Crisi del Golfo: l’Iran ha le chiavi di Hormuz

Iran

Dopo la recrudescenza delle sanzioni americane per “azzerare” le esportazioni iraniane di petrolio, Teheran e le sue forze armate, in particolare i pasdaran della Guardia Rivoluzionaria, hanno rinnovato specularmente le minacce di interdizione dello stretto di Hormuz, che imbottiglierebbe oltre il 20% del petrolio mondiale causando uno shock petrolifero poco diverso da quello del 1973.

Il braccio di mare è così angusto che alla Marina iraniana potrebbero missili e naviglio sottile, nonchè campi di mine, per creare uno sbarramento credibile almeno per un breve periodo. Si tratterebbe però di una estrema risorsa nel caso in cui l’economia del paese rischiasse di subire una deriva simile a quella del Venezuela. Ma i rapporti positivi con Russia e Cina, e soprattutto l’estensione dell’influenza in Iraq e Siria consentirebbero all’Iran di affidarsi a un retroterra strategico sufficiente a non sentirsi con le spalle al muro.

 

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Sull’onda della scadenza, il 2 maggio 2019, delle esenzioni americane dalle sanzioni per una serie di paesi compratori di greggio iraniano, ovvero Cina, India, Italia, Giappone, Sud Corea, Grecia, Turchia e Taiwan, sono andate rinnovandosi nelle ultime settimane le minacce iraniane di una chiusura “manu militari” dello strategico stretto di Hormuz, l’unica, angusta, soglia che collega il Golfo Persico col Mare Arabico e l’Oceano Indiano.

Da mesi il governo USA preannunciava la nuova recrudescenza dell’assedio geoeconomico nei confronti della repubblica islamica degli ayatollah, col proposito, più sbandierato che realistico, di “azzerare” le sue esportazioni di petrolio. Inoltre, la stessa inclusione dei pasdaran iraniani, o meglio la Guardia Rivoluzionaria che raggruppa le truppe di elite della repubblica islamica sciita, nella lista nera delle organizzazioni terroristiche invise al governo degli Stati Uniti ha contribuito ad innalzare ulteriormente la tensione.

Non stupisce quindi che proprio i pasdaran, i quali dispongono di un loro corpo navale distinto dalla Marina iraniana propriamente detta, siano stati fra i maggiori propugnatori di azioni marittime per tranciare la fondamentale arteria.

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Fra 8 e 9 maggio si sono intensificati i segnali di rottura, con l’arrivo in Medio Oriente di almeno quattro bombardieri pesanti americani Boeing B-52H Stratofortress decollati dalla base di Barksdale, in Lousiana, e atterrati in una delle maggiori basi aeree statunitensi nel Golfo Persico, quella di Al Udeid, in Qatar.

I velivoli si sono aggiunti al recentissimo arrivo della squadra navale della portaerei Abraham Lincoln e potrebbero essere rafforzati da nuovi bombardieri e, forse, dall’invio di batterie di missili antiaerei Patriot. Il segretario alla Difesa USA Patrick Shanahan ha illustrato, circa il rischiaramento dei vecchi, ma ancora funzionanti, dinosauri volanti: “L’invio dei B-52 è motivato da indizi di una credibile minaccia da parte del regime iraniano. Il B-52 può attuare attacchi strategici, supporto ravvicinato, interdizione aerea, controffensiva aerea e operazioni marittime per supportare la stabilità nella regione”.

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Nelle stesse ore, il presidente iraniano Hassan Rohani inviava lettere agli ambasciatori a Teheran dei paesi firmatari del patto antinucleare JCPOA del 2015, quello da cui gli Stati Uniti si ritirarono un anno fa, nel maggio 2018 per volere del presidente Donald Trump, ma di cui restano parti in causa Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania. Il leader di Teheran ha fatto partire un “conto alla rovescia” di 60 giorni, il tempo

concesso agli USA per fare dietrofront sulle sanzioni, altrimenti “l’Iran derogherà ad alcuni impegni dell’accordo ricominciando ad arricchire il proprio uranio”. Come noto, fra i motivi che avevano spinto Trump un anno fa a denunciare il trattato era il fatto che esso non contemplasse una moratoria nei missili balistici a medio e lungo raggio, i più temibili vettori di armi nucleari. Ma certamente giocavano anche le pressioni di due importantissimi alleati degli Stati Uniti, per motivi diversi entrambi nemici di Teheran, ovvero Israele e Arabia Saudita.

