Il raid israeliano mette a nudo il sistema antiaereo che protegge Assad

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di Daniele Raineri Il Foglio del 1 febbraio b2013
Uno dei due obiettivi bombardati è a soli 5 km dal palazzo presidenziale Siria e Iran promettono rappresaglia. “Risponderemo a sorpresa”
Roma. Gli aerei israeliani sono arrivati a bombardare dentro la Siria a soli cinque chilometri dal palazzo presidenziale di Bashar el Assad sul monte Qassioun, che affaccia sulla capitale Damasco. Secondo fonti libanesi, il sistema di difesa aerea siriano non ha sparato un colpo. Eppure è stato progettato nell’eventualità di una guerra proprio contro Israele e spesso è citato come una delle ragioni che sconsigliano un intervento militare internazionale come in Libia. Mercoledì i jet hanno colpito un convoglio di armi diretto in Libano e hanno lanciato dodici missili contro un singolo edificio all’interno del perimetro di un centro militare di ricerca a Jumaria, ma non sono stati così veloci da non essere ripresi dai cittadini siriani in un paio di video amatoriali: un paio di scie arancioni che rombano con lentezza nel cielo sopra la periferia di Damasco alla luce dell’alba. “Il sistema di difesa aerea della Siria è formidabile e per questo nessuno ha mai usato davvero l’aviazione contro di esso”, ha detto a dicembre il generale russo Alexander Leonov. Dopo lo strike israeliano nel settembre 2007 contro un sito atomico nell’est desertico del paese – anche quello riuscito senza che fosse sparato un colpo – il governo di Damasco decise di comprare dalla Russia nuovi sistemi d’arma e di cedere i vecchi, risalenti all’Unione sovietica e agli anni Settanta, al gruppo libanese Hezbollah. Secondo i giornali israeliani la Siria disporrebbe anche del sistema S-300, che a lungo è stato considerato uno dei più avanzati al mondo. A giugno una postazione con un sistema Sa-22 vicino a Latakia ha abbattuto in mare un aereo da ricognizione turco che costeggiava a bassa quota le acque territoriali della Siria (forse lo scopo era fare accendere i radar di sorveglianza e così identificarne la posizione esatta).
C’è chi sostiene che la difesa aerea siriana non sia così formidabile. Il generale americano (in congedo) David Deptula, ex comandante dell’intelligence dell’Air Force, dice al Seattle Times che “possiamo farcela contro il loro sistema integrato di difesa. E’ molto più problematico di quello della Libia e i siriani hanno a disposizione i missili terra aria più avanzati. Ma più che occuparci del come farlo, dovremmo occuparci del perché farlo”. Nel 2007 un soldato anonimo (Kafnar, in arabo “il nauseato”) descrisse con scoramento su Internet il tempo passato in una postazione radar siriana in Libano: “Stiamo seduti tutto il giorno dentro questo radar, ma dobbiamo tenerlo spento, altrimenti gli israeliani vedono subito dov’è e possono distruggerlo. Ma appunto dobbiamo stare qui lo stesso, nel caso che l’alto comando un bel giorno decida di assumersi il rischio e accendere i radar: lo chiamiamo l’ordine di suicidio”.
Secondo Reuters – che ha sentito testimoni sul posto – la base colpita è un centro missilistico con annesso un centro per le armi chimiche, frequentata anche da russi, iraniani e uomini del gruppo libanese Hezbollah. E’ protetta da un muro di cemento alto quattro metri, è sorvegliata da agenti in borghese e di recente anche dagli shabbiha, la milizia paramilitare fedele al governo. Numerose fonti confermano anche lo strike contro il convoglio di missili in rotta verso il Libano: erano armi che Hezbollah teneva in Siria perché la considerava più sicura del Libano; ma ora che i ribelli siriani avanzano, il gruppo aveva deciso di riprenderle indietro.
La reazione lenta
Il giorno dopo il bombardamento la reazione è stata lenta e non è stata affidata alla voce dei leader nazionali. Siria e Iran minacciano di compiere una rappresaglia contro Israele. Il viceministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir Abdollahian, dice che “l’attacco avrà conseguenze significative su Tel Aviv”. L’ambasciatore siriano a Beirut, Ali Abdul Karim , dice che il governo di Damasco “ha le opzioni e la capacità di compiere una rappresaglia a sorpresa”. Il gruppo Hezbollah, in Libano, condanna la “barbara aggressione” di Israele, la Russia alleata triste di Damasco parla di “aggressione non provocata a uno stato sovrano”. La Turchia in relazioni difficili con Israele ma nemica del presidente Bashar el Assad non condanna il bombardamento, se la cava con un “in Siria la situazione è complicata”. Formalità: è arrivata anche la condanna della Lega araba, che da tempo ha sospeso la Siria dai membri e che è formata in maggioranza da paesi schierati con i ribelli.

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