Guerra in Ucraina: valutazioni controcorrente

 

 

E’ sempre più difficile avere una visione oggettiva degli eventi bellici nel conflitto ucraino. Le propagande contrapposte tendono a ingigantire i successi, nascondere sconfitte e ritirate oltre a minimizzare le proprie perdite gonfiando quelle dell’avversario.

Anche in Europa, le cui nazioni non sono in guerra ma sono schierate al fianco di Kiev, la narrazione di media e politica sembra impegnata nell’impresa sempre più ardua di dipingere una situazione militare favorevole all’Ucraina in un contesto dove abbonda in modo ormai incontenibile la russo-fobica propaganda ucraina/NATO/UE.

Per queste ragioni vi segnaliamo tre interessanti analisi di osservatori, veterani dei servizi di sicurezza e docenti specializzati in studi strategici “non allineati” al dilagante mainstream. con l’obiettivo di rendere un più pluralistico il dibattito su questi temi.

 

Alexander Grable

Qui sotto vi proponiamo la la video intervista (con sottotitoli in italiano) al professor Alexander Grable sul canale You Tube “The Peacemonger” dell’ex diplomatico britannico Ian Proud. Grable, ricercatore britannico del King’s College ha pubblicato uno studio sul sito dell’Università militare finlandese, uno studio in cui Grable ((nel capitolo da pagina 148) smonta alcune ricostruzioni circa le perdite militari russe diffuse da Mediazona (sito di opposizione russa) che coopera con la BBC britannica.

Queste le conclusioni del suo studio.

Qual è, dunque, il bilancio? Gli elementi presentati dimostrano che il numero dei russi uccisi o dispersi in combattimento è, con ogni probabilità, inferiore a quanto stimato finora dalla maggior parte delle fonti, mentre le perdite ucraine sono, molto probabilmente, superiori a quanto finora ipotizzato. Inoltre, i dati esposti in questo articolo suggeriscono con forza che le perdite ucraine — in termini di caduti e dispersi — superino quelle russe, sia in termini relativi che assoluti. L’Ucraina, potendo contare su una popolazione decisamente più esigua, si trova molto probabilmente in una posizione di svantaggio nel logoramento del conflitto e sta perdendo la guerra.

Ciò mette a rischio la sostenibilità della sua efficacia operativa lungo l’attuale, esteso fronte. Seguendo questa traiettoria, è improbabile che l’Ucraina riesca a prevalere; al contrario, la Russia potrebbe ottenere il sopravvento. Come ha sostenuto Vershinin, con la progressiva riduzione delle proprie risorse umane, l’Ucraina vede restringersi i margini di manovra in sede negoziale. Alla luce del sostegno cruciale fornito dalla NATO, ne consegue che gli apparati militari dell’Alleanza potrebbero dover riconsiderare il proprio approccio alla conduzione del conflitto.

 

AML Mapping

La guerra di propaganda si è estesa anche alle mappe, con i russi che tendono ad ingigantire le conquiste territoriali mentre gli ucraini con gli alleati UE/NATO (e i centri studi ad essi affiliati) che puntano a ridimensionarle.

Interessanti le valutazioni in proposito del curatore de canale  AMK Mapping, di cui non  risulta noto il nome né il viso (è intervenuto su You Tube solo in voce), dimostra diverse competenze militari e appare collocato ad Aotearoa in Nuova Zelanda.

E’ tra i più attenti nel seguire gli sviluppi della guerra sul campo e tra i pochi imparziali, come dimostra il fatto che viene accusato spesso di essere filo-russo o filo-ucraino dai belligeranti. Si definisce un cartografo e aggregatore di notizie “Pro-Ucraina realistico” (Realistic Pro-Ukr news account and mapper), cercando di mantenere un approccio pragmatico.

Come secondo contributo di questo articolo vi proponiamo questo testo pubblicato a metà ottobre sul canale AMK Mapping.

Una cosa di cui molte persone non si rendono pienamente conto è quanto sia incredibilmente ristretto lo spazio informativo relativo alla guerra in Ucraina. Ed è proprio per questo che è così facile controllare la narrazione di questo conflitto.

