Israele ha perso la battaglia del consenso

Per decenni il sostegno incondizionato a Israele è stato uno dei pochi punti fermi della politica estera americana, un terreno su cui democratici e repubblicani hanno spesso condiviso una linea comune e bipartisan. Oggi, a tre anni dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 e dall’offensiva lanciata da Israele su Gaza all’indomani di quella strage (l’operazione «Spade di ferro»), Tel Aviv sta perdendo la guerra della propaganda. Non solo negli Stati Uniti ma in tutto l’Occidente.
Israele sta perdendo la guerra della propaganda
Secondo un sondaggio risalenti allo scorso luglio dell’Associated Press-NORC Center for Public Affairs Research, è in corso un’erosione profonda e radicata del sostegno allo storico alleato in Medio Oriente, con un’opposizione crescente tra gli elettori democratici e segnali di frattura anche nel campo conservatore.
Un dato, fino a pochi anni fa, impensabile. Ciò che colpisce riguarda la parola che, fino a pochi anni fa, nel dibattito pubblico statunitense era considerata un tabù: «genocidio». Circa un terzo degli adulti americani, e all’incirca la metà dei democratici, ritiene che Israele abbia commesso un genocidio contro i palestinesi nel conflitto a Gaza.
Solo due americani su dieci escludono questa ipotesi, mentre circa la metà degli intervistati dichiara di non sapere abbastanza per pronunciarsi. Anche tra gli adulti ebrei il quadro è tutt’altro che compatto: il 30% parla di genocidio, il 49% lo nega.

Un sondaggio del Pew Research Center diffuso la scorsa estate mostra una situazione analoga, nella quale il 40% degli americani ritiene che gli Stati Uniti siano «troppo favorevoli a Israele» (erano il 37% a gennaio 2024), il 37% giudica adeguato l’attuale livello di sostegno e il 18% pensa che Washington dovrebbe fare di più.
A gennaio 2024 la quota di chi considerava adeguato il sostegno era del 33%, mentre il 25% lo voleva più forte. Sul fronte palestinese la tendenza si inverte: solo il 18% ritiene che gli Usa siano troppo schierati con i palestinesi (erano il 25%), il 37% considera giusto il livello attuale (contro il 34% di gennaio 2024) e il 39% pensa che il sostegno sia insufficiente (era il 36%).
In Europa va anche peggio. Un’indagine YouGov condotta in sei paesi dell’Europa occidentale (tra cui Germania e Italia) ha rilevato che il «consenso netto» (differenza tra favorevoli e sfavorevoli) verso Israele ha toccato i minimi storici. Nei sei Paesi analizzati solo 13–21% degli intervistati esprime un’opinione favorevole su Israele, mentre la quota di opinioni sfavorevoli varia tra 63% e 70%.
L’ottavo fronte di Bibi, una guerra su più piani
Sono numeri da incubo per la leadership israeliana e per Benjamin Netanyahu, considerando che dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump (gennaio 2025) fino ad oggi, l’amministrazione Usa ha approvato e notificato al Congresso vendite militari e aiuti a Israele per un valore complessivo intorno ai 21‑22 miliardi di dollari complessivi, sommando aiuti FMF, fondi per la difesa missilistica e le principali vendite notificate.
Se dovesse cambiare il vento al Congresso, l’assegno bianco statunitense e il sostegno incondizionato di cui ha goduto fino ad oggi Tel Aviv, verrebbe seriamente messo in discussione.

Ma come sta combattendo Israele questa guerra per tentare di «plasmare» l’opinione pubblica americana, e occidentale, in generale? Il primo, riguarda l’azione, più, «tradizionale», di «lobbying». Secondo un’inchiesta del New York Times pubblicata il 2 ottobre, l’AIPAC, ovvero l’American Israel Public Affairs Committee, la già grande organizzazione della lobby israeliana negli Stati Uniti, ha raccolto 233 milioni di dollari per sostenere i propri alleati e colpire gli avversari.
Una cifra record ma a volte i soldi da soli non bastano. Perché oggi, sempre più candidati, soprattutto tra i democratici, dichiarano con un certo orgoglio di non ricevere un dollaro dall’United Democracy Project, il super PAC collegato all’Aipac, creato nel 2022, per spendere somme illimitate nelle campagne elettorali americane.

