Cannoniere ed elezioni: la sfida di Kiev a Mosca nel Mare d’Azov (aggiornato)

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(aggiornato il 29 novembre ore 9,40)

La scaramuccia navale fra Russia e Ucraina sullo stretto di Kerch ha profonde motivazioni, sia strategiche e relative agli equilibri nel Mar d’Azov, sia politiche, dato che il presidente uscente Petro Poroshenko, in cerca di riconferma, potrebbe sfruttare la mobilitazione patriottica per risalire nei sondaggi in vista delle elezioni presidenziali del 2019.

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Come se non bastasse il braccio di ferro per la regione del Donbass, dove peraltro le repubbliche secessioniste filorusse di Lugansk e Donetsk hanno da poche settimane rinnovato le loro leadership, fra la Russia e l’Ucraina si rinnova negli ultimi giorni un incrociar di sciabole per lo stretto di Kerch e l’accesso al Mar d’Azov.

Dal 25 novembre 2018, con l’intercettazione e l’internamento da parte russa di tre piccole unità navali ucraine che tentavano di passare dallo stretto, la “febbre” diplomatica è risalita a 40 gradi, tantopiù che Kiev si sente spalleggiata dagli alleati occidentali. In Ucraina la piccola “battaglia navale” nelle acque di Kerch ha offerto al presidente Petro Poroshenko, che fra l’altro andrà tra pochi mesi, nella primavera 2019, alla prova delle urne, il pretesto per far votare una legge marziale in tutte le provincie ucraine confinanti con la Russia, cercando evidentemente di riguadagnare consensi interni a fini elettorali.

I russi, a loro volta, da un lato cercano di convincere la NATO e l’Unione Europea a calmare il loro alleato, ma intendono mantenere circoscritto l’incidente a un regolamento di conti bilaterale con gli ucraini, come dichiarato nel pomeriggio del 27 novembre dallo stesso ministro degli Esteri Sergei Lavrov: “Non vedo la necessità di mediatori internazionali”.

 

Due flottiglie

Era domenica 25 novembre quando tre navi della marina ucraina, salpate da Odessa, la maggior base navale del governo di Kiev, situata a Occidente della penisola di Crimea annessa dalla Russia fin dal 2014, hanno cercato di introdursi nello stretto di Kerch.

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Lo scopo dichiarato era quello di raggiungere il porto di Mariupol, il principale sbocco al mare rimasto all’Ucraina nella sua porzione orientale, che però risulta da quattro anni praticamente imbottigliato quell’angusto mare epicontinentale, a basso fondale, che è quello d’Azov. La flottiglia ucraina era in sé modestissima, consistendo di un banale rimorchiatore da 300 tonnellate, lo Yany Kapu, e di due cannoniere classe Gurza-M, la Berdiansk e la Nikopol, armate in modo leggero.

La classe Gurza-M è un recente tipo di pattugliatore tuttora in produzione nei cantieri ucraini Kuznya na Rybalskomu a partire dal 2015, con completamento previsto nel 2020 dell’intera serie di 20 unità ordinate.

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Sono unità lunghe 23 metri, larghe meno di 5 e, fattore più importante, con un pescaggio dello scafo limitato a solo 1 metro, il che le rende ideali per operazioni, anche di incursione, in acque bassissime, perfino risalendo i fiumi per un buon tratto.

Il dislocamento rasenta 54 tonnellate e l’armamento consiste in due torrette Katran-M ciascuna impostata su un cannone automatico da 30 mm e su una mitragliatrice.

Le unità ucraine si sono avvicinate allo stretto di Kerch attorno alle 5.00 del mattino iniziando a chiedere il permesso via radio ai russi di passaggio dallo stretto per entrare nel Mar d’Azov, al che i russi avrebbero risposto, secondo quando poi dichiarato dal servizio di sicurezza FSB, erede del ramo interno del vecchio KGB sovietico: “Il passaggio pacifico attraverso nell’area è temporaneamente sospeso, come precedentemente comunicato. Ti raccomandiamo di non oltrepassare la RF RF (probabile identificativo dello stretto) fino a quando non saranno abolite le restrizioni e saranno rispettate le norme obbligatorie nel porto marittimo Kerch”.

