Da Mosul a Raqqah l’offensiva contro l’Isis

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Lo Stato islamico sta perdendo terreno attorno alle roccaforti in Iraq e Siria, Mosul e Raqqah, con l’avanzata delle forze governative irachene e dei combattenti arabo-curdi.

Distanti circa 400 chilometri l’una dall’altra, Mosul e Raqqah sono le due ultime grandi città controllate dall’Isis che ha perso circa la metà dei territori conquistati nel 2014 in Siria e in Iraq.

L’area controllata dall’Isis continua ad abbracciare una regione che va dal nord ovest della Siria fino a Mosul ad altre regioni irachene.

Lo Stato islamico continua inoltre a mostrare grandi capacità di resistenza nelle roccaforti ancora nelle sue mani  oltre alla capacità di colpire in altre regioni sotto il controllo del governo iracheno

La spina dorsale dei territori del ‘Califfato’ rimane la Valle dell’Eufrate, nel nord della Siria, da Raqqah a Deyr Az Zor, entrando nel territorio iracheno al valico di confine di al-Qaim, e arrivando nella provincia occidentale irachena di Al Anbar, fino a circa 200 chilometri a ovest di Baghdad.

Più a nord, sempre in Iraq, lo Stato Islamico controlla ancora il centro di Mosul e territori posti a sud e ad ovest di questa città, in una regione che da ovest ad est è lunga circa 140 chilometri e da nord a sud si estende per 120.

Più a sud, separata da una fascia di 35 chilometri che è sotto il controllo delle forze di Baghdad, i jihadisti controllano ancora una sacca con al centro la città di Hawija e che si estende nei suoi limiti massimi in un’area di 100 chilometri per 50.

In Siria, oltre alla Valle dell’Eufrate, il territorio ancora nelle mani dei miliziani di Abu Bakr Al Baghdadi comprende alcune aree che si estendono verso sud in direzione di Homs e di Damasco, con avamposti che arrivano fino a 50 chilometri dalla capitale.

Operazione “Collera dell’Eufrate”

In Siria, l’operazione “Collera dell’Eufrate” destinata a isolare la città settentrionale di Raqqah, lanciata sabato scorso, ha permesso alle Forze Democratiche Siriane (FDS) di avanzare da Nord verso la regione desertica.

Gli arabo-curdi hanno anche conquistato il villaggio di Abu Ilaj, a soli 30 chilometri da Raqqah. Domenica, salutando l’inizio dell’offensiva su Raqqah, il segretario alla Difesa Usa Ashton Carter aveva avvertito che, “come a Mosul la battaglia non sarà facile e il lavoro da fare sarà duro.

La prima fase sarà quella di isolare Raqqa” tagliando le principali vie di comunicazione con l’esterno, ha avvertito da parte sua il Centcom, il comando delle forze americane in Medio Oriente.

L’offensiva è stata lanciata la sera del 5 novembre dalle FDS ha per4nesso la liberazione di una dozzina di villaggi del nord della Siria avanzando su due assi che partono dalle località di Ain Issa e Suluk, a nord di Raqqah.

La riconquista “si svolgerà in due tappe: liberare la provincia di Raqqah per isolare la città e poi conquistarla”, ha riferito Tala Sello, portavoce dell’Fds, con base a Hassaké (Nord-est della Siria).

La coalizione internazionale “ha fornito una prima consegna di materiale bellico ed equipaggiamento, fra cui armi anticarro”, ha precisato Sello.

“Una cinquantina di consiglieri ed esperti americani sono presenti nei centri operativi” secondo una fonte del comando dell’FDS, che conta circa 30.000 combattenti per lo più curdi delle Forze di Protezione Popolare (YPG) ma anche arabo-sunniti e trurcomanni. Sello ha ripetuto che le FDS si sono accordate con gli Usa sul fatto che “i turchi non svolgeranno alcun ruolo nell’offensiva” su Raqqah.

Ma Brett McGurk, inviato americano presso la coalizione anti-Isis ha dichiarato da Amman che gli Usa sono “in stretto contatto” con la Turchia per coordinare l’offensiva sulla “capitale” dell’Isis.