In tal senso, nelle ultime settimane, i risultati più clamorosi sono arrivati dal Michigan, dove l’AIPAC ha speso circa 33 milioni di dollari per battere Abdul El-Sayed, critico di Israele, che ha vinto comunque le primarie democratiche per il Senato, sia pure per un solo punto percentuale.
Nel New Jersey, scrive il Times, il super PAC ha investito circa 2,3 milioni contro Tom Malinowski, considerato un alleato di Tel Aviv, favorendo di fatto la vittoria dell’avversaria, Analilia Mejia, che ha parlato apertamente di «genocidio a Gaza» durante la campagna elettorale. Morale della favola: i fondi dell’AIPAC non solo non stanno facendo vincere le campagne elettorali, ma ricevere fondi dalla «lobby» rischia di essere controproducente in un periodo storico nel quale i consensi verso Israele e la sua leadership sono ai minimi storici, anche negli Stati Uniti.
Il fronte della propaganda
L’altro piano riguarda la propaganda, ossia la «narrazione». Come confermano i sondaggi, Israele non è riuscito a invertire la tendenza negativa: l’opinione pubblica guarda con senso critico alle decisioni del governo di Tel Aviv.
«Il nostro sostegno, in particolare tra i giovani, viene messo sistematicamente in discussione» disse in un incontro con alcuni influencer il 26 settembre 2025, al Consolato generale israeliano di New York, poco dopo il suo discorso all’Assemblea generale dell’Onu, Benjamin Netanyahu. «Le armi cambiano nel tempo; dobbiamo combattere con le armi adatte al campo di battaglia in cui ci troviamo» ha aggiunto. «Le armi più importanti sono sui social media».

Secondo lo studio del Quincy Institute, Israele ha investito oltre un miliardo di dollari dal 7 ottobre 2023 su questo fronte, un’escalation che segna un netto cambio di strategia: non più solo lobbying tradizionale ma un’azione direttamente finanziata dal governo israeliano e basata sull’ingaggio di agenti stranieri registrati. È la cosiddetta «ottava fronte», espressione con cui Netanyahu ha definito la battaglia per «i cuori e le menti dell’Occidente».
Per recuperare terreno, Israele ha quadruplicato il bilancio per l’hasbara, cioè le iniziative per influenzare positivamente l’opinione pubblica nel mondo, con 2,35 miliardi di shekel, circa 750 milioni di dollari, per il 2026: inoltre ha speso più di 100 milioni di dollari attraverso il Foreign Agents Registration Act (FARA) dal 2023, con una spesa triplicata tra il 2024 e il 2026.
Gran parte del lavoro passa dalla società francese Havas Media, che subappalta a società americane specializzate nei target chiave. Le tattiche sono nuove per natura, non solo per scala: influencer pagati direttamente (come nel progetto «Esther Project» di Bridges Partners, da 900.000 dollari), o con viaggi gratuiti in Israele per influencer, giornalisti e pastori evangelici,
Una campagna pubblicitaria da circa 45 milioni di dollari su Google, Meta e X per negare la crisi della fame a Gaza, e una rete di siti web, creata da Clock Tower X di Brad Parscale con un contratto da 46,5 milioni, pensata per condizionare il modo in cui i chatbot di intelligenza artificiale raccontano Israele. Provare per credere.

Naturalmente, la trasparenza latita: molte organizzazioni che svolgono attività di lobbying non sono registrate – come dovrebbero – come agenti stranieri e gli influencer pagati non hanno reso noti i loro rapporti economici con il governo di Tel Aviv.
Ma tutta questa imponente campagna volta a condizionare l’opinione è efficace? No, perché nonostante questi (ingenti) investimenti, il sostegno pubblico continua a erodersi, e perché, come sintetizzano esperti del calibro di Yaakov Katz e Stephen Walt citati dal Quincy Institute, nessuna comunicazione sofisticata può sostituire una politica coerente, e un eccesso di propaganda rischia anzi di risultare controproducente. Perché il problema di Israele è principalmente politico, non di comunicazione.

Il resto lo fanno le immagini virali di Google Maps che mostrano la devastazione di Gaza per mano delle Israeli Defence Forces (IDF), e il successo del docu-film Naza, capace di portare milioni di spettatori nei cinema, soprattutto giovani.
Insomma, Israele spende molto e raccoglie poco: evidentemente i cuori e le menti dell’Occidente non si comprano tutti a colpi di inserzioni. Forse perché nessuna campagna, per quanto costosa, può cancellare ciò che il pubblico vede con i propri occhi.
Foto Casa Bianca e IDF
Roberto VivaldelliVedi tutti gli articoli
Giornalista, dal 2014 e collabora con IlGiornale.it, Gli Occhi della Guerra e il quotidiano L'Adige. Esperto di comunicazione e relazioni internazionali, è caporedattore del progetto editoriale Oltre la Linea ed è autore del saggio Fake News. Manipolazione e propaganda mediatica dalla guerra in Siria al Russiagate pubblicato per La Vela. I suoi articoli sono tradotti in varie lingue e pubblicati su siti internazionali come LobeLo.