Il punto è che, se prima dell’annessione della Crimea lo stretto era condiviso fra le due nazioni, da oltre 4 anni la Russia lo controlla integralmente e rilascia il permesso di navigazione a discrezione, non esistendo accordi specifici con Kiev, che non ha mai riconosciuto l’annessione della penisola.

Perdipiù, dal 16 maggio 2018, con l’apertura del ponte stradale che collega Kerc alla penisola di Taman, il territorio russo si è di fatto saldato alla Crimea, senza contare che nel 2019 è previsto il completamento del ponte con l’aggiunta della componente ferroviaria.

Il passaggio di mare è del resto molto angusto, oscillando fra una larghezza massima di 15 chilometri e una minima di 4,5, per una profondità che non supera i 18 metri, rendendolo quasi impossibile, ad esempio, per unità sommergibili. La Russia lo considera quindi parte delle sue acque territoriali e, come vedremo, l’intransigenza della Guardia Costiera Russa è risultata rafforzata negli ultimi giorni da una serie di azioni da parte ucraina.

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Sta di fatto che, lungo la giornata di domenica si è originato un braccio di ferro che vedeva il comandante della Berdiansk, sostenere di avere diritto di passaggio sulla base di un trattato russo-ucraino del 2003, mentre i russi ribattevano che la richiesta doveva essere inoltrata almeno 48 ore prima. Al perseverare delle navi ucraine, i russi iniziarono a radunare fino a una decina di unità della Marina e della Guardia Costiera. Fra cui il pattugliatore Izumrud, una moderna nave della classe Rubin, varata a partire dal 2007 dai cantieri Almaz.

L’Izumrud è lungo 62 metri e disloca circa 630 tonnellate, con un armamento principale di un cannone da 30 mm a canne rotanti AK-630M e due mitragliatrici pesanti MTPU Kord calibro 12,7 mm. Fra le altre navi russe, il dragamine Vice ammiraglio Zakharyin, lungo 61 metri da 852 tonnellate, pure con un cannone da 30 mm AK-630, e un paio di piccole cannoniere Progetto 1204, sorta di discendenti degli antichi monitori, lunghe 27 metri con dislocamento di 77 tonnellate, armate ciascuna con una torretta con cannone da 76 mm e mitragliatrice da 7,62 mm. Fra le altre navi, il pattugliatore Don.

 

Sbarramento marino

Mentre le navi ucraine avanzavano all’imbocco dello stretto, a quanto si è potuto ricostruire per ora, dai controversi resoconti che stanno emergendo di giorno in giorno, i russi lanciavano ulteriori appelli via radio perché si fermassero, ma senza risultato.

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Dal comando locale della Guardia Costiera, evidentemente di concerto con l’FSB, che in quanto servizio di sicurezza federale ha competenza anche sulla sorveglianza delle frontiere, giungeva l’ordine di bloccare lo stretto alle navi civili, mentre una nave russa da carico si poneva di traverso nello stretto all’incirca all’altezza del nuovo ponte stradale transmarino, per ostacolare il passaggio. Inizialmente, alle 13.00, le navi ucraine sembravano desistere, tantopiù che venivano fatti decollare dalla Crimea anche un paio di aerei d’attacco Sukhoi Su-25 e di elicotteri Kamov Ka-27 a scopo dissuasivo, tanto che un cittadino russo riusciva a filmare il passaggio a bassa quota di almeno un Su-25 proprio sopra il ponte di Kerch, postando poi il video su internet.

