La guerra in Ucraina verso una svolta?

Negli ultimi giorni, mentre si attende a giorni il vertice trilaterale fra Russia, Ucraina e Stati Uniti d’America negli Emirati Arabi Uniti, si sono moltiplicati segnali contraddittori che vedono da un lato il governo di Kiev dirsi intransigente sulla questione dei territori occupati, salvo poi rendersi conto del progressivo indebolimento dell’apparato difensivo, sia di fronte a una pressione russa a terra, soprattutto nei settori del Donetsk e di Kharkiv, che non accenna a calare, sia nei confronti di una offensiva aero-missilistica russa che, specialmente nel campo dei missili balistici sfrutta la carenza estrema di missili intercettori Patriot, ormai praticamente esauriti. Un quadro nel complesso favorevole a un eventuale accordo che tenga conto maggiormente delle condizioni di Mosca, che comunque tratterebbe da una posizione di maggior forza.
Gli Stati Uniti riuniranno la prossima settimana ad Abu Dhabi le delegazioni di Ucraina e Russia per colloqui sulla fine della guerra di Mosca contro l’Ucraina. Ad annunciarlo su X è l’inviato americano Steve Witkoff (nella foto sotto), spiegando che le discussioni si terranno il 10 e 11 novembre e riguarderanno “accordi di sicurezza postbellici, de-escalation, misure umanitarie e la fine della guerra”.

L’incontro si terrà in un contesto in cui l’Ucraina, pur riuscendo a colpire in profondità il territorio russo, resta la parte più debole, vulnerabile e sicuramente più pressata, anche sul fronte terrestre, oltre che aereo.
Tanto da poter affermare che, di fatto, in questo periodo, l’Ucraina, spossata nella sua interezza, è costretta a cercare di chiudere rapidamente il conflitto, mentre la Russia, pur danneggiata dai droni e missili nemici in alcuni settori specifici, come quello delle raffinerie di idrocarburi, non vi è costretta nel vero senso della parola, ovvero può scegliere, date l’ampio margine concessole dalle colossali dimensioni, riserve e potenzialità, di trattare o non trattare, mantenendo nel contempo l’offensiva.
Ecco perché timidi segnali di compromesso, circoscritti a specifiche questioni, emersi verso la fine di ottobre sembrano più dovuti alla volontà russa di concedere qualcosa per sondare il terreno, che a una fantomatica, e praticamente inesistente, capacità ucraina di imporre a Mosca proprie volontà. A parte il rinnovo di una già affermata serie di scambi di prigionieri, con l’ultimo accordo in tal senso concretizzatosi il 23 ottobre scorso con il rimpatrio di 270 militari per parte, ha spiccato soprattutto la tregua umanitaria nella martoriata cittadina di Oleshky, situata nella porzione di Kherson occupata dai russi, a Est del basso corso del fiume Dnepr.
La tregua a Oleshky
Il centro abitato sorge sulla riva sinistra del fiume e si trova a soli 5 km dal capoluogo regionale Kherson, che inizialmente occupato dai russi nel 2022 era stato ripreso degli ucraini già nel primo autunno di guerra.
La tregua, durata dalla mattina del 27 ottobre fino alla sera del 1° novembre e organizzata col contributo della moglie del presidente americano Donald Trump, la first lady Melania, è stata da essa definita “un successo” quando ne ha tracciato un bilancio il 2 novembre: “Il cessate il fuoco si è concluso. La missione è stata un successo, fornendo aiuti essenziali alla regione e consentendo l’evacuazione di quasi 800 persone. A nome degli Stati Uniti, mi congratulo con la Russia e l’Ucraina per la loro leadership e cooperazione in merito al cessate il fuoco di Oleshky. Spero che serva da base per una pace duratura tra le due nazioni”.
Sempre il 2 novembre, entrambi i governi, russo e ucraino, si sono scambiati accuse reciproche di aver approfittato della tregua per riorganizzare le proprie truppe nel settore interessato, ma hanno ammesso che non ci sono state violazioni sostanziali del cessate il fuoco.
Oleshky, attualmente sventrata dai bombardamenti, contava fino al 2022, prima dello scoppio del conflitto, più di 24.000 abitanti, ma vi sono rimasti ancora 2000 civili a cui mancano cibo e medicinali.

Ecco perché fin dal 16 ottobre lo stesso Papa Leone XIV ha chiesto espressamente al presidente russo Vladimir Putin un cessate il fuoco localizzato nell’area della città per motivi umanitari, nel corso della telefonata di quel giorno tra il Santo Padre e lo “zar” del Cremlino. A ciò è seguita una trattativa mediata da Melania Trump che ha dialogato anche con la Commissaria russa per i diritti umani Yana Lantratova. Certamente il ruolo basilare degli Stati Uniti, nel far raggiungere ai due contendenti questo accordo localizzato era già visto come un possibile “assaggio” di quanto potrebbe scaturire da un trilaterale di successo.
La tregua per Oleshky è iniziata ufficialmente alle 3.00, ora di Kiev, ossia le 4.00 di Mosca, del 27 ottobre ed è terminata alle ore 23.00 del 1° novembre. Il ministero della Difesa russo ha annunciato: “In relazione alla preparazione di un’operazione umanitaria nell’area del villaggio di Oleshky, nella regione di Kherson, le Forze Armate della Federazione Russa hanno cessato il fuoco in direzione di Kherson e introdotto un ‘regime di silenzio’ dalle 4 ora di Mosca del 27 ottobre 2026”.
Anche gli ucraini l’hanno confermato, con l’annuncio da parte di Dmytro Lubinets, Commissario parlamentare per i diritti umani in Ucraina, che ha parlato di “cessate il fuoco nell’area di Oleshky, nell’oblast di Kherson, attualmente sotto occupazione russa”. Fin dal primo giorno, Lubinets s’è recato sul posto per coordinare gli aiuti umanitari, come rimarcato dal capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Kyrylo Budanov: “La vita di ogni ucraino non ha prezzo”.
Non era del tutto scontato che le cose filassero lisce. Ancora il 26 ottobre, alla vigilia della tregua, un dispaccio del ministero della Difesa russo lamentava che le truppe ucraine stavano minando le vie d’accesso alla città: “Le truppe ucraine minano a distanza le vie di accesso utilizzando droni, con l’obiettivo di impedire l’evacuazione della popolazione civile e bloccare la consegna di generi alimentari, medicinali e beni di prima necessità all’insediamento”.
Più ottimista, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov auspicava che gli ucraini stessero ai patti: “Si spera che la parte ucraina rispetti tutti gli accordi raggiunti con la partecipazione diretta dei negoziatori americani che rappresentano Melania Trump”.
E aggiungeva: “La tregua a Oleshky può essere un precedente per altre iniziative, specie per motivi umanitari, soprattutto quando si tratta dell’intervento diretto, molto positivo e coordinato, della parte americana, dei negoziatori americani, e della First Lady degli Stati Uniti, Melania Trump”.
Un esplicito ringraziamento agli USA che si inquadra nel processo di disgelo Mosca-Washington dell’attuale amministrazione Trump, unico realistico catalizzatore di una possibile cessazione, o interruzione, delle ostilità.
A ricordare al mondo il ruolo avuto anche dal Vaticano, fin dal primo giorno della tregua locale è arrivato a Oleshky l’Elemosiniere del Papa, l’agostiniano spagnolo monsignor Luis Marín de San Martín, che recava con sé un cospicuo carico di aiuti comprendente 600 scatoloni di abiti invernali, coperte, biancheria e cibo.

