Belgrado: 800 “foreign fighters” per l’Isis da Bosnia e Kosovo

Roma, 5 nov. (askanews) - "Fuga di massa" in Siria dei jihadisti dello Stato Islamico (Isis) da Ana, cittadina a 190 chilomteri a ovest del capoluogo della provincia irachena al Anbar che era ancora controllata dal Califfato. A riferirlo sono media locali.

"Nelle ultime ore e fino alla mattina di oggi (sabato) nella cittadina di Ana controllata da Daesh (aconomio in arabo dell'Isis) è stata registrata una fuga di massa di elementi dell'organizzazione con loro familiari verso la città di al Qaim" valico sulla frontiera irachena con la Siria, ha detto oggi raji Barakat membro del Consiglio provinciale di al Anbar citato dal quotidiano panarabo al Quds al Arabi,.

"Gli elementi fuggiti sono stranieri di varie nazionalità ma anche iracheni ed arabi", ha spiegato il consigliere aggiungendo che "la fuga è avvenuta dopo che i terroristi hanno fatto esplodere gli edifici governativi e saccheggiato quanto trovato all'interno degli uffici ma anche in numeorse abitazioni, negozi e fabbriche".

Lo stesso consigliere ha spiegato che le forze governative "erano in procinto di lanciare un'offensiva" per la liberazione della citatdina controllata dagli uomini del Califfato dall'estate del 2014,

Circa 800 persone provenienti dai Balcani occidentali si sono uniti finora alle formazioni dello stato islamico in Medioriente. Lo ha detto il ministro dell’interno serbo Nebojsa Stefanovic (nella foto siotto), secondo il quale gran parte dei combattenti islamici provengono da Bosnia-Erzegovina e Kosovo.

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Parlando a una conferenza sui temi della sicurezza a Soci, in Russia, Stefanovic – citando dati di Europol – ha osservato che i terroristi hanno creato apposite reti finanziarie che consentono loro di sostenersi in modo autonomo.

I Balcani occidentali, ha detto il ministro serbo, sono una importante area di reclutamento di terroristi e combattenti nelle file dell’Isis in Siria e Iraq.

Nel luglio 2017 citando il Centro per gli studi sulla sicurezza di Prishtina rese noto che erano 316, comprese 40 donne, gli estremisti islamici kosovari recatisi a combattere a fianco delle formazioni jihadiste in Siria e Iraq.

Un numero consistente se si considera che il Kosovo ha meno di 2,3 milioni di abitanti, tutti di religione islamica sunnita se si escludono gli ultimi 120 mila serbi residenti.

Roma, 3 lug. (askanews) - Sono oltre 36mila, tra morti e feriti, le vittime del terrorismo in Iraq nel 2014. Il bialncio di sangue, ad un anno dalla nascita dello Stato Islamico (Isis) autoproclamatosi il 29 giugno 2014, lo ha reso noto con un rapporto il ministero dei Diritti dell'Uomo iracheno. Oltre i morti e i feriti, il ministero ha censito anche altri danni provocati dalla furia distruttrice degli uomini del Califfato come la distruzione di ben 201 moschee e della fuga di circa mezzo milione di famiglie dalle province controllate dai Jihadisti: Ninive, al Anbar e Salhuddine. "Il numero dei morti nel corso dell'anno scorso in tutte le province irachene ad eccezzione di Ninive, Salhuddine e al Anabr (quelle controllate dall'Isis, ndr) e la regione autonoma del Kurdistan è stato di 4722 persone uccise mentre quelle ferite sono state in 28.525", ha detto il ministero iracheno in un comunicato diffuso oggi. Pesante anche il bilancio delle vittime tra gli uomini dei media. Secondo i dati del ministero, dal 2013 al 2014 sono stati uccisi 406 giornalisti, "14 dei quali trucidati nel 2014". Tributo di sangue anche tra i magistrati che nel corso dell'anno appena passato hanno perso "sei giudici uccisi dai terroristi". Nel rapporto del ministro viene censito anche il numero dei luoghi di culto musulmani distrutti dagli islamisti del Califfato; secondo i dati della Sovraintendenza sunnita dalla nascita dell'Isis a giugno ad oggi nelle zone controllate dagli uomini del Califfo Abu bakr al Baghdadi "sono stati colpiti 201 moschee". Ed infine stando ai dati del ministero della Migrazione, "nel 2014 sono state 493.990 le famiglie che sono fuggite dalle proprie province" a causa della violenza.

Quasi un anno or sono erano 117 i foreign fighters che avevano fatto ritorno in patria mentre molti sarebbero morti in battaglia.

Il Kosovo, secondo le statistiche, figura ai primi posti per numero di foreign fighters islamici in rapporto alla popolazione.

Sono invece 49 i serbi andati a combattere con le formazioni dello Stato islamico in Siria e Iraq, come rivelò sempre l’estate scorsa a Belgrado lo stesso ministro Stefanovic. “Alcuni sono morti, altri sono ancora là”.

Sempre nel luglio scorso il numero di 800 combattenti dell’Isis provenienti dai Balcani Occidentali era emerso dal Rapporto TESAT (Terrorism Situation and Trend report) dell’Interpol (che includeva anche l’Albania) citato nel reportage da Sarajevo sul radicalismo islamico nei Balcani realizzato per Analisi Difesa da Luca Susic.

Foto Tanjug e Stato Islamico

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