Alle 19.00, tuttavia, secondo l’FSB le navi ucraine tentavano ancora di forzare il blocco, o, secondo l’esatto frasario di Mosca, “attuavano il secondo tentativo di compiere attività illegali”. A un certo punto la nave russa Don avrebbe speronato lo Yany Kapu, mentre l’intervenuto Izumrud si sarebbe danneggiato in collisione con lo stesso Don. L’indomani, 26 novembre, lo Stato Maggiore ucraino ha diffuso presunte intercettazioni delle comunicazioni radio presentandole come prova dell’aggressività russa durante il confronto.

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Fra i tratti salienti, alcune comunicazioni dovrebbero, secondo gli ucraini, dimostrare che dell’incidente sia informato in prima persona il presidente russo Vladimir Putin, nonché il generale Gennady Medvedev, capo della Guardia Costiera e vicecapo della divisione frontaliera dell’FSB: “Forza, li dobbiamo danneggiare, Medvedev è in preda al panico, grida, la sensazione che ho è che sia il presidente a controllare tutta questa storia”.

Infine, verso le 20.28, per far fermare le navi ucraine, dall’Izumrud e forse da altre unità partivano alcuni colpi che portavano alla loro cattura. In totale erano 24 gli ufficiali e marinai ucraini arrestati dai russi. Ora, anche sull’esatta ubicazione del teatro dello scontro non c’è sicurezza. Secondo l’Ucraina esso sarebbe avvenuto oltre il limite delle 12 miglia marine delle acque territoriali russe, tanto che Kiev ha precisato tali coordinate: 44° 51′ 00″ N  e 36° 23′ 04″ E. Dal canto suo, l’FSB ribatte dando altra latitudine e longitudine, ossia: 44° 51′ 05″ N e 36° 23′ 06″ E. In tal caso, acque russe.

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La cosa certa è che navi ed equipaggi catturati sono stati trasferiti dapprima a Kerch, dove agenti dell’FSB hanno perquisito i natanti e interrogato i prigionieri, dei quali tre erano rimasti feriti in modo non grave nella scaramuccia. Fra gli interrogati, il capitano Volodymyr Lesovoy avrebbe ammesso che l’azione di cui era stato incaricato coi compagni “era di tipo provocatorio”, e lo stesso FSB, dopo aver perquisito le unità, specie la Berdiansk e la Nikopol, afferma di aver trovato anche lanciagranate e centinaia di munizioni, ma specialmente un documento con ordini segreti per la missione.

Del resto, il 27 novembre lo stesso capo del servizio segreto ucraino SBU, Vasyl Hrytsak, ha ammesso che fra i 24 uomini ci sono membri delle proprie unità di controspionaggio, laddove anche l’FSB russo parla di almeno due membri dell’intelligence fra i marinai.

L’SBU ha inoltre chiesto ai colleghi russi di “fermare le pressioni psicologiche sui detenuti”, con l’evidente sospetto che possano essere estorte confessioni. Lo stesso giorno gli equipaggi sono stati trasferiti da Kerch al tribunale di Kievsky, presso Simferopoli. Lì sono stati processati in base all’articolo 322, paragrafo 3, del codice penale russo, che si riferisce alla violazione dei confini. A tre di essi è stata comminata una pena di due mesi di detenzione, con rilascio previsto il 25 gennaio 2019, mentre non è chiaro ancora quando verranno rimpatriati i commilitoni.

 

Guerra di parole

Fin dalle prime ore i russi hanno apertamente parlato di provocazione da parte dell’Ucraina e, in particolare, il ministro Lavrov ha ammonito: “Le forze russe hanno sparato colpi di avvertimento alle navi ucraine, prima di sequestrarle. Gli alleati occidentali di Kiev devono intervenire e dare una calmata alla autorità ucraine, per non arrivare a un punto di non ritorno”.

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Stando al suo portavoce Dimitri Peskov, il presidente russo Vladimnir Putin parlerà della questione durante il vertice G20 in programma a Buenos Aires il 30 novembre e 1° dicembre.

