Trump, l’Europa e il gas russo: pesa più il danno o la beffa?

Il 17 ottobre, pochi giorni dopo l’accordo per le forniture di gasolio russo agli Stati Uniti, l’Amministrazione Trump avrebbe suggerito agli europei di tornare ad acquistare energia da Mosca.
Secondo quanto riferito dal New York Times, i negoziatori Jared Kushner e Steve Witkoff hanno lanciato la proposta a funzionari europei e ucraini, incluso il presidente Zelensky: per spingere la Russia a porre fine alla guerra, Kiev dovrebbe prendere in seria considerazione la riattivazione dei gasdotti che trasportavano gas naturale russo verso l’Europa, flusso interrotto alla fine del 2024 con decisione unilaterale di Kiev accolta con favore dall’Europa nonostante la grave crisi energetica che attraversa.
Secondo le fonti, i due inviati di Trump impegnati a trovare una soluzione negoziata al conflitto in Ucraina, vedono nella ripresa delle esportazioni di energia russa un elemento rilevante di un possibile accordo di pace: l’Europa tornerebbe ad avere flussi di gas a buon mercato in quantità garantite e l’Ucraina tornerebbe a incassare miliardi preziosi per la ricostruzione post-bellica per i diritti di transito.

La proposta statunitense si presta a diverse valutazioni. Innanzitutto rappresenta un rovesciamento totale delle posizioni sostenute dagli USA da almeno 12 anni poiché già nel 2014, subito dopo il cambio di regime a Kiev sostenuto da Washington, l’Amministrazione Obama esortò l’Unione Europea a rinunciare al gas via tubo fornito da Mosca per acquistare, a prezzi ben più alti e in quantità insufficienti e non garantite, il gas liquido (GNL) dagli Stati Uniti.
Le reiterate pressioni americane continuarono in tal senso con la prima presidenza di Donald Trump e con quella guidata da Joe Biden che, con dichiarazioni dello stesso presidente e del sottosegretario Victoria Nuland, minacciò di “eliminare” i gasdotti Nord Stream che attraversavano il Mar Baltico diretti in Germania in caso di invasione russa dell’Ucraina, che infatti esplosero il 26 settembre 2022.
La musica non cambiò neppure con il ritorno alla Casa Bianca di Trump, che fino a pochi mesi or sono minacciava di dazi chiunque comprasse gas e petrolio da Mosca e che lo scorso anno impose alla Ue un accordo che comprendeva, tra le altre condizioni-capestro, l’acquisto di 750 miliardi di dollari di GNL americano in tre anni per sostituire le forniture russe a cui del resto la gran parte delle nazioni europee aveva deciso di rinunciare.
Almeno a parole considerato che gli acquisti di costoso GNL russo continuano da tempo ad aumentare di mese in mese in Europa.
Del resto, con un po’ di malizia, dovremmo ricordare che, sempre lo scorso anno, Trump impose anche a Kiev un accordo che di fatto pone nelle mani degli Stati Uniti le infrastrutture e le risorse minerarie ucraine a guerra finita.
L’export russo continua a correre
Nonostante le roboanti dichiarazioni dei vertici UE e delle nazioni partner incentrate sulla rinuncia all’energia russa per non finanziare l’aggressione all’Ucraina, Il 12 ottobre il vice primo ministro russo responsabile dell’Energia, Alexander Novak. Ha rivelato di aver venduto gas e petrolio “ai paesi dell’Unione Europea per il periodo che va dal 2022 a oggi, per 320,7 miliardi di dollari”, cioè 286 miliardi di euro.
Acquisti che, ha aggiunto Novak, includono quelli effettuati nei primi nove medi di quest’anno per 21,3 miliardi di dollari (19 miliardi di euro).
Mosca del resto continua a beneficiare della persistente domanda di combustibili fossili, come ha sottolineato ieri l’agenzia di stampa GEA. A settembre la Russia ha incassato in media 625 milioni di euro al giorno dalle esportazioni, nonostante una contrazione del 6% dei volumi.