Intanto il governatore russo della parte della regione del Kherson annessa unilateralmente dalla Russia, Vladimir Saldo, ha detto che le strade per la città erano in fase di sminamento per consentire le evacuazioni: “Strutture per l’accoglienza temporanea sono già state preparate e daremo assistenza a chiunque vorrà partire e rimanere in Russia i cittadini che vorranno partire per il territorio ucraino per riunirsi con le loro famiglie potranno farlo”.
Anche la commissaria Lantratova ha confermato che “a breve potranno cominciare le partenze dalla città di coloro che se ne vogliono andare”. Che lo sminamento stia procedendo bene lo ha confermato il 28 ottobre anche il commissario ucraino Lubinets: “Forze ucraine e russe hanno iniziato le operazioni di sminamento per garantire il passaggio di aiuti umanitari diretti a Oleshky. Anche questo risultato è frutto del lavoro congiunto con la controparte russa, Yana Lantratova”.
Il 30 ottobre la Lantratova ha detto che “la missione umanitaria di oggi è stata completata” e che l’evacuazione dei civili è stata compiuta con “25 autobus e 9 ambulanze”. Tuttavia le operazioni di sminamento sono state funestate dalla tragica morte accidentale di un geniere e un’altra persona.
Il giorno 31 i russi hanno accusato gli ucraini d’aver violato il cessate il fuoco lanciando un drone su un’automobile civile con a bordo un uomo e una donna che uscivano da Oleshky, all’incrocio di Nechaevskij, per fare la spesa nella vicina Radensk. I due civili sono rimasti feriti e sono stati ricoverati in ospedale, ma gli ucraini hanno negato l’attacco.
Nelle stesse ore il portavoce militare di Kiev Maksym Kravchuk asseriva: “I russi hanno usato la pausa per scopi militari. Hanno avvicendato unità, rafforzato posizioni, installato protezioni anti-drone sulle strade, potenziato la logistica e portato munizioni”.
Nel complesso la tregua ha retto e la commissaria russa ai diritti umani Yana Lantratova ha anticipato che “abbiamo concordato altre missioni umanitarie a Oleshky su base regolare”. Fra gli evacuati, alcuni hanno testimoniato: “Mangiavamo ciò che riuscivamo a trovare, siamo arrivati persino a nutrirci di cani”.

Questa “isola” di sospensione dei combattimenti lungo un fronte altrimenti sempre caldo sembra quindi funzionare come fosse un esperimento, una piccola prova di laboratorio, in previsione di colloqui di ampio respiro per cercare di uscire dall’impasse.
E se la diplomazia si sta progressivamente muovendo, resta l’incognita sul nodo dei territori e di un fronte che i russi tendono comunque a cercare di spingere più in là approfittando della loro complessiva superiorità numerica.
La tregua nella centrale atomica di Energodar
Certo è interessante che il 28 ottobre, ispirata probabilmente all’esempio di Oleshky, sia emersa l’idea di una tregua temporanea locale anche nell’area della centrale nucleare di Zaporizhzhia, in realtà situata nella città di Energodar e occupata dai russi fin dal 2022.
L’amministratore delegato dell’agenzia atomica russa Rosatom, Alexei Likhachev, ha infatti affermato che i russi sono pronti per un cessate il fuoco per consentire la riparazione della linea di alimentazione elettrica Dneprovskaya della centrale, rifacendosi anche al precedente di una tregua che aveva già permesso riparazioni.
Affermando di essersi consultato con l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, Likhachev ha spiegato: “Per quanto riguarda la riparazione della linea Dneprovskaya, i nostri amici dell’AIEA si sono assunti determinati obblighi per iniziare eventualmente le riparazioni in regime di cessate il fuoco. Non è stata ancora presa alcuna decisione, siamo pronti”.

L’esponente di Rosatom ha ricordato che già il 15 ottobre c’era stata una breve tregua per una riparazione: “Siamo grati all’AIEA per aver organizzato il lavoro, che abbiamo completato nei tempi previsti.
La sicurezza della centrale nucleare in termini di fornitura di energia è semplicemente aumentata entro due giorni da quel lavoro”. L’esempio di Oleshky, comunque potrebbe fare scuola pensando a una ipotetica serie di pause nei combattimenti a intermittenza in settori isolati del fronte, come una prova generale di un eventuale armistizio.
Per il momento, comunque, non si pensa di replicare a breve. Il 2 novembre, sebbene la commissaria russa per i diritti dell’infanzia Maria Lvova-Belova abbia suggerito che la Russia sarebbe pronta a ipotizzare tregue umanitarie simili, dal Cremlino Peskov ha detto che “non ci sono piani per nuove iniziative come quella di Oleshky al momento”.
Il dilemma delle trattative
A dare retta alle notizie affastellatesi tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre del 2026, il nuovo mese appariva potenzialmente cruciale per arrivare a negoziati decisivi fra Ucraina e Russia con la mediazione americana, da tenersi probabilmente ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti.
Ancora il 28 ottobre Trump, pur nel contesto della sua campagna elettorale in favore dei repubblicani per le elezioni di Mid Term per il Congresso di Washington, svoltesi il 3 novembre, ha detto che “molto presto verrà organizzato un incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e quello ucraino Volodymyr Zelensky e penso che si possano compiere molti progressi”.

Poco dopo, ha voluto essere della partita anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che telefonando a Trump gli ha assicurato la disponibilità di Ankara “per rilanciare il processo diplomatico Ucraina-Russia e mettere fine alla guerra”, richiamandosi ai precedenti sforzi di mediazione della Turchia, come i colloqui di Istanbul della primavera 2022, che avrebbero potuto fermare la guerra già nelle sue prime settimane se non fosse stato per l’impicciarsi dei britannici nel convincere Zelensky ad alzare la posta, o come il patto sull’export di grano dal Mar Nero, rimasto in vigore almeno un anno, da luglio 2022 a luglio 2023.
Il 31 ottobre Zelensky ha incontrato in Turchia Erdogan, parlando con lui del trilaterale di novembre e chiamando anche i turchi a partecipare. Dal “sultano” di Ankara, ha a sua volta incassato la critica “agli attacchi a navi mercantili nel Mar Nero, chiunque li compia”.
Il clima apparentemente favorevole, ma non troppo, è confermato da vari indizi, fra cui la presenza del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov alla ministeriale del G20 di Atlanta il 30 e il 31 ottobre.
Alla conclusione del G20 dei ministri degli Esteri, Lavrov, dopo aver incontrato il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, ha detto che “il presidente russo Vladimir Putin è ancora pronto a incontrare a Mosca quello ucraino Volodymir Zelensky”. Rubio si diceva tuttavia più cauto: “Non so se una pace negoziata sia realizzabile in Ucraina. È ciò che stiamo cercando di scoprire”.
Certo, sempre il 31 ottobre un segnale di sintonia ulteriore fra Mosca e Washington è stata la collaborazione nello sventare un attentato potenzialmente sanguinoso. I servizi segreti americani hanno infatti informato quelli russi di un possibile attacco terroristico che avrebbe potuto verificarsi quel giorno a Mosca, al museo Tsaritsyno.

Il controspionaggio russo FSB (l’ex-KGB) ha dichiarato di aver ricevuto attraverso “canali di collaborazione consolidati”, l’avvertimento degli americani, adottando imprecisate “contromisure” che avrebbero evitato l’attacco. Parimenti, l’ambasciata degli Stati Uniti a Mosca ha confermato di “essere a conoscenza di una minaccia credibile di un evento con elevato numero di vittime” asserendo che “il governo americano si sta coordinando con le autorità russe per una risposta”.
L’indomani, il 1° novembre, s’è appreso che il presunto complottista era un minorenne, un russo di 17 anni che secondo l’FSB pubblicava minacce su canale web Tik Tok e frequentava siti internet neonazisti.
Non si sa, al momento, se l’ipotetico attentato sia legato all’Ucraina, eventualmente a frange contrarie a un compromesso con la Russia mediato dall’America, ma si sa che le autorità russe da giorni accusavano i servizi segreti ucraini di arruolare giovanissimi per attentati o sabotaggi in territorio russo.
Il 28 ottobre il consigliere presidenziale russo, Yury Ushakov ha detto alla televisione Vesti, che la data del trilaterale ad Abu Dhabi non è ancora decisa ma “sarà annunciata a breve”, oltre a ribadire che gli europei non saranno invitati: “Gli europei potrebbero presentarsi se comprano i biglietti ma nessuno li inviterà al tavolo negoziale e tale questione non è stata nemmeno affrontata nell’ultima conversazione tra i presidenti Trump e Putin”.
Ushakov ha specificato: “Abbiamo detto che si terrà a metà novembre, dopo il 10 novembre, ma non abbiamo ancora indicato la data esatta”. Dal canto suo, invece, Zelensky ha suggerito in un’intervista al giornale britannico Sun che “il trilaterale si sarebbe svolto il giorno 10 novembre”.

