Un mese di raid aerei della Coalizione sulla Siria

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Secondo un bilancio fornito oggi dall’ong Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), sono stati 553 gli uccisi nei bombardamenti della Coalizione cominciati il 23 settembre sulle province siriane di Aleppo, Idlib, Raqqa, Deyr az Zor e Hasaka. Di questi, 464 erano miliziani dello Stato Islamico (IS), 57 del Fronte al Nusra, branca siriana di al Qaida, e 32 civili, tra i quali sei bambini e cinque donne. La maggior parte dei civili sono morti in raid che hanno preso di mira installazioni petrolifere nelle province di Deyr az Zor, Hasaka e Raqqa, da cui i jihadisti estraggono il greggio poi venduto sul mercato nero ma il bilancio include anche il fronte di Kobane, sulla frontiera turca, dove i miliziani curdi continuano a resistere all’assedio dei jihadisti. I raid hanno impedito finora all’IS di impadronirsi completamente della città, ma i combattimenti continuano strada per strada, con i miliziani dello Stato islamico che la notte scorsa sono tornati ad avanzare nel nord del centro urbano e sembra abbiano ri-conquistato un’altura nei pressi della città. SI tratterebbe di Tal Shair, un’area strategica rialzata a circa 4 chilometri a ovest di Kobane, presa dai peshmerga curdi nove giorni fa.

Saranno 200 guerriglieri curdo-iracheni che arriveranno nel nord della Siria per dare manforte ai militanti del Partito di unione democratica (Pyd) nellaq città sotto assedio da oltre un mese. Lo ha confermato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel corso di una conferenza stampa durante la sua visita in Lettonia. “Ieri sono venuto a conoscenza del fatto che (gruppi curdi) sono arrivati a un accordo per inviare 200 uomini” ha detto il presidente turco, secondo quanto riferisce AlJazeera Turk.

I peshmerga “avranno in dotazioni armi richieste dal Pyd” e “saranno a Kobane tra pochi giorni” ha dichiarato Fuad Husseyin il capo dello staff del presidente del Kurdistan iracheno autonomo Massoud Barzani, in un intervista pubblicata oggi dal portale curdo Radaw. Lunedì il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha annunciato che la Turchia avrebbe permesso ai peshmerga curdo-iracheni di raggiungere la cittadina attraversando il territorio turco e ieri il parlamento del Kurdistan iracheno autonomo ha approvato all’unanimità una mozione che autorizza l’invio dei guerriglieri curdi a Kobane.

Il sì di Erbil è arrivato dopo che i rappresentanti di tutte le formazioni politiche curde in Iraq e Siria sono giunte a un accordo sulla spartizione del potere nel nord-est curdo della Siria autonomo de-facto da Damasco da oltre due anni. Il governo turco, però, vede con diffidenza il Pyd per la sua vicinanza al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) che combatte dal 1984 contro l’esercito di Ankara per l’autonomia del sud-est della Turchia a maggioranza curda. “I peshmerga non si uniranno al Pyd, non daranno armi pesanti a nessun altro, rimarranno nelle loro mani” ha assicurato tuttavia Husseyin che ha sottolineato come i militanti curdo-iracheni avranno solo un ruolo di “supporto e copertura”.
Fonti americane hanno riferito che tra Iraq e Siria sono state eseguite 6.600 operazioni aeree e sono state sganciate oltre 1.700 bombe.

In Iraq migliaia di membri della minoranza degli Yazidi sono nuovamente in pericolo a causa di una nuova avanzata negli ultimi giorni delle forze dello Stato islamico sul Monte Sinjar, nel nord-ovest dell’Iraq. Lo hanno reso noto varie fonti curde, sottolineando che circa 5.000 volontari della comunità si sono armati per fronteggiare i jihadisti. Ashti Koger, il comandante delle brigate yazide, ha detto che oggi i suoi uomini sono riusciti a intercettare tre aspiranti attentatori suicidi, tra cui un non iracheno, che cercavano di raggiungere la vetta della montagna per farsi saltare in aria.I combattenti Yazidi si sono impadroniti anche di armi e apparecchiature per le comunicazioni che i tre jihadisti portavano con loro.

In agosto decine di migliaia di civili Yazidi, in gran parte fuggiti dalla città di Sinjar conquistata dall’Isis, erano rimasti assediati sulla vicina montagna. Successivamente avevano potuto fuggire e raggiungere la Siria grazie all’intervento dei combattenti curdi iracheni e siriani e ai raid aerei americani.

Testimoni hanno parlato di centinaia di civili uccisi dai miliziani dello Stato Islamico e altrettante donne fatte prigioniere, che si teme siano state ridotte in schiavitù. Al-Sheikh Khairy, un comandante delle milizie yazide  è stato ucciso negli scontri scoppiati nella regione del monte Sinjar.

Negli ultimi giorni si è intensificata la campagna di attacchi aerei della Coalizione internazionale a guida Usa in Siria e in Iraq contro il Califfato  Tra ieri e oggi, nel primo paese le forze aeree statunitensi hanno condotto sei raid, mentre nel secondo quelle alleate hanno dato il via ad altri nove bombardamenti. In Siria le azioni si sono concentrate su e nei pressi di Kobane, la città al confine con la Turchia, sotto attacco da parte dei miliziani.

Nei raid sono state distrutte alcune postazioni di fuoco, un veicolo degli jihadisti e un loro centro di comando e controllo. A est di Dawr Az Zawr,altri due attacchi aeri hanno permesso la distruzione di alcuni camion cisterna della formazione, usati per il trasporto del petrolio estratto dalle raffinerie controllate dai fondamentalisti, che sarebbe stato venduto al mercato nero.

Aumenta la pressione aerea anche sui jihadisti  in Iraq: quattro raid sono stati diretti tra mercoledì e giovedì contro la diga di Mosul per colpire altrettante unità e mezzi dell’IS. Altri tre, invece, sono stati condotti a sud di Falluja e l’ultimo nei pressi della città. Il bilancio è stata la distruzione di una grande unità della formazione, di un edificio usato come base logistica e di una struttura per l’addestramento dei combattenti.

Fonti della Difesa USA riferiscono che occorreranno mesi prima che l’esercito iracheno sia pronto a lanciare un’offensiva contro i jihadisti dello Stato islamico per riconquistare il territorio perduto. Oggi le forze irachene sono in grado di lanciare attacchi su piccola scala, ma hanno bisogno di tempo per operazione di più vasta portata, anche con l’aiuto dell’aviazione americana. “Sono in grado di contrattaccare, è una questione di mesi, non di anni”, ha detto un funzionario, aggiungendo però che “non è imminente”. Alla domanda su quando l’esercito iracheno potrebbe essere pronto per riconquistare la città di Mosul, nel nord dell’Iraq, la fonte ha risposto che potrebbe volerci un anno.

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