Secondo l’analisi mensile del Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), i ricavi dal greggio sono scesi dell’8% rispetto ad agosto, a 339 milioni di euro al giorno, con volumi in calo dell’11%. A sostenere le entrate è stato soprattutto il gas naturale liquefatto: i ricavi sono aumentati del 68%, a 75 milioni di euro al giorno, il livello più alto da gennaio 2023. Anche il gas via gasdotto ha generato maggiori introiti, in crescita dell’8% a 71 milioni al giorno, mentre quelli dal carbone sono diminuiti del 12%, a 58 milioni.
La Cina resta il principale cliente di Mosca, con acquisti di combustibili fossili per 9,1 miliardi di euro a settembre. Seguono l’India, con 4,1 miliardi, e l’Unione europea, salita al terzo posto con 1,7 miliardi. La Turchia ha acquistato per un miliardo di euro, l’Arabia Saudita per 534 milioni. Pechino ha ridotto del 12% su base mensile gli arrivi marittimi di greggio russo, ma i volumi sono rimasti superiori del 22% rispetto a settembre 2025. In India gli acquisti di petrolio russo sono invece diminuiti del 13% per il secondo mese consecutivo.
Il ribaltone di Trump
Circa la proposta statunitense all’Europa, la politica perseguita in questi anni da Washington, tesa a staccare la grande potenza industriale europea dalla grande potenza energetica russa, non ha sorpreso quegli osservatori che hanno sempre considerato il conflitto in Ucraina, iniziato con il colpo di stato del Maidan, una guerra condotta dagli Stati Uniti contro l’Europa in cui la Russia doveva venire indebolita e l’Ucraina eventualmente sacrificata, al pari di quanto accaduto in precedenza ad altri alleati di Washington.
L’aspetto curioso semmai è che la Ue e quasi tutti i governi europei abbiano assecondato tutte le amministrazioni statunitensi nell’intento di portare il Vecchio Continente alla de-industrializzazione e al disastro energetico, economico e sociale di cui oggi è sempre più difficile nascondere le conseguenze.

Se oggi Trump rovescia completamente la sua politica nei confronti della Russia e vorrebbe indurre l’Europa a tornare a comprare l’energia russa (di cui peraltro avrebbe un grande bisogno), non è solo perché intende ripristinare relazioni positive con Mosca, come era già emerso al vertice in Alaska nell’estate 2025, ma anche e soprattutto perché le conseguenze del fallimento delle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l’Iran hanno infiammato di nuovo l’area energetica mediorientale rendendo indispensabile il ricorso alle forniture russe per evitare una catastrofica crisi economica globale.
Un contesto in cui certo pesano le elezioni di mid-term del 3 novembre che, in caso di sconfitta del Partito Repubblicano, indebolirebbero Trump nei due anni che gli restano alla Casa Bianca (nella foto sotto il prezzo del carburante al gallone in un distributore negli Stati Uniti il 14 ottobre).

Anche questa “svolta” di Trump appare determinata da un approccio pragmatico: rilanciare l’export russo di energia per placare le tensioni sui mercati e contribuire a concludere la guerra in Ucraina che il presidente statunitense valutava erroneamente di risolvere in breve tempo.
Quanto all’Europa, al danno delle annose e reiterate pressioni di Washington affinché rinunciasse all’energia russa, si aggiunge oggi la beffa di vedersi suggerire proprio dagli USA di tornare a rifornirsi da Mosca dopo aver colpevolmente messo in ginocchio la propria economia rinunciandovi invece di usarla come strumento di pressione per risolvere la crisi nel Donbass.
Potremmo ragionare a lungo chiedendoci se per quel che resta della credibilità della Ue e dei governi europei sia stato più grave il danno o la beffa, ma faremmo forse meglio ad affrontare con lo stesso pragmatismo di Trump i mutati scenari di cui come sempre l’Europa appare spettatore inconcludente.
Fuori Zelensky!
Con una dichiarazione, la Casa Bianca ha affermato che la guerra sta “facendo aumentare i prezzi dell’energia in tutta Europa (ieri il Brent ha toccato i 111 dollari al barile e ad Amsterdam il gas Ttf ha raggiunto i 90,1 euro/MWh, in rialzo del 2,4% e ai massimi dal dicembre 2022 – NdR) e creando notevoli difficoltà economiche sia in Russia che in Ucraina.
Gli Stati Uniti stanno lavorando a stretto contatto con l’Ucraina e i partner europei a una proposta di pace globale che includa incentivi economici sia per la Russia sia per l’Ucraina, nell’ambito di un accordo definitivo”, si legge nella nota. “Il nostro obiettivo non è solo far cessare i combattimenti ma creare le condizioni per una pace duratura, una ripresa economica e una maggiore stabilità in tutta la regione”.