L’impressione è che Ankara venga tenuta al corrente sulle operazioni militari ma non venga direttamente coinvolta dal momento che le milizie curdo-siriane dell’YPG sono da tempo nel mirino delle forze turche nel nord ovest della Siria perché ritenute alleate delle milizie curdo-turche del PKK.

Raqqah non è solo la capitale dello Stato islamico dopo che i miliziani dell’Isis ne presero il controllo nel gennaio del 2014 ma sembrerebbe essere anche il comando che coordina i sanguinosi attacchi e attentati all’Occidente firmati dal gruppo jihadista.

Dei 240.000 abitanti che si contavano nel 2011 prima dell’inizio della guerra civile in Siria, circa 80.000 sono scappati dalla città. Situata sulle rive del fiume Eufrate, prossima al confine turco, nel marzo del 2013 è diventata la prima città a finire nelle mani dei ribelli islamisti, controllata dai qaedisti del Fronte Al-Nusra.

All’inizio del 2014, è stata conquistata dall’Isis: il leader assoluto del gruppo, Abu Bakr al-Baghdadi, che il 29 giugno la proclamò capitale del Califfato.

Da quel momento Raqqah è diventata il punto di convergenza di migliaia di foreign fighters partiti dall’Europa e arrivati in Siria attraverso la Turchia per unirsi all’Isis.

A Raqqah sono stati pianificati gli attacchi all’Occidente le cui  linee guida sono state per lungo tempo dettate dal portavoce del califfato, Mohammed al-Adnani, ucciso il 30 agosto scorso in un attacco aereo rivendicato dagli Usa, ma anche dalla Russia.

Il fronte di Mosul

A Mosul i jihadisti presenti in città in un numero stimato tra 3.000 e 5.000 sono ormai quasi circondati e nella morsa delle forze governative sostenute dalla Coalizione guidata dagli Stati Uniti.

Dopo essere entrati a Mosul da est, le truppe irachene si stanno spostando verso Sud, dove hanno già conquistato la città di Hamam al Alil, a una quindicina di chilometri dalla periferia della roccaforte dell’Isis.

Qui è stata scoperta una grande fossa comune con almeno “100 corpi con le teste mozzate”.

A Nord-Est i combattenti curdi hanno lanciato l’assalto a Bachiqa, dove è in corso una caccia ai jihadisti “casa per casa”. “Fino a sette quartieri” di Mosul sono ormai controllati dalle forze dell’antiterrorismo” ha dichiarato il portavoce Sabah al Noman.

Il Pentagono ha annunciato ieri che gli Stati uniti sono impegnati con elicotteri d’attacco Apache, utilizzati soprattutto per la distruzione di auto imbottite di esplosivo che i kamikaze dell’Isis lanciano contro le truppe filogovernative. Il numero di civili sfollati dall’inizio della battaglia di Mosul ha ormai superato i 34.000, secondo un nuovo bilancio dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

Le forze d’élite dell’esercito governativo stanno combattendo casa per casa di fronte a una feroce resistenza organizzata dai miliziani islamisti dell’Isis mentre i residenti stanno cercando in tutti modi di fuggire dalla città accerchiata, per evitare di finire nel tiro incrociato.

“La battaglia si è trasformata in un combattimento casa per casa.

Attualmente stiamo combattendo nel quartiere di al-Intissar, dove il nemico si trincera negli stretti vicoli urbani” ha spiegato il generale Qassem Jassem Nazal, comandante della 9a divisione corazzata.

“Si dividono in piccoli gruppi di tre persone e utilizzano armi a tiro indiretto come i mortai, più difficili da localizzare se rapidamente spostati.

Noi cerchiamo di risparmiare i civili mentre loro non fanno nessuna differenza”, ha concluso il generale Nazal.

Le strade sono disseminate di trincee e sbarramenti ed è dovuta intervenire la 36esima brigata corazzata, una delle quattro brigate della 9a divisione ditata di carri M1A1 Abrams che hanno travolto le postazioni e scavalcato le trincee scavate dai guerriglieri dell’Isis.

