Frammenti d’Impero. La presenza militare francese in Africa e nell’Oceano Indiano

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È quasi ‘Africa first’ dalle parti di Parigi. Negli ultimi cinquant’anni, la Francia ha compiuto nel Continente Nero oltre cinquanta interventi militari ufficiali, senza contare le operazioni segrete e clandestine, appannaggio del Service Action della DGSE (Direction Générale de la Sécurité Extérieure). Le missioni sono in aumento. Gli interventi si fanno più delicati, ma gli effettivi sono in calo. Dagli anni ’60 a oggi, gli uomini schierati permanentemente da Parigi in Africa sono diminuiti del 75%, al punto che oggi non superano le 7.000 unità (vedi PDF. 1).

È un’impronta leggera, tesa a non urtare troppo le suscettibilità locali e a temperare i revanscismi post-coloniali. Al tempo stesso, il dispositivo franco-africano tradisce lo spirito dei tempi, in cui la Difesa non è più una priorità nemmeno in Francia

Il Paese è a corto di mezzi per poter giocare sui tavoli della grandeur d’antan. L’Armée di oggi è lontanissima parente di quella che combatté la guerra d’Algeria. Un esercito capace all’epoca di schierare oltremare fino a mezzo milione di uomini, supportandoli per 8 anni. La guerra si fa con i mezzi che si hanno.

E la Francia deve accontentarsi, come insegnano le lezioni recenti della dialettica molto turbolenta fra potere politico e vertici militari, scontenti dei tagli drastici e annosi al bilancio della difesa. Nonostante 200.000 connazionali francesi risiedano ancora in Africa, molte basi continentali sono state riconfigurate.

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Alcune hanno chiuso, altre hanno riaperto, in primis nella fascia sahelo-sahariana. Da gennaio 2013, non c’è discorso ufficiale di Jean-Yves le Drian, ex ministro della Difesa e attuale numero uno del Quai d’Orsay, che non evochi le minacce alla sicurezza nell’area del Sahel.

E da domenica 30 luglio, Florence Parly è nuovamente in tournée in Mali, in Niger e in Ciad, per ribadire il sostegno dei vertici e della società francese ai militari in operazione. La ministra della Difesa ne approfitterà per incontrare i presidenti ciadiano, nigerino e maliano, alleati più dinamici della regione e contributori della nuova forza G5 Sahel, a dire il vero molto ‘in standby’.

Inutile ribadire che la Francia protegge anche i suoi interessi politici, economici e strategici, dai legami pluridecennali con i regimi al potere, alle miniere di uranio di Imouraren, in Niger. In Costa d’Avorio, le sue aziende hanno trovato una seconda patria. In Gabon le sue imprese petrolifere non hanno rivali. Un gigante come Total estrae in Africa un terzo della sua produzione mondiale di petrolio.

E ha fatto carte false per intromettersi anche in Libia, giocando dietro le quinte una partita spesso ambigua, sulle ali del regime change destabilizzante del 2011, patrocinato da Nicolas Sarkozy. Che Macron abbia oggi ‘defraudato’ l’Italia del suo ruolo di mediazione fra le parti in lotta conferma le manovre opportunistiche ordite dalla Francia nel nostro giardino di casa e su molti altri dossier.

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Anche se l’insipienza italiana è palese e lancia un pessimo segnale, perché l’Africa mediterranea è il centro di gravità degli interessi nazionali nostrani e il Continente Nero sarà ancor più domani un bacino di risorse imprescindibili per le tecnologie moderne. Stati Uniti e Cina sono già in prima linea. Parigi si destreggia come può, perseguendo il più cinico interesse nazionale. Ha un ampio programma di partenariato con le forze armate di molti paesi dell’area sahelo-sahariana. Fortissimi sono i legami storici, visto che 570.000 soldati africani combatterono per l’Armée sui vari fronti della 1a guerra mondiale e, nel 1944, la famosa 1a Armata del generale de Lattre de Tassigny era composta per l’80% da africani.

