Round River: quando l’FBI classificò gli avversari di Biden come “agenti” della propaganda russa

C’è un filo conduttore che lega il clima di caccia alle streghe anti-russa in Europa e negli Stati Uniti. Vi ricordate il «Russiagate»? La grande bufala orchestrata negli USA dal Partito Democratico e dai loro alleati — soprattutto nei media — durante la prima presidenza di Donald Trump, costruita ad arte per dipingere il tycoon come un agente al soldo del Cremlino?
Fu dalle accuse di Hillary Clinton sull’ingerenza russa nelle elezioni americane del 2016 che nacque l’isteria che ancora oggi domina l’Occidente: ogni volta che l’establishment perde una tornata elettorale — vedi il recente caso dell’Islanda — spunta puntualmente lo zampino dello «Zar» Putin. Quando i signori democratici vincono le elezioni, le ingerenze magicamente spariscono.

Ebbene, negli Stati Uniti sta scoppiando un nuovo scandalo di cui – guarda caso – in occidente quasi nessuno parla. Secondo quanto riportato dal giornale conservatore Just the News, con documentazione alla mano, il presidente della Commissione Giustizia della Camera, il repubblicano Jim Jordan, ha inviato mercoledì una lettera formale al direttore dell’FBI Kash Patel (nella foto sotto) chiedendo di ottenere l’accesso integrale ai documenti relativi a un’operazione di controspionaggio del 2020 nota con il nome in codice «Round River».
Secondo quanto emerso dalle prime carte declassificate, l’operazione avrebbe classificato funzionari della stessa amministrazione Trump e diversi esponenti e organizzazioni conservatrici come “conduits”, cioè “canali” di disinformazione russa, mentre figure democratiche — a partire dal presidente Joe Biden e dal figlio Hunter — venivano registrate come “target”, cioè vittime di quella stessa disinformazione.
Che cos’è «Round River»?
I documenti declassificati dalla White House Government Transparency Task Force mostrano che un gruppo di analisti dell’FBI avviò un’operazione strettamente riservata e segreta per ridimensionare lo scandalo di corruzione ucraino che nel 2020 coinvolgeva la famiglia Biden, attribuendo formalmente la qualifica di “agenti” di disinformazione russa a figure come l’allora procuratore generale Bill Barr, il segretario di Stato Mike Pompeo, diversi parlamentari repubblicani di primo piano — tra cui i senatori Chuck Grassley, Ron Johnson e persino il “falco” pro-Kiev scomparso da poco, Lindsey Graham, oltre ai deputati Devin Nunes e lo stesso Jim Jordan.
Alla lista dei politici, cosa ancor più grave, si aggiungono i giornalisti che avevano indagato sui rapporti tra Hunter Biden, figlio dell’ex presidente Usa, e la società energetica ucraina Burisma.

Com’è noto, il figlio dell’ex presidente fu nominato del Consiglio di Amministrazione della compagnia energetica ucraina privata, specializzata in gas naturale, dal 2014 al 2019, con un compenso di circa 50 mila dollari al mese, fino a circa 1 milione di dollari all’anno.
E chi si occupava alla Casa Bianca delle vicende ucraine? Il padre Joe, non a caso. Le competenze di Hunter Biden in quest’ambito? Zero. L’ex proprietario, Mykola Zlochevsky, ex ministro dell’ecologia sotto il presidente Viktor Yanukovych, fu peraltro oggetto di indagini per corruzione e riciclaggio in Ucraina e all’estero. Ma evidentemente, per l’FBI, indagare o porre l’attenzione su questo vero e proprio scandalo che riguardava la famiglia del presidente Usa, voleva dire lavorare per il Cremlino.
Uno dei documenti recuperati, un foglio di calcolo prodotto dagli apparati di intelligence Usa, elenca oltre settanta tra personalità pubbliche e organizzazioni americane e straniere coinvolte nello scandalo Burisma e nel processo di impeachment del 2019 contro Donald Trump, dividendole nettamente per orientamento politico.

Da un lato i Biden, Hillary Clinton, John Kerry, Barack Obama e George Soros come «target» vittime della disinformazione; dall’altro Fox News, One America News, il regista Michael Caputo e l’avvocato di Trump, Rudy Giuliani, catalogati come «canali» al servizio di Mosca.
La Foreign Influence Task Force dell’FBI — poi sciolta dallo stesso Patel — avrebbe dato parere favorevole a ciascuna di queste classificazioni.
Una parte dell’operazione, riconducibile all’ufficio dell’FBI di Pittsburgh, aveva inizialmente come bersaglio proprio Rudy Giuliani, per via delle sue inchieste sugli affari ucraini di Hunter e Joe Biden, salvo poi allargarsi progressivamente a chiunque, tra giornalisti, parlamentari e avvocati, avesse sollevato dubbi sulla vicenda Burisma.
Le prime testimonianze di whistleblower raccolte dal Congresso indicano che alcuni cittadini americani sono stati posti sotto osservazione unicamente in virtù di dichiarazioni pubbliche giudicate — a discrezione dei funzionari del controspionaggio, naturalmente — assimilabili a «disinformazione russa». Pratiche — tutt’altro che democratiche e liberali — che a quanto sembra qualcuno vorrebbe introdurre anche in Italia e in Europa.
Le richieste di Jordan
Nella lettera indirizzata a Patel, Jordan chiede formalmente la consegna di tutti i documenti e le comunicazioni relative all’operazione, inclusi i fascicoli riservati delle 53 fonti umane confidenziali (CHS) coinvolte nell’indagine e, in particolare, il trattamento riservato ai 14 informatori che fornivano agli agenti dei servizi americani informazioni compromettenti sui rapporti tra i Biden e gli affari ucraini.
Patel ha già comunicato di aver individuato “decine di migliaia di pagine” di materiale riconducibile al caso, attualmente in fase di preparazione per la divulgazione al Congresso. Ne vedremo delle belle.
Foto Casa Banca ed FBI
Roberto VivaldelliVedi tutti gli articoli
Giornalista, dal 2014 e collabora con IlGiornale.it, Gli Occhi della Guerra e il quotidiano L'Adige. Esperto di comunicazione e relazioni internazionali, è caporedattore del progetto editoriale Oltre la Linea ed è autore del saggio Fake News. Manipolazione e propaganda mediatica dalla guerra in Siria al Russiagate pubblicato per La Vela. I suoi articoli sono tradotti in varie lingue e pubblicati su siti internazionali come LobeLo.
