Standard Chartered: il prezzo del petrolio resterà elevato anche nel 2027

 

 

Il prezzo del petrolio è destinato a mantenersi su livelli elevati quantomeno fino alla fine del 2027. Lo sostengono gli specialisti di Standard Chartered, i quali hanno ritoccato al rialzo le previsioni sul prezzo medio sia del Brent (da 85,5 a 92 dollari per barile) che del West Texas Intermediate (da 77,5 a 89,5 dollari per barile).

Secondo l’istituto di credito britannico, il mercato globale degli idrocarburi continuerà a risentire dell’instabilità geopolitica nel quadrante del Golfo Persico, dove la guerra israelo-statunitense contro l’Iran ha rapidamente coinvolto le infrastrutture energetiche regionali e provocato la chiusura “selettiva” e intermittente dello Stretto di Hormuz.

Al conseguente crollo dei flussi petroliferi transitanti attraverso quel cruciale punto di strozzatura hanno fatto per di più seguito le schermaglie tra Arabia Saudita e la compagine yemenita Ansar Allah, dimostratasi capace di imporre il blocco dei porti sauditi, danneggiare pesantemente (tramite milizie scite in Iraq) il cruciale oleodotto East-West di cui Riyadh si serviva per convogliare parte della produzione petrolifera verso il Mar Rosso e assumere il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb.

Un eventuale, ancorché altamente improbabile, assestamento degli assetti areali richiederebbe molti mesi, così come la riparazione degli impianti energetici danneggiati nel corso del conflitto.

L’enorme distanza che separa i governi di Washington e Tehran (per non parlare di quello di Tel Aviv) conferisce maggiore credibilità all’opzione dell’escalation, o quantomeno della persistenza delle forti perturbazioni vigenti.

Standard Chartered prevede un processo di allentamento delle tensioni graduale e disseminato di ostacoli, caratterizzato da episodiche fiammate di tensione in grado di manterranno un sostanzioso premio di rischio incorporato nei prezzi.

La situazione sembra peraltro destinata a peggiorare alla luce del graduale esaurimento dei “cuscinetti” rivelatisi finora fondamentali a evitare che il prezzo del petrolio riflettesse la gravità dello shock dal lato dell’offerta, stimato lo scorso agosto dall’amministratore delegato di Saudi Aramco in un ammanco da 2,5 miliardi di barili.

La Cina, dal canto suo, sta riattivando le importazioni di petrolio dopo averle ridotte nel corso degli ultimi mesi del 50%, facendo affidamento sulle colossali scorte accumulate nei mesi precedenti, sulle fonti nazionali (carbone, nucleare, solare, idroelettrico, eolico) e sugli approvvigionamenti russi.

Le riserve strategiche statunitensi, invece, hanno raggiunto la soglia critica dei 284,5 milioni di barili (al 18 settembre), al di sotto del limite operativo di 300 milioni di barili che garantisce la sicurezza delle caverne di sale che custodiscono il greggio.

Già allo stato attuale, ammoniscono gli specialisti, i continui prelievi hanno comportato una significativa diminuzione della pressione interna alle cavità, con conseguente indebolimento delle pareti saline e riduzione della capacità di pompaggio del sistema idraulico interno.

Eppure, il Dipartimento dell’Energia ha annunciato l’imminente rilascio di ulteriori 40 milioni di barili di greggio, aggravando considerevolmente i rischi di tenuta dell’infrastruttura. Un rapporto del Government Accountability Office del 1981 sconsigliava rilasci che portassero le scorte al di sotto dei 250 milioni di barili, salvo in caso di «emergenza molto grave». I prelievi sistematici dalle riserve strategiche non hanno evitato il ridimensionamento delle scorte commerciali, diminuite di 48 milioni di barili nelle 20 settimane antecedenti il primo settembre.

La legge federale limita i prelievi non motivati da situazioni d’emergenza qualora le scorte contenute nelle riserve strategiche piombino a livelli inferiori ai 252,4 milioni di barili.