 

Le basi

Pur con mezzi calanti, Parigi conserva basi permanenti sulla costa atlantica africana, con una presenza importante in Senegal, in Gabon e in Costa d’Avorio. Gioca un ruolo logistico preponderante in Africa occidentale e centrale, fra il Mali, il Ciad e il Centrafrica. Sta riarticolando il dispositivo nella regione orientale del Continente, fra Gibuti e la Réunion-Mayotte, in pieno Oceano Indiano.

Attualmente 350 uomini appartengono agli Elementi francesi in Senegal (EFS), di stanza a Dakar; 350 sono invece gli effettivi in Gabon, prevalentemente a Libreville; le Forces françaises stationnées à Djibouti (FFDJ) contano a loro volta 1.450 unità, in stretto collegamento con i 650 effettivi di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, cui si aggiungono i 1.850 uomini delle cosiddette forze di sovranità, schierati fra la Réunion e il sud dell’Oceano Indiano.

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Ma andiamo con ordine. Dal punto di vista funzionale, Dakar è un polo operativo di cooperazione a vocazione regionale, mentre le altre tre sono basi operative avanzate. Il primo si occupa quasi a tempo pieno di cooperazione, mentre le seconde hanno un ruolo d’intervento, prioritario anche sulle attività cooperative. In Senegal, gli effettivi francesi sono diminuiti in tre anni da 1.200 a 350 uomini.  Molte cose sono cambiate. La nuova convenzione fra Parigi e Dakar, negoziata nel 2011, esclude che la Francia possa intervenire sistematicamente in soccorso del Paese, in caso di aggressione esterna o di crisi interna.

Un modo per emanciparsi ulteriormente dalla tutela dell’ex potenza coloniale. Gli accordi prevedono tuttavia uno scambio ininterrotto di informazioni sulle minacce alla sicurezza subregionale e internazionale. Disciplinano inoltre le attività del Polo regionale di cooperazione, che opera a favore degli eserciti dei 15 Paesi membri della Communauté Économique des Etats d’Afrique de l’Ouest (CEDEAO). La trasformazione, auspicata dal Libro Bianco del 2008, ha comportato la soppressione del 23° Battaglione di Fanteria di Marina (BIMa), della Base Aerea 160 di Ouakam e dell’unità della Royale di stanza a Dakar.

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Il nuovo dispositivo è articolato su un distaccamento aereo, uno di marinai pompieri, un gruppo d’intervento NEDEX (Neutralisation, Enlèvement et Destruction des Explosifs), una stazione navale e un’unità di cooperazione regionale. In pratica, gli EFS formano i Distaccamenti di addestramento operativo (DIO) e pianificano le esercitazioni, incentrate per lo più sul mantenimento dell’ordine, la protezione degli aeromobili, il combattimento anfibio e gli assalti. Ma sono anche in grado di accogliere, sostenere e comandare una forza di proiezione, come avvenuto nel caso dell’operazione Serval in Mali, nel gennaio 2013.

L’altro presidio sulla costa occidentale africana, Libreville, ospita il 6° Battaglione di Fanteria di Marina, composto da una compagnia paracadutista, una anfibia e una componente blindata leggera, con 6 veicoli VBL (Véhicule Blindé Léger). La compagnia anfibia partecipa di frequente alle esercitazioni nell’ambito della missione antipirateria Corymbe, nel Golfo di Guinea, da cui transita peraltro l’uranio grezzo diretto nella metropoli.

Gli altri atout delle Forces français au Gabon (FFG) sono un distaccamento aereo, su 2 velivoli da trasporto Transall e CASA, e 4 elicotteri da manovra Puma dell’Aviazione leggera dell’Esercito. A Douala, in Camerun, c’è invece un distaccamento logistico, molto curioso, imperniato su un effettivo di soli 10 uomini, ma configurato in modo tale da garantire l’afflusso via mare dei rifornimenti per le forze in Gabon e i militari spesso in azione in Africa Centrale. Qualcosa che ha funzionato appieno durante l’operazione Sangaris in Repubblica Centrafricana.