 

Pressioni costanti

L’intensificazione della pressione americana sull’Iran aveva già spinto vari mesi fa gli iraniani a reagire lasciando intendere una possibile interruzione del traffico di petroliere da Hormuz, potenzialmente devastante per l’economia mondiale, e in questo gioco di deterrenza reciproca la US Navy aveva già inviato il gruppo di battaglia della portaerei John Stennis, arrivata nel Mare Arabico l’8 dicembre 2018 e trattenutasi colà per un paio di mesi.

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A ciò è seguita fra il 22 e il 25 febbraio 2019 la grande esercitazione aeronavale “Velayat 97”, voluta proprio a cavaliere fra Golfo Persico e Mare Arabico, dal comandante della Marina iraniana, ammiraglio Hossein Khanzadi, per dimostrare, una volta di più, che se costretti, gli iraniani sono pronti a tutto. In seguito le sanzioni americane sono state via via inasprite, al dichiarato scopo di arrivare ad “azzerare” le esportazioni iraniane di greggio, come ha azzardato il consigliere nazionale della Sicurezza John Bolton, minaccia che però il governo iraniano ha bollato come “pia illusione”. In seguito, gli avvenimenti hanno subito una brusca accelerazione.

Il 15 aprile il segretario di Stato USA Mike Pompeo ha annunciato che, per la prima volta, è stata compresa nella “lista nera” americana delle organizzazioni terroristiche la Guardia Rivoluzionaria iraniana dei pasdaran, al che i pasdaran stessi hanno il 29 aprile reagito includendo a loro volta in una propria lista di “enti terroristi”, l’intero Centcom, il Comando Centrale americano responsabile per l’area del Medio Oriente.

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A dar manforte agli USA, anche gli alleati regionali, come il Kuwait, il cui viceministro degli Esteri Khaled Jarallah ha il 29 aprile dichiarato: “Siamo preoccupati per le minacce di chiusura dello stretto e tentiamo di prevenire le tensioni”.

Il 4 maggio è stata la volta del ministro degli Esteri del Bahrain, Sheikh Khalid bin Ahmed Al Khalifah, il cui paese spalleggia ancor di più gli americani nell’offrire scalo alle unità della US Navy: “All’Iran non verrà consentito nemmeno per un giorno di bloccare lo stretto”.

Al che un portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Seyyed Abbas Mousavi, ha risposto: “I governanti di un piccolo paese vassallo dovrebbero stare al loro posto e non minacciare nazioni più grosse della propria”. E ha fatto capire come per l’Iran stesso sia importante mantenere aperta la via di mare, ma “fintanto che gli interessi della nazione iraniana siano garantiti attraverso l’importante e vitale stretto”.

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Ovvero, se lo stretto verrà o no interdetto, dipenderà dal fatto che gli iraniani stessi possano trarre vantaggio o no da tale rotta. Se il muro contro muro rischierà di causare danni economici troppo gravi al paese, tanto da trasformare l’Iran in un secondo Venezuela, allora, il gioco potrebbe valere la candela. Anche perché, comunque, le sanzioni, facendo crollare da 40 a 30 miliardi di dollari gli introiti del paese, stanno avendo grosse conseguenze sul tenore di vita degli iraniani, con una inflazione al 51% e facendo intravedere entro fine 2019 una diminuzione del PIL del 3,6%, se non ancora peggio.

Come se non bastasse, dopo il giro di vite del 2 maggio sullo smercio di greggio, gli Stati Uniti hanno il 4 maggio accorciato, da 180 a 90 giorni, cioè anticipandola al 4 agosto 2019, la scadenza di un altro tipo di esenzioni da misure finanziarie, cioè quella per la collaborazione con l’Iran nel campo del settore nucleare civile. Significa quindi che entro i primi di agosto il patto JCPOA potrebbe del tutto decadere se alle altre nazioni firmatarie, in primis la Russia, non fosse in pratica più consentito collaborare alla gestione delle centrali nucleari energetiche iraniane, in primis quella di Bushehr.