C’è concordanza tra più fonti sul fatto che i colloqui verteranno non solo sulle questioni specifiche del conflitto russo-ucraino, ma anche sulle generali esigenze di sicurezza della Russia nei confronti dell’Occidente.
Lo ha anticipato dal Cremlino il portavoce Peskov, mentre lo stesso Zelensky ha ammesso il 28 ottobre: “Non è la prima volta che la Russia solleva, in una forma o nell’altra, la questione delle garanzie di sicurezza secondo la propria visione. Credo che qualsiasi ritiro, qualsiasi passo indietro in termini di sicurezza, sia un segno di debolezza per l’alleanza. Abbiamo anche ricevuto segnali dagli Stati Uniti da un punto di vista diverso, riguardo alla presenza di truppe americane sul territorio europeo, a possibili riduzioni e così via”.
Il presidente ucraino è dell’opinione che “tali discussioni dovrebbero avere luogo solo dopo la fine della guerra”.
E ricordando che già nei colloqui del 2021-2022 con la precedente amministrazione americana, del presidente Joe Biden, prima dell’invasione dell’Ucraina, i russi avevano già chiesto “che la NATO riportasse il suo piano militare in Europa ai livelli precedenti al 1997”, mediante un ritiro di forze e infrastrutture da alcuni paesi membri dell’Europa centrale e orientale.
Secondo Zelensky, la Russia potrebbe nuovamente avanzare proposte simili. Il Financial Times ha avanzato l’ipotesi che le trattative ad Abu Dhabi, incentrate su garanzie di sicurezza sia per Mosca sia per Kiev dopo la fine della guerra, non dovrebbero vedere l’America imporre all’Ucraina cessioni territoriali.
Del resto, Zelensky aveva ribadito già dal 24 ottobre, quando iniziava a concretizzarsi l’ipotesi Abu Dhabi come sede dei colloqui, che Kiev non avrebbe ceduto altri territori. Parlando proprio alla rete americana ABC, il leader ucraino ha detto: “Siamo pronti a fermare questa guerra il più rapidamente possibile. Ma la Russia attualmente controlla oltre il 19% del territorio ucraino e l’Ucraina non è disposta a cedere ulteriore territorio per porre fine alla guerra. Siamo disposti a congelare il conflitto in corso lungo le attuali linee del fronte”.
Ha poi aggiunto di non sentirsi tradito dagli Stati Uniti, ma di lamentarne la “mancanza d’appoggio”, allusione alle forniture militari USA, specialmente di missili antimissile Patriot, ridottesi al contagocce.
Del resto, a proposito della personale sintonia fra Trump e Putin ha commentato: “Trump ha un ottimo rapporto con Putin, non sta a me giudicare le sue scelte personali”. Lo stesso giorno, una nota del Ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti confermava che “si stanno preparando per la prima metà di novembre colloqui trilaterali fra Russia, Ucraina e Stati Uniti da tenersi nella capitale Abu Dhabi”.
Sempre il giorno 24, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha cercato di minimizzare la posta in gioco nel conflitto, evidentemente allo scopo di far passare come meno difficoltosa la via di un accordo.
“Sebbene si dica spesso – ha affermato Rubio – che questa sia una guerra in Ucraina, in realtà riguarda il Donbass, una regione specifica del Paese. Stiamo parlando di un territorio che rappresenta circa l’11% del territorio ucraino: la Russia cerca di ottenerlo, ma non può impadronirsene militarmente, e l’Ucraina non vuole cederlo. E l’Ucraina ha buone ragioni per questa posizione: è una questione di sovranità e di sicurezza a lungo termine”.
Per Rubio la guerra in Ucraina è impossibile risolvere militarmente il conflitto, “può finire solo diplomaticamente, e la questione è se sarà possibile raggiungere un risultato in cui entrambe le parti ne trarranno qualche beneficio, ma allo stesso tempo faranno delle concessioni che permetteranno alla guerra di finire”.
Il 25 ottobre il consigliere di Putin, Ushakov, ha per la prima volta posto un limite temporale inferiore ai colloqui ipotizzati negli EAU, rendendo noto che sicuramente non si sarebbero svolti prima del 4 novembre, data della Giornata dell’Unità Nazionale, una delle maggiori festività del paese: “La prossima scadenza è il 4 novembre, la nostra grande festività. Dopodichè, saremo pronti a riprendere i negoziati”.

E Trump, proseguendo la sua opera di promozione della deescalation USA-Russia ha ripetuto: “Penso che stia per succedere qualcosa”. E ha citato come esempio di disponibilità russa il recente rilascio, il 21 ottobre, di Stephen Hubbard, cittadino americano detenuto in Russia: “L’ho riportato a casa semplicemente chiedendo a Vladimir Putin di lasciarlo tornare. E non ho dato nulla in cambio, perché Putin ha ritenuto che fosse una richiesta ragionevole”. Ed evocando accordi economici con i russi, per esempio sul gas dell’Alaska e su Lukoil: “Sono accordi che prima o poi si faranno. Ma non permetteremo che una questione del genere tenga in ostaggio l’industria petrolifera”.
La Russia, comunque, non intende rinunciare alla pressione militare sull’Ucraina fino all’ultimo istante di combattimenti per riuscire a completare il più possibile il piano di annessione totale delle regioni ucraine già per la maggior parte occupate. Il 26 ottobre Peskov ha messo in chiaro che “la decisione di riprendere i negoziati trilaterali non comporta alcuna limitazione delle operazioni militari”, anche perché “le nostre forze armate continuano a condurre attacchi massicci contro il complesso militare-industriale ucraino e il regime di Kiev prosegue con azioni analoghe”.
Il portavoce ha anche anticipato che le trattative dovranno essere condotte senza divulgare i dettagli, rivendicando la tradizionale abitudine alla “segretezza delle cancellerie”: “Avremo una conversazione molto seria, che comprenderà un’enorme quantità di dettagli. Non vorremmo discutere pubblicamente questi dettagli, perché crediamo che ciò danneggerebbe il potenziale futuro processo di pace”. Ha fatto però capire che si parlerà della “questione dei compromessi territoriali”.
La “talpa” al Pentagono
Certo, la posizione degli USA come mediatori resta delicata. Il 30 ottobre uno scandalo ha scosso il Pentagono, come riportato da Axios e il Washington Post. E’ stato infatti licenziato un generale dell’US Army che faceva trapelare alla stampa notizie riservate sui dossier Ucraina e Iran. Si tratta di Brett Sylvia, capo della divisione “J5” che elabora la pianificazione per lo Stato maggiore congiunto.

Avrebbe passato per un anno, da giugno 2025 a giugno 2026, informazioni riservate sulle guerre in Ucraina e Iran a giornalisti di due testate. Il generale ha 54 anni e ha ammesso le colpe dopo aver fallito 4 test con la macchina della verità. E’ stato così destituito dopo ben 32 anni di servizio in cui s’è distinto come comandante della 101° Divisione Airborne, combattendo in Afghanistan, dove è stato ferito, e venendo decorato con la Stella di Bronzo.
Il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, ha parlato di “tolleranza zero per la divulgazione intenzionale e non autorizzata di informazioni classificate”.
Sylvia sarebbe tuttavia anche uno dei 20 generali statunitensi considerati in contrasto col segretario alla Guerra Pete Hegseth, che in tal modo si sarebbe disfatto di un critico. Non si sa quanto questa falla nella necessaria “segretezza delle cancellerie”, come si usa dire tradizionalmente, possa incrinare l’affidabilità degli Stati Uniti come mediatori.
Lo stesso giorno l’agenzia Reuters ha rivelato, sulla base di “quattro fonti informate”, che il Pentagono, per favorire la distensione con Mosca, su ordine di Trump, ha intimato ad alcuni alleati europei, ma soprattutto alle tre repubbliche baltiche, Estonia, Lettonia e Lituania, di “moderare i toni sulla minaccia rappresentata dalla Russia”.