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Gli accordi conclusi con il governo camerunense limitano a un massimo di 16 gli effettivi del distaccamento, proibendo loro d’indossare l’uniforme francese. Ma torniamo al Polo del Gabon, che si integra perfettamente con le ambizioni della Comunità economica dei Paesi dell’Africa Centrale. L’insieme dispone di infrastrutture di prim’ordine.

La principale è la base “De Gaulle” a Libreville, non molto distante dall’aerodromo, sede del poligono aereo Guy Pidoux. Fuori dalla città, in piena foresta, sorge un centro di addestramento ad hoc, dipendente dal Centre d’Aguerrissement Outre-Mer delle FFG. Vi bazzicano tanto i militari francesi, quanto stagisti africani. Eccellente è il poligono di manovra e di tiro dei monti Mokekou, a 380 km dalla capitale. Unico neo, la difficile accessibilità.

Ci vogliono 10 ore di viaggio su un 4×4, che salgono a 48 ore se ci muove in convoglio. Sebbene la pista d’atterraggio del sito sia stata incrementata dal 25° Reggimento del Genio dell’Aeronautica, i suoi 1.000 metri di lunghezza non basteranno mai alle operazioni di volo di un A400M, quando pienamente operativo.

Ma i francesi non possono lamentarsi, perché il Gabon sta offrendo tutto gratis ed esentasse. Concede perfino alle FFG di girare armate sull’intero territorio nazionale. L’ultima delle installazioni francesi è a Port Gentil. Si tratta della piccola base N’Tchorere, pensata nel quadro dell’operazione Requin, che ha per mandato la protezione dei 3.000 cittadini francesi residenti in Gabon. La base ospita oggi 32 effettivi, ma attrae copiosamente i militari che vogliano addestrarsi al combattimento fra le mangrovie.

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Due anni fa si vociferava che gli Stati Uniti avrebbero potuto schierare un contingente di 300 uomini proprio in Gabon, nell’ambito del dispositivo New Normal.

La cosa non avrebbe sorpreso più di tanto, visti gli ottimi rapporti bilaterali e la presenza quasi costante di addestratori statunitensi presso le Forze Armate gabonesi. Nel frattempo, i francesi hanno trasformato la base di Libreville in mero polo di cooperazione, dopo aver eletto Abidjan, in Costa d’Avorio, a nuova base operativa avanzata.

La situazione è in fermento. L’operazione Licorne ha cessato di esistere in quanto tale, cedendo il posto al dispositivo delle Forze francesi in Costa d’Avorio. Dal 1° gennaio 2015, gli effettivi sono raddoppiati, da 450 a 900 uomini, e anche i mezzi sono stati potenziati, con un mix di aerei da trasporto tattico, elicotteri, veicoli blindati e camion logistici. Il ministero della Difesa, a Parigi, non ne fa menzione. Ma Abidjan gioca un ruolo operativo e logistico nelle operazioni di controterrorismo sahelo-sahariane, con un complesso di forze mobilitabili, un porto in acque profonde e un aerodromo.

 

La nuova frontiera: la fascia sahelo-sahariana

Con i suoi confini smisurati, estesi per 4.000 km in longitudine e 1.000 in latitudine, il nuovo terreno di operazioni è quasi interamente desertico. I gruppi terroristici che lo infestano, si fanno beffe delle frontiere internazionali. Così i francesi ignorano a loro volta i tracciati ufficiali. Considerano il Mali, il Niger e il Ciad un unico teatro.

Lo conoscono a menadito, avendolo battuto in lungo e in largo nel periodo coloniale. Hanno l’appoggio dei rispettivi governi, coinvolti nella lotta antiterrorista, e propensi a fornire un battaglione ciascuno alla costituenda forza congiunta del G5 Sahel, che include anche Mauritania e Burkina Faso. Un complesso di forze avallato dall’Onu  e sostenuto debolmente dall’Ue con 50 milioni di euro, molto deficitario per logistica, intelligence e supporto aereo. Qualcosa che conferma appieno la fragilità francese. Parigi sta imbastendo con fantasia creativa cooperazioni miste per compensare un deficit di mezzi evidente.

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La sua Forza Barkhane, attiva in Sahel, si traduce oggi in 4.000 uomini, 8 cacciabombardieri, 5 droni Reaper, 19 elicotteri, 6-10 cargo tattici e un pugno di forze speciali. Impossibile fare qualcosa di più di semplici raid e bombardamenti mirati. Ecco perché il teatro sfugge per lo più al controllo e si presta al gioco di un nemico sfuggente. I jihadisti stanno progressivamente rialzando la testa. Nell’ultimo anno, hanno sferrato non meno di 60 attacchi, soprattutto in Mali e nella regione di Mopti, riorganizzati nell’alleanza multietnica e multitribale del Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (GSIM). Un insieme rimasto fedele all’emiro di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) Abdelmalek Droukdel e al capo di al-Qaeda centrale al-Zawahiri.

Il GSIM è nato dalla fusione di Ansar Dine, degli Almoravidi e dell’Emirato del Sahara, una branca di AQMI che l’imprendibile Iyad ag Ghali, protetto dall’Algeria nella probabile regione di Tin Zauatine, è riuscito a federare insieme alle tribù peul.

Senza l’aiuto di Washington, Parigi non andrebbe però da nessuna parte. Il generale Xavier de Woillemont (a destra nella foto siotto), che ha comandato la forza Barkhane fino a fine luglio, conferma che il ritmo operativo sarebbe insostenibile senza l’aiuto dello “zio Sam”. Cento milioni di dollari sono arrivati tre anni fa d’oltreatlantico. Gli aerei a stelle e strisce fanno la spola tra la Francia e il Sahel per trasportare parte dei soldati della missione, alternandosi con quelli britannici e con i cargo strategici Antonov affittati in Russia.

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Più volte alla settimana, è d’uso che i caccia francesi siano riforniti in volo dalle avio-cisterne americane, mentre sorvolano un’area sterminata (dati Raids maggio). Gli americani hanno oggi una trentina di uomini a terra, per fare intelligence, mentre un ufficiale dell’Us Army è in pianta stabile al comando francese di N’Djamena, il cervello dell’operazione. In Ciad, la triangolazione franco-statunitense è un imperativo, perché i soldati ciadiani sono fra i migliori dell’area, pupilli di Parigi e ora anche di Washington. N’Djamena ospita un’ambasciata americana nuova di zecca.

L’interesse statunitense cresce, qui e nel Niger confinante. Con il Ciad e il Niger, cui si aggiungono il Camerun, la Nigeria e il Benin, l’intesa franco-americana si sdoppia in un formato a tre con la Gran Bretagna. Un fronte unico che supporta la Forza Multinazionale Mista, voluta da Parigi per combattere i terroristi di Boko Haram nella regione del Lago Ciad. È un’intera macro-area che sfugge ai canoni della sovranità statuale e che incide (in)direttamente sul Mediterraneo e l’Italia, con traffici illegali e migrazioni di massa, attraverso il buco nero libico.

Suddivisa in due quadranti, fra ovest (Mali) ed est (Ciad), l’operazione Barkhane ha un compito immane e quattro basi principali a N’Djamena, Niamey e Madama in Niger, Gao in Mali e Ouagadougou in Burkina Faso. La prima ospita il terzo squadrone di caccia La Fayette su Rafale, alcuni tanker e trasporti, 4 elicotteri Puma, una trentina di blindati, un centinaio di camion logistici, forze terrestri e lo stato maggiore dell’intera l’operazione. A Niamey, sono invece schierati i mezzi da ricognizione, compresi i Reaper dello squadrone 1/33 Belfort, purtroppo disarmati.

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Un dispositivo ISR che può contare anche sui droni dell’US Air Force, ubicati nell’importantissima base di Agadez, tanto equidistante dal Nord del Mali e dal Sud della Libia, quanto prossima al Nord della Nigeria. La base di Nyamey è in grado di accogliere anche cacciabombardieri e pattugliatori Atlantique 2, operati oggi dalla 3a squadriglia caccia e dallo squadrone Ile de Francia. Gao, in Mali, è invece il centro di gravità delle forze terrestri (un migliaio di uomini), compresi i commando parà CPA 20 dell’Aeronautica e un distaccamento di elicotteri molto eterogeneo.

La quarta base del dispositivo è a Ouagadougou, che ospita il gruppo di forze speciali dell’operazione Sabre, attiva in tutto il Sahel (vedi PDF. 3). Piccoli distaccamenti di forze speciali, con velivoli ad ala fissa e rotante, sono schierati anche in Mauritania, Niger e Mali. Alle quattro basi principali, si sommano 5-6 punti d’appoggio, ubicati in prossimità di antichi forti coloniali, lungo gli assi di confluenza più probabili dei terroristi. Madama ai confini del Niger settentrionale ne è l’epitome, con una pista d’aviazione e infrastrutture per 350 militari.

L’ubicazione è strategica, perché a un centinaio di km dalla frontiera libica. Lungo l’asse continentale nord-sud, l’insieme del dispositivo francese può contare anche sull’appoggio delle tre basi arretrate di Dakar, Abidjan e Libreville, dal ruolo logistico prioritario in direzione del Sahel.

 

Gibuti e la Francia

Anziché aumentare le basi permanenti in Africa, in una fase cruciale come l’attuale, la Francia sta disinvestendo in parte da Gibuti, in una sorta di divisione delle sfere d’influenza con Washington, molto attiva nel Corno d’Africa. Gli effettivi francesi stanno scendendo dagli attuali 1.450 a soli 1.350 uomini. Erano 1.900 tre anni fa e 5.600 nel 1977, anno di accessione all’indipendenza del paese africano. Un calo drastico, culminato con la partenza definitiva della 13a semibrigata della Legione Straniera, prima rischierata ad Abu Dhabi e infine richiamata in patria.

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Eppure Gibuti occupa una posizione strategica, che tutti invidiano alla Francia (vedi PDF. 4). Parliamo di 23.200 kmq terrestri, con una frontiera condivisa con Eritrea, Etiopia e Somalia, e una linea di costa di 370 km. Una finestra sul Golfo di Aden e sul Mar Rosso, choke point strategico e via di transito di 20.000 navi l’anno, fra Asia ed Europa. Basti solo pensare allo stretto di Bab el Mandeb, condiviso con lo Yemen, e al Golfo di Tadjurah che ospita con l’Oman l’unico porto in acque profonde della regione. In mare, le FFDJ forniscono un supporto logistico imprescindibile alle navi francesi e alleate impegnate nelle operazioni antipirateria al largo della Somalia, in particolare a quelle della missione europea Atalanta, attualmente sotto comando italiano.

A terra, controllano un polo addestrativo di primo rango, in cui è usuale imbattersi in stagisti provenienti dalle unità permanenti o in missione di breve durata, dalle unità e dalle scuole metropolitane, e da reparti gibutini e internazionali, fortemente attratti dal Centro d’Entraînement au Combat et d’Aguerrissement de Djibouti, uno spazio formativo in ambiente desertico, unico per dimensioni e qualità, dove è possibile perfino addestrarsi al tiro aereo e alle missioni anfibie. Infrastrutture e collocazione geografica che fanno gola a molti, tanto che gli americani stanno rafforzando le loro installazioni e hanno prolungato per 10 anni l’affitto, ulteriormente rinnovabile, di Camp Lemonnier.

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I cinesi sbarcano in forze, senza dimenticare i giapponesi e il polo logistico italiano. Secondo lo Stato Maggiore delle Forze francesi a Gibuti, per adempiere al contratto operativo e mantenere una certa credibilità la soglia minimale di 1.300 uomini è intangibile.

Gli accordi militari franco-gibutini impediscono la soppressione tout court della componente aerea, perché è Parigi ad assicurare la protezione dello spazio aereo gibutino con 4 Mirage 2000-5 dello squadrone da caccia 3/11 Corse. Un’alternativa potrebbe essere la riduzione della componente di appoggio al suolo, purtroppo insufficiente a preservare l’integralità del 5° RIAOM (Régiment Interarmes d’Outre-Mer), coinvolto a suo tempo anche in Centrafrica. Oltre al 5°, sono di stanza a Gibuti un distaccamento dell’aviazione dell’Esercito, con 2 elicotteri Puma e 1 Gazelle, due chiatte per il trasporto di materiale, un C-160 e due elicotteri Puma dell’Aeronautica.

Tutte forze preposizionate, fondamentali per disporre di una riserva rapidamente proiettabile in caso di crisi, soprattutto in un momento in cui la potenza francese ha ridimensionato gli obiettivi strategici. L’ultimo Libro Bianco parla chiaro. Risale al 2013, ma ha una visione abbastanza realista delle capacità nazionali e dell’usura delle forze.

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Dal 2001, le operazioni oltremare sono aumentate a dismisura e si sono fatte sempre più lunghe. Ecco quindi che Parigi ha fissato un contratto operativo più modesto, prevedendo di poter proiettare al massimo 15.000 uomini e 45 velivoli da combattimento, il 50% in meno che in passato (2008). L’ambizione odierna è riuscire a dispiegare in una settimana 2.300 soldati a 3.000 km. Uno sforzo minore rispetto alla vecchia edizione del Libro Bianco, che parlava di 1.500 uomini proiettabili in 5 giorni a 7-8.000 chilometri.

Paradossi della strategia francese, visto che gli A-400M permetteranno a termine un salto qualitativo e quantitativo alle capacità di operare rapidamente oltreconfine. Senza contare che, oggi come oggi, le forze preposizionate in Africa non consentono di armare in urgenza più di un sottogruppo tattico interarma, appoggiato da elementi dell’aviazione e delle forze speciali. In pratica meno di un reggimento, composto da 3 compagnie di fanteria o squadroni blindati.

Meglio di niente si dirà. Per l’operazione Serval sono affluite verso il Mali unità già presenti in Ciad, Costa d’Avorio e Senegal, sufficienti a formare un gruppo tattico ad hoc, sostenuto dalle forze speciali del COS (Comando per le Operazioni Speciali) e dai velivoli dell’Armée de l’Air. Un insieme che è riuscito a frenare l’avanzata jihadista e a mettere in sicurezza migliaia di connazionali e stranieri. In Repubblica Centrafricana è avvenuto più o meno lo stesso.

Qui il mix iniziale era formato da un distaccamento del dispositivo Boali, già presente nel Paese con 400 uomini, 20 blindati VAB e altrettanti camion logistici, da elementi provenienti da Libreville, N’Djamena e, successivamente da Gibuti, subito comandati da uno stato maggiore dalle forze francesi in Gabon. Grazie a loro si è evitato il peggio. Ma la situazione in Centrafrica ha ripreso a deteriorarsi e, forse, l’operazione Sangaris è stata chiusa un po’ troppo avventatamente.

 

Il Triangolo dell’Oceano Indiano

Gibuti forma un continuum strategico ideale con le tre basi francesi negli Emirati Arabi Uniti e i possedimenti nella zona sud dell’Oceano Indiano. Similmente al Regno Unito e agli Stati Uniti, la Francia è legata alla Federazione emiratina da accordi di difesa attiva, imprescindibili per la sicurezza dello Stato. Uno sguardo rapido all’atlante mediorientale permette di evidenziare come gli EAU siano delimitati a nord dal Golfo arabo-persico, condiviso con l’Iran, a est dal sultanato dell’Oman, e a sud come a ovest dal deserto di Rub al Khali, comune all’Arabia Saudita.