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Poi, il 6 maggio arrivava di fronte alle acque iraniane la portaerei Abraham Lincoln, al che il Consiglio di Sicurezza nazionale iraniano ha parlato apertamente di “guerra psicologica”, lasciando intendere che gli americani potrebbero essere indotti perfino a innervosire l’avversario per indurlo a fare un passo falso, nella speranza, probabilmente, di provocare gli iraniani e poterli poi fermare con una massiccia operazione militare giustificata agli occhi del mondo dalla protezione del traffico di greggio dal Golfo Persico agli oceani aperti. Non è però detto che le forze di Teheran si lascino attirare in trappola facilmente. E se anche dovessero decidere di agire, il prezzo che potrebbero imporre al mondo potrebbe essere più alto del previsto. Sotto tale aspetto si può dire che gli statunitensi stiano giocando col fuoco.

 

Le capacità di Tehran

Le possibilità pratiche iraniane di bloccare lo stretto di Hormuz non sembrano trascurabili, almeno se l’intervallo temporale dell’azione si limita a un breve periodo. Il passaggio, nel suo punto di minor ampiezza, è largo circa 39 chilometrie ha una profondità massima fra 180 e 200 metri.

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Lo spazio da interdire è sufficientemente limitato perché forze navali come quelle di Teheran, ancora modeste dal punto di vista tecnologico, ma numericamente non trascurabili, possano creare numerosi problemi a un traffico navale come quello delle petroliere, di per sé estremamente vulnerabile e in più di alta resa “psicologica” quanto a paure generabili sui mercati internazionali. Se si pensa che da Hormuz passano, in media, 18 milioni di barili al giorno, pari al 20% del petrolio prodotto in tutto il mondo, ovvero il 30-35 % del greggio trasportato via mare, è facile intuire che un blocco della navigazione anche di solo pochi giorni possa creare panico sui mercati.

Quanto poi, nei fatti, si possa produrre un vero shock petrolifero di lunga durata, pari o superiore a quello avutosi nel 1973 a causa della guerra dello Yom Kippur e del blocco del canale di Suez, ciò dipenderebbe dalla lunghezza effettiva del periodo di diniego della navigazione. Poiché la reazione degli americani e dei loro alleati regionali sarebbe automatica e pesantissima, l’Iran sa in anticipo che tale azzardata mossa potrebbe essere dettata solo dalla disperazione e non porterebbe certo a una vittoria militare.

Ma nonostante una mossa del genere sia un salto nel buio per lo stesso Iran, resta un’opzione credibile secondo una logica del “tanto peggio, tanto meglio” che richiama, come meccanismo logico, sia la Mutua Distruzione Assicurata che vigeva fra USA e URSS durante la Guerra Fredda, sia la dottrina militare israeliana che Moshe Dayan etichettava come “teoria del cane pazzo”, per cui Israele, per essere al sicuro, doveva comportarsi come un cane pronto a mordere chiunque anche con una reazione spropositata.

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Le forze navali iraniane sono certamente modeste quanto a tonnellaggio e prestazioni dei singoli mezzi, ma paiono sufficientemente numerose, e tendenzialmente in crescita, per poter creare seri problemi nello stretto di Hormuz.

In effetti il compito che sono chiamate ad assolvere non è quello, che sarebbe per esse troppo ambizioso, del “sea control”, il dominio del mare, a cui solo grandi flotte, le proverbiali marine di “acque blu”, possono aspirare.

Agli iraniani, invece, basta poter ragionevolmente attuare un certo livello di “sea denial”, il diniego del mare, alla portata anche di molte marine di “acque verdi”, che non covano sogni di talassocrazia oceanica, ma sono gratificate dalla difesa delle proprie coste e dal presentare alti costi al nemico e al traffico mercantile altrui, che volesse avventurarsi a ridosso delle proprie acque. Un compito che per gli iraniani sarebbe anche più facile della media, poiché l’obiettivo più importante da raggiungere sarebbe saturare, per quanto possibile, uno stretto braccio di mare che, per giunta, si trova a una manciata di ore di navigazione dalle proprie basi navali.

 

La Marina Iraniana

La Marina Iraniana è impostata prevalentemente su naviglio sottile e anche “sottilissimo” e consta attualmente di 39 sottomarini, 6 fregate, 32 unità moto missilistiche, 74 piccoli pattugliatori e almeno 80 motobarche veloci, a esse si aggiungono oltre 200, forse molti di più, natanti leggeri delle forze navali dei pasdaran.