Fra i funzionari che avrebbero ammonito in tal senso i baltici spiccherebbe Elbridge Colby (nella foto sopra), responsabile delle politiche del Pentagono e tra i maggiori fautori della riduzione delle truppe americane in Europa. Il ministro della Difesa lituano Robertas Kaunas ha negato d’esser stato ammonito dagli americani, mentre il primo ministro estone Kristen Michal ha detto di non voler moderare i toni nei confronti di Mosca.
I “no” di Zelensky
Stando a quanto riferito il 1° novembre da Radio Free Europe/Radio Liberty, il segretario di Stato americano Marco Rubio avrebbe espresso a porte chiuse ai colleghi occidentali “forti dubbi sulla possibilità di raggiungere un accordo negoziato per porre fine alla guerra nei prossimi mesi”.
Rubio avrebbe sostenuto che è “irrealistica l’adesione dell’Ucraina alla Nato” e che “neppure la conquista dell’intero Donbass basterebbe a soddisfare le ambizioni territoriali russe”. Ufficialmente non v’è prova alcuna, al momento, di simili affermazioni. Certo è che Zelensky oppone resistenza all’idea di un trilaterale che escluda gli europei e gli imponga sacrifici territoriali.
Sempre il primo giorno di novembre, il consigliere russo Ushakov ha ribadito la disponibilità dello “zar”: “Penso che il presidente Putin risponderebbe a una chiamata di Zelensky, non si è mai rifiutato di parlare. Se il presidente ucraino vuole davvero negoziare, è libero di venire a Mosca”.
Dal canto suo, il portavoce del Cremlino Peskov ha rigettato l’idea che inviati europei possano partecipare al vertice: “L’Europa seguita a parlare della necessità di infliggere alla Russia una sconfitta strategica. Con tale approccio, è impossibile dialogare con loro”.

Quasi a rispondere a Peskov, in serata Zelensky ha dichiarato a Rbc-Ukraine che sarebbe “pronto a incontrare Putin in Turchia” fidando nella mediazione di Erdogan. Ma ha anche detto che non accetterebbe “la cessione del Donbass e il riconoscimento della Crimea come territorio russo poiché sarebbero in contraddizione con la Costituzione Ucraina”. Mosca certo non restituirebbe territori conquistati col sangue e simili parole potrebbero compromettere fin dall’inizio il dialogo.
Kiev teme che i russi, tramite Trump, possano imporre come condizione la cessione dei territori aggiuntivi, rispetto alla linea del fronte, che restano a completare l’annessione nella loro interezza delle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson.
E lo stesso giorno fonti diplomatiche vicine a Zelensky hanno riferito a Ukrainska Pravda che mancando un rappresentante europeo ed essendo scemata la fiducia degli ucraini negli Stati Uniti, una simile bozza verrebbe respinta da Kiev: “Nella testa dei russi rimane comunque la formula ‘territori in cambio della pace’. In altre parole, prima cedete i territori e solo dopo arriverà la pace. La si può girare e rigirare, la si può chiamare in qualsiasi modo, ma i russi vogliono che le truppe ucraine si ritirino dal Donbass.
Che lo si chiami ‘Donnyland’ o zona demilitarizzata, a loro interessa soprattutto che noi non ci siamo e che loro, invece, ci siano. Se ragioneremo nei termini di territori in cambio di un documento contenente garanzie firmate da Trump, in Ucraina non ci sarà nessuno in grado di far accettare un accordo del genere. All’interno del nostro paese, la fiducia in Trump è appena sei punti percentuali più alta di quella in Putin. Qui nessuno accetterà di fare nulla sulla sola base delle rassicurazioni di Trump”.
Proseguono le indiscrezioni uscite il 26 sul giornale ucraino: “I russi non vogliono che gli europei si siedano al tavolo durante il primo incontro. Ma i nostri li porteranno comunque con sé e li terranno aggiornati direttamente ad Abu Dhabi, in tempo reale. Il problema degli europei è che non hanno un rappresentante designato con un mandato preciso. Di conseguenza, tutti questi inviati possono soltanto raccogliere e ricevere segnali, senza avere l’autorità per decidere alcunché”.

Zelensky ha intanto ribadito di non voler accettare imposizioni in termini di riduzione delle sue forze armate e di una obbligata neutralità dell’Ucraina. Intervistato il 25 ottobre da Alla Mazur, conduttrice del programma TSN.Tyzhden, ha detto: “Se disporrò di fondi sufficienti, voglio mantenere un esercito di 800.000 effettivi, a meno che l’adesione alla Nato non modifichi le nostre esigenze di sicurezza. La questione centrale è chi sia disposto a finanziare le nostre forze armate del suo Paese. E’ proprio questa la domanda che pongo alla Nato”.
E poi: “Restrizioni al nostro esercito e la neutralità dell’Ucraina non sono oggetto di discussione. La questione territoriale rappresenta una linea rossa che può essere affrontata solo a livello dei leader stessi. Per noi, è sempre stato un punto fermo, non negoziabile. Eppure, gli americani sollevano spesso la questione del territorio, chiedendoci a cosa saremmo disposti a rinunciare in cambio di determinati principi fondamentali”.
Il presidente ucraino, in sostanza, reagisce a un possibile diktat russo-americano chiedendo che gli alleati siano disposti a continuare a finanziare, probabilmente per anni ancora dopo la fine della guerra, forze armate ucraine a un livello di mobilitazione bellica, come garanzia di sicurezza per Kiev.
E ciò dopo che ha già battuto cassa con l’Unione Europea per aggiuntivi 75 miliardi di euro con cui ripianare il pauroso deficit dell’Ucraina, non bastandogli il prestito biennale, scaglionato tra 2026 e 2027, di 90 miliardi da parte dei paesi Ue.
D’altronde non si capisce come altrimenti potrebbero mantenersi efficienti le forze armate di Kiev, se non attingendo a fondi stranieri, dato che un paese in bancarotta e indebitato, con l’economia sconvolta dai bombardamenti, cederebbe di schianto se dovesse contare solo sulle sue intrinseche risorse.

L’indomani, 26, il presidente ucraino ha presentato alla Verkhovna Rada, il parlamento di Kiev, un progetto di legge per rinnovare la legge marziale e la mobilitazione generale del paese, altrimenti in scadenza per il 31 ottobre, in modo da prolungarle per ulteriori 90 giorni, fino al 29 gennaio 2027, mossa ovvia dato che il conflitto è pienamente in corso e che non si possono fare pronostici per i colloqui.
Si è giustificato osservando: “La legge marziale finirà quando in Ucraina saranno garantite le misure di sicurezza. Senza garanzie di sicurezza, questa guerra non finirà davvero”.
Nelle ore successive i deputati della Verkhovna Rada, hanno approvato l’estensione della legge marziale con 293 voti a favore.
L’insofferenza crescente degli ucraini
Dopo quattro anni e mezzo di guerra, è un ulteriore sforzo richiesto a una popolazione esasperata, come testimonia l’ormai cronica difficoltà dell’esercito di Kiev nel reclutare leve fresche che assicurino un’adeguata turnazione ai soldati al fronte.
L’ultimo caso, riferito sui social, è accaduto a Petropavlivska Borshchahivka, alla periferia di Kiev, dove una folla inferocita ha preso d’assalto un edificio occupato da uomini del Battaglione Azov, inserito nei ranghi della Guardia Nazionale, che, avrebbero tenuto prigioniere quaranta persone e ne avrebbero uccisa una in quella che sarebbe stata una prigione segreta e un centro di tortura per renitenti alla leva e disertori.
Come riporta Fulvio Scaglione su InsideOver ”le immagini diffuse in Rete sono in effetti impressionanti e non sono mancati colpi d’arma da fuoco, con ogni probabilità sparati in aria dai militari assediati, mentre fuori i dimostranti distruggevano auto della polizia e un autobus usato dalle pattuglie per la mobilitazione forzata”.

Secondo quanto riferiscono i media ucraini, nello stabile erano presenti circa 18 militari di cui 4 feriti. Tra loro è stato portato via anche un adolescente di 14 anni, in evidente stato di shock. Il comandante della Guardia Nazionale Oleksandr Pivnenko ha rappresentato che “quattro dei militari arrestati per diserzione sono rimasti feriti e sono stati quindi ricoverati in ospedale per accertamenti” confermando che il comando della Guardia Nazionale, in collaborazione con le forze dell’ordine, ha avviato un’indagine sull’accaduto. “Qualora venisse accertato che si sono verificati atti di violenza illegali all’interno della base militare, i responsabili saranno puniti secondo la legge”, ha dichiarato Pivnenko.
Il capo dell’Ufficio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Kyrylo Budanov, ha dichiarato che “ormai è stato accertato con certezza che gli eventi di ieri a Petropavlivska Borshchahivka non si sono verificati senza influenze esterne. Le persone coinvolte e gli organizzatori di questi eventi saranno certamente identificati e puniti. Saranno inoltre tratte le dovute conclusioni all’interno delle forze di sicurezza” ha specificato Budanov in un video messaggio condiviso sui propri canali social. “La Procura generale e gli organi competenti hanno già avviato un’indagine imparziale“.

Un ulteriore indizio di come molti ucraini, forse, vedono la leadership di Zelensky, è costituito dalla testimonianza postata fin dal 24 ottobre su X da una ex-portavoce del presidente, Iuliia Mendel (nella foto sopra), secondo cui “Zelensky alimenta la sua compiacenza con la guerra”.
Sostiene la Mendel: “Il conflitto in Ucraina si è trasformato in qualcosa che alimenta l’eterno autocompiacimento di Volodymyr Zelensky. La narrazione rimane strettamente incentrata sull’uomo che non dorme, sull’uomo che parla, sull’uomo che soffre e sull’uomo che continua a mostrarsi ottimista. L’Ucraina, in quanto nazione che affronta il conflitto, viene in gran parte relegata a far da sfondo”.
E poi: “Le interviste, interminabili e numerose, approfondiscono nei minimi dettagli la figura dello stesso Zelensky, che parla volentieri e a lungo di se stesso, evitando al contempo gli argomenti seri e le domande che non lo riguardano personalmente, mentre il paese in guerra riceve meno attenzione”.
Parole durissime, evidentemente anche da ponderare a freddo tenendo conto di possibili strascichi derivanti da eventuali contrasti personali fra il presidente e la sua ex-portavoce, ma che sono comunque utili ad arricchire l’affresco generale della situazione ponendo l’attenzione a elementi imponderabili, difficilmente tracciabili, inerenti gli stati d’animo, spesso contrastanti, in una nazione in guerra, e specialmente il morale, delle truppe e di chi sta a casa.
Ieri il servizio di sicurezza dell’Ucraina (SBU) e l’ufficio del procuratore generale hanno accusato Yulia Mendel di “alto tradimento in condizioni di legge marziale”.
Lo riporta Ukrinform, citando una nota dell’SBU secondo cui Mendel è anche accusata di screditare l’Ucraina sulla scena internazionale “attraverso le sue dichiarazioni pubbliche e i post sui social” e di “giustificare il regime del Cremlino e la guerra su vasta scala da esso avviata contro il nostro Paese”.
Un difficile equilibrio per Zelensky
Probabilmente anche il leader ucraino pare convinto che in qualche modo, per uscire da un tunnel cieco, si debba cercare di parlare con Putin.
Ma non volendo cedere a Trump il monopolio della mediazione vorrebbe affidarsi agli alleati europei, i quali però non esprimono un inviato comune e una posizione davvero comune.
Episodio significativo, in tal senso, è stata la telefonata del 27 ottobre a Putin da parte del presidente della Finlandia, Alexander Stubb, e del primo ministro norvegese, Jonas Gahr Store, entrambi a Helsinki, che, come poi confermato da Kiev, era stata concordata precedentemente con gli ucraini per sondare il terreno diplomatico.
La telefonata, resa nota al mondo dal governo di Helsinki, è stata organizzata sulla scia dell’incontro avvenuto a Oslo, in Norvegia, lo scorso 20 ottobre fra Zelensky, i suddetti Stubb e Store e gli inviati speciali americani Steve Witkoff e Jared Kushner. Stubb ha detto che lui e Store hanno parlato con Putin della crisi ucraina “a nome dei nostri paesi e non dell’Europa nel suo complesso”, il che una volta di più comprova il fatto che gli europei vanno in ordine sparso. Ha riferito: “La discussione è stata franca e sostanziale. Siamo paesi confinanti con la Russia. L’esito di questa guerra avrà un impatto diretto sulla nostra sicurezza e su quella europea in generale. Porre fine alla guerra richiede un dialogo diretto”.

Putin, stando alle fonti del Cremlino, ha ripetuto ai due statisti nordici che “il raggiungimento di una pace giusta e duratura è possibile solo con la piena e incondizionata considerazione dei legittimi interessi della Federazione Russa”. Fra i primi commenti, quelli del primo ministro polacco Donald Tusk, che sentendo Store e Stubb ne ha percepito impressioni “molto moderatamente ottimistiche”.
Dopo la telefonata con Putin, i leader finnico e norvegese sono stati contattati da Zelensky, che li ha ringraziati per aver “chiesto passi concreti al presidente russo per la de-escalation”.
In concomitanza col colloquio telefonico Stubb-Store-Putin, s’è recato a Helsinki il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha, che ha confermato come l’iniziativa, da lui definita “il giusto approccio” con Mosca, fosse stata concordata con Kiev. Sybiha ha incontrato in quella sede i ministri degli Esteri finlandese, Elina Valtonen, e norvegese, Espen Bard Eide, poi l’indomani, 28 ottobre, è intervenuto al Consiglio Nordico, definendo i paesi scandinavi “i nostri alleati più stretti” e chiedendo loro supporto in difesa aerea ed energia in vista dell’inverno.
Tuttavia, proprio due altri leader nordici hanno criticato la telefonata finnico-norvegese rimarcando la mancanza di coordinazione con gli altri paesi europei. Così, la prima ministra danese Mette Frederiksen, ha lamentato che Store e Stubb abbiano “agito per conto proprio”, mentre il premier svedese Ulf Kristersson ha chiosato: “Ci sono basse aspettative per questo tipo di conversazioni. Intavolare colloqui che potrebbero dividere la voce dell’Europa è rischioso”.
Sull’onda della telefonata dei nordici, poi, il consigliere russo Ushakov ha lanciato a Volodymyr Zelensky un invito a venire personalmente a Mosca, nel qual caso, gli verrebbero garantire tutte le condizioni di sicurezza: “Stubb e Store hanno riferito al presidente Putin l’interesse attivo di Zelensky di parlare direttamente con lui. Il nostro capo ha ribadito che se Zelensky desidera davvero avviare negoziati diretti, dovrebbe venire a Mosca, dove gli saranno fornite tutte le condizioni necessarie, compresa la sicurezza”.
Kiev senza difese aeree
Ma Zelensky, fra l’1 e il 2 novembre, aveva in mente soprattutto la questione dei missili antiaerei e antimissile Patriot Pac-3 che scarseggiano e tardano ad arrivare.
Dopo che il 31 ottobre era stato confermato che il via libera del Dipartimento di Stato USA alla vendita di ben 500 Patriot all’Ucraina era praticamente tarpato dal fatto che le consegne effettive sarebbero avvenute dopo qualche anno, presumibilmente attorno al 2030, data la scarsità degli esemplari, alla bassa cadenza produttiva e le concorrenti esigenze degli alleati degli USA in Medio Oriente, Zelensky ha il 1° novembre suggerito che siano gli stessi paesi europei ad anticipare parte di questi sistemi, “da 10 a 30”, immediatamente, per poi restituirli traendoli dalle future consegne.

Una beffa se si considera che, presumibilmente, i circa 2,1 miliardi di dollari di costo stimato dei 500 Patriot promessi a Kiev verrà pagato dagli stessi stati dell’Unione Europea tramite il meccanismo Purl (Prioritised Ukraine Requirements List) mediante il quale sono gli alleati a pagare di tasca propria armi di fabbricazione americana da rigirare agli ucraini.
Insomma, dato l’astronomico indebitamento dell’Ucraina coi paesi che la sostengono, è come se il presidente ucraino avesse promesso di ripagare l’ipotetico “prestito” anticipato di Patriot con gli stessi soldi dei creditori. Di più, il 2 novembre Zelensky ha perfino dichiarato che avrebbe cessato gli attacchi di droni alle raffinerie, e in genere alle strutture petrolifere della Russia, se gli Stati Uniti avessero fornito Patriot in tempi brevi, in sostanza azzardando una sorta di ricatto a un Trump evidentemente sempre meno disposto nei confronti di Kiev.
Trump vuole vendere gas russo all’Europa
Sempre il 2 novembre, il Wall Street Journal ha riferito indiscrezioni, tratte da fonti qualificate come “funzionari americani, europei e ucraini”, secondo cui gli Stati Uniti starebbero da settimane pressando i governi dell’Unione Europea affinché tornino a comprare gas russo attraverso i gasdotti che solcano il territorio ucraino, essendo il Nord Stream sotto il Baltico danneggiato dall’attentato del 2022.
L’idea circola da quando gli inviati americani Jared Kushner, e Steve Witkoff sono andati in missione a Mosca e Kiev fra 5 e 6 settembre scorsi. Il piano americano prevede che la vendita del gas russo all’UE venga effettuata da un intermediario statunitense “per aggirare le sanzioni europee al gas russo”.

Ciò consentirebbe agli USA di assicurarsi una parte nell’affare, dato che, secondo il Wall Street Journal, “investitori americani se ne starebbero interessando”. Non è difficile vedervi lo zampino affaristico di Trump e della sua amministrazione.
Gli Stati Uniti, quindi, oltre ad aver incrementato dal 2022 la loro vendita di gas liquefatto via nave agli europei, mirano ora a una “cresta” nell’aiutare i russi ad aggirare le sanzioni UE, unendo un obbiettivo economico a quello politico di ammorbidire la Russia, anche se, per la verità, sembrano più le posizioni dell’Ucraina e quelle dell’Unione Europea quelle da rendere più malleabili se davvero si vuole far chiudere questa guerra.
Gli introiti della vendita del gas verrebbero riversati in un “conto vincolato in una giurisdizione terza” a garanzia che non vengano investiti da Mosca in armi. Anche l’Ucraina avrebbe vantaggi, ricominciando a incassare pedaggi per il passaggio del metano sul suo territorio.

Il piano incontra la resistenza dei governi Ue, che perseguono la cessazione totale dell’import di gas russo entro la fine del 2027, tanto che il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen auspica uno stop definitivo all’import di gas russo, anche dopo la fine della guerra.
Un “funzionario di un paese nordico” ha detto al Wall Street Journal che “riprendere l’import di gas russo sarebbe contraddire tutta la politica Ue”, mentre per “un funzionario di un grande paese europeo” il piano Usa svenderebbe “la sicurezza per interessi commerciali” e sarebbe come il compromesso di Monaco del 1938, mediato da Benito Mussolini, con cui Francia e Gran Bretagna consentirono ad Adolf Hitler di mutilare la Cecoslovacchia in cambio di una pace effimera.
Dubbi, o quantomeno cautele, emergono però anche dalla Russia. Per il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov (nella foto sopra): “E’ improbabile che possiamo parlarne ora. Dipenderà dai desideri degli acquirenti e dei venditori e dalle capacità dei venditori”.
Quale fronte?
E’ chiaro che Ucraina e Russia, a fatica, si avvicinano a una nuova stagione di colloqui il cui nodo verterà sulla questione territoriale, con gli ucraini che, per ammissione dello stesso Zelensky, chiedono perlomeno il congelamento dei combattimenti sull’attuale linea del fronte e i russi che mirano a chiedere il ritiro delle truppe di Kiev dalle porzioni restanti delle regioni occupate e annesse dall’ottobre del 2022, ovvero Luhansk e Donetsk, che insieme formano il Donbass e che a un certo punto hanno anche avuto la definizione alternativa di Novorossija, alias Nuova Russia, e inoltre Zaporizhzhia e Kherson.

In verità la posizione ucraina appare quantomeno contraddittoria poiché occorre rammentare che fin da prima del conflitto, nel 2021, Zelensky aveva varato una modifica costituzionale che di fatto impegnava le forze dello Stato ucraino a recuperare i territori sottratti alla sovranità di Kiev, allora solo le repubbliche secessioniste ribelli di Donetsk e Lugansk, che occupavano una parte inferiore dei territori delle omonime regioni, e la penisola della Crimea, annessa dalla Russia fin dal 2014, per riportare, idealmente, il paese ai confini del 1991, appena ottenuta l’indipendenza con lo sfacelo dell’Unione Sovietica. Se queste norme non vengono abrogate da un successivo governo ucraino, l’idea di un cessate il fuoco lungo il fronte potrebbe sembrare sul momento un successo della diplomazia, ma rischierebbe di rimanere una mera pausa propedeutica a una futura ripresa dei combattimenti se a Kiev si restasse convinti della possibilità di recuperare i territori perduti, approfittando di un momento propizio come una svolta politica a Mosca o altre eventualità.
Il che, fra l’altro, spiegherebbe anche la pretesa di Zelensky di mantenere, anche dopo la cessazione delle ostilità, un apparato militare elefantiaco rispetto a quello dell’Ucraina prebellica, ovviamente a spese non del paese, ma, il più possibile, degli alleati europei.
Dal canto loro, i russi intendono invece completare la conquista delle quattro regioni annesse nell’attuale conflitto (più ampie porzioni di confine nelle regioni ucraine di Sumy e Kharkiv), oltre a chiedere lo status neutrale di un’Ucraina a cui Putin stesso ha già più volte promesso un nulla osta all’adesione all’Unione Europea, ma un preciso divieto di ingresso nella NATO.

Ora la situazione lungo l’intero fronte di circa 1.300 chilometri che taglia tutta l’Ucraina Orientale è molto variegata fra i vari settori, come vario è anche il tasso di raggiungimento degli obbiettivi strategici locali della Russia.
Facendo fede al sito di OSINT, cioè Open Source Intelligence, AMK Mapping, che ha pubblicato dati aggiornati al 24 ottobre 2026, il Lugansk è occupato dai russi per il 99,56%, praticamente ormai tutto sotto il loro controllo, il Donetsk all’80,65%, la regione di Zaporizhzhia per il 76,21% e il Kherson per il 71,08%. Nel complesso, quindi, Mosca non è lontana dal raggiungere il suo dichiarato obbiettivo territoriale, sebbene le truppe russe, mantenendo una pressione costante nei settori più critici, debbano tener conto di difese ucraine ancora salde, specie nella zona della catena delle città fortezza del Donetsk, ossia la “fortress belt” che si stende fra Sloviansk, Kramatorsk, Druzhkivka e Kostiantynivka, ben apprestata di fortificazioni campali e anticarro, nonché attrezzata di migliaia di droni tattici che aumentano enormemente i rischi per fanteria e carri armati russi in campo aperto.
Questa fascia, lunga circa 50 km, appare ancora come il vero fulcro dello sforzo militare ucraino, poiché le posizioni ucraine proteggono la strategica autostrada H20, che correndo da Nord a Sud nelle immediate retrovie collega le piazzeforti e ne assicura l’arrivo dei rifornimenti e lo spostamento di rinforzi in senso laterale, rispetto al fronte.
In tal modo i difensori possono concentrare forze nel settore della fascia di volta in volta più minacciato dalle spallate russe. Ma se la fascia delle città-fortezza è così difficile da forzare da parte dell’esercito russo, è anche perché è stata realizzata ed è cresciuta gradualmente nell’arco di ben 12 anni. Infatti è stato fin dalla guerra locale nel Donbass, scoppiata nel 2014 fra il governo di Kiev e le repubbliche popolari ribelli dei russofoni di Donetsk e Lugansk, che i governativi ucraini hanno iniziato a fortificare con opere sempre più complesse e scaglionate, come bunker, casamatte, trincee, fossati anticarro, campi minati, quella direttrice, fra l’altro sfruttando una concomitante cresta di alture che concede agli ucraini anche il vantaggio della posizione sopraelevata rispetto al terreno mediamente più basso da cui provengono gli attacchi russi.