Ma c’è un altro dettaglio della geografia fisico-politica che balza agli occhi. Attraverso la penisola del Musandam, gli EAU tagliano in due il territorio omanita, affacciandosi per 90 km sul Golfo dell’Oman. Una zona d’importanza strategica vitale, che garantisce alla piccola federazione emiratina uno sbocco diretto anche sull’Oceano Indiano, da cui discende l’imperativo categorico di proteggere due versanti marittimi di 1.329 km totali, resi più fragili da un territorio dalle frontiere desertiche. Parigi sta facendo oggi da mediatore nella strana crisi regionale con il Qatar. Ha forti interessi in tutta l’area e forze permanenti schierate nella Federazione.

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Ha una prima base alla Zayed military city, 65 km circa da Abu Dhabi, dove gli uomini del 5° reggimento corazzieri partecipano a esercitazioni regolari con le forze armate emiratine. I ‘corazzieri’ allineano uno squadrone di 15 MBT Leclerc, in dotazione anche agli Emirati, una compagnia di fanteria con 14 blindo da combattimento VBCI, 5 semoventi CAESAR e supporti. Qui le forze francesi dipendono dal comando per l’Oceano Indiano, l’Alindien, basato di recente nella base navale in acque profonde di Port Zayed, con una trentina di membri dello stato maggiore. Prima del 2011, l’Alindien disponeva di due fregate alla Réunion, di uno dei sette gruppi di commando della marina e di un Atlantique 2 a Gibuti, più le forze a rotazione.

Oggi ha anche una base aerea permanente ad al-Dhafra, capace di accogliere in teoria ben più dei 40 velivoli imbarcabili sulla portaerei Charles De Gaulle. Parliamo di un’infrastruttura chiave, partecipe dell’operazione Chammal nel “Sirak”, e sede dello squadrone 1/7 Provence, proteso su una regione traballante e strategica per i flussi petroliferi via Ormuz, finestra sul ricco e vituperato Iran.

Transall del Poitou

La base è estremamente protetta, coperta dalle batterie di Patriot emiratine e, presto, dagli antimissili di teatro THAAD. Sorge all’estremità orientale della zona d’interesse strategico prioritario di Parigi, in quel triangolo ineludibile fra Gibuti, gli Eau e l’Oceano Indiano, dove incrocia più stabilmente la portaerei De Gaulle. I francesi mostrano la bandiera e fanno diplomazia muscolare, in un’area ricchissima, che custodisce nei suoi forzieri il 55% delle riserve mondiali di petrolio, il 60% di uranio, l’80% dei diamanti, il 40% del gas e il 40% dell’oro.

Parliamo di una sea lane cruciale, sorta di trampolino talassocratico verso il cuore pulsante e dinamico del sud-est asiatico, nuovo centro del potere geopolitico mondiale a est del Rimland. La Francia c’è e i suoi punti d’appoggio nell’Oceano Indiano sono posizionati non lungi dalla rotta del Capo, da Suez, da Bab-el-Mandeb, da Hormuz, da Malacca e dalla Sonda, in uno scacchiere esteso per 3.000 km lungo l’asse Nord-Sud e largo oltre 2.000.

Le vie marittimo-commerciali che lo solcano sono in pieno fermento per le azioni di pirateria e per le prospettive aperte dalle mega-iniziative economiche cinesi di una via marittima della Seta per il XXI secolo nell’oceano Indiano e con l’omologa terrestre euro-asiatica, entrambe tese a massimizzare l’influenza di Pechino in Africa e in Europa. In fondo, l’espansione navale della marina cinese prelude alla conquista di spazi marittimi nelle blue water e al presidio permanente di zone che garantiranno una profondità strategica mai vista prima.

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In ballo ci sarà il predominio dell’Oceano Indiano, che spiega in buona parte anche le politiche di Pechino nel mar Cinese meridionale. Installandosi negli EAU, la Francia si è garantita una permanenza geostrategica regionale che compensa almeno in parte la mancanza di una seconda portaerei.

Come se non bastasse ha ampliato la rete quasi mondiale di punti d’appoggio sicuri per la sua Marina, che include oltre a Port Zayed, le Antille, la Guyana, la Réunion, la Nuova Caledonia e Gibuti. Frammenti dell’Impero che fu. Alcune delle sue vestigia sopravvivono tuttora nell’enormità dei domini marittimi francesi nell’Oceano Indiano del sud. Sì perché la Francia è uno stato dell’area, se solo si pensi al dipartimento di Mayotte, al dipartimento-regione della Réunion-Tromelin, e alle collettività delle Terre australi e antartiche francesi.

Parliamo di una superficie opulenta di risorse, estesa per 10.551 kmq e per oltre 2.640.000 kmq di zona economica esclusiva, rivendicata in parte dagli stati successori dell’Impero francese. Un caleidoscopio multietnico fatto di comunità eterogenee sotto il profilo geografico, culturale, storico e demografico. Tanto che Parigi mantiene un distaccamento della Legione Straniera a Mayotte (DLEM) e un contingente di 600 uomini a Pierrefond, nel sud dell’isola della Réunion, sorta di centro di gravità dei territori francesi nell’Oceano Indiano.

Sono forze di sovranità, ultima roccaforte della potenza francese. Le seconde, armate dal 2° Reggimento paracadutisti di fanti di marina, hanno una storia gloriosa. Rappresentano oggi l’ultimo reggimento di parà francesi basato stabilmente oltremare, dal 1965 nell’Oceano Indiano, e autore di blitz non più tanto recenti alle Comore, a Gibuti e in Ruanda.

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Oggi, la loro missione principale è di puntellare i distaccamenti delle due isole di Juan de Nova e Europa, proprio come il DLEM fa per le isole Gloriose, aree ricche di fauna, flora, risorse ittiche e idrocarburi, che la Francia non intende cedere a nessuno. Sembra aver anzi individuato nell’isola della Réunion l’hub di riferimento ideale per la trasformazione delle risorse petrolifere e delle materie prime dell’area. Parigi tiene strette in pugno anche le Terre australi nelle acque subantartiche, dove controlla gli arcipelaghi di Kerguelen, Crozet e le isole San-Paolo e Amsterdam, dall’enorme potenziale economico.

Un’area fondamentale anche per la corrente circumantartica, chiave degli scambi termici sub-planetari. Oggi si sa che il flusso antartico muove in senso orario, attraversando il Mare di Weddel, la Baia di Prydz, la Terra di Adélie e il Mare di Ross, inabissandosi in profondità e risalendo verso il Kerguelen Plateau, nell’Oceano Indiano meridionale.

È una corrente che avanza a velocità di 20 cm al secondo, trasportando non meno di 12 milioni di m3 di acque gelide (0,2° C), ricchissime in sale, ossigeno e risorse ittiche. Per ora, nelle Terre australi ci sono solo basi di esplorazioni e studi scientifici. Ma, con l’eventuale scioglimento dei ghiacci potrebbe aprirsi una nuova corsa all’oro, l’ultimo del pianeta. La Francia, ovviamente, ha già piantato la sua bandiera.

Foto EMA/France Defense, AP e AFP

Francesco PalmasVedi tutti gli articoli

Nato a Cagliari, dove ha seguito gli studi classici e universitari, si è trasferito a Roma per frequentare come civile il 6° Corso Superiore di Stato Maggiore Interforze. Analista militare indipendente, scrive attualmente per Panorama Difesa, Informazioni della Difesa e il quotidiano Avvenire. Ha collaborato con Rivista Militare, Rivista Marittima, Rivista Aeronautica, Rivista della Guardia di Finanza, Storia Militare, Storia&Battaglie, Tecnologia&Difesa, Raid, Affari Esteri e Rivista di Studi Politici Internazionali. Ha pubblicato un saggio sugli avvenimenti della politica estera francese fra il settembre del 1944 e il maggio del 1945 e curato un volume sul Poligono di Nettuno, edito dal Segretariato della Difesa.

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