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La maggior parte di questo parco di battelli è in grado di portare siluri, missili e anche mine, applicando una tattica che deve molto alla guerra asimmetrica che fece parte anche della storia italiana con le imprese dei MAS, i famosi motoscafi siluranti della Regia Marina, nelle due guerre mondiali.

Fra le novità, il 1° dicembre 2018 è ufficialmente entrata in servizio nella Marina iraniana, con una cerimonia nella base navale di Bandar Abbas, la nuova fregata Sahand, che gli organi di stampa di Teheran hanno subito definito “stealth”, come apparirebbe dalla sagoma a linee vagamente inclinate. Ritenuto in grado di compiere missioni della durata di 150 giorni, sovrabbondante rispetto alle effettive necessità regionali iraniane, secondo il vice ammiraglio Alireza Sheikhi, capo dei cantieri, “questo vascello è il risultato di un avanzato e creativo progetto basato sulle conoscenze tecnologiche locali”.

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Oltre al fatto di portare missili antinave Qader e siluri, il Sahand vanta l’interessante caratteristica di imbarcare un sistema di difesa antiaerea a breve raggio tipo CIWS, close-in weapon system, ossia un cannone a canne rotanti Kamand, in calibro 40 mm.

E’ un’edizione persiana dei vari Phalanx, Kortik o Goalkeeper stranieri, che sarebbe in grado di eruttare fra 4000 e 7000 colpi al minuto contro aerei nemici o missili in arrivo addosso alla nave entro un raggio di 2 km. Che anche presso gli iraniani si diffondano queste mitragliere pesanti asservite ai radar sta a indicare che in caso di conflitto non tutte le unità di superficie di Teheran diverrebbero semplici bersagli inerti di raid dell’aviazione avversaria. Ciò implica di conseguenza che navi iraniane potrebbero, in teoria, essere capaci di sopravvivere almeno per alcuni giorni in un teatro di guerra nella regione di Hormuz, contribuendo a protrarre l’eventuale blocco per il tempo necessario a sconvolgere i mercati. L’unità disloca fra 2000 e 2500 tonnellate e conta un equipaggio di 140 uomini.

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La costruzione del Sahand e di altre nuove navi si iscrive in un programma di rinnovamento che la marina iraniana sta portando avanti da anni e denominato Mowj, ossia “Onda”. In questo potenziamento rientrano anche l’ampliamento del parco di sommergibili “nani” classe Ghadir, di cui i due esemplari più recenti sono entrati in servizio nel novembre 2018, e l’apparizione di una nuova classe di unità subacquee, la Fateh, il cui primo esemplare è appena entrato in linea, nel febbraio 2019 (nella foto a lato). Andando con ordine, i battelli subacquei classe Ghadir sono ormai giunti al numero di 23, una vera flotta che rappresenta da sola quasi il 60% dell’intera flotta subacquea iraniana.

La classe Ghadir compensa col numero le piccole dimensioni, e prestazioni, del mezzo preso singolarmente. Questi sommergibili non portano nome individuale, ma un numero seriale da 942 a 964 e il primo di essi è divenuto operativo nel 2007, con la maggior parte degli ingressi in formazione delle unità gemelle concentrati fra 2011 e 2012. Lo scafo è lungo appena 29 metri e disloca fino a 120 tonnellate, portando 18 uomini d’equipaggio. La propulsione diesel-elettrica tradizionale consentirebbe una velocità massima di 11 nodi, circa 20 km/h, mentre l’armamento comprenderebbe alcuni siluri, missili e mine, lanciabili da due tubi del diametro di 533 mm.

 

Scenari possibili

Il 1° febbraio 2019 i media di Teheran hanno diffuso un video di propaganda in animazione computerizzata in cui proprio un sommergibile tascabile Ghadir viene immaginato tendere un agguato a una squadra americana composta da una portaerei classe Nimitz e da quattro cacciatorpediniere di scorta. Inutile dire che nel video il piccolo equipaggio persiano da solo salva la patria affondando tutte le navi nemiche. Una ovvia ingenuità propagandistica, che però è speculare anche a quanto gli statunitensi presentano in certa cinematografia di Hollywood.