L’impossibilità di continuare ad attingere alle riserve strategiche e il “cambio di registro” varato da Pechino vanno per di più a sovrapporsi alla caduta significativa della capacità di raffinazione della Russia, imputabile ai continui attacchi con droni sferrati dalle forze armate ucraine contro gli impianti di lavorazione del greggio disseminati in varie zone del Paese.

La completa riparazione delle infrastrutture, sostiene Standard Chartered, richiederà diversi mesi anche se le stilettate ucraine dovessero miracolosamente interrompersi di colpo. Il sistema non dispone quindi di margini di sicurezza per assorbire un nuovo shock, destinato giocoforza a ridurre drasticamente l’offerta nell’arco di pochi giorni.

Il prezzo al dettaglio del diesel negli Stati Uniti, non a caso, ha superato quota 6,50 dollari al gallone, con un aumento dell’83% dall’inizio dell’anno e un rincaro di quasi un dollaro su base mensile. La benzina segue l’andamento del diesel avvicinandosi alla soglia dei 4,50 dollari al gallone, con un rialzo del 58% rispetto a gennaio.

Le posizioni lunghe ai massimi storici sui prodotti raffinati assunte dai managed futures concorrono a mantenere elevata la pressione sui prezzi, spingendo l’amministrazione Trump a ventilare provvedimenti estremamente controversi quali il divieto di esportazione di diesel.

Una misura estrema, invocata con particolare fervore dai governatori degli “Swing States” in cui si determinerà l’esito delle elezioni di medio termine. A partire da quelli (come l’Iowa) a forte vocazione agricola, dove la sensibilità per gli elevati prezzi dei carburanti è accresciuta dall’imminenza della stagione del raccolto agricolo.

Il presidente Trump si è espresso a favore dell’iniziativa, a differenza del segretario all’Energia Wright secondo cui il blocco alle esportazioni del diesel comprometterebbe la sicurezza energetica dell’Europa, con conseguente incremento dei prezzi e ulteriore deterioramento delle delicatissime relazioni con gli acquirenti del “vecchio continente”. Contraccolpi piuttosto pesanti si produrrebbero anche sul fronte interno, sotto forma di riduzione del volume d’affari delle raffinerie del Texas e della Louisiana che riforniscono il mercato europeo.

Ne deriverebbero cospicui disincentivi alla produzione destinati ad aggravare la penuria di carburante per aerei e alimentare il rincaro dei prezzi energetici.

Un ulteriore aspetto che per Standard Chartered concorrerà a prolungare la fase di alti prezzi del petrolio è dato dalla crescente attitudine da parte delle aziende a privilegiare la sicurezza rispetto all’efficienza, invertendo un processo pluridecennale contestualmente al quale le società avevano ridotto le scorte e consolidato le catene di approvvigionamento già esistenti in un’ottica di abbattimento dei costi.

Lo shock generato dalla guerra nel Golfo Persico ha restituito priorità alla diversificazione delle fonti, da perseguire nonostante risulti economicamente molto impegnativa.

Ne consegue che, conclude Standard Chartered, i prezzi del petrolio rimarranno alti per un periodo di tempo relativamente ampio.

Immagini: DepositPhotos.com

Leggi anche:

Attacchi alle raffinerie e caro-carburante: Trump chiede a Exxon e Chevron di abbassare i prezzi

 

 

Giacomo GabelliniVedi tutti gli articoli

Analista economico e geopolitico, saggista, gestore del canale YouTube "Il Contesto | Analisi economica a geopolitica" e dell'omonimo sito web. Ha all'attivo numerose collaborazioni con testate sia italiane che straniere, tra cui le riviste "La Fionda" e "Krisis" e il quotidiano cinese "Global Times". È autore di numerosi volumi, tra cui Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell'ordine economico statunitense (Mimesis, 2021), Ucraina. Il mondo al bivio (Arianna, 2022), Dottrina Monroe. L'egemonia statunitense sull'emisfero occidentale (Diarkos, 2022), Taiwan. L'isola nello scacchiere asiatico e mondiale (LAD, 2022), Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana (Diarkos, 2023), Scricchiolio. Le fragili fondamenta di Israele (Il Cerchio, 2025).

Login

Benvenuto! Accedi al tuo account

Ricordami Hai perso la password?

Lost Password

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: