata e con una forte base manifatturiera.

Il costo della guerra non si può quindi misurare soltanto attraverso gli aiuti militari inviati all’Ucraina o l’aumento dei bilanci della difesa; bisogna considerare un costo economico più ampio, che riguarda la competitività industriale europea, la capacità di investimento delle imprese, il prezzo dell’energia, la tenuta delle catene del valore e la crescita economica del continente.

Le nostre preoccupazioni non sono soltanto teoriche. In un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Networks and Spatial Economics, sviluppato nell’ambito delle attività dello European Youth Think Tank, abbiamo evidenziato come gli effetti economici del conflitto presentino una forte componente spaziale. I risultati suggeriscono che la distanza dal conflitto non è soltanto una variabile geografica, ma anche una variabile economica. Le regioni più vicine all’area di guerra risultano maggiormente esposte all’incertezza geopolitica, alle tensioni energetiche e alle perturbazioni delle catene del valore. In questo contesto la Germania è un esempio rilevante.

La sua struttura manifatturiera, fortemente orientata all’export e integrata con i mercati dell’Europa centrale e orientale, è stata tra le più esposte agli effetti indiretti della guerra: la prima economia europea ha registrato, secondo i dati Destatis, una contrazione del PIL dello 0,3% nel 2023 e dello 0,2% nel 2024, la prima doppia contrazione annuale consecutiva dai primi anni 2000.

Questo dato suggerisce che la questione ucraina non riguarda soltanto la sicurezza dei confini orientali dell’Europa, ma investe direttamente il cuore produttivo del continente.

 

Energia, inflazione e limiti delle misure di emergenza

 La questione energetica rappresenta probabilmente il principale canale attraverso il quale il conflitto continua a incidere sull’economia europea. I governi sono intervenuti con bonus, agevolazioni e misure straordinarie per contenere l’impatto dei rincari su famiglie e imprese, con una spesa complessiva stimata dall’Istituto Bruegel in oltre 600 miliardi di euro a livello europeo tra il 2021 e il 2023.

Tuttavia, queste misure gestiscono il sintomo senza correggere la causa: non riducono la dipendenza energetica strutturale, non aumentano la capacità produttiva interna, non migliorano le reti e non rendono il sistema meno vulnerabile agli shock futuri.

Il rischio è quindi quello di impiegare risorse pubbliche rilevanti in interventi di compensazione che mantengono solo temporaneamente in equilibrio il sistema. In termini economici, sono politiche di tamponamento: possono offrire sollievo nel breve periodo, ma non rappresentano una soluzione strutturale.

Anche i mercati energetici liberalizzati, quando privi di strumenti robusti di controllo e trasparenza, si sono dimostrati più esposti alle dinamiche speculative nei momenti di crisi. Questo non significa rimettere in discussione la liberalizzazione in sé, ma riconoscere che deve essere accompagnata da una regolazione efficace per tutelare consumatori e imprese nei periodi di forte volatilità.

 È quindi necessario investire in modo strutturale nelle infrastrutture energetiche, nell’efficienza degli edifici e dei processi produttivi, nelle reti di trasporto dell’energia, nella diversificazione delle fonti, nelle rinnovabili e in strumenti pubblici più robusti di monitoraggio del mercato.

In una guerra di logoramento economico, la resilienza energetica non è una questione secondaria, è una componente della sicurezza nazionale ed europea.

 

La sicurezza europea oltre la dimensione militare

 È dentro questo quadro che dovrebbe essere discussa la questione del riarmo europeo. Sarebbe irrealistico, in un contesto internazionale caratterizzato da tensioni geopolitiche crescenti, negare l’importanza di armamenti, munizioni e capacità operative.  Tuttavia, la sicurezza contemporanea non può essere ridotta esclusivamente alla dimensione militare.

La capacità di difendere un paese o un continente dipende sempre più anche dalla protezione delle infrastrutture energetiche, delle reti di comunicazione, dei sistemi digitali, delle catene di approvvigionamento e delle filiere industriali strategiche.

Dipende dalla capacità di produrre semiconduttori, dall’intelligenza artificiale, dalla cybersicurezza, dalla ricerca scientifica e dalla resilienza delle reti logistiche. Non a caso, la Bussola Strategica dell’UE adottata nel 2022 identifica esplicitamente queste dimensioni come componenti integranti della sicurezza europea, affiancandole alle capacità militari tradizionali.

La sfida per l’Europa consiste quindi nel trovare un equilibrio tra investimenti militari e investimenti nelle altre componenti della sicurezza. Una strategia eccessivamente sbilanciata su una sola dimensione rischierebbe di trascurare vulnerabilità che, nei conflitti contemporanei, possono assumere la stessa importanza delle capacità strettamente militari.

Se l’Europa investe soltanto in armamenti, ma continua a dipendere dall’esterno per energia, semiconduttori, tecnologie digitali, infrastrutture critiche e capacità industriali, allora non costruisce vera autonomia strategica. Costruisce una difesa parziale, costosa e potenzialmente fragile.

 

Ricerca, industria e tecnologia come sicurezza

 Per questa ragione, è necessario inquadrare ricerca e innovazione come due componenti essenziali della sicurezza europea. Molte delle principali innovazioni che oggi hanno applicazioni militari sono nate da investimenti nella ricerca civile o dual-use: internet, tecnologie satellitari, sistemi informatici, intelligenza artificiale, materiali avanzati e molte applicazioni nel campo della sensoristica e delle comunicazioni.

La superiorità strategica delle grandi potenze dipende tanto dalla disponibilità di mezzi militari convenzionali quanto dalla loro capacità di innovare. La competizione globale tra Stati Uniti, Cina ed Europa si gioca oggi nei laboratori, nei centri di ricerca, nelle università, nelle imprese ad alta tecnologia e nelle filiere produttive strategiche.

Aumentare esclusivamente la spesa militare, riducendo gli investimenti in università, ricerca e sviluppo, rischierebbe di indebolire proprio quelle capacità che nel lungo periodo conferiscono un vantaggio strategico alle nazioni.

Questo vale anche per la politica industriale. La difesa europea non può essere costruita soltanto attraverso acquisti emergenziali o programmi nazionali separati. Deve diventare parte di una strategia industriale più ampia, capace di rafforzare la base produttiva europea, sostenere tecnologie avanzate e ridurre le dipendenze critiche.

 

Coordinamento europeo e rapporto con la NATO

 Un altro punto essenziale riguarda l’organizzazione della sicurezza europea. L’aumento della spesa nazionale rischia di produrre risultati limitati se non viene accompagnato da una maggiore integrazione tra gli Stati membri. L’Europa continua a presentare una forte frammentazione industriale e militare: secondo la Commissione Europea, gli Stati membri dell’UE gestiscono oltre 170 sistemi d’arma differenti, contro i circa 30 degli Stati Uniti, con costi di inefficienza stimati nel 2024 in 17-58 miliardi di euro l’anno.

Per questa ragione il vero salto di qualità consiste nell’accompagnare l’aumento ai bilanci della difesa, con un rafforzamento del coordinamento europeo. Una maggiore integrazione delle capacità industriali, tecnologiche e militari consentirebbe di ottenere economie di scala, ridurre le duplicazioni e aumentare l’efficacia complessiva della spesa.

La guerra in Ucraina ha inoltre evidenziato quanto l’Europa continui a dipendere dagli Stati Uniti per la propria sicurezza. La NATO rimane il principale pilastro della difesa continentale e il rapporto transatlantico resta fondamentale. Tuttavia, le incertezze emerse negli ultimi anni rendono sempre più urgente sviluppare una maggiore autonomia strategica europea, il che non significa sostituire la NATO né costruire un’alternativa agli Stati Uniti. Significa essere maggiormente in grado di contribuire alla propria sicurezza e di affrontare eventuali crisi future con strumenti adeguati.

 

Conclusioni

 La guerra in Ucraina ha costretto l’Europa a confrontarsi con una realtà che per molti anni aveva cercato di ignorare: la sicurezza ha un costo.

La sfida europea non consiste soltanto nel trovare nuove risorse finanziarie, ma nel decidere come utilizzarle. Una strategia fondata esclusivamente sull’aumento della spesa militare rischia di affrontare le conseguenze della crisi senza correggerne le vulnerabilità strutturali, mentre le politiche di compensazione temporanea possono attenuare gli effetti immediati degli shock, senza però offrire una risposta duratura.

L’Europa ha bisogno di una visione integrata della sicurezza che includa capacità militari credibili, ma anche autonomia energetica, resilienza industriale, innovazione tecnologica, cybersicurezza e infrastrutture strategiche. In un mondo caratterizzato da conflitti prolungati e competizione tecnologica, questi elementi non sono alternativi alla difesa: ne costituiscono una parte essenziale.

La vera questione non è quindi se spendere di più o di meno. La vera questione è se l’Europa saprà trasformare la necessità di difendersi in un’opportunità per rafforzare la propria competitività, la propria autonomia strategica e la propria capacità di innovazione.

Perché le guerre del XXI secolo non si vincono soltanto sui campi di battaglia. Si vincono anche nelle università, nei centri di ricerca, nelle industrie, nelle infrastrutture energetiche e nella capacità di costruire economie resilienti. E sarà probabilmente proprio su questo terreno che si misurerà l’equilibrio tra Europa, Stati Uniti e Cina nei prossimi decenni.

Foto: TASS, Forze Armate Ucraine, NATO e Commission e Europea

 

Gli autori:

Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di economia internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha conseguito il PhD in Economia all’Università di Salerno con un percorso in co-tutela internazionale con l’University of Birmingham. È fondatore e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT), ente no profit e piattaforma indipendente che connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari orientati alla pubblicazione scientifica internazionale. All’interno di EYTT coordina attività di ricerca interdisciplinare e sviluppo di progetti scientifici orientati all’innovazione e alla collaborazione internazionale tra giovani studiosi.

Linda Rotondo è analista presso lo European Youth Think Tank (EYTT) e si occupa di sicurezza internazionale, relazioni internazionali e questioni strategiche europee. I suoi interessi di ricerca includono geopolitica, difesa, terrorismo e governance internazionale, con particolare attenzione alle sfide emergenti per la sicurezza europea.

 

 

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