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Ma si tratta sempre di una testimonianza della lotta anche psicologica che si tiene attorno ai piani e contro piani su Hormuz. Del resto i Ghadir hanno recentemente subito modifiche importanti, potendo trasportare e lanciare in immersione, missili da crociera. Almeno, così pare stando ai resoconti di una delle più recenti esercitazioni navali nel Golfo Persico, la “Velayat 97”, tenutasi pochi mesi fa, fra il 21 e il 24 febbraio. In quei giorni alcuni sottomarini Ghadir avrebbero per la prima volta lanciato standosene sott’acqua, missili da crociera Nasr 1.

Tale arma è un derivato iraniano del missile antinave cinese C-704 e in sé non parrebbe particolarmente temibile per la US Navy. E’ un razzo subsonico da Mach 0,8, circa 970 km/h al livello del mare, pesante 350 kg e che porterebbe però una testata abbastanza cospicua, sui 150 kg, ovvero oltre un terzo del peso totale del vettore.

Non tale da affondare una portaerei americana, ma potenzialmente devastante su navi militari di stazza medio-piccola e sicuramente contro infiammabili petroliere. Essendo un missile a breve raggio deve essere lanciato da meno di 35 km di distanza dal possibile obbiettivo.

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Se però in precedenza il Nasr 1 era stato impiegato unicamente da piattaforme di superficie o aeree, l’avvento di una versione lanciabile in immersione consente almeno in teoria a un “midget submarine” di attaccare a sorpresa e da distanze di alcuni chilometri. Ipotizzando che un Ghadir si avvicinasse, poniamo, fino a 10 km da una unità navale USA, il tempo di volo del missile per coprire quello spazio si aggirerebbe sui 37-38 secondi.

E’ vero che unità navali americane o alleate ricorrerebbero ai loro cannoni CIWS per abbattere eventuali “cruise” sbucanti all’improvviso dal mare, ma, complice la ristrettezza dei tempi, un’azione azzardata potrebbe essere tentata dai sommergibilisti iraniani agendo in gruppo e disponendosi, a debita distanza, tutt’intorno a una o più navi americane lanciando i Nasr 1 in massa da opposte direzioni per saturare, o almeno tentare di saturare, le difese per quei cruciali 30-40 secondi.

Quanto alla possibilità che la sorveglianza americana antisom a grande raggio, con sonar e radar aeroportati o acquatici, possa individuare in anticipo i sommergibili dell’ex-Persia, essa è certamente un deterrente inferiore alla media, nei confronti di equipaggi fanatizzati e pronti al sacrificio come quelli di estrazione o formazione pasdaran.

 

Precedenti storici

Per molti di essi potrebbe essere più che sufficiente sopravvivere anche solo fino al momento di lanciare le proprie armi, non diversamente dagli equipaggi di altri famosi sommergibili nani, i classe Ko-Hyoteki giapponesi della Seconda Guerra Mondiale, alcuni dei quali impiegati fin dall’attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941. Le esperienze nipponiche, animate dall’etica kamikaze anche sott’acqua, non meno che nelle imprese aeree, sfociarono entro il 1945 in una serie di sottomarini suicidi o perfino siluri pilotati, come i Kaiten.

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Anche se i successi di questi mezzi furono scarsissimi in proporzione alle proprie perdite, la loro drammatica storia potrebbe essere stata studiata dagli strateghi navali iraniani per trarne eventuali insegnamenti, tantopiù che l’anelito al martirio dei pasdaran offre somiglianze in fatto di ardimenti di un tipo tutto orientale.

Sarebbe inoltre curioso sapere se fra gli esempi storici eventualmente presi in considerazione dagli iraniani in questo campo possa esserci anche la poco conosciuta, ma interessantissima, attività condotta, sempre nella Seconda Guerra Mondiale, da sommergibili nani italiani nel Mar Nero.

Si trattava delle piccole unità Caproni CB, costruite nei capannoni di Taliedo, alla periferia Sudest di Milano, dal celebre gruppo industriale italiano, rinomato per i suoi aeroplani, ma talvolta “sconfinante” in campo marittimo. I minisommergibili Caproni, lunghi 15 metri e dislocanti 42 tonnellate in immersione, portavano 4 uomini d’equipaggio ed erano armati con due siluri da 450 mm alloggiati sulle fiancate.

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Concepiti per la difesa costiera, compivano missioni generalmente di soli due giorni, ma eccezionalmente fino a quattro-cinque giorni. Vennero costruiti fra il 1940 e il 1945 in 22 unità, di cui 12 per la Regia Marina e il resto dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, per l’effimera Repubblica Sociale fondata da Mussolini nel Nord.