Per raggiungere questo obiettivo Trump sembra pronto a scaricare il presidente ucraino Violodymyr Zelensky, il cui mandato è ampiamente scaduto da oltre due anni come scaduto è il mandato del parlamento ucraino in cui 11 partiti di opposizione sono stati posti fuorilegge dal 2022.
“Zelensky avrebbe dovuto far finire questa guerra molto tempo fa. E’ ora che qualcun altro negozi per conto dell’Ucraina” ha detto ieri il presidente statunitense. “Zelensky non sta dando un grande contributo alla soluzione. Penso che non voglia fermarla, ma io voglio che la gente smetta di morire. Stanno perdendo, probabilmente tra i 25 mila e i 35 mila soldati ogni mese. Tutto quello che voglio fare, non mi importa nient’altro, è fermare la guerra”, ha aggiunto.
L’Europa sembra invece fare quadrato intorno a Zelensky (che ha fatto balenare anche l’arma del ricatto avvertendo gli europei che in caso di sconfitta di Kiev dovrebbero affrontare un’ondata di milioni di profughi ucraini) e alla rinuncia all’energia russa che da gennaio 2027 diventerà totale, secondo quanto stabilito dalla Ue.
Una via d’uscita
Il ripristino delle forniture di energia russa nell’ambito di un accordo di pace che salvi l’Ucraina dalla devastazione totale e riporti condizioni di sicurezza comuni lungo il confine orientale dell’Europa compenserebbe ampiamente le concessioni territoriali a Mosca e permetterebbe di ristabilire le proficue relazioni commerciali con la Federazione Russa interrotte dalla lunga stagione delle sanzioni.
Inoltre consentirebbe agli europei di salvare le proprie economie e ripristinare condizioni industriali favorevoli, utili anche a potenziare gli apparati militari in un contesto di sostenibilità che oggi evidentemente non esiste. Una via d’uscita onorevole per tutti.

Nonostante il buon senso e il faro degli interessi nazionali suggeriscano di muoversi in questa direzione, quasi tutti i governi europei e soprattutto la Commissione Ue (sempre più a trazione germanico-baltica), appaiono ben determinati a perdere anche questa opportunità (l’ultima?) per scongiurare il disastro che incombe.
Infatti si sprecano le critiche a Trump a cui gli europei rimproverano di aver sospeso le nuove sanzioni approvate dal Congresso nell’ambito del Graham Act e addirittura abrogato quelle precedenti sul carburante russo, come se negli ultimi anni lo strumento sanzionatorio avesse messo in ginocchio l’economia russa e la sua macchina bellica, come sosteneva Mario Draghi nell’estate 2022.
L’opposizione dei leader europei a tornare a rifornirsi di energia russa è fortissima, almeno a parole.
Ieri infatti un articolo di Euronews evidenziava che Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e anche Polonia chiedono alla Ue di rallentare l’abbandono all’energia russa e maggiori finanziamenti per affrontare la fine delle importazioni di energia russa nel 2027, mentre i prezzi dell’elettricità restano elevati in tutta Europa.
Slovacchia e Ungheria hanno chiesto lunedì a Bruxelles una maggiore flessibilità nel graduale abbandono del gas russo, sostenendo che la loro posizione senza sbocco sul mare e la dipendenza dalle attuali vie di approvvigionamento rendono la diversificazione più complessa e costosa mentre le alternative al gas russo avrebbero un costo più elevato anche nella Mitteleuropa, come è emerso chiaramente negli ultimi quattro anni ma la situazione appare grave anche in altre nazioni europee.
Un inverno difficile
Ieri un articolo di Andrea Francato (Agenzia GEA) ha sottolineato che l’Europa si avvicina alla stagione fredda con scorte di gas inferiori alla media storica. Al 18 ottobre, secondo i dati Agsi di Gas Infrastructure Europe, gli stoccaggi dell’Ue erano pieni al 74,6%. Quelli italiani raggiungevano invece l’89,86%, pari a 182,79 TWh. Il margine dell’Italia è più ampio, ma il quadro europeo resta fragile: un inverno rigido, eventuali interruzioni delle forniture o una maggiore concorrenza internazionale per i carichi di Gnl potrebbero aggravare la pressione sui prezzi.
La media europea è inferiore di quasi 16 punti percentuali alla media quinquennale del 90,4%. Le proiezioni del ‘Winter Stress Monitor’ di GasRadar indicano inoltre una probabilità del 64% che le scorte scendano sotto il 30% al termine della stagione invernale, il primo aprile 2027. È uno scenario, non una certezza, ma segnala quanto la tenuta degli approvvigionamenti resti esposta all’evoluzione di domanda, temperature e disponibilità di gas.