La pressione su Mosul e soprattutto l’offensiva condotta dalle milizie scite delle Forze di Mobilitazione Popolare a ovest della città verso Tal Afar rischiano di tagliare fuori le forze dell’Isis ancora schierate nella provincia occidentale di al-Anbar.

Secondo media locali i combattenti del Califfato starebbero ritirandosi da Ana, cittadina a 190 chilometri a ovest di Ramadi verso la città di al-Qaim, valico sulla frontiera irachena con la Siria.

Secondo Raji Barakat, membro del Consiglio provinciale di al Anbar citato dal quotidiano panarabo al Quds al- Arabi “gli elementi fuggiti sono stranieri di varie nazionalità ma anche iracheni ed arabi” e “la fuga è avvenuta dopo che i terroristi hanno fatto esplodere gli edifici governativi e saccheggiato quanto trovato all’interno degli uffici ma anche in numerose abitazioni, negozi e fabbriche”.

Lo stesso consigliere ha spiegato che le forze governative “erano in procinto di lanciare un’offensiva” per la liberazione della cittadina controllata dagli uomini del Califfato dall’estate del 2014 ma è probabile che i vertici dell’Isis abbiano chiamati a raccolta tutti i combattenti per difendere una linea nel nord dell’Iraq e a ridosso del confine siriano.

Il 6 novembre il premier iracheno, Haider al-Abadi (nella foto a sinistra), è tornato sabato a visitare la linea del fronte a Mosul e in serata ha fatto tappa a Erbil, nel Kurdistan iracheno, per incontrare la leadership curda.

Abadi ha assicurato che “Mosul sarà liberata presto”, che tutto procede secondo i piani e ha anche fatto notare che al momento il flusso di profughi uscito dalla roccaforte dell’Isis in Iraq è minore del previsto).

Un dato che potrebbe confermare l’ampio sostegno di cui ancora gode l’Isis presso la popolazione sunnita irachena e soprattutto il fatto che molti abitanti di Mosul potrebbero essere fuggiti nei territori ancora in mano al Califfato.

“Le nostre forze stanno avanzando su tutti i fronti e non c’è alcun ripiegamento”, ha detto in un comunicato letto in tv. Al-Abadi è tornato a invitare i jihadisti sunniti ad arrendersi. “Il mio messaggio è che se vogliono salvare le proprie vite, devono deporre subito le armi”.

Diversivi

Lo Stato islamico ha reagito alle offensive su Raqqah e Mosul con una serie di attentati e azioni diversive a Baghdad e in altre località irachene come Samarra (11morti e 100 feriti) e Tikrit (9 morti e 25 feriti).

La battaglia di Mosul accentra l’attenzione di Baghdad e i curdi sembrano approfittarne per sloggiare la popolazione araba dalla città petrolifera di Kirkuk.

Le forze curdo-irachene hanno distrutto case e cacciato centinaia di arabi dalla città di Kirkuk, nel Nord dell’Iraq con la scusa di effettuare una rappresaglia dopo la recente incursione dei miliziani dello Stato Islamico in cui 74 combattenti e 46 civili sono rimasti uccisi.

Secondo Amnesty International, le autorità della città, controllata dai curdi, hanno distrutto brutalmente le abitazioni di diverse centinaia di arabi iracheni, ordinando loro di lasciare la città.

Un padre di 10 bambini ha raccontato ad Amnesty come i militari curdi siano arrivati nel quartiere all’alba del 25 ottobre ordinando a tutti i residenti di lasciare le loro case: “Gli abitanti sono stati cacciati a forza e i bulldozer hanno demolito” centinaia di case, fra cui la sua, ha raccontato l’uomo.

Molte delle famiglie cacciate da Kirkuk e dai villaggi circostanti avevano già dovuto fuggire dai loro villaggi di origine a causa della guerra, ha denunciato l’ong: Kirkuk è una città multietnica situata 170 chilometri a Sud-est di Mosul e i curdi, che hanno già preannunciato negoziati con Baghdad per l’indipendenza della regione autonoma dopo la battaglia di Mosul, sembrano volerci mettere le mani sopra a scapito delle comunità arabe e turcomanne.

