Se i liberatori della Libia scappano a gambe levate

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di Gian Micalessin da Il Giornale del 27 luglio 2014

Hanno mollato tutto e sono fuggiti in Tunisia. Tre anni e mezzo dopo aver contribuito all’eliminazione di Muhammar Gheddafi, l’avventura libica dell’Amministrazione Obama diventa farsa. Da ieri la bandiera a stelle e strisce non sventola più a Tripoli. Dietro i muraglioni della rappresentanza diplomatica americana regna il silenzio. Ambasciatore, diplomatici, funzionari e marines hanno fatto i bagagli e se la sono data a gambe. Sono saliti sui blindati, hanno formato una lunga colonna e, alle prime luci di ieri, si sono diretti verso la frontiera tunisina. Uno sciame di droni, una coppia di F16 e un aereo V-22 Osprey con due squadre di marines pronte a scendere a terra hanno fatto da cornice al ripiegamento.

La ritirata è stata decisa, secondo il Dipartimento di Stato, a causa dei combattimenti che imperversano da oltre una settimana nella zona dell’aeroporto e hanno causato decine di morti oltre alla distruzione dello scalo e all’isolamento del paese. Secondo il Dipartimento di Stato l’abbandono è stato suggerito dai generali del Pentagono. I responsabili della Difesa temevano, dopo la distruzione dello scalo della capitale, di dover organizzare una missione ad alto rischio per garantire l’esfiltrazione del personale diplomatico nel caso di un ulteriore degrado della situazione.

«Garantire la sicurezza delle nostre strutture e del nostro personale è tra le priorità del Dipartimento di Stato. Questa decisione non è stata presa a cuor leggero, ma la sicurezza viene prima di tutto. Sfortunatamente abbiamo dovuto assumere questa iniziativa perché la nostra ambasciata è molto vicina alla zona dei combattimenti» – ha spiegato il portavoce del Pentagono Marie Harf. Secondo fonti diplomatiche a Tripoli sentite dal Giornale, la situazione nella rappresentanza diplomatica statunitense, situata a metà strada tra le basi delle milizie di Zintan e quelle islamiste, si era fatta critica.

«La povera ambasciatrice Deborah Jones negli ultimi giorni non riusciva neanche a partecipare alle consultazioni convocate con le rappresentanze europee per discutere la situazione. Avevano anche difficoltà ad approvvigionarsi perché i colpi cadevano tutt’attorno all’ambasciata», spiega una fonte del Giornale. Mentre gli americani chiudono baracca e burattini (e il Dipartimento di Stato Usa invita i suoi cittadini a «lasciare immediatamente la Libia»), l’ambasciata italiana resta invece – come comunica il sito della Farnesina «aperta, operativa e sempre contattabile».

Ovviamente dietro il ripiegamento americano in Tunisia c’è anche il ricordo della tragedia dell’ambasciatore Christopher Stevens trucidato assieme ad altri tre americani durante l’assalto al consolato di Bengasi dell’11 settembre 2012. Un episodio che ha causato un serio imbarazzo all’amministrazione Obama accusata di aver sottovalutato la minaccia islamista. L’addio a una Libia presentata a suo tempo come l’icona del sostegno della presidenza democratica alle «Primavere arabe» acquista un sapore ancor più amaramente contradditorio alla luce delle dichiarazioni rese da Obama dopo l’uccisione di Gheddafi.

«Gli Stati Uniti e la comunità internazionale hanno un impegno con il popolo libico. Voi avete vinto la vostra rivoluzione. Noi ora saremo al vostro fianco mentre voi costruirete un futuro di dignità, libertà e opportunità» – promise Obama il 20 ottobre 2011. Oggi sappiamo che la verità era ben diversa. Non c’era stata nessuna rivoluzione allora. E non c’è oggi a Washington un solo americano pronto a credere in un futuro di libertà e opportunità per la Libia.

Foto: NDTV, WN,

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