La tensione si è subito trasferita sull’elettricità. Lunedì 19 ottobre il prezzo medio giornaliero in Italia ha raggiunto 262,63 euro/MWh, il livello più alto dal 21 dicembre 2022. E nella settimana iniziata il 12 ottobre, il mercato italiano ha registrato la media più elevata tra i principali mercati europei, a 225,21 euro/MWh. Secondo AleaSoft Energy Forecasting, lunedì anche Spagna e Portogallo hanno toccato i massimi dal 29 aprile 2022, rispettivamente a 215,11 e 216,66 euro/MWh.
Le (eterne) contraddizioni dell’Europa
In questo contesto più che preoccupante è soprattutto sul gas che emerge la contraddizione della linea europea, sottolinea Francato.
“Ungheria, Francia, Slovacchia, Bulgaria e Paesi Bassi hanno versato complessivamente 1,6 miliardi di euro alla Russia a settembre per combustibili fossili; gas via gasdotto e GNL hanno rappresentato l’81% del totale. La Francia ha aumentato del 103% le importazioni mensili di GNL russo, ricevendo otto carichi provenienti dall’impianto di Yamal.
Nel complesso, gli arrivi di GNL russo nell’Ue sono aumentati del 60% rispetto ad agosto, dopo il minimo record del mese precedente, pur restando tra i livelli più bassi dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Le sanzioni, intanto, non hanno chiuso tutti i canali di esportazione. A settembre il 57% del petrolio russo trasportato via mare ha viaggiato su petroliere sanzionate e un ulteriore 40% su navi di proprietà o assicurate da operatori del gruppo G7+”.
La scorsa settimana un rapporto di Greenpeace Belgio ha evidenziato che tra marzo e agosto 2026 l’aumento dei prezzi dell’energia ha comportato per ogni famiglia della UE una spesa aggiuntiva media di circa 300 euro rispetto al 2021, prima dell’invasione russa dell’Ucraina.

Si tratta in totale di un aumento di 61,5 miliardi di euro del costo dell’energia consumata nelle abitazioni europee rispetto allo stesso periodo del 2021. La pressione non si è attenuata neppure nell’ultimo anno: rispetto ai prezzi del 2025: tra marzo e agosto 2026 le famiglie dell’Ue hanno sostenuto ulteriori 5,35 miliardi di euro di costi energetici. E questo nonostante i consumi siano diminuiti: secondo Greenpeace, tra il 2021 e il 2024 il consumo energetico delle famiglie europee è calato del 13%.
In Italia un’analisi di Confesercenti valuta che quattro anni di tensioni internazionali, shock energetici e inflazione sono costati all’economia italiana quasi 52 miliardi di Pil reale, circa 2.400 euro a famiglia e oltre 34 miliardi di minori consumi mentre tra gennaio e settembre 2026 il costo all’ingrosso dell’elettricità è aumentato del 57%, quello del gas è più che raddoppiato mentre la benzina è rincarata del 28,6% e il diesel del 30%. I prezzi internazionali dell’energia superano del 90% quelli di un anno fa.
In questa situazione ogni governo dovrebbe preoccuparsi di tutelare la propria economia, il benessere dei cittadini e gli interessi nazionali invece di perseguire il prolungamento di un conflitto che sta distruggendo l’Ucraina senza che nessuno in Europa sia oggi in grado di sostenerla efficacemente.
Dopo aver subito per quasi due anni i diktat di Trump circa il GNL americano da comprare per 750 miliardi, gli investimenti da attuare per 600 miliardi nell’economia USA e le spese militari da innalzare al 5 per cento del PIL, gli europei sembrano oggi respingere con risoluta fermezza l’unica proposta giunta finora dalla Casa Bianca che andrebbe incontro ai nostri interessi prioritari. Ancora una volta, oltre al danno la beffa.
Immagini: DepositPhotos.com, Casa Bianca, TASS, Presidenza Ucraina e G. Gaiani
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).







