Perché il massacro di Parigi avrà un impatto limitato

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di Daniel Pipes da Philadelphia Inquirer  del 17 novembre 2015

Articolo in lingua originale inglese: Why the Paris Massacre Will Have Limited Impact

L’uccisione di circa 127 innocenti avvenuta venerdì a Parigi per mano di una banda di jihadisti ha di nuovo sconcertato i francesi e ha suscitato nuove ondate di solidarietà, riflessione e rabbia. Alla fine, però, la violenza islamista contro gli occidentali si riduce a due domande: In che misura queste ultime atrocità faranno cambiare idea all’opinione pubblica? E in che misura, esse spingeranno l’Establishment a continuare a negare la realtà?

Come lasciano intendere questi due interrogativi, la popolazione e i professionisti si muovono in direzione opposta: la prima a destra e gli altri a sinistra. Alla fine, questo scontro riduce notevolmente l’impatto di tali avvenimenti sulla politica.
L’opinione pubblica attacca gli islamisti in particolare e l’Islam più in generale quando il numero delle vittime è abbastanza elevato.

Le tremila vittime americane dell’11 settembre continuano a rappresentare il tributo più alto di sangue, ma molti altri paesi hanno anche pagato un pesante tributo, si pensi agli attentati di Bali diretti contro l’Australia, agli attacchi terroristici che colpirono il sistema ferroviario spagnolo, al massacro nella scuola di Beslan, in Ossezia del Nord, una repubblica autonoma della Federazione russa, agli attentati alla metropolitana in Gran Bretagna.

Il numero considerevole di vittime non è il solo criterio da prendere in considerazione. Altri fattori possono accentuare l’impatto di un attacco, al punto di renderlo l’equivalente politico di una carneficina, ed essi sono: 1) la notorietà delle vittime, come Theo van Gogh, nei Paesi Bassi, e il giornale francese Charlie Hebdo; 2) lo status professionale delle vittime, come i soldati o gli agenti di polizia; 3) la visibilità dell’avvenimento, come gli attentati alla maratona di Boston.

A parte gli oltre 27.000 attacchi a livello globale legati all’Islam e commessi dopo l’11 settembre – più di 5 al giorno (in base ai calcoli effettuati da TheReligionOfPeace.com), il recente boom dell’immigrazione illegale proveniente dal Medio Oriente ha esacerbato la sensazione di vulnerabilità e paura. È una strada a senso unico in cui nessuno ha mai sentito dire: “prima mi preoccupavo dell’islamismo e ora non più”.

Questi episodi inducono gli occidentali a preoccuparsi maggiormente per l’Islam e i temi ad esso legati come la costruzione dei minareti o l’infibulazione femminile. Nel complesso, è attualmente in corso una virata a destra. I sondaggi d’opinione sui comportamenti europei mostrano che il 60-70 per cento degli elettori esprime tali preoccupazioni. I populisti come Geert Wilders, nei Paesi Bassi, e partiti come i democratici svedesi sono in testa nei sondaggi.

Ma quando si tratta dell’Establishment – i politici, la polizia, la stampa e gli accademici – la violenza cieca ha un effetto contrario. Coloro che sono tenuti a occuparsi dell’interpretazione degli attacchi negano pubblicamente (ma affermano l’opposto in privato), costretti a fingere che l’Islam non ha niente a che fare con la violenza, per paura che ammetterne il coinvolgimento causerebbe ancora più problemi.

Questi professionisti fingono di credere in qualche misterioso virus “estremista e violento” che sembra affliggere solo i musulmani, spingendoli a commettere atti casuali di violenza barbarica. Delle numerose dichiarazioni alquanto assurde espresse dai politici, la mia preferita è quella di Howard Dean, l’ex governatore del Vermont, che ha detto a proposito dei jihadisti autori della strage di Charlie Hebdo: “Sono musulmani quanto me”.

Questo oltraggio al buon senso è sopravvissuto a ogni atrocità e prevedo che perdurerà anche dopo il massacro di Parigi. Solo una perdita massiccia di vite umane, forse centinaia di migliaia, costringerà i professionisti ad accantonare il loro schema profondamente radicato di negare la componente islamica nell’ondata di attacchi.

Questo modello di comportamento ha un effetto davvero importante per mascherare i timori degli elettori la cui opinione ha un impatto trascurabile sulla politica. Le preoccupazioni riguardo alla shari’a, agli stupri di gruppo, alle malattie esotiche e ai bagni di sangue sono tacciate di “razzismo” e “islamofobia”, come se gli insulti risolvessero questi problemi reali.

Ma la cosa ancor più sorprendente è che i professionisti reagiscono alla virata a destra dell’opinione pubblica muovendosi verso sinistra, incoraggiando una maggiore immigrazione dal Medio Oriente, creando nuove misure che tendono a reprimere “i discorsi di incitamento all’odio” e a sopprimere ogni critica dell’Islam e fornendo più aiuto agli islamisti.

Questo modello di comportamento non riguarda solamente i personaggi dell’Establishment di sinistra ma anche quelli di destra (come la tedesca Angela Merkel). Solo i leader dell’Europa Orientale come l’ungherese Viktor Orbán si permettono di parlare apertamente dei veri problemi.

Alla fine, statene pur certi, gli elettori faranno sentire la loro voce, anche se ci vorranno decenni, ed essa sarà più fioca rispetto a quella che sarebbe in un ambito democratico.

Se si pone la furia omicida di Parigi in questo contesto, essa potrebbe spingere i sentimenti dell’opinione pubblica europea in una direzione e le politiche dell’establishment nella direzione opposta. Pertanto, questo massacro finirà per avere solo un impatto limitato.

(Traduzioni di Angelita La Spada)

Foto EMA, AP, AFP; Ansa, Reuters

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