Certo, si possono vedere centinaia, o addirittura migliaia, di blogger che sostengono di fornire resoconti e analisi originali sulla guerra, ma in realtà la situazione è ben diversa.

Il 99% delle mappe che si vedono si basa sul lavoro di una decina di cartografi. Ovviamente ci sono i due colossi (Deepstate e ISW): Deepstate è legato al Ministero della Difesa ucraino, mentre l’ISW è (molto probabilmente) finanziato dal governo statunitense. Poi ci sono i cartografi indipendenti più importanti (io, Suriyak, Clement Molin, Divgen, Radov, Rybar, ecc.) e quelli indipendenti minori (Playfra, Thorkill e altri).

Il 95% delle geolocalizzazioni visibili è opera di una dozzina circa di esperti (no, “Creamy Caprice” non è tra questi: si limita a rubare il lavoro dei volontari di GeoConfirmed e Uacontrolmap su Twitter). Quasi tutta la mappatura di trincee e fortificazioni è realizzata da due persone (Playfra e Clement Molin).

Praticamente tutta la mappatura delle bombe plananti russe KAB è opera di Clement. La maggior parte della mappatura degli attacchi russi con missili e droni contro obiettivi reali (non limitandosi a copiare e incollare le dichiarazioni dei funzionari ucraini) è effettuata da me e da alcuni canali russi.

È proprio per questo che il controllo della narrazione e il cosiddetto “silenzio informativo” risultano molto più semplici in questa guerra, soprattutto considerando che la maggior parte dei cartografi e dei blogger è ideologicamente schierata con la Russia o con l’Ucraina e desidera sfruttare la propria influenza per sostenere le campagne della rispettiva parte.

La controffensiva ucraina di Lyman (nome in codice “Vivaldi”) ne è un chiaro esempio: la dozzina di principali esperti di geolocalizzazione (tutti filo-ucraini) smise di pubblicare dati per contribuire a mantenere il silenzio informativo.

Ovviamente, gran parte di tutto ciò rientrava in una campagna di guerra informativa del comando ucraino volta a esagerare la velocità delle avanzate – rilasciando aggiornamenti tutti in una volta – e a minimizzare le notizie sulle pesanti perdite subite durante una controffensiva costosa e durata quasi sei mesi; al contempo, il controllo totale sul libero flusso di informazioni offriva ampio margine per evitare di riferire su eventuali fallimenti dell’operazione.

Sebbene vi fossero reali preoccupazioni legate alla sicurezza delle operazioni (OPSEC), le informazioni provenienti da fonti aperte (OSINT) non hanno mai influito negativamente, né mai lo faranno, sulle operazioni effettive condotte dall’Ucraina sul campo; la sicurezza operativa riguarda piuttosto i contatti personali all’interno delle forze armate.

Anche gli analisti cartografici russi hanno agito allo stesso modo. Quasi nessuno, tra le fila russe o filo-russe, ha riferito della controffensiva: avevano ricevuto istruzioni di minimizzare l’impatto mediatico delle perdite territoriali, guadagnando così tempo affinché il comando russo potesse reagire e tentare di arrestare l’avanzata ucraina.

Alla fine, naturalmente, questo silenzio ha finito per favorire la campagna ucraina di gestione informativa e sicurezza operativa: la mancanza di notizie da parte russa ha ridotto ulteriormente l’esposizione mediatica complessiva, permettendo all’Ucraina di occultare le proprie perdite con maggiore efficacia.

Di conseguenza, il compito di mappare la situazione è rimasto quasi interamente nelle mani di tre analisti indipendenti: io e Thorkill (filo-ucraini) e Suriyak (neutrale), sebbene nessuno di noi intenda fornire assistenza operativa a una delle due parti in causa.

Tra i numerosi blogger e “reporter” in circolazione, solo una minima parte svolge analisi e indagini in prima persona o dispone di fonti dirette sul campo; la maggior parte si limita a copiare il lavoro svolto da chi si occupa realmente delle analisi.

 

Larry Johnson SONAR 21

Il terzo contributo ce lo offre sul suo sito SONAR 21, Larry C. Johnson: ex funzionario della CIA e analista di intelligence, già pianificatore e consulente presso l’Ufficio per l’antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano. In qualità di consulente esterno, ha fornito per 24 anni attività di formazione alla comunità delle operazioni speciali delle forze armate statunitensi.

L’articolo del 21 ottobre, dal titolo ISW’s Shrinking War and the Drone Launched From Poland, mette in discussione la mappatura della guerra effettuata dal think-tank statunitense Institute for the Study of War (ISW), tra i più orientati a favore di Kiev.

Se vi informate sulla guerra in Ucraina attingendo all’Institute for the Study of War (ISW), potreste facilmente pensare che, nel corso del 2026, la Russia sia rimasta ferma al palo. Secondo quanto emerge dalle ultime analisi dell’ISW, i guadagni territoriali effettivi della Russia quest’anno ammonterebbero a circa 100 chilometri quadrati – un’estensione inferiore a quella della città di Washington, D.C. I sostenitori dell’ISW, sia nella stampa ucraina che in quella occidentale, hanno trasformato questo dato in un titolo a effetto: sostengono, infatti, che Putin abbia sovrastimato i propri successi territoriali di ben 45 volte.

Non ne sono convinto, e i dati presentati a Putin la scorsa settimana spiegano il perché.

Il 16 ottobre, Putin ha ricevuto un rapporto dal capo di Stato Maggiore generale, Valerij Gerasimov. Il dato principale è il seguente: dal 1° gennaio, circa 6.500 chilometri quadrati e 310 centri abitati sono passati sotto il controllo russo. Solo a partire dal 1° settembre, secondo Gerasimov, sono stati conquistati oltre 1.800 chilometri quadrati e 92 centri abitati. Nella Repubblica Popolare di Donetsk, nel mese di settembre e nella prima metà di ottobre, circa 500 chilometri quadrati e 23 centri abitati sono passati di mano.

Il raggruppamento “Vostok” ha preso il controllo di 10 centri abitati e di oltre 180 chilometri quadrati nella parte orientale della regione di Zaporizhzhia. La regione di Luhansk è ora interamente sotto il controllo russo. L’Ucraina detiene poco più del 10% della Repubblica Popolare di Donetsk e il 16,5% dell’oblast di Zaporizhzhia.

Il rapporto ha inoltre descritto la creazione di una zona di sicurezza lungo il confine con gli oblast di Sumy e Kharkiv. Su una fascia di 660 chilometri, ben 465 chilometri – ovvero tre quarti del totale – si trovano ora sotto il controllo russo. La sola realizzazione di questa zona ha comportato l’acquisizione di oltre 3.000 chilometri quadrati.

Non si tratta di astrazioni: i bollettini settimanali del Ministero della Difesa elencano, uno per uno, i villaggi conquistati. Nella settimana dal 10 al 16 ottobre: ​​Lukashovo, Lobanovka, Reznikovo, Kupino, Nefedovka, Chernoye, Varvarovka e Nikolayevka nell’oblast di Kharkov; Novotroitskoye, Petrovskoye e Lidino nella DPR; Nikolskoye nella regione di Zaporozhye. Nella settimana dal 26 settembre al 2 ottobre, se ne aggiungono altre dieci solo nell’oblast di Kharkov. A queste si sommano Dobropolye, Sergeyevka, Pervomaiskoye e Alekseyevo-Druzhkovka nella DPR, oltre alla città di Konstantinovka, conquistata a luglio.

Provate ora a far rientrare tutto questo nei 100 chilometri quadrati indicati dall’ISW. Trecentodieci insediamenti in 100 chilometri quadrati significano circa un terzo di chilometro quadrato ciascuno, all’incirca 32 ettari. Non si tratta di un villaggio con i suoi campi, le strade e le fasce alberate; è poco più di un cortile agricolo. Una sola città, delle dimensioni di Konstantinovka, basterebbe da sola a coprire gran parte del totale annuale calcolato dall’ISW.

E non è necessario basarsi solo sulla versione di Mosca. DeepState, un progetto ucraino di mappatura che nessuno ha mai accusato di essere un portavoce del Cremlino, stima che tra gennaio e metà ottobre la Russia abbia conquistato circa 1.300 chilometri quadrati: una cifra tredici volte superiore a quella dell’ISW.

Come arriva, dunque, l’ISW al numero 100? Si tratta di un dato netto: l’istituto sottrae al territorio conquistato dalla Russia quello che l’Ucraina sostiene di aver riconquistato durante le controffensive di quest’anno, sebbene non vi siano prove a sostegno di tale affermazione. Inoltre, l’ISW prende in considerazione solo gli avanzamenti confermati da immagini geolocalizzate; ciò comporta che le sue mappe siano in ritardo rispetto alla situazione reale al fronte e che non registrino sistematicamente i guadagni territoriali in aree da cui provengono poche riprese. La zona di sicurezza negli oblast di Sumy e Kharkov – costituita in gran parte da campi e foreste, dove la presenza di telecamere è scarsa – è esattamente il tipo di territorio che sfugge a questo metodo di rilevazione.

Putin ha dichiarato che, nel solo mese di settembre, la Russia ha conquistato 1.301 chilometri quadrati; Il dato fornito a metà mese dal Ministero della Difesa russo indicava 670, mentre altre fonti russe parlavano di 858. La cifra di 6.500 è certamente un arrotondamento per eccesso, che include anche quella “zona grigia” controllata dall’esercito russo ma non ancora effettivamente occupata. La verità si colloca probabilmente da qualche parte tra i 1.300 stimati da DeepState e i 6.500 dichiarati da Gerasimov. Di certo non si tratta di 100 unità: una cifra così esigua non è frutto di un’analisi, bensì un modo per rassicurare i governi occidentali, che preferiscono non interrogarsi sugli esiti delle proprie politiche.

La seconda vicenda della settimana è più significativa, poiché potrebbe portare a un’estensione del conflitto.

Nella notte del 18 ottobre, l’Ucraina ha lanciato contro la Russia – secondo quanto riferito dal Ministero della Difesa russo – oltre 1.000 droni: si è trattato del più imponente attacco di questo tipo dall’inizio della guerra. San Pietroburgo e l’oblast di Leningrado hanno subito l’impatto maggiore: il terminal petrolifero di San Pietroburgo e il deposito di Ruchyi sono andati a fuoco, un data center di VK è stato colpito, l’aeroporto di Pulkovo è rimasto chiuso per otto ore e almeno una persona ha perso la vita. Uno di questi droni non ha raggiunto il suo obiettivo, esplodendo nel distretto di Pasvalys, in Lituania, e colpendo un’auto in movimento.

Il ministro della Difesa lituano, Robertas Kaunas, ha dichiarato che il drone è entrato in Lituania provenendo dallo spazio aereo polacco. Il primo ministro lituano afferma che “non vi è alcun dubbio” sulla sua provenienza dal lato polacco, e Vilnius sostiene di disporre di prove attendibili del fatto che il velivolo abbia oltrepassato il confine con la Polonia. L’Ucraina ha ammesso che si trattava di un proprio drone, porgendo le proprie scuse e attribuendo la deviazione dalla rotta all’azione della guerra elettronica russa.

Varsavia, dal canto suo, sostiene che i propri radar non abbiano rilevato alcun attraversamento del confine e ha smentito le indiscrezioni secondo cui il drone sarebbe stato lanciato dall’interno della Lituania, e il primo ministro Donald Tusk ha chiesto spiegazioni a Kiev. I due alleati della NATO hanno istituito un team congiunto per indagare sull’accaduto.

Le smentite di Varsavia non coincidono con quanto ho appreso, e il drone finito in Lituania è solo una parte marginale della vicenda. Una fonte indipendente mi riferisce che il drone che ha colpito San Pietroburgo è stato lanciato da un sito situato in Polonia. Non si è trattato di un ordigno ucraino che ha accidentalmente sconfinato nello spazio aereo polacco; l’attacco alla seconda città russa ha avuto inizio su suolo polacco. È questa la differenza tra un incidente imbarazzante e un atto di guerra. Un attacco contro San Pietroburgo sferrato dal territorio di uno Stato membro della NATO rende la Polonia partecipe di tale operazione, a prescindere da quanto il suo governo dichiari pubblicamente.

Ciò spiega anche molte cose. I media russi hanno iniziato a parlare di “rotta baltica”: droni ucraini a lungo raggio che volano lungo il versante NATO del confine – attraversando lo spazio aereo polacco e baltico, fuori dalla portata delle difese aeree russe – per poi virare verso est, in direzione della Russia. Quest’anno, diversi droni ucraini diretti in Russia sono finiti in Lituania, Lettonia, Estonia e Finlandia.

Un punto di lancio in Polonia accorcia la distanza verso San Pietroburgo, mantiene i droni al riparo dalle difese aeree bielorusse e russe per gran parte del tragitto e pone l’operazione sotto l’ombrello della difesa aerea della NATO. Le autorità lituane, che si sono dimostrate più schiette di quelle di Varsavia, hanno già confermato che il drone precipitato nel loro Paese proveniva dal lato polacco, il che conferma questo scenario. Mosca non considererà il Paese da cui è partito l’attacco contro San Pietroburgo come un semplice spettatore.

La Russia si vendicherà contro la Polonia?  Ritengo di sì. Finora, il Cremlino ha mantenuto un atteggiamento prudente in pubblico. In merito agli attacchi su San Pietroburgo, Peskov ha risposto che la Russia sta già colpendo l’Ucraina “costantemente”; inoltre, il 20 ottobre, il Ministero della Difesa ha riferito di attacchi contro i siti di lancio dei droni ucraini a lungo raggio. Per ora, non vi è stata alcuna minaccia esplicita nei confronti della Polonia. Mosca, tuttavia, annuncia raramente le proprie contromisure in anticipo e in passato ha tracciato una linea netta: uno Stato che consente l’utilizzo del proprio territorio per colpire la Russia diventa parte in causa nel conflitto.

La Russia dispone di opzioni che non arrivano a configurare una guerra aperta e ha tutto l’interesse a sfruttarle: colpire le infrastrutture di lancio, ricorrere alla guerra elettronica che si estende oltre i confini, far penetrare droni e missili nello spazio aereo polacco – come accaduto nel settembre 2025 –, attuare sabotaggi contro i nodi logistici che riforniscono l’Ucraina, o esercitare pressioni sul corridoio di Suwałki, tra la Bielorussia e Kaliningrad. Ognuna di queste azioni potrebbe concretizzarsi rapidamente.

Ciascuna comporta un rischio di escalation su cui nessuno a Varsavia, Vilnius o Bruxelles è stato chiamato a esprimersi; d’altronde, l’Articolo 5 della NATO non è mai stato concepito per proteggere un membro che lancia attacchi contro città russe, salvo poi lamentarsi quando la Russia risponde.

Questa lezione si ricollega alla prima parte della presente analisi. La strategia occidentale in questo conflitto poggia su una serie di cifre rassicuranti: la Russia avanza a stento, è a corto di uomini e non oserà reagire. Se i dati sono errati, lo è anche la politica che su di essi si fonda. Il dato dell’ISW sui 100 chilometri quadrati suggerisce ai leader occidentali di poter continuare ad alzare la posta in gioco a costo zero. Un attacco contro San Pietroburgo sferrato dalla Polonia, accompagnato magari da un drone fuori rotta che esplode in un campo in Lituania, ci ricorda che il costo è reale e che la minaccia si sta avvicinando sempre di più.

Lukas Fontana ha collaborato a questo articolo

Foto: Forze Armate Ucraine, TASS, King’s College, SONAR 21 e YouTube.

 

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).

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