La loro attività più importante venne svolta per contrastare la Marina sovietica nel Mar Nero, venendo dislocati nel 1942 nel porto di Costanza, in Romania, e anche in quello di Yalta, nella Crimea allora occupata dai tedeschi.”

I Caproni CB eseguirono decine di missioni di pattuglia al largo e riuscirono a silurare e affondare tre sommergibili russi, rispettivamente il 12 e 18 giugno 1942 e poi il 26 agosto 1943.  Le perdite furono in effetti riconosciute da Mosca. A parte queste tre plateali vittorie, l’uso dei piccoli battelli italiani in un ampio bacino con pochissime isole, come il Mar Nero, si rivelò poco utile, soprattutto perché essi non potevano spingersi davvero al largo, se non per poche ore.

E’ però possibile che in acque ristrette, fra terre vicinissime e a pochissima distanza dalle proprie basi, come appunto quelle di Hormuz, gli iraniani possano sfruttare meglio i sommergibili nani o leggeri tanto da poter forse far meglio dei predecessori italiani e giapponesi.

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Inoltre gli iraniani potrebbero aver intensificato il loro addestramento sommergibilistico per sfruttare ogni minimo appiglio naturale offerto dalle peculiarità del Golfo Persico e dello stretto di Hormuz, in fatto di salinità, temperatura dell’acqua e correnti, per diminuire il più possibile il rischio di essere captati dai sensori avversari.

E’ intuibile che particolare importanza abbiano assunto esercitazioni di immersione e navigazione subacquea tenendo conto del livello del termoclino e del suo andamento stagionale. Il termoclino è, in parole povere, una specie di “frattura” stratigrafica dell’acqua che può causare problemi alla ricerca sonar poiché crea effetti di diffrazione.

Nella regione di Hormuz, dove il ricambio idrico è assicurato da modeste correnti provenienti dall’Oceano Indiano a velocità comprese fra 0,2 e 0,5 metri al secondo, ma bastanti a contrastare la forte evaporazione del Golfo Persico, lo strato d’acqua più calda proveniente dal centro del golfo forma un termoclino alla profondità media di circa 30 metri, al di sotto della quale si insinua l’acqua più fredda proveniente dall’oceano.

Difficile però dire quanto gli iraniani siano in grado di avvalersi di queste o altre caratteristiche naturali dello scacchiere per giocare sonar e radar nemici. Non sembra però da escludersi a priori che la loro inventiva possa essere stata stimolata dallo svantaggio tecnologico sulla carta.

 

Flotta asimmetrica 

La Marina Iraniana non ha certo la possibilità di seguire la stessa linea di sviluppo di quelle delle grandi potenze, dovendo invece scegliere una strada alternativa fatta di unità comunque di limitate dimensioni in cui sia più importante il fattore numerico in proporzione all’estensione areale del teatro operativo del Golfo.

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Se i sommergibili nani restano il fulcro della forza subacquea, Teheran non disdegna unità più grandi come la ricordata classe Fateh.

Il primo Fateh, con numero seriale 920, era stato varato nel 2013, ma è entrato finalmente in servizio il 17 febbraio 2019. A esso seguiranno nel corso dei prossimi anni altre tre unità gemelle, di cui la seconda, siglata 961, è stata varata già nel 2015 e sta svolgendo tuttora le prove di mare. Il sottomarino classe Fateh è lungo 48 metri e disloca fino a 593 tonnellate, potendo arrivare a una velocità massima di 14 nodi, o 26 km/h.

Accreditato di un’autonomia di 6.700 km, pari a 35 giorni di navigazione, potrebbe spingersi al largo nell’Oceano Indiano e, una volta che tutte e quattro le unità saranno in servizio, ne potrebbe derivare una sorta di linea avanzata di sorveglianza e difesa per chi si avvicinasse all’imbocco del Golfo Persico. Cosa più importante, il tipo Fateh ha 4 tubi lanciasiluri da 533 mm da cui può sparare missili da crociera e siluri, nonché espellere mine, implementando le capacità già tipiche dei Ghadir.

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I Fateh si presentano come i più moderni sottomarini iraniani, ma le loro caratteristiche intrinseche non li renderanno affatto competