Elicitazione, interrogatori e torture: approcci diversi per l’intelligence

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A fine aprile, a Roma, STAM Strategic & Partners Group Ltd in collaborazione con Phoenix Consulting Group LLC e DynCorp International LLC ha organizzato un accattivante evento sulle Tecniche di ”Counter-Elicitation”. Un corso che, tenuto da istruttori d’eccezione, ha consentito ai partecipanti di acquisire e/o perfezionare le proprie conoscenze, capacità ed esperienze in due singolari aspetti della HUMINT (HUMan INTelligence): elicitazione e controelicitazione.

Oltre agli interessanti contenuti, è stato possibile aprire una parentesi sulle enhanced interrogations (tecniche di interrogatorio rafforzate) e torture finalizzate all’ottenimento d’informazioni. Un nervo ancora scoperto, decisamente attuale negli Stati Uniti e non solo. La fresca nomina del nuovo direttore della CIA, Gina Haspel è stata infatti accompagnata da un acceso dibattito sui suoi controversi trascorsi professionali, atti o meno a precluderle il più alto scranno di Langley.

 

Corso di Tecniche di  “Counter-Elicitation”

Dal 26 al 29 aprile, presso la sala conferenze dell’Occidental Aurelia Hotel di Roma, si è tenuto il corso Tecniche di ”Counter-Elicitation” applicate all’Intelligence Governativa e delle Corporate come mezzo di contrasto ad interferenze illecite di matrice terroristica e criminale. Il merito e l’impeccabile organizzazione vanno alla professionalità e lungimiranza di Gianpiero Spinelli, Gianluca Sciorilli ed agli altri membri della STAM Strategic & Partners Group LTD.

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Società londinese con diverse rappresentanze in Sudamerica, la STAM si occupa di soluzioni tecnologiche innovative e servizi connessi alla sicurezza – operazioni marittime, aeree e terrestri, intelligence, tecnologia e formazione – a livello globale.

Per quanto riguarda la docenza, sono “saliti in cattedra” James Pyle e Clifford Ruggles, ex 97 E (97 Echoes, interrogatori dello U.S. Army) dalla pluriventennale esperienza, sia sul campo che come istruttori di tecniche d’interrogatorio. L’aver partecipato a numerose operazioni degne di Hollywood, tenuto corsi, scritto libri e brevettato perfino un simulatore elettronico di linguaggio per gli interrogatori ne attesta l’inestimabile competenza. Essi fanno parte della Phoenix Consulting Group LLC, operante da oltre 15 anni nella formazione in ambito d’intelligence, nonché società controllata del colosso americano Dyncorp International LLC. Per quanto riguarda DynCorp, credo non servano presentazioni

Tra i partecipanti, oltre ad una nutrita schiera di operatori delle Forze dell’Ordine (Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato; reparti speciali inclusi!) erano presenti funzionari dell’ambasciata americana, docenti universitari, giuristi, dirigenti della sicurezza privata e dell’industria della difesa, il giornalista di Analisi Difesa autore di questo articolo e semplici appassionati. Una platea variegata che ha potuto confrontarsi positivamente e con entusiasmo, promuovendo un’importante sinergia tra sicurezza pubblica e privata – intesa anche come privati cittadini.

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Alla fine delle lezioni teoriche, intervallate da interessantissimi aneddoti professionali dei docenti e “compiti” assegnati ai corsisti –  carpendo informazioni da sconosciuti durante il tempo libero, si sono svolte due esercitazioni finali.

Oltre alla professionalità degli insegnanti, ciò che ha colpito maggiormente è stato il loro carisma, semplicità e modestia; in particolare l’utilizzo di errori personali sul campo riportati a scopo didattico con l’umiltà, come ha detto giustamente Spinelli, “di chi realmente ha fatto”.

Parallelamente al corso, si sono tenuti altri due eventi: la presentazione del libro di Spinelli, “Che cosa fare in caso di attacco terroristico”, recensito dal sottoscritto per Analisi Difesa, e la presentazione di Eagle Sky Light, società bolognese specializzata nella ricerca ed utilizzo di piattaforme a pilotaggio remoto. Nella fattispecie, il drone filoguidato Aquila 100 che, come indicato dall’acronimo S.H.A.I., viene impiegato per supportare le attività degli organi di Stato in tema di Sicurezza, Homeland security, Antiterrorismo ed Intelligence.

 

Elicitazione e Controelicitazione

L’elicitazione consiste nel carpire informazioni da una persona, durante una conversazione, senza che se ne renda conto. Seppur con finalità diverse, questo approccio è molto più diffuso di quanto si possa pensare. Chiunque abbia organizzato una festa a sorpresa o cercato di scoprire cosa regalare ad un amico ha dovuto raccogliere informazioni senza insospettire il festeggiato, analizzarne abitudini, gusti, bisogni ecc. Sostanzialmente, questa è elicitazione…

Per elicitare si possono impiegare numerose tecniche più o meno elaborate, rivolte direttamente alla persona-obiettivo o a terzi. Impiegabili ovunque e con qualunque mezzo: per strada, al bar, in un centro commerciale, al telefono, su internet e social ecc. Possono coinvolgere uno o più elicitatori appartenenti a servizi segreti, competitors aziendali, giornalisti o semplicemente chiunque abbia particolari interessi. Insomma, un metodo innocuo, facilmente dissimulabile, negabile ed efficace quello dell’elicitazione.

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Le persone sottoposte a domande dirette attivano tutta una serie di meccanismi di autodifesa; compito degli elicitatori è far abbassare tali difese e farsi raccontare cose che, generalmente, non verrebbero mai rivelate a degli sconosciuti. Ciò avviene sfruttando particolari dinamiche naturali o culturali che personale addestrato sono in grado di comprendere ed utilizzare contro le proprie “vittime”.

Dalla gentilezza e disponibilità verso sconosciuti al bisogno di apparire informati, preparati, apprezzati o ammirati. Dall’atavica inclinazione al gossip, alla bramosia di correggere affermazioni errate, alla necessità di confidarsi o, semplicemente, dopo aver bevuto più del solito. Il tutto sottostimando ciò che gli altri sanno di noi, il valore delle informazioni che riveliamo e l’onestà di chi intavola un – apparentemente banale –  discorso con noi.

E così, come racconta Cliff Ruggles, agenti dell’Intelligence di altri Paesi gli hanno spesso confidato segreti perché lo ritenevano una persona di fiducia; oppure suoi studenti che, chiacchierando del più o del meno, hanno ottenuto il pin del bancomat di una commessa durante le esercitazioni.

Quando i tentativi di elicitazione risultano troppo scontati possono esser facilmente svelati ed attuate precise contromisure: ed ecco la controelicitazione!

Esiste tutta una serie di artifizi comportamentali atti a sganciarsi discretamente dalla presa dell’elicitatore, senza che capisca – evidentemente, perlomeno – di esser stato scoperto. In tal caso si dovrebbe cercare di rispondere il meno e quanto più evasivamente possibile, abbandonando gradualmente la conversazione fingendo di esser in ritardo per qualcosa, di ricevere una telefonata oppure andando in bagno per poi tornare e riprendere il discorso da un altro punto.

 

Interrogatori

A seconda delle circostanze, all’elicitazione può seguire l’interrogatorio; sia come passo successivo – una volta elicitato, un soggetto può esser fermato ed interrogato – o complementare – tra le domande dirette di un interrogatorio si possono inserire tecniche di elicitazione.

Secondo la dottrina americana moderna, l’interrogatorio è definito come “l’arte di indagare ed esaminare una fonte per ottenerne la maggior quantità di informazioni fruibili […] ed affidabili, legalmente e nel minor tempo possibile. […]”

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Durante la lezione di James Pyle sono emerse ulteriori caratteristiche: si tratta di un processo vecchio quanto il mondo, di un’arte, di una scienza, di una disciplina e fulcro su cui poggia la raccolta d’intelligence. Perciò, l’approccio migliore da utilizzare è quello di mostrare la curiosità tipica di un “bambino di 2 anni”, porre le giuste domande – le cosiddette 5 W del giornalismo, evitando domande dicotomiche – e concentrarsi sul follow-up (seguito), senza timore di ripetere più volte le stesse domande per raggiunger la più ampia comprensione su persone, luoghi, cose ed eventi nel tempo relativi ad una vicenda.

L’interrogatorio di prigionieri come forma di intelligence ha origini antichissime. Nella battaglia di Qadesh, la prima ad esser documentata nella storia, le forze del faraone egiziano Ramsess II riuscirono ad evitare una grossa imboscata interrogando dei prigionieri ittiti.

Antoine Henri Jomini, generale svizzero del XIX secolo descrisse l’interrogatorio come uno delle più affidabili fonti d’informazione sul nemico, mentre durante la Guerra di Secessione americana, l’interrogatorio dei prigionieri era un’attività così delicata da esser affidata ad ufficiali di grado elevato come gli stessi generali McClellan, Meade o Sheridan.

Insomma, da quando sono stati catturati prigionieri ci si è interrogati su come farli parlare! L’approccio più diffuso è sempre stato quello di “prima generazione”, della coercizione fisica e/o psicologica. Durante il Medioevo e con le Inquisizioni italiana e spagnola si è raggiunto il massimo “splendore” con innumerevoli ed elaborate tecniche di tortura.

Gli interrogatori di “seconda generazione” o tecniche moderne si sviluppano invece a partire dalla fine del 19° secolo.

David Kahn, studioso d’intelligence militare parla di una grossa evoluzione nel ruolo degli interrogatori. Per i primi 4.000 anni di storia militare, l’intelligence fisica (osservazione ed analisi delle cose) ha fornito la stragrande maggioranza delle informazioni. Dalla Prima guerra mondiale si è passati invece all’intelligence verbale (derivata dalle parole), sviluppando veri e propri programmi di interrogatorio basati, stavolta, sull’instaurazione di un rapporto di fiducia invece che sulla coercizione.

Approcci che diedero grandi risultati grazie a due formidabili interrogatori: Hans Joachim Scharff e Sherwood Ford Moran.

Nonostante ciò, l’utilizzo di tali tecniche ha subito un relativo arresto in seguito alla Seconda guerra mondiale. Quando nel post-11 settembre è ritornato l’interesse per i metodi d’interrogatorio, gli stessi si sono ritrovati “sporcati” da uno studio eccessivo delle metodologie dei regimi comunisti della Guerra fredda, in cui l’intelligence non era lo scopo principale.

Gli interrogatori possono esser infatti suddivisi in tre tipologie a seconda della finalità:

1) ottenere informazioni;

2) convertire/rieducare

3) piegare la volontà.

Gli interrogatori delle Forze Armate statunitensi sono rientrati quasi sempre nella prima categoria; quelli sovietici sono stati invece maggiormente orientati alla propaganda, portando i prigionieri ad azioni o dichiarazioni che diversamente non avrebbero mai fatto.

 

Hans Joachim Scharff e Sherwood Ford Moran: insuperabili interrogatori

 Conosciuto dagli americani come “Faccia da Poker” o “Faccia di Pietra”, Hans Joachim Scharff (video) ottenne i suoi formidabili risultati attraverso la comprensione dello stato mentale del prigioniero di guerra; ciò che lui stesso chiamava “psicosi del filo spinato”: quel senso di colpevolezza provato dal prigioniero per esser sopravvissuto e non dover più combattere, a differenza dei suoi commilitoni.

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Il tutto condito con estrema cortesia e disponibilità. Invece di obbligarli o persuaderli con prostitute e alcool, Scharff ed il suo staff portavano i prigionieri al cinema, a far passeggiate nei boschi o a bere tè e caffè. Ogni aviatore catturato veniva portato al centro interrogatori della Luftwaffe, ad Oberusel dove poteva esser interrogato in tutta tranquillità, secondo tre fasi.

Nella prima venivano fatti sentire a proprio agio, rilassandosi e chiacchierando del più e del meno. Ricevevano sigarette, riviste americane, abiti civili in un ambiente quanto più famigliare possibile, per far abbassare loro la guardia. Nella seconda, Scharff passava “all’attacco” cercando di far rivelare loro qualunque informazione, senza che se ne rendessero conto. Infine, compilava un’accurata analisi da consegnare ai propri superiori.

L’interrogatore tedesco era supportato da un ufficio che raccoglieva i fatti salienti, fotografie e dettagli della quotidianità delle basi nemiche. In questo modo potevano creare nei prigionieri l’illusione del “sappiamo già tutto” e che, quindi, fosse inutile mentire o tacere. La chiave del successo di Scharff stava nel non esser mai ricorso alla coercizione, non aver mai lasciato trasparire ciò che voleva sapere – i prigionieri ritenevano spesso di non avergli mai rilevato nulla d’importante, nonché una cortesia ed una padronanza della lingua inglese che gli americani non erano stati addestrati ad aspettarsi.

L’altro interrogatore di successo fu Sherwood Ford Moran. Missionario per molti anni in Giappone, dopo Pearl Harbour decise di arruolarsi nei Marines – all’età di 56 anni – mettendo a disposizione dello Zio Sam la sua profonda conoscenza della cultura giapponese. La sua tecnica si basava essenzialmente sulla consapevolezza che i prigionieri disponevano solamente d’informazioni limitate; pertanto, si concentrava su piccoli ed insignificanti dettagli per poi metterli insieme ed ottenere quadri più ampi sul nemico.

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Per Moran ogni prigioniero era essenzialmente un uomo che, catturato e disarmato, non rappresentava più un nemico. Mostrava pietà e cercava di esser quanto più sincero nei suoi confronti. Conoscendone perfettamente lingua, cultura e storia poteva instaurare facilmente dei rapporti. A coloro che rifiutavano di collaborare, riusciva ad inculcare un tale senso di colpa per la loro diffidenza da farli sentire in obbligo di raccontargli anche più del previsto. Moran diceva che ogni prigioniero aveva una storia da raccontare ed il suo compito era creare quell’atmosfera che gli permettesse di farlo. Perciò metteva i prigioni a proprio agio, si preoccupava delle loro condizioni di salute, che fossero tratti bene, sfamati e dissetati ecc. Il tutto carpendo informazioni, senza focalizzarsi troppo e sistematicamente su ciò che voleva realmente sapere.

 

Tecniche di Enhanced Interrogations

Il termine  “tecniche rafforzate d’interrogatorio” è un eufemismo per definire il programma di torture di CIA, DIA ed altre agenzie d’intelligence o delle Forze Armate americane dopo l’11 Settembre.

George W Bush...President George W. Bush, delivers his farewell address to the nation, from the East Room of the White House, defending his tenure and arguing that he followed his conscience and always acted in the best interests of the nation, Thursday, Jan. 15, 2009, in Washington. (AP Photo/Manuel Balce Ceneta)

Il 17 settembre 2001 il presidente Bush ha autorizzato la CIA ad uccidere o catturare sospetti membri di al-Qaeda, nonché a creare strutture di detenzione ed interrogatorio in giro per il Mondo (Guantánamo, Abu Grahib ecc.). Dopo qualche mese ha dichiarato anche l’inappicabilità delle Convenzioni di Ginevra ai prigionieri della Guerra al terrore. Nel frattempo, la CIA ha proposto delle tecniche rafforzate d’interrogatorio che, approvate dal Dipartimento di Giustizia, sono state ben presto adottate anche dai militari.

Tuttavia, con lo scandalo di Abu Grahib viene promulgata la Legge sul Trattamento dei Detenuti che proibisce l’impiego di “trattamenti o punizioni crudeli, inumane o degradanti” nei confronti di chiunque sottoposto alla custodia del Governo degli Stati Uniti. Inoltre la Corte Suprema stabilisce che l’articolo 3 della Convenzione di Ginevra debba applicarsi anche ai prigionieri della Guerra al terrore.

Dopo due giorni dall’assunzione della carica, il presidente Obama ha firmato a sua volta un ordine esecutivo decretante che gli interrogatori condotti da personale statunitense all’estero fossero regolati dal Manuale da Campo dell’Esercito.

Nel 2012 la Commissione Intelligence del Senato ha approvato un report  – disponibile solo parzialmente  – in cui, oltre ad indicare che non avevano contribuito all’ottenimento di informazioni utili, descriveva accuratamente le tecniche d’interrogatorio della CIA.

Tecniche che gli americani avevano elaborato basandosi sulle tecniche di sopravvivenza, evasione, resistenza agli interrogatori e fuga – conosciute come SERE – a cui venivano addestrati piloti e forze speciali. Tra di esse vi erano insulti, nudità ed umiliazioni varie, finte minacce ed esecuzioni, posizioni di stress, intimidazioni con cani addestrati, schiaffeggi, strattoni, spinte a terra o contro il muro, confinamenti in luoghi angusti — in casse o armadietti anche fino a 18 ore, manipolazioni nutrizionali ed alimentazioni rettali, privazione del sonno  — anche fino 180 ore, bagni di acqua ghiacciata e waterboarding.

 

Il Waterboarding

Tra le tecniche di enhanced interrogations utilizzate dalla CIA, la più controversa resta indubbiamente il waterboarding. Una tecnica che, con numerose varianti, è stata adottata nei secoli in numerosi Paesi e contesti. Le sue origini risalirebbero al 1500, con l’introduzione da parte dell’Inquisizione spagnola del cosiddetto tormento del agua o toca.

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Sostanzialmente, ad un prigioniero legato e steso su di una tavola di legno viene rovesciata sul volto dell’acqua, ad intermittenza, per provocare una sensazione d’annegamento. La CIA copriva anche la faccia delle vittime con una salvietta o del cellophane per massimizzarne gli effetti, causando attacchi isterici notevoli. Chris Sampson, sottopostosi volontariamente per un documentario della BBC, riuscì a resistere solo 18 secondi. In quegli istanti avrebbe ammesso od obbedito a qualunque cosa pur d’interrompere il supplizio: essere membro di al-Qaeda, un assassino, un attentatore.

Dei tre detenuti che la CIA ha ammesso di aver sottoposto a waterboarding, Abu Zubaydah l’ha subito 83 volte, mentre Khalid Sheick Mohammed 183 volte, di cui ben 65 tra il 12 e 13 marzo 2003.

In un’intervista del 2016, il senatore Ted Cruz disse sul waterboarding: “[…] Per la legge, la tortura è un dolore straziante che equivale alla perdita di organi ed apparati. […]  E’ una tipologia d’interrogatorio rafforzata, vigorosa, ma non rientra nella definizione riconosciuta di tortura.”

Non essendo contemplato nel Manuale da Campo dell’Esercito, il waterboarding risulta una pratica illegale. Tuttavia, non riconosciuto come tortura, basterebbe un’autorizzazione presidenziale per reintrodurlo, come avvenne con Bush e come vorrebbe fare Trump.

Ciononostante esista un ampio consenso internazionale sul considerarlo tortura a tutti gli effetti. Una tortura considerato una violazione dell’articolo 5 della dichiarazione Universale dei Diritti Umani e della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il waterboarding era già illegale in passato.

Durante le guerra ispano-americana, nelle Filippine era utilizzata dalle truppe americane la “cura dell’acqua”; una versione più dura e spesso letale di quella odierna. Il Tribunale Militare Internazionale per l’Estremo Oriente ha accusato i giapponesi di aver utilizzato sistematicamente questa tecnica d’interrogatorio, mentre ai tempi del Vietnam la fotografia di un soldato americano che vi sottoponeva un nordvietnamita creò notevole scandalo.

Il waterboarding è ritornato in uso negli Stati Uniti dopo l’11 Settembre su indicazione di due ex psicologi delle Forze Armate, incaricati dalla CIA di assistere agli interrogatori di detenuti di elevato profilo.

 

La  tortura funziona?

Il dibattito sull’efficacia della tortura nell’ottenere informazioni tiene ormai banco dalla notte dei tempi, scomodando anche personaggi storici illustri che, nella stragrande maggioranza dei casi, ne hanno contestato l’utilità. Cesare Augusto creò una legge che proibiva la tortura come forma di interrogatorio, così come papa Nicola I nel 866 d.c. e Federico II di Prussia nel 1740. Cesare Beccaria, in Dei delitti e delle pene, espresse parole di dura condanna. Napoleone Bonaparte considerava “l’osservare e conversare gentilmente con i prigionieri il miglior metodo per interrogarli”. Più recentemente vi si sono opposti il segretario alla Difesa, James Mattis dichiarando ripetutamente: “datemi un pacchetto di sigarette ed un paio di birre, e farò di meglio,” rispetto a waterboarding e compagnia bella.

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A perorare l’inutilità della tortura vi sono anche numerosi addetti ai lavori e perfino vittime. Glenn Carle, ex agente CIA ed autore di The Interrogator, sostiene che la “tortura non funziona, è illegale ed i professionisti […] che sanno di cosa stanno parlando avendola provata in prima persona hanno riportato che le tecniche d’interrogatorio rafforzate minano il successo operativo.

Gli fa eco James J. Angleton, capo della counterilligence della CIA dal 1954 al 1974, definendo il ricorso alla tortura “controproduttivo” all’ottenimento di informazioni. Inoltre, “il ricorso a tali tecniche da parte di un interrogatore significa mancanza di capacità e pazienza” sostiene John Groseclose, miglior interrogatore del Dipartimento della Difesa nel 2003. Addirittura Mark Fallon, ex capo della counterintelligence in Europa e Medioriente del NCIS ha indicato come la tortura possa portare informazioni false e pericolose: quando Colin Powell denunciò alle Nazioni Unite presunte relazioni tra al-Qaeda e Saddam Hussein, lo fece sulle base d’informazioni ottenute da Ibn al-Shaykh al-Libi, sottoposto a tortura per 17 ore.

Il senatore repubblicano John McCain, prigioniero dei nordvietnamiti per oltre 5 anni si è sempre opposto alla tortura dichiarando che […] l’abuso di prigionieri produrrà più pessime notizie che intelligence. […] le vittime di torture […] racconteranno qualunque cosa i carcerieri vorranno sentirsi dire pur di fermare le proprie sofferenze.

Jack Fellowes, suo compagno di cella aggiunge: “più [i nord vietnamiti ci colpivano]  più noi gli tenevamo testa… […] se ci avessero trattato bene cosa avremmo fatto? Credo che avrebbero ottenuto decisamente più informazioni.”

In situazioni di stress e dolore estremo (sia fisico che psicologico), i processi cognitivi iniziano a crollare, alterando le performance di memoria ed ingenerando ricordi confusi o distorti.

Inoltre, per interrompere il supplizio a cui sono sottoposti, i prigionieri risponderanno in qualunque modo, anche in mancanza di informazioni utili e reali. Subentra pertanto un approccio di obbedienza invece che di cooprazione, generando intelligence non fruibile.

A tali argomentazioni, i sostenitori delle tecniche d’interrogatorio rafforzate hanno risposto citando alcuni risultati positivi: almeno 8 casi in cui hanno consentito di salvare vite umane.

Diversi ex funzionari dell’amministrazione Bush hanno attribuito loro anche il merito del blitz di Abbottabad ed uccisione di Bin Laden. Recentemente, l’ex vice presidente Dick Cheney ha dichiarato che bisognerebbe riattivare le enhanced interrogations.

Tuttavia, il maggior sostenitore di un approccio più risoluto era Dan Mitrione, inquisitore della CIA in America Latina tra gli anni 60 e 70: “Il giusto dolore, nel momento giusto, nella quantità giusta, per l’effetto desiderato”. Ma attenzione: “Prima di tutto, devi esser efficiente. Devi arrecare solo il danno strettamente necessario, non un millimetro in più. Dobbiamo controllare il nostro temperamento in ogni caso. Si deve agire con l’efficienza di un chirurgo e la perfezione di un artista”. Una professionalità la sua che gli causerà rapimento ed esecuzione da parte dei guerriglieri Tupamaros nel 1970.

 

Etica e Morale

La tortura, oltre alla violazione di leggi, implica questioni etiche e morali. Essa abbassa il livello morale dei perpetratori agli occhi del mondo e crea più nemici di quelli che riesce ad eliminare. E’ lo strumento di un impero del male come il Terzo Reich, l’Unione Sovietica o di un’odierna Corea del Nord; non di una democrazia americana, non di “una splendente città sulla collina”.I migliori metodi di interrogatorio sono quelli che, oltre alle informazioni, possono esser adottati alla luce del sole.

Le forze armate – americane e non solo – si sono spesso abbandonate all’utilizzo di varie forme di tortura, giustificandosi con il cosiddetto “ticking time bomb scenario” (ticchettio della bomba ad orologeria).

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Nel 2001 il generale francese Paul Aussaresses, funzionario d’intelligence durante le Guerra franco-algerina disse: “immaginate per un istante di esser strenui oppositori della tortura e di aver arrestato qualcuno inequivocabilmente implicato nella preparazione di un attentato. Che questi rifiuti di parlare e che l’attentato si compia. Cosa direste ai genitori delle numerose vittime e mutilati sul fatto di non aver utilizzato ogni mezzo per farlo parlare?

Mentre in Iraq il numero dei soldati americani uccisi cresceva di giorno in giorno, si propose d’intervenire “togliendosi i guanti” nel trattare i prigionieri.

Il maggiore Nathan Hoepner rispose: “Prima di “toglierci i guanti” dobbiamo fare un respiro profondo e ricordare chi siamo. […] Abbiamo subito perdite in ogni Guerra che abbiamo combattuto […] Ciò non può in nessun modo giustificare l’abbandono dei nostri ideali. […] Siamo soldati americani, eredi di una lunga ed onorata tradizione. […] L’adesione a certi standard morali è più importante di vincere semplicemente una battaglia.”

Ciò che è successo ad Abu Grahib, come sostenuto dagli investigatori, non è stato causato direttamente dalle tecniche di interrogatorio rafforzate, bensì da deprecabili abusi degenerati fino al sadismo e violenza sessuale. Tuttavia esse hanno rappresentato una grande sconfitta strategica per gli Stati Uniti: perdita di credibilità internazionale –  soprattutto nel mondo arabo, rafforzamento dell’insurrezione irachena con afflusso di nuovi combattenti, un maggior numero di vite amiche perse rispetto a quelle che si intendeva salvare e perfino un crollo al di sotto del 50% del supporto del popolo americano.

 

 A cosa serve allora la tortura?

 Se la tortura risulta inadatta all’ottenimento d’intelligence fruibile, essa è molto efficace nell’annientamento di chi vi è sottoposto.

I sovietici eccellevano in tale “arte” perché avevano capito la sua vera funzione. Dopo aver cacciato i Nazisti dalla Polonia, rimanendo nel Paese, dovettero ben presto affrontare un nuovo nemico: la resistenza polacca. Mosca inviò la polizia segreta con il compito di piegare corpo e spirito degli insorti, distruggendo la loro immagine anche agli occhi della società. E così ci si abbandonò a metodi di tortura brutali – venivano utilizzate ben 49 tecniche diverse, processi farsa, confessioni pubbliche ed esecuzioni. I partigiani polacchi ne erano così terrorizzati che, piuttosto di farsi catturare e torturare, preferivano morire sul campo o suicidarsi.

La tortura risulta quindi un ottimo sistema per diffondere il terrore e l’obbedienza. A tal fine non va tenuta segreta, bensì pubblicizzata. L’hanno ben imparato gli iraniani che mandano gli oppositori alla prigione di Evin, i nordcoreani al Campo 22 oppure i siriani nella prigione di Tadmor per sottoporli a tortura.

 

Gina Haspel: una direttrice “presentabile”?

L’annuncio presidenziale della nomina di Gina Haspel a direttrice della CIA ha suscitato immediato scalpore. Non tanto perché la prima donna a guidare la Central Intelligence Agency, ma per il ruolo avuto nel controverso programma di extraordinary renditions – almeno 136 individui segretamente rapiti, detenuti ed interrogati dalla CIA con il coinvolgimento di ben 54 governi –e la distruzione di parte delle relative prove.

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Nell’ottobre 2002 la Haspel era a capo della prigione clandestina chiamata “Occhio di Gatto,” in Tailandia. Sotto la sua supervisione sarebbero stati interrogati e torturati sospetti terroristi di al-Qaeda. Inoltre, secondo il New York Times, nel 2005 la Haspel avrebbe spinto per la distruzione di ben 92 video di enhanced interrogations, in cui apparivano numerosi episodi di waterboarding.

Un medico della Riserva della Marina americana, dopo aver effettuato delle valutazioni mediche su di un prigioniero sottoposto agli interrogatori, si è rivolto al senatore Mark Warner, vice direttore della Commissione Intelligence del Senato chiedendogli di opporsi alla nomina della Haspel.

Scoppiato lo scandalo, la Haspel ha scritto una lettera con cui, pur dichiarando che le extraordinary renditions abbiano danneggiato l’immagine degli Stati Uniti davanti al Mondo intero, ha continuato a difenderne l’efficacia dei risultati ottenuti, senza condannare i responsabili.

Tali dichiarazioni, sufficienti a far cambiare idea a Warner, risulterebbero senza senso per molti: la Haspel è una così accanita sostenitrice e protettrice di lungo corso del programma che il senatore repubblicano Rand Paul l’ha definita una “cheerleader  del waterboarding”. La CIA ha inoltre cercato di ostacolare l’accesso ad alcune informazioni sensibili sulla carriera della direttrice, rilasciandone altre mirate a lucidarne l’immagine.

Nonostante il rischio di perdere la nomina, Gina Haspel è stata confermata come direttrice della CIA per 54 voti a 45 al Senato ed il 21 maggio ha giurato ufficialmente.

 

Qualche considerazione

 Il corso organizzato da STAM Strategic & Partners Group Ltd, primo nel suo genere in Italia, è stato fortemente voluto da Gianpiero Spinelli, da sempre molto sensibile alle tematiche della sicurezza ed antiterrorismo. Ben consapevole che la mera militarizzazione del territorio non sia assolutamente sufficiente a contrastare una minaccia sempre più globale, molecolare ed infima come quella a cui siamo costantemente sottoposti, Spinelli, pur essendo un uomo d’azione, ha attribuito il giusto peso all’intelligence.

Fermamente convinto che la sicurezza non “sia solo ed unicamente legata ad un AR 15 e ad un combat vest” ha sposato il motto di Phoenix /DynCorp”Because Smarter Wins” (Perché i più intelligenti vincono) – estendendolo con il proprio ”Because security is intelligence and intelligence is security’‘ (perché la sicurezza è intelligence e l’intelligence è sicurezza). Proprio a ciò si deve la sua lungimiranza nel cercare di creare una sinergia tra sicurezza pubblica e privata, coinvolgendo anche i cittadini come parti integranti della protezione del sistema Paese.

Per quanto riguarda l’annoso dibattito sulle tecniche d’interrogatorio rafforzate, il dialogo costruttivo è stato sempre ostacolato da una generale incomprensione del processo d’interrogatorio — rinforzata anche da mistificazioni Hollywoodiane — ed una forte politicizzazione.

Oltre ad esser mancate ricerche accurate che dimostrassero univocamente la validità o meno di queste tecniche, vi è stato un eccessivo coinvolgimento di gente inesperta, che non ha mai condotto personalmente degli interrogatori.

Gli approcci dei due assi dell’interrogatorio, Moran e Scharff  pur avendo alcune differenze dettate dalle diverse circostanze e luoghi d’azione, entrambi rispettavano e consideravano i prigionieri come esseri umani. Nessuno dei due ha mai usato sistemi coercitivi o torture, al contrario, hanno creato legami ed empatia. Introducendo lo studio delle loro tecniche nell’addestramento degli odierni interrogatori si accrescerebbero sicuramente le loro performances, riducendo inoltre il ricorso a metodi illegali e coercitivi. Imparare dalla storia cosa funziona o meno può fare una grossa differenza!

Tuttavia, in un recente sondaggio del HIG, Gruppo d’Interrogatorio di Detenuti di Alto Profilo, creato da Obama nel 2009 per individuare metodi d’interrogatorio efficaci, molti hanno preso scarsamente in considerazione le tecniche di Scharff e Moran.

Nell’ottica di prepararsi alle sfide future, secondo alcuni esperti, la comunità militare e dell’Intelligence dovrebbe sviluppare nuove direttive d’interrogatorio, basandosi su studi, ricerche e collaudi, nonché introdurre opportuni meccanismi di controllo e supervisione  che possano ridurre le problamitche ed accrescere la professionalità. Il tutto con una particolare attenzione agli aspetti culturali – lingua, fede, valori ecc. – dei vari e futuri  contesti operativi: aspetti così determinanti, ma ancora molto trascurati.

Alla fine di questa esperienza con due grandi esponenti dell’odierna intelligence, restano impresse due citazioni che trovano una grande valenza anche nella quotidianità di ognuno di noi. La prima è una parte della risposta di Clifford Ruggles alla mia domanda sull’efficacia della tortura: “siamo uomini, donne, coniugi e genitori…al di là di tutto, la mattina dobbiamo esser in grado di guardarci allo specchio e di guardare negli occhi i nostri cari”. L’altra è una citazione: “Dire sempre la verità, ma non dire di più di quello è dovuto”.

Foto: Pietro Orizio, CIA, Brede, Panorama/ Istock/Bliznetsov, Istockphotos, AP e PBS

 

 

Nato nel 1983 a Brescia, ha conseguito la laurea specialistica con lode in Management Internazionale presso l'Università Cattolica effettuando un tirocinio alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite in materia di terrorismo, crimine organizzato e traffico di droga. Giornalista, ha frequentato il Corso di Analista in Relazioni Internazionali presso ASERI e si occupa di tematiche storico-militari seguendo in modo particolare la realtà delle Private Military Companies.

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