Il boom dei droni armati cinesi

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Export disinvolto per sottrarre il mercato ai concorrenti statunitensi e israeliani sempre restii a cedere tecnologie avanzate in questo settore.

Questa sembra essere la carta vincente dei droni armati cinesi sempre più diffusi nei teatri bellici contemporanei acquisendo quote di mercato presso i numerosi Stati a cui gli occidentali e soprattutto gli Stati Uniti non hanno finora ceduto UAV del tipo Reaper e Predator o li hanno ceduti solo disarmati.

Shi Wen, capo progettista di droni alla China Academy of Aerospace Aerodynamics di Pechino ha spiegato in un’intervista al giornale di Stato China Daily che i modelli armati Cai Hong (Arcobaleno) CH-3 e CH-4 (droni appartenenti al segmento “medium-altitude, long-endurance”, lo stesso dei Predator statunitensi) realizzati da China Aerospace Science and Technology Corporation stanno avendo un grande successo di mercato dal medio Oriente all’Africa a Myanmar.

L’Egitto li impiega in Sinai contro i miliziani jihadisti, l’Iraq contro lo Stato Islamico, la Nigeria contro Boko Haram, il Pakistan contro i talebani, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti nelle operazioni contro le milizie scite Houthi nello Yemen.

Impieghi in cui i droni cinesi che operano a 5 mila metri sono più efficaci e al sicuro nei confronti dei missili antiaerei spalleggiabili rispetto agli aerei da attacco al suolo e agli elicotteri.

L’Iraq impiega i suoi CH-4 (in servizio da due anni nelle forze aeree di Pechino) contro l’Isis armati di bombe guidate FT-9 da 50 chili e missili a guida laser AR-1.

Shi Wen ha dichiarato che nel 2015 l’export di questi velivoli e dei missili a che li armano “ i velivoli 20 utilizzatori militari in oltre dieci Stati”  ha fruttato “centinaia di milioni di dollari”.

Foto AP e Ministero Difesa Iracheno

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