Il 28 novembre ha però dihiarato che la Guardia Costiera russa ha fatto il  suo “dovere militare” fermando tre imbarcazioni della Marina ucraina  e arrestando marinai e agenti del controspionaggio di Kiev al largo  della Crimea.  Hanno compiuto il loro dovere militare alla perfezione”, ha  detto giustificando l’azione della guardia costiera russa con il fatto che  gli ucraini non avevano risposto agli avvertimenti.

Il 27 novembre il primo ministro russo Dmitry Medvedev ha dichiarato ai giornalisti che “il presidente ucraino Pyotr Poroshenko non ha  al momento, non ha alcuna possibilità di continuare un secondo mandato” sottolineando cone  la provocazione nello Stretto di Kerch sia stata apparentemente intrapresa “per ottenere certe decisioni politicamente vantaggiose per il presidente in carica.

L’incidente nello stretto di Kerch potrebbe essere fonte di altri problemi per l’economia ucraina. Ovviamente, questo incidente è un’ulteriore complicazione dei processi in corso in Ucraina”, ha detto. “Quanto successo creerà o, almeno, potrebbe creare, seri problemi per l’economia ucraina. E, naturalmente, non potrà giovare alle relazioni tra Russia e Ucraina”, ha aggiunto.

Stati Uniti, NATO e UE hanno subito preso le parti di Kiev, tanto che il vice ambasciatore russo all’ONU, Dmitry Polyanskiy, ha rilevato come ciò possa “incoraggiare l’Ucraina a nuove provocazioni”.

In particolare, proprio al Palazzo di Vetro, l’ambasciatore ucraino Volodymyr Yelchenko ha alzato i toni sostenendo che le maggiori città ucraine affacciate sul Mar d’Azov sarebbero minacciate dai russi: “Secondo dati di intelligence disponibili, c’è una chiara minaccia di invasione di Mariupol e Berdyansk”. Per lui è la cattura delle navi di Kiev a essere una miccia: “È stata una provocazione deliberata.

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Noi vogliamo risolvere la situazione con mezzi politici e diplomatici. Allo stesso siamo pronti ad utilizzare ogni mezzo per difenderci”. Gli dava manforte l’ambasciatrice americana uscente, Nikki Haley: “Gli Stati Uniti manterranno contro la Russia le sanzioni relative alla Crimea. Un’ulteriore escalation russa di questo genere peggiorerà solo le cose. Danneggerà ulteriormente la posizione della Russia nel mondo, renderà ancora più complicate le relazioni della Russia con gli Stati Uniti e molti altri paesi. Aumenterà ulteriormente le tensioni con l’Ucraina”.

Il presidente statunitense Donald Trump si è detto “preoccupato” aggiungendo in riferimento al previsto faccia a faccia col presidente russo in Argentina che “non credo che incontrerò Putin al G20, probabilmente non faremo l’incontro. Sto aspettando il rapporto finale su quanto accaduto. Questa aggressione non mi piace”.

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La posizione degli USA sembra quindi chiara tanto le stesse forze armate ucraine hanno dichiarato inorgoglite che la mattina del 26 novembre, poche ore dopo la scaramuccia navale, un aereo-spia americano Boeing RC-135V decollato dalla base di Suda, sull’isola di Creta, ha sorvolato la Bulgaria per poi entrare nello spazio aereo del Mar Nero e arrivare a sfiorare la Crimea, a quanto pare per ascoltare il traffico radio e telematico russo nella zona, prevedibilmente intensificatosi all’indomani dell’incidente.

Per gli ucraini, vedere arrivare tempestivamente in zona il grosso aereo da ricognizione elettronica dell’alleato è stato un ulteriore, prezioso segno di appoggio.

Se l’Unione Europea ha ventilato la possibilità di nuove sanzioni economiche contro enti e personalità russe, l’Italia per ora si è mostrata più cauta, sia considerando che il ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha difeso l’opportunità di mantenere rapporti economici con un partner così importante, sia notando che il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, in questo periodo presidente di turno dell’Osce, si appellato parimenti a entrambe le parti, come anche il segretario dell’Osce, Thomas Greminger: “Esortiamo le parti – prosegue l’appello ad astenersi dall’uso della forza e a risolvere ogni disputa attraverso mezzi pacifici, nel pieno rispetto della legge internazionale, dei principi e degli impegni Osce e nel pieno rispetto della sovranità dei paesi e dell’integrità territoriale”.

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Altrettanto imparziale non poteva invece essere il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, dato il processo, pur rallentato ma ancora in corso, di avvicinamento dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica: “Quello che abbiamo visto è stato molto serio, perché abbiamo visto la Russia usare direttamente la forza militare. Si tratta di un’escalation della situazione nella regione e conferma uno schema di comportamento che abbiamo visto per anni.

La Russia ha annesso illegalmente la Crimea, continua a destabilizzare l’Ucraina Orientale e ora usa anche la forza militare in modo molto diretto nel mar d’Azov e nello stretto di Kerch. È una cosa seria ed è per questo gli alleati della NATO reagiscono come stanno facendo ora. Ma nello stesso tempo dobbiamo lavorare per una de-escalation, affinché si proceda con calma e cautela”.

 

Una lunga escalation

La maggior parte delle reazioni internazionali, che qui ovviamente non avrebbe senso elencare integralmente essendo alla fin fine assai ripetitive, potrebbe far pensare che la scaramuccia navale russo-ucraina sia arrivata come un fulmine a ciel sereno. Ma non è così.

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E non solo perché inscritta nella più generale, e ben nota, contesa fra i due paesi. Il problema specifico dello stretto di Kerch e del Mar d’Azov ha subìto una sua propria escalation nell’arco degli ultimi mesi, conformemente all’annunciato progetto ucraino di stabilire “entro la fine del 2018” una rafforzata base navale a Mariupol.

Già il 30 agosto 2018 era stato il Dipartimento di Stato americano, con la portavoce Heather Nauert a scagliarsi contro i controlli ferrei esercitati dai russi alle porte dello stretto su tutte le navi dirette verso i porti ucraini del piccolo mare interno, accusando Mosca di aver “bloccato 16 navi” e “ritardato altre centinaia”.

Misure dovute al timore che per via marittima arrivassero rinforzi e materiali, forse anche i paventati missili anticarro americani Javelin, alle guarnigioni ucraine che sulla costa Sud aggirano in parte le repubbliche filorusse di Donetsk e Lugansk.

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Poi, il 18 settembre, l’Ucraina aveva annunciato di voler stabilire una base navale su quella costa, mentre il segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale ucraino, Oleksandr Turchynov, lodava i primi test di successo di un missile da crociera antinave di fabbricazione locale, il Neptun, che il funzionario aveva definito “adatto a distruggere ponti strategici e traghetti nel caso vengano usati da un nemico per un’aggressione contro il nostro stato”. Evidente allusione al grande ponte russo che scavalca il canale di Kerch.

Sempre per tenere alta l’attenzione sulla bilancia nel Mar d’Azov, a fine settembre è stata inviata attraverso il Mar d’Azov una coppia di navi ucraine, l’unità da ricerca Donbass e il rimorchiatore Korets, prova generale di quanto tentato due mesi dopo. Al comando della Korets, c’era il capitano Dymitro Kovalenko, intervistato da Ukrinform il 4 ottobre: “Via radio abbiamo deliberatamente detto ai russi, ‘abbiamo intenzione di passare dallo stretto’, anziché ‘chiediamo’. E non ci hanno fatto nulla”. Quella volta agli ucraini era andata bene, ma evidentemente i russi hanno ora voluto dare un monito.

