La “formula magica” con cui l’Iran condiziona gli USA e i mercati

 

 

 

Nei giorni scorsi, Kpler ha quantificato in almeno 16,5 milioni di barili al giorno l’ammontare medio raggiunto nel mese di settembre dalle esportazioni di petrolio dalla regione del Golfo, nell’ambito di graduale ritorno dei flussi sui livelli prebellici. Una quota significativa dell’output è transitata attraverso lo Stretto di Hormuz, che la scorsa settimana ha registrato volumi medi di greggio in uscita superiori ai 14 milioni di barili al giorno segando un incremento di oltre il 210% rispetto al minimo di circa 4,5 milioni di barili giornalieri di media toccato nel mese di marzo.

Un risultato strabiliante, ascritto generalmente al danneggiamento e/o distruzione dei radar e dei sistemi di comunicazione iraniani situati nelle zone costiere ad opera delle forze statunitensi. Le operazioni di “bonifica” hanno posto le basi per l’instaurazione di un corridoio di navigazione a doppio senso a ridosso delle coste dell’Oman, di cui i mercantili si sono serviti per entrare nel Golfo Persico, imbarcare petrolio, riattraversare lo Stretto e trasferire il carico su navi in attesa al di fuori del passaggio marittimo, sotto la supervisione della US Navy.

Di questa “rotta sicura” si è avvalsa anche l’Arabia Saudita, specialmente in seguito al danneggiamento in più punti dell’oleodotto East-West ad opera delle milizie irachene. La conduttura aveva assicurato a Riyadh la possibilità di convogliare parte rilevante (4-5 milioni di barili al giorno) della produzione petrolifera verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, così da aggirare lo Stretto di Hormuz.

L’Iran, di contro, è stato tagliato fuori dal mercato petrolifero globale dal blocco navale statunitense, che accentua le pressioni economiche sulla Repubblica Islamica esercitate dalle sanzioni annunciate lo scorso agosto dal segretario al Tesoro Scott  Bessent.

La Repubblica Islamica, hanno concluso gran parte degli analisti, stava rapidamente perdendo il controllo sullo Stretto di Hormuz. Lo scenario è cambiato radicalmente a partire dal 28 settembre, quando gli iraniani hanno ripreso le operazioni offensive contro le petroliere che si accingevano ad attraversare lo Stretto di Hormuz senza autorizzazione di Teheran.

Kpler ha documentato almeno sette attacchi contro navi mercantili, di cui quattro avevano effettuato due o più viaggi di andata e ritorno attraverso lo Stretto di Hormuz a partire da giugno. Nel novero degli obiettivi figurano due Very Large Crude Carrier (Vlcc) gestite dalla Kuwait Oil Tanker Company, in grado di trasportare fino a due milioni di barili di petrolio.

Il 3 ottobre, la divisione navale dei Pasdaran ha lanciato un chiaro avvertimento alle navi intenzionate a percorrere il corridoio allestito dagli Stati Uniti, minacciando di prenderle di mira e distruggerle. «Non fidatevi della Marina statunitense, non utilizzate assolutamente il corridoio meridionale e non mettete a rischio la vostra vita», recitava il messaggio radio trasmesso dalle Guardie Rivoluzionarie su un canale pubblico comunemente impiegato per la navigazione commerciale.

Secondo gli specialisti, gli attacchi iraniani starebbero già producendo un impatto negativo, con i primi segnali di un rallentamento dei flussi petroliferi.

La passività con cui Teheran ha assistito alla ripresa dei flussi petroliferi in uscita dal Golfo Persico era quindi frutto di un preciso calcolo politico. Una strozzatura prolungata dell’offerta petrolifera danneggia non soltanto i nemici della Repubblica Islamica, ma anche un grande importatore di idrocarburi alleato come la Cina e la vasta platea di Paesi neutrali che gli iraniani non hanno alcun interesse a inimicarsi.

La riattivazione del traffico attraverso quel cruciale braccio di mare non è per di più coinciso con un crollo delle quotazioni internazionali di petrolio, gas e derivati, i cui prezzi sono rimasti mediamente del 50% più alti rispetto ai livelli pre-bellici.

Costi di trasporto elevati (i broker navali stimano che i produttori di petrolio del Golfo Persico sborsino tra i 30 e i 40 milioni di dollari per un viaggio di andata e ritorno attraverso lo Stretto di Hormuz), rincaro delle polizze assicurative, prolungamento dei tempi di riparazione e/o ricostruzione degli impianti energetici del Golfo Persico danneggiati e/o distrutti nell’ambito del conflitto e insufficiente capacità di raffinazione all’interno del sistema globale hanno mantenuto i valori dell’energia sufficientemente alta da imporre conseguenze molto pesanti all’economia globale nel suo complesso e in particolare agli Stati Uniti.

Paese in cui i riscaldamenti domestici, i mezzi agricoli, i treni e i camion che percorrono oltre 400 miliardi di miglia ogni anno per trasportare il 73% circa di tutte le merci sono alimentati a diesel. Nella settimana compresa tra il 21 e il 28 settembre, il prezzo del diesel è salito a 6,53 dollari, a fronte dei 3,76 registrati nei giorni antecedenti all’attacco israelo-statunitense contro l’Iran.

Si tratta di un aumento di circa il 74%, che pesa soprattutto sugli agricoltori, chiamati proprio in questo periodo di raccolto a un maggiore impiego di trattori e mietitrebbie. Devono anche prepararsi alla stagione della semina, accumulando fertilizzanti che provengono in larga parte proprio dalla regione del Golfo Persico. A partire dall’urea, derivato petrolifero il cui prezzo è aumentato dell’80% soltanto tra marzo e aprile.