Il bilancio della Coalizione

Nei due anni e tre mesi trascorsi dall’inizio dell’Operazione Inherent Resolve,  l’offensiva contro l’Isis della Coalizione a guida Usa, sono stati effettuati 15.959 raid in Iraq (10.310) e in Siria (5.649) dall’8 agosto 2014 al 2 novembre 2016 colpendo 31.900 obiettivi, tra cui 7.948 edifici, 164 carri armati, 388 veicoli, 2.050 basi e 8,638 postazioni dell’Isis, oltre a 2.639 infrastrutture petrolifere e 10.074 obiettivi di altro tipo.

A compiere i quattro quinti dei raid sono stati velivoli statunitensi (12.354 attacchi aerei di cui 6.992 sull’Iraq e 5.362 sulla Siria) che hanno sganciato oltre 20 mila bombe e missili mentre gli alleati nel complesso hanno effettuato 3.605 attacchi aerei di cui 3.318 sull’Iraq e 287 sulla Sira).

L’intera Coalizione ha effettuato dall’8 agosto 2014 al 31 ottobre di quest’anno 122.895 sortite aeree di supporto che includono anche quelle effettuate dai velivoli italiani.

L’offensiva contro il Califfato costa 12,3 milioni di dollari al giorno. In totale il costo delle operazioni si aggira intorno ai 9 miliardi di dollari. I Paesi che hanno partecipato direttamente alle operazioni di guerra aerea sono Australia, Belgio, Danimarca, Canada, Giordania, Bahrein, Turchia, Arabia Saudita, Emirati arabi, Olanda, Francia e Regno Unito.

L’Italia si è unita a Inherent Resolve il 17 ottobre 2014 con forze non combattenti e schiera tra Iraq e Kuwait 1.400 militari che addestrano i peshmerga curdi e la polizia irachena a Baghdad, presidiano la Diga di Mosul e assicurano il servizio di Personnel, Recovery con elicotteri Mangusta e NH-90 mentre i e cacciabombardieri AMX e i 2 droni Reaper basati in Kuwait con un tanker KC-76A volano disarmati in missioni di sorveglianza e ricognizione.

Secondo l’Osservatorio siriano sui diritti umani (Ondus) i raid della Coalizione hanno provocato la morte di 1.749 civili, contro i 2.700 che secondo la tessa ong sarebbero stati uccisi da raids aerei russi.

Le incursioni aree non statunitensi sono state in buina parte a carico delle componenti aeree britannica e francese.

Tornado, Typhoon e Reaper della Royal Air Force hanno sganciato 2mila bombe e missili tra agosto 2014 e agosto 2016.

I Mirage 2000 e Rafale di Parigi hanno sganciato sull’Iraq e la Siria un numero di bombe e missili (2.050 a fine ottobre di cui la metà attribuite ai Mirage 2000 ora ritirati dalla Giordania dopo 10 mila ore di volo e il 20 per cento sganciato dai velivoli imbarcati sulla portaerei Charles De Gaulle alla sua terza missione con la Coalizione) superiore a quelli impiegati nel 2011 nei sette mesi di guerra al regime libico di Muammar Gheddafi (1.400 cui aggiungere 3 mila colpi di cannone navali e 450 missili anticarro lanciati dagli elicotteri dell’esercito imbarcati).

Le incursioni francesi sono state per l’80% di supporto aerei ravvicinato alle forze irachene e alleate a terra.

La Francia ha dovuto stanziare fondi aggiuntivi per 49 milioni di euro nel 2016 per rimpiazzare gli ordigni lanciati in Iraq e Siria i cui cisti non son certo irrisori: 50 mila euro per una bomba guidata GBU, 200 mila per un missile AASM e 600 mila per un missile da crociera Scalp, 70 lanciati in due anni di uno stock di 450 armi disponibili presso l’Armèe de l’Air secondo quanto riferito da un’inchiesta di Le Monde.

Foto: AP, Reuters, AFP, Rudaw,EMA, UK MoD, US DoD ed Esercito Iracheno

Mappe: ISW

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