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Il capitano ucraino ha deliberatamente sostenuto come il progressivo incremento della flottiglia di pattugliatori classe Gurza-M, del tipo di quelle catturate il 25 novembre, nel Mar d’Azov, fosse destinato a costituire una notevole spina nel fianco per i russi in quello specchio d’acqua, data la furtività di questi piccoli battelli.

Citando una manovra elusiva eseguita giusto il giorno prima, diceva: “I russi non potevano avvistare le navi, le hanno perse”. E citando anch’egli i missili Neptun ha lasciato intendere che le piccole unità ucraine, eventualmente armate con tali armi, potrebbero creare gravi perdite ai russi.

In particolare, Kovalenko sostiene che piccole unità scorrazzanti nel Mar d’Azov potrebbero compromettere eventuali operazioni di sbarco sul litorale di Mariupol, a eventuale sostegno dei ribelli del Donbass: “La geografia di questo mare rende difficili gli sbarchi. Se decidono di sbarcare da grandi unità anfibie, entrano nel raggio delle nostre artiglierie. E simili mezzi da sbarco sono un bersaglio facile.

L’artiglieria è forte, abbiamo calibri importanti. Non sarò facile per loro”. Le parole di Kovalenko sono un’ulteriore conferma che da tempo l’area d’Azov è un teatro critico. E se la Russia non vuole perdere la Crimea deve controllare quanto passa dallo stretto.

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Anche per questo, fra gli alleati più decisi nell’affiancare l’Ucraina, si è distinta la Gran Bretagna, il cui Foreign Office ha diramato il 20 novembre l’ennesimo appello alla libertà di navigazione che, guarda caso, storicamente sta sempre più a cuore alle potenze marittime anglosassoni, per sé o per i loro alleati: “Le continue stroncature russe dei tentativi di navi di accedere ai porti ucraini del Mar d’Azov stanno destabilizzando l’economia regionale. Le restrizioni alla libertà di passaggio sono accompagnate dall’aumento della presenza militare della Russia in quel mare”.

I russi, certo, come hanno dimostrato pochi giorni dopo, non si fanno influenzare da tali parole di Londra e uno dei loro obbiettivi principali è evitare che gli ucraini, pian piano, facciano arrivare nel piccolo mare nuovi insidiosi e veloci navigli leggeri che, armati di missili, e di conserva con le artiglierie costiere, possano scatenare una sorta di “guerriglia marittima” contro le forze navali russe per impedire che in caso di espansione del conflitto nel Donbass, con aperto intervento di Mosca, queste possano occupare con forze anfibie tutto il litorale “imbottigliato” dell’Ucraina orientale.

 

Calcoli elettorali 

La crisi d’Azov ha inoltre i suoi risvolti politici, legati a doppio filo ai precari equilibri interni dell’Ucraina. All’indomani della scaramuccia, già il segretario alla Sicurezza Nazionale russa, Nikolai Patrushev, osservava: “Poroshenko vuole costruire la sua campagna elettorale su minacce immaginarie”.

In effetti, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali del 31 marzo 2019, il presidente ucraino sta perdendo terreno nei sondaggi a discapito della candidata per il momento favorita, con cui rivaleggia in nazionalismo, ossia la rediviva Julia Tymoshenko. Già alcuni giorni prima della crisi, il governo ha calcato sull’acceleratore dell’avvicinamento alla NATO.

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Poroshenko è infatti riuscito il 22 novembre a convincere la Corte Costituzionale ad approvare una sua idea per forzare la mano alla saggezza geopolitica, ossia inserire nella stessa Costituzione dell’Ucraina il doppio traguardo dell’ingresso nella UE e nella NATO. Una mossa che certamente aggiungerà benzina sul fuoco, sebbene la proposta necessiti ancora dell’approvazione da parte del Parlamento di Kiev, la Verkhovna Rada.

Il giorno dopo è stato approvato da 240 deputati sui 450 totali, una maggioranza non troppo ampia, il bilancio 2019 che verrà presentato al Fondo Monetario Internazionale per poter ottenere l’ennesimo finanziamento internazionale, una tranche da 3,9 miliardi di dollari. Secondo la ministra delle Finanze Oksana Markarova il deficit verrà limitato al 2,3% del Pil e le spese militari, in particolare, si attesteranno su 212 miliardi di grivnie, ovvero 8 miliardi di dollari.

Poco dopo, è arrivata la cattura delle navi da parte russa e il pretesto è stato subito preso da Poroshenko per chiedere di instaurare la legge marziale per 60 giorni. Alla fine si è accontentato di 30 giorni, non su tutta l’Ucraina, ma in  10 provincie su 27, quelle ai confini con Russia, Bielorussia e Transnistria.

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La legge marziale è stata approvata dalla Rada di Kiev il 27 novembre e prevede, fra le altre cose: diritto del governo di limitare le manifestazioni pubbliche e il diritto di sciopero, limitazioni alla libertà di stampa e di parola, possibile obbligo per i cittadini di “lavori necessari”, per esempio lo scavo di fossati anticarro, possibilità di censura su posta e telefonate, possibilità di confisca statale di alcuni beni, se ritenuto necessario. Insomma, un clima da preparazione bellica che al presidente sembra servire più contro i nemici interni che esteri.

Il gradimento di Poroshenko, si fa portabandiera del Blocco Solidarietà, è gradualmente sceso negli ultimi mesi e la sua rielezione fra quattro mesi sembra sempre più difficile, ma è ancora presto dire se la tattica di sventolare la minaccia di guerra possa farlo stare in sella. Per limitarci agli ultimi sondaggi, ancora un’indagine SC Dragomanov condotta fra il 27 ottobre e il 4 novembre, dava Julia Tymoshenko, che corre per il partito Unione Pan-Ucraina “Patria”, in testa al 20,1%, in sensibile vantaggio su Poroshenko, fermo al 15,1%.

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Ma il presidente uscente pare via via scivolare al terzo posto. Infatti un sondaggio Sociopolis dall’8 al 16 novembre assegna alla Tymoshenko sempre il podio, col 21,8%, mentre al secondo posto pone Vladimir Zelenski del partito Servitori del Popolo, lasciando Poroshenko terzo al 9,2%.

Un po’ meglio gli andava stando a un rilevamento Sofia condotto dal 19 al 22 novembre, con un 10,3% comunque insufficiente di fronte alla rivale, sempre prima col 20,3% e a un diverso “secondo classificato”, ovvero il candidato indipendente Yuri Boyko, dato al 17,6%. I sondaggi delle elezioni presidenziali ucraine sono comunque molto imprecisi, dato l’alto numero di candidati in gioco, circa una ventina, e l’alto numero di indecisi, provati dalla crisi economica e dalla corruzione. Sicuramente nessuno supererà il 50% per vincere al primo turno e sarà necessario il ballottaggio fra i due più votati, previsto il 21 aprile 2019.

Ma bisognerà vedere se, calcando sulla tensione col potente vicino russo, il presidente uscente riuscirà o meno a coalizzare attorno a sé il paese, riprendendone le redini. Rischia però di scherzare col fuoco, nel caso la situazione sfuggisse di mano fino a far innervosire troppo il gigantesco vicino.

Immagini:  AFP, TASS, Ministero Difesa Ucraino, Ministero Interno Ucraino, Zero Hedge e The Guardian

 

Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora coi quotidiani "Libero", "Italia Oggi" e con riviste specializzate. Per la casa editrice bolognese Odoya ha scritto nel 2012 "L'aviazione italiana 1940-1945: azioni belliche e scelte operative", seguito nel 2013 da "Un secolo di battaglie aeree: l'aviazione militare nel Novecento". Nel 2014 è uscito per il medesimo editore il suo ultimo lavoro: "Storia dei grandi esploratori: dagli Egizi a Magellano".

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