Anche le compagnie aeree risentono pesantemente dell’instabilità nel quadrante del Golfo, perché le loro flotte consumano carburante speciale derivato dal petrolio. Dopo lo scoppio della guerra, i prezzi del carburante per aerei sono pressoché raddoppiati.

L’inflazione è conseguentemente aumentata, anche a causa del concomitante, frenetico attivismo di Ansarallah. Nell’arco di pochi giorni, la compagine yemenita alleata di Teheran ha strappato al governo internazionalmente riconosciuto di Sana’a il controllo delle aree costiere che si affacciano sullo Stretto di Bab el-Mandeb, imposto il blocco dei porti sauditi, preso di mira petroliere riconducibili al regno e colpito, di concerto con le milizie sciite irachene, il cruciale oleodotto East-West in più punti rendendolo inutilizzabile per quasi due settimane.

L’azzeramento provvisorio dell’export petrolifero saudita si è istantaneamente riverberato sui prezzi internazionali del greggio.

Segno che, controllando i due cruciali punti di strozzatura di Hormuz e Bab el-Mandeb, l’Iran e i suoi alleati regionali esercitano una notevole capacità di influenza sulla quotazione del petrolio e, a ricasco, sulle politiche monetarie di gran parte dei Paesi del mondo. A partire proprio dagli Stati Uniti.

Lo ha sottolineato di recente il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, attraverso un sottilissimo post sul suo profilo X in cui presentava versione opportunamente ritoccata dell’equazione elaborata nel 1993 dall’economista di Stanford John Taylor e affermatasi rapidamente come una delle formule di riferimento per le Banche Centrali in materia di determinazione dei tassi di interesse.

Nello specifico, l’equazione mette in relazione il tasso di interesse sui titoli di Stato a dieci anni con l’andamento dell’inflazione e l’output gap, raccomandando di innalzare i tassi di interesse quando l’inflazione supera l’obiettivo del 2% e/o la produzione economica eccede il suo potenziale.

La logica è elementare: tassi di interesse più alti rendono più costoso indebitarsi. Quando il costo del credito aumenta, privati ​​e aziende riducono la propria propensione all’indebitamento e riducono la spesa, raffreddando così la dinamica dei prezzi. Ghalibaf ha integrato a questi dati già ricompresi nell’equazione di Taylor due nuove variabili, rappresentate dallo Stretto di Hormuz (denominato “SOH”) e da quello di Bab el-Mandeb (denominato “BM”) .

Nella “Stratis Taylor Rule” – i = r* + π* + 1.5(π−π*) + 0.5(y−y*) + α(SOH−SOH*) + β(BEM−BEM*), α,β > 0 – coniata da Ghalibaf, i tassi di interesse statunitensi crescono proporzionalmente alla gravità dell’interruzione dei traffici di idrocarburi in questi due nevralgici punti di strozzatura.

Alla formula, il presidente del Parlamento iraniano ha accluso un commento: «vediamo se un rialzo dei tassi contribuirà a riaprire lo Stretto di Hormuz o a produrre un singolo barile di petrolio in più. Non si possono risolvere i problemi di un punto di strozzatura con 25 punti base aggiuntivi».

Tradotto: un innalzamento dei tassi di interesse ad opera della Federal Reserve non garantisce la riapertura dei due stretti, né l’aumento dell’offerta di petrolio. In compenso, chi controlla Hormuz e Bab el-Mandeb influisce indirettamente sulla determinazione dei tassi di interesse negli Stati Uniti in quanto titolare della prerogativa di dettare tempi e modi del traffico marittimo. E, quindi, di aumentare discrezionalmente i prezzi petroliferi. Ovvero di far lievitare l’inflazione.

Le dinamiche belliche che di recente hanno interessato la regione del Golfo Persico avvalorano la tesi di Ghalibaf.

Nei dieci giorni antecedenti al 16 settembre, data in cui il direttivo della Federal Reserve si sarebbe pronunciato in materia di tassi, gli iraniani hanno preso di mira alcune petroliere nei pressi dello Stretto di Hormuz, mentre Ansarallah ha bersagliato la raffineria saudita di Jizan e assunto il controllo della costa prospiciente lo stretto di Bab el-Mandeb.

Parallelamente, uno sciame di droni lanciato dalle milizie sciite irachene ha colpito l’oleodotto East-West, sospingendo il prezzo del petrolio al di sopra della soglia critica dei 100 dollari per barile.

Un copione sostanzialmente analogo era andato in scena poche ore prima della riunione del board della Federal Reserve di fine luglio, quando alcuni missili lanciati da Ansarallah avevano centrato due petroliere saudite facendo anche in quel caso salire il prezzo petrolio sopra i 100 dollari.

Il prossimo vertice del direttivo della Federal Reserve è previsto per il 28 ottobre. Si tratta di una data da tenere d’occhio, visti i precedenti.

Foto: IRNA e Tasnim

 

 

 

Giacomo GabelliniVedi tutti gli articoli

Analista economico e geopolitico, saggista, gestore del canale YouTube "Il Contesto | Analisi economica a geopolitica" e dell'omonimo sito web. Ha all'attivo numerose collaborazioni con testate sia italiane che straniere, tra cui le riviste "La Fionda" e "Krisis" e il quotidiano cinese "Global Times". È autore di numerosi volumi, tra cui Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell'ordine economico statunitense (Mimesis, 2021), Ucraina. Il mondo al bivio (Arianna, 2022), Dottrina Monroe. L'egemonia statunitense sull'emisfero occidentale (Diarkos, 2022), Taiwan. L'isola nello scacchiere asiatico e mondiale (LAD, 2022), Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana (Diarkos, 2023), Scricchiolio. Le fragili fondamenta di Israele (Il Cerchio, 2025).

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