Da un lato, quindi, la fascia di fortezze ucraine nel Donetsk rappresenta per i russi l’incarnazione stessa di quelle “radici profonde della guerra” sempre evocate da Putin e dai suoi diplomatici in contrasto con la vulgata occidentale che vorrebbe l’invasione russa in Ucraina iniziata nel febbraio 2022 quasi “a freddo”, ignorandone i presupposti che rimontano almeno al 2014.
Chiedere in sede negoziale che gli ucraini se ne ritirino ha quindi per Mosca la doppia valenza di una misura strategica e di sicurezza, a tutela di una nuova frontiera, ma anche di una sorta di rivincita simbolica, rispetto alle travagliate vicende del Donbass e dei suoi abitanti russofoni.
In modo del tutto speculare, e invertito, per l’Ucraina quel settore del fronte, su cui tanto si è investito in termini di uomini e materiali, sembra proprio quello che più di altri si vorrebbe congelare e rendere intangibile, a maggior sicurezza degli assetti postbellici, senza contare che una sua evacuazione stabilita a tavolino verrebbe automaticamente interpretata come una resa totale.
Ci sono poi altre regioni ucraine in cui persiste una variabile presenza di contingenti russi allo scopo principalmente di distogliere forze ucraine dal fronte principale, che resta quello del Donbass, o di aprirsi una via d’avanzata alternativa per minacciare sul fianco le forze nemiche. In primis la regione del Kharkiv, che i russi hanno preso per il 6,01%, poi quella settentrionale di Sumy, al 2,17%, e, del tutto trascurabili, quella di Mykolaiv allo 0,54% e quella di Dnipropetrovsk per lo 0,14%.
Ora, secondo le stime di AMK Mapping, nel presente anno, ovvero dal 1° gennaio 2026 fino al tardo ottobre, il controllo russo sul Donbass è rimasto praticamente stabile.

Infatti, anche se gli ucraini sono riusciti a riprendere alcune piccole località, si tratta di una quota irrisoria. Le forze di Kiev avrebbero ripreso, al netto delle avanzate russe in altri settori, 64 kmq nel Lugansk, niente rispetto ai 26.566 kmq tenuti dai russi. Nel Donetsk gli 87 kmq che gli ucraini sostengono di aver riconquistato pure sfigurano sui 21.371 kmq sotto Mosca.
A Zaporizhzhia, poi, i russi hanno guadagnato di netto 193 kmq, portando a 20.717 kmq il loro possesso della regione, mentre il Kherson, occupato per 20.230 kmq, non ha visto nel 2026 mutamenti di sorta anche perché il basso corso del fiume Dnepr separa le rispettive linee come un’efficace barriera.
Negli scacchieri secondari si segnalano più cospicui incrementi territoriali russi, grazie al fatto che lì gli ucraini hanno posizioni relativamente più sguarnite. Così, nel Kharkiv la Russia ha incrementato le sue posizioni di 221 kmq, arrivando a 1908 kmq totali e nel Sumy ha espugnato 231 kmq e realizzando il guadagno locale proporzionalmente più importante, dato che il totale è salito a 517 kmq.
Se nel Mykolaiv, dove i russi occupano 132 kmq, non si sono registrati mutamenti, l’unico settore in cui nel corso del 2026 le forze ucraine sono riuscite a riprendere una parte apprezzabile di territorio è il Dnipropetrovsk, con 398 kmq, il che ha fatto diminuire il controllo russo in quell’area a 46 kmq.

Nel complesso, la Russia mantiene il controllo di circa il 20% del territorio dell’Ucraina e seguita a eroderlo, pur in un’altalena atomizzata nei piccoli scontri tattici fra villaggi e boscaglie delle pianure ucraine, intervallate da fiumi presso i quali il controllo di ponti, stradali e ferroviari, è vitale così come lo sfruttamento di ogni altri dettaglio topografico, dalle colline ai semplici avvallamenti che possono offrire copertura ai carri da battaglia e in genere ai veicoli corazzati, dalle vie di comunicazione ai centri nevralgici utili ai trasporti logistici.
L’analisi complessiva delle operazioni sul fronte terrestre, i cui risultati giorno per giorno, anzi oseremmo dire ora per ora, sono direttamente connessi con l’affresco generale su cui si lavorerà anche in sede di negoziati, indica che l’esercito russo prosegue ad attaccare le posizioni ucraine nella fascia delle città-fortezza del Donetsk, cercando di aggirarle nel contempo da Sud e da Nord, sebbene il piano sia stato ostacolato nelle scorse settimane dalla controffensiva ucraina nota come Operazione Vivaldi, concentrata nella parte settentrionale del Donetsk, attorno a Lyman, e conclusasi lo scorso 14 ottobre dopo aver, al momento, scongiurato il rischio di un accerchiamento di tale centro abitato, il che avrebbe consentito ai russi di stabilire una base avanzata per poi ripartire gradualmente calando verso Sloviansk e investendo quindi la fascia delle fortezze sul suo fianco sinistro.
Infiltrazioni e ritirate
Il fronte di guerra russo-ucraino resta, per ora, relativamente stabile sulla scala macroscopica, senza ampi sfondamenti delle rispettive linee dato il carattere del conflitto simile per molti aspetti alla Prima Guerra Mondiale del 1914-1918, con una superiorità della difensiva sull’offensiva dovuta, oggigiorno, ai progressi nei droni, nelle armi anticarro e nel munizionamento guidato, nonché nei sensori di monitoraggio del campo.
Su scala microscopica, invece, a livello della decina di chilometri, piccoli mutamenti delle linee sono incessanti. Il che complicherà prevedibilmente il lavoro dei diplomatici e dei leaders nei ventilati colloqui di novembre 2026 e nelle eventuali tornate successive.
Il punto è capire se i russi possano sperare di erodere altre posizioni ucraine in un periodo, quello autunnale, che pure si annuncia meno propizio all’offensiva dato l’inizio della stagione della rasputiza, il fango orientale così spesso, quasi adesivo, che immobilizza non solo i fanti, ma persino i veicoli corazzati.

Una maggiore fissità della linea del fronte può teoricamente favorire la posizione di Zelensky, volta a imporre un cessate il fuoco bloccando semplicemente le posizioni esistenti, senza acconsentire alle richieste di Putin per un ripiegamento fino ai confini occidentali di tutte e quattro le regioni contese.
Ma a favorire i russi c’è il maggior logoramento, complessivo, dell’apparato militare ucraino, nonché la maggior spossatezza del suo personale, rispetto a quello russo.
La prosecuzione della pressione militare russa sulle posizioni ucraine serve sia per guadagnare il maggior spazio possibile, e quindi tutelarsi nel caso si finisca, per i più vari motivi, con l’accettare un semplice congelamento della linea, sia per implementare l’annientamento delle risorse militari ucraine, comunque inferiori a quelle russe, lungo la linea del fuoco, nella prospettiva di rendere, se non ora, nell’immediato futuro, Kiev più malleabile verso l’ipotesi di ritirarsi sui confini regionali.
Nel frattempo, in attesa dei previsti, ma ancora incerti, colloqui, i combattimenti proseguono in uno stillicidio di schermaglie locali per il controllo di villaggi o punti strategici, non senza discordanze tra le fonti, spesso imprecise nel distinguere semplici incursioni di ricognizione da vere e proprie avanzate che portino al controllo consolidato e duraturo di nuove posizioni.

Se ci limitiamo, a titolo di esempio, agli aggiornamenti tattici a cavallo fra 26 e 28 ottobre 2026, iniziamo col notare che sul fronte secondario settentrionale di Sumy, mentre l’istituto americano ISW non riconosceva alcuna avanzata russa in quei giorni, il Ministero della Difesa russo sosteneva invece di aver conquistato Barylivka e i blogger militari russi specificavano che l’unità impegnata nella manovra era il 41° Reggimento Fucilieri Motorizzati della 72 Divisione.

Nella regione di Kharkiv, i russi avrebbero compiuto una missione di infiltrazione nella cittadina di Chuhunivka, a Nordest del capoluogo Kharkiv, attestandosi nel centro urbano lungo la strada T-2104. Un’altra infiltrazione di piccoli nuclei d’assalto russi sarebbe avvenuta a Mala Vovcha, fino a Sud di questo villaggio, ma in entrambi i casi gli ucraini avrebbero già iniziato a colpire le posizioni di queste punte avanzate, forse solo in perlustrazione.
Più concreta potrebbe essere la rivendicazione di Mosca di aver conquistato Alisivka con elementi del 1431° Reggimento di Fucilieri Motorizzati. Sempre nel Kharkiv, ma nell’area del fiume Oskil, un’infiltrazione di russi a Kupyansk sarebbe stata respinte nei quartieri nord della città, anche attuando, con l’Operazione Veles, una sorta di “bonifica” di un vecchio gasdotto in disuso attraverso cui i russi avrebbero fatto giungere rinforzi.

Potrebbe essere riuscita una penetrazione nel sobborgo sudorientale di Kupyansk-Vuzlovyi, dove lungo la ferrovia Pivdenna fanterie del Cremlino sarebbero giunte ad attestarsi nella locale stazione.
Nell’area delle città-fortezze, l’asse Sloviansk-Kramatorsk è stato pesantemente colpito dall’aviazione russa, con caccia tattici Sukhoi che hanno bombardato le linee di rifornimento ucraine nelle retrovie del fronte oltre a direzionare bombe plananti guidate sulle fortificazioni, in uno sforzo coordinato volto anche a impedire che arrivino in prima linea materiali per la riparazione dei danni ai bunker.
Ciò nell’ambito di una strategia di degradazione delle difese statiche in cui la Russia punta sul fattore tempo.

Nella zona di Lyman, nonostante l’arretramento subito dopo la controffensiva Vivaldi completata dagli ucraini nelle scorse settimane, lo stesso ISW ha ammesso il rafforzamento di una presenza russa a Zelena Dolyna, a Nord di Lyman.
Sul versante Sud della fascia di fortezze, blogger militari russi affermano che sarebbe stata raggiunta la parte occidentale di Oleksiievo-Druzhkivka, centro situato a Nordovest di Kostyantynivka, proprio sull’autostrada H20, e situato poco a Sud di Druzkhivka.

Fonti militari ucraine stesse hanno ammesso che i russi sono entrati nelle vicine Klynove Bezimyane e Popsane, da cui possono organizzare successive puntate per assalire Druzkhivka sul fianco Est. Nell’area di Dobropillya, secondo l’ISW le truppe russe sarebbero al momento al palo, incapaci di avanzare, ma per un blogger militare russo, le truppe di Putin sarebbero entrate nella vicina Serhiivka, mossa atta ad aggirare la precedente città da Sudest.
Nella regione di Dnipropetrovsk gli ucraini stanno attuando un’offensiva verso Velyka Novosilka, a Sudest di Oleksandrivka, dove il Gruppo Est dell’esercito russo ha stabilito un importante nodo logistico che alimenta le operazioni nella vicina zona di Zaporizhzhia.
Al che i russi hanno dispiegato laggiù squadre di operatori di droni del Centro Rubikon come misura difensiva e di sorveglianza. Secondo l’osservatore militare ucraino Kostyantyn Mashovets le truppe ucraine hanno respinto unità russe da varie posizioni attorno a Novomykolaivka, dove i russi sarebbero rimasti attestati solo in un’area boschiva presso la strada Berezove-Novomykolaivka.
Ha però ammesso che piccoli plotoni russi sono arrivati sulla sponda occidentale del fiume Yanchur e che il consolidamento di forze russe fra Zlahoda, Rybne, Pryvilne e Solodke, potrebbe col tempo permettere loro di attaccare sul fianco gli ucraini.
Nel Sud, per ovviare alla pressione russa su Hulyapliske, Orkhiv v e la città di Zaporizhzhia, gli ucraini hanno consolidato le loro posizioni a Pavlivka e Uspenivka, a Nordest di Hulyaipole, lungo la sponda orientale del fiume Yanchur.

Nei giorni seguenti, il 31 ottobre si segnalava una controffensiva locale ucraina a Yunakivka, a Nord di Sumy, cittadina dove le truppe di Kiev sono rientrate infliggendo, pare, grosse perdite ai russi grazie al massiccio uso di droni.

Lo stesso giorno, il portavoce militare ucraino Viktor Trehubov ammetteva avanzate dei russi a Hraniv, a Nord di Kharkiv, con l’intento apparente di estendere le proprie ali, dunque a scanso di aggiramenti sui fianchi, anziché spingersi in profondità.
Nel settore del fiume Oskil, nell’Est del Kharkiv, l’ISW negava, fra 31 ottobre e 1° novembre, sensibili avanzate dei russi, limitandosi a parlare di piccole infiltrazioni che perduravano in centri come Kupyansk-Vuzlovyi.
I blogger militari russi parlavano invece di vere e proprie avanzate a Mala Shapkivka, ma ammettevano anche avanzate ucraine a Zelenyi Hai, a Nordest di Borova. Presso Lyman e Slovjansk, fra 31 ottobre e 1° novembre si segnalava un fronte statico ma con tentativi di contrattacco ucraino per mettere in sicurezza i sobborghi delle città.

Intanto, mentre proseguivano le lotte strada per strada a Kostyantynivka, il 1° novembre i russi si sono infiltrati anche a Rusyn Yar, centro a Sudovest di Kostyantynivka la cui presa può far consolidare posizioni per poi muovere più agevolmente verso Druzhkivka facendo tenaglia con direttrici più sudorientali.
Negli stessi giorni, fonti militari ucraine riportate da ISW sostenevano che i russi stavano accumulando presso Dobropillya carri armati e veicoli corazzati da fanteria in preparazione di una possibile spallata.
Nel settore di Dnipropetovsk ancora al 1° novembre la situazione era statica, senza movimenti degni di nota, mentre più a Sud l’infiltrazione russa nell’area di Verkhnya Tersa, a Ovest di Hulyaipole, proseguiva sebbene con notevoli perdite, tanto da spingere Mosca a rinforzare ed avvicendare in quella zona elementi della 57a Brigata Separata Fucilieri Motorizzati con personale della 60s Brigata Separata Fucilieri Motorizzati.

Questa sintetica rassegna degli aggiustamenti, comunque molto limitati in termini di chilometri, della linea del fronte attorno alla fine di ottobre può solo dare un’idea della complessità della questione territoriale nelle trattative che si vanno preparando.
E’ ovvio che cercare di dare validità diplomatica in sede di accordo a una linea frastagliata, discontinua e segnata da infiltrazioni isolate di forze che possono anche occupare posizioni a macchia di leopardo, è quantomeno azzardato.
Come ogni fronte in tempo di guerra, infatti, la prima linea russo-ucraina è frutto di contingenze tattiche per loro natura provvisorie e destinate a non essere più valide a distanza di pochi giorni, a seconda dell’andamento dei combattimenti. Pensare di “congelare” a un dato momento un fronte mobile e magmatico rischia pertanto di rimandare a un futuro forse ravvicinato il riesplodere di una cronica instabilità.
Il 3 novembre la Russia ha sferrato un massiccio bombardamento a ondate contro le infrastrutture energetiche dell’Ucraina, lasciando vaste aree del Paese senza elettricità grazie all’impiego di decine di missili e centinaia di droni. Zelensky ha dichiarato che la Russia ha lanciato 289 droni, 17 missili balistici e 59 missili da crociera, colpendo centrali elettriche e sottostazioni, dal porto di Odessa, sul Mar Nero, fino a Rivne, nell’ovest del Paese.

Da parte russa, alcuni funzionari hanno riferito che l’Ucraina, durante la notte, ha provocato un incendio in una grande raffineria di petrolio nella città di Yaroslavl, mediante un attacco condotto con droni. La DTEK, il principale produttore privato di energia ucraino, ha comunicato che tre delle sue cinque centrali termoelettriche sono state messe fuori uso. Secondo le autorità ucraine, i danni hanno causato interruzioni di corrente nella capitale Kiev e in almeno altre sei regioni.
Il primo ministro Sergii Koretskyi ha riferito che sono state colpite anche le infrastrutture ferroviarie, con danni a vagoni passeggeri, locomotive e a una stazione ferroviaria. Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che le proprie truppe hanno colpito, in diverse regioni, impianti elettrici ucraini che forniscono energia a fabbriche militari e all’esercito ucraino.
Foto: Casa Bianca, MSC, US Dept of War, TASS, Forze Armate Ucraine, Presidenza Ucraina, Lockheed Martin, Ambasciata Russa a Londra,
Mappe: ISW
Mirko MolteniVedi tutti gli articoli
Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “La Verità” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.






