Geopolitica delle migrazioni nel Mediterraneo e Balcani

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a cura del think tank “Il Nodo di Gordio” (*)

Quella dei cosiddetti “migranti” è, ormai, un’emergenza epocale, che trascende di gran lunga il mero fattore economico o quello umanitario. Un’emergenza che, per dimensioni e complessità, fa impallidire qualsiasi precedente moto migratorio, dalle troppo spesso citate a sproposito “invasioni barbariche”, che provocarono il crollo dell’Impero di Roma sino ai flussi di immigrati europei che popolarono le Americhe

Questa volta infatti ci troviamo di fronte ad un fenomeno che sia per dimensioni – decine di milioni di individui pronti a spostarsi dall’Africa e dall’Asia in direzione dell’Europa – sia per complessità – politica, economica e, non ultima, culturale – trova i governi e nel complesso tutte le élite europee assolutamente impreparate. Un’impreparazione che si traduce nell’oscillare fra un’acritica ed indiscriminata “apertura” ed una antitetica “chiusura totale” anacronistica e, nella sostanza, impossibile. Posizioni, entrambe, più informate ad ideologie stantie e ad esigenze di propaganda che ad un’analisi della realtà, che, invece, chiederebbe di essere compresa nella sua complessità prima, per essere poi, per quanto possibile, governata.

Due le direttrici fondamentali di questo, imponente, movimento migratorio. Quella di terra, lungo la dorsale balcanica, che vede soprattutto genti provenienti dal Medio Oriente tormentato dal prolungarsi del conflitto nella regione siro-irakena, e dall’area dell’Asia compresa fra il Pakistan e, soprattutto, l’Afghanistan.

E quella marittima, che attraversa il Mediterraneo partendo dai porti del Maghreb, e che porta verso le coste meridionali dell’Europa migranti provenienti non solo da questa regione, ma anche, anzi soprattutto dall’Africa sub-sahariana, ove ad una pluralità di conflitti spesso ormai cancrenosi si aggiungono l’emergenza della crisi alimentare e dell’avanzata desertificazione con conseguente penuria di risorse idriche.

Emergenze cui si assomma quella di una vertiginosa crescita della natalità, che sta facendo dell’intera regione sub-sahariana una vera e propria “bomba demografica”.

L’Italia è inevitabilmente in prima linea sul fronte del Mediterraneo, ed ha già pagato un prezzo molto alto con le missioni della sua Marina Militare dirette principalmente a salvare le torme di migranti che tentano di attraversare il mare su natanti improvvisati.

Missioni umanitarie – come vuole il Codice d’Onore del Mare – e al contempo un tentativo di governare, in qualche modo, i flussi migratori, sostenuto da una diplomazia che ha con continuità cercato accordi con i paesi del Maghreb da cui questi flussi si dipartono verso le nostre coste. Ben poco o troppo poco, dicono molti critici.

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E certo, ci siamo trovati di fronte ad un tentativo di svuotare l’oceano con una tazza, per di più bucata… eppure andrebbe anche riconosciuto che l’impegno italiano ha rappresentato l’unico, serio, tentativo di governare in qualche modo, la via marittima della migrazione, a fronte di un totale disimpegno di gran parte del resto d’Europa che ha teso a scaricare su Roma tutti gli oneri di questa crisi.

Europa che, per altro, si è dimostrata assolutamente inetta a governare anche il flusso dei migranti lungo la dorsale balcanica. Di fronte a questo – reso sempre più imponente ed invasivo dall’incancrenirsi della guerra civile in Siria – i paesi europei si sono dimostrati incapaci di definire una pur minima linea d’azione comune. A partire dalla Germania che ha alternato improvvide dichiarazioni a favore dell’apertura e dell’accoglienza generalizzata, a successive chiusure e blocchi dei confini. Con l’unico risultato di scaricare sui paesi più esposti dei Balcani – Bulgaria, Grecia, Serbia e poi ancora Croazia, Romania, Ungheria – un peso ben difficile da reggere. Anche l’accordo con Ankara perché questa trattenesse nel suo territorio gli oltre tre milioni e mezzo di profughi medio-orientali ed impedisse loro di riversarsi lungo la dorsale balcanica, appare ormai miseramente fallito.

In primo luogo perché la Turchia, cui erano stati promessi sei miliardi di euro di aiuti, ne ha ricevuti appena quattrocento milioni, e si trova ormai in concrete difficoltà nel mantenere una tale massa di profughi. In seconda istanza, poi, perché Berlino, in tale contingenza, non ha trovato di meglio che mettersi a criticare pesantemente la politica interna dell’attuale governo turco, portando ad incidenti diplomatici di non poco conto e suscitando le ire di Erdogan, leader non certo famoso per la sua atarassia. Insomma, un fallimento su tutta la linea.

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Tuttavia evidenziare i problemi non è sufficiente. Quello che servirebbe, urgentemente, è un nuovo “Concerto delle Potenze” che si affacciano sulla regione balcanico-mediterranea. Un “concerto” che veda coinvolti i paesi europei – senza escludere chi, come la Serbia, non fa parte della UE, ma si trova, comunque in prima linea – e quelli nord-africani.

Per lo meno quelli, come il Marocco, l’Egitto, la Tunisia, l’Algeria che hanno una situazione politica stabile. Senza dimenticare, naturalmente, la Turchia, il cui ruolo geopolitico resta fondamentale. E poi, naturalmente, andrebbero coinvolte le Grandi Potenze. Washington, certo, anche se da tempo la politica americana sembra sempre meno interessata al Mediterraneo e proiettata verso l’area pan-pacifica.

Quindi Mosca, che per vocazione secolare ha legami profondi con i Balcani e prova un antico “interesse” per il Mediterraneo. E infine Pechino, la cui grande strategia geo-economica – che si sta concretando nella Via della Seta 2.0 terrestre e nel “Filo di Perle” marittimo – necessita della messa in sicurezza tanto del Mediterraneo quanto della dorsale balcanica.

Che per altro non possono continuare a vedere letti come due scenari distinti: il flusso migratorio sia che avvenga per via d’acqua, che lungo gli accidentati percorsi terrestri rappresenta infatti un’unica emergenza globale. Che esige, appunto, risposte globali e coordinate.

Alle radici del caos migratorio nel Mediterraneo

In questa direzione si muove il volume “Nuovi figli di Enea. Geopolitica delle migrazioni: Mediterraneo e Balcani” in uscita per le edizioni “Vox Populi – Il Nodo di Gordio”.

Una pubblicazione che – grazie alla contributo scientifico di numerosi analisti italiani ed esteri – mira ad esplorare l’incerto futuro di quel meraviglioso “Continente liquido” – per dirla con Fernand Braudel – che sta diventando sempre più marginale rispetto agli antichi fasti. La sua centralità geopolitica sembra appannarsi per finire relegata a mera “periferia del mondo”. Uno specchio d’acqua su cui si affacciano Paesi deboli e rissosi, attraversato dalla disperazione dei flussi migratori che spingono milioni di persone verso l’Europa e caratterizzato da economie zoppicanti, facili prede di potenze straniere più strutturate ed aggressive.

Da qui la necessità di una disamina più articolata della situazione attuale e delle prospettive euro-mediterranee per districarsi nel ginepraio delle complesse dinamiche geopolitiche, economiche e sociali che si intessono tra le due sponde del “Mare Nostrum”.

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Dal progressivo disimpegno degli Usa nel Mediterraneo – effetto della strategia portata avanti dalla precedente Amministrazione americana guidata da Barack Obama e del suo “Pivot to Asia” – all’incontrollabile recrudescenza del mai sopito scontro tra sunniti e sciiti, fino alla lotta per la leadership regionale tra Arabia Saudita ed Iran che ha determinato la destabilizzazione di Yemen, Libano e Siria.

Ma anche il fallimento delle cosiddette “Primavere arabe” e di quel riformismo islamista in Nord Africa che hanno dato avvio ad una nuova ondata di radicalismo jihadista sfociata nei numerosi attentati terroristici degli ultimi anni. Un quadro a tinte fosche, inasprito dal dramma del fenomeno migratorio che sta riversando sulle coste europee, nel fianco meridionale della Turchia e lungo la rotta balcanica, un flusso inarrestabile di persone alla disperata ricerca di condizioni di vita migliori.

Ciò avviene – come ricorda l’annuale “Rapporto sulle economie del Mediterraneo” (a cura di Eugenia Ferragina per l’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo ISSM-CNR, Il Mulino, 2016) – mentre continua a calare il peso demografico dell’Unione europea rispetto al resto del mondo, passato dal 14,5% del 1952 al 7% nel 2010. Contemporaneamente i benefici dei flussi migratori verso l’Europa in termini di riduzione dei livelli di disoccupazione nei Paesi di provenienza e di apporto di competenze e capacità contributiva nei Paesi di destinazione è messo in discussione dall’eccesso di offerta che preme dalla riva Sud.

C’è indiscutibilmente una questione demografica, dunque, alla radice della pressione migratoria che si muove dalla sponda meridionale del Mediterraneo e lungo la dorsale balcanica. Ma, seppur minoritaria, una componente dei flussi migratori è determinata anche dalle situazioni di guerra e dai conflitti che perdurano in Medio Oriente. Senza dimenticare la centralità delle risorse alimentari e del grano in particolare per la stabilità di vaste aree del Nord Africa e quale “strumento di diplomazia economica”.

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Non è un caso che Sébastien Abis, vincitore lo scorso marzo del Premio per il miglior libro di geopolitica al Festival di Grenoble, abbia pubblicato due volumi dedicati proprio alla centralità del grano per il benessere e la sicurezza in tutto il Mediterraneo (Géopolitique du blé. Un produit vital pour la sécurité mondiale, Parigi, 2015 e Agriculture et climat. Du blé par tous le temps, Parigi, 2016).

L’Autore, già Segretario generale del “Centre international de hautes études agronomiques méditerranéennes” (CIHEAM) di Parigi ed ora Direttore del “Club Demeter”, grazie alla sua specializzazione sui problemi strategici dell’agricoltura e dei cereali nel bacino del Mediterraneo, nel saggio presente sul volume in uscita “Nuovi figli di Enea”, pone l’attenzione sulla crescente dipendenza alimentare da parte di molti Paesi e sui drammatici effetti da un punto di vista migratorio per le popolazioni che abitano questi spazi.

Effetti socio-economici per l’Italia

Una gestione dell’emigrazione basata esclusivamente su slanci emotivi, o ancor peggio su sensi di colpa indotti per varie ragioni, rischia di provocare effetti disastrosi non solo sulla popolazione italiana ma sugli stessi migranti che si vorrebbe aiutare. Occorre partire dai dati di realtà. Che sono sotto gli occhi di chiunque voglia vederli. In Italia il tasso di disoccupazione generale ed ufficiale supera l’11% (ma quello reale è superiore, perché basta un voucher all’anno per risultare “occupati”) e quello giovanile è intorno al 40%. Dunque diventa difficile spacciare le migrazioni come risposta alla mancanza di manodopera. Falsa, ormai, anche la giustificazione che i migranti accettano lavori che gli italiani rifiutano.

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Gli italiani, anziani e giovani, hanno cercato per anni di rifiutare le condizioni di lavoro e le retribuzioni che moderni schiavisti imponevano ai migranti. Poi, per effetto di una crisi sempre più devastante e sempre più nascosta dalle versioni ufficiali, anche gli italiani hanno cominciato ad accettare di essere sfruttati. Conseguenza inevitabile della creazione di quello che Marx aveva definito come “esercito industriale di riserva”. E che nell’Italia di oggi è diventato un esercito di riserva non solo nell’industria ma anche in agricoltura e nei servizi. La consapevolezza che esiste un esercito di disperati pronti ad accettare condizioni di lavoro sempre peggiori ha portato alla riduzione dei diritti, alla precarietà ed a retribuzioni in costante riduzione.

Ma i migranti, viene spiegato, contribuiscono per più dell’8% al Pil italiano. È vero, ma i circa 6 milioni di stranieri regolari presenti in Italia contribuiscono anche alla disoccupazione italiana. E la disoccupazione ha un costo che non viene calcolato nei 4 miliardi di euro previsti dalla Finanziaria per l’accoglienza nel 2017 (Gian Carlo Blangiardo, Gianandrea Gaiani, Giuseppe Valditara, Immigrazione. Tutto quello che dovremmo sapere, Ed. Aracne, 2016).

Come non vengono considerati i crescenti disagi legati ad una sanità che cura tutti gratuitamente, compresi i clandestini. Con sempre minori risorse, con minori posti letto, con ospedali che chiudono. Ma i costi devono comprendere anche le case popolari, l’istruzione, l’ordine pubblico, la giustizia, persino le galere. Il tasso di criminalità è più elevato tra i migranti rispetto agli autoctoni.

Viene però spiegato che i migranti contribuiscono a contrastare la denatalità italiana. Poi si scopre che anche le donne straniere, appena giunte in Italia, riducono sensibilmente il numero dei parti perché nel nostro Paese manca totalmente una politica a favore della famiglia, autoctona o allogena.

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Quanto poi alla manodopera per il futuro, siamo al paradosso. L’economia mondiale, compresa quella italiana, sta procedendo verso la quarta rivoluzione industriale che sta interessando anche agricoltura e terziario.

Serviranno sempre meno braccia e più o meno lo stesso numero di cervelli. Inoltre la robotizzazione porterà a nuovi tagli dell’occupazione meno specializzata. In Italia il 70% dei migranti con un’occupazione ha una qualifica da operaio. Inevitabile, perché i migranti più qualificati si dirigono verso Paesi dove le retribuzioni sono adeguate e l’Italia è invece al fondo delle classifiche. Ma anche se provassimo a rinunciare allo sfruttamento per richiamare medici, ingegneri, tecnici qualificati, ci comporteremmo in modo miope se non criminale.

Perché ruberemmo ai Paesi più poveri la potenziale classe dirigente, quella in grado di far decollare il proprio Paese. Ruberemmo loro la risorsa più preziosa. Una politica attenta alle popolazioni più povere è al contrario quella che promuove la formazione e gli investimenti nei Paesi più poveri. Sulla base delle loro esigenze, delle loro tradizioni e non delle necessità di qualche grande multinazionale occidentale.

 

(*) “Il Nodo di Gordio” è un think tank di geopolitica ed economia internazionale, promosso da una équipe di diplomatici, docenti universitari, giornalisti ed analisti in numerose discipline: geopolitica, storia, economia, finanza, politica estera, diplomazia, sicurezza, studi militari, letteratura ed arte (www.NododiGordio.org)

Foto Marina Militare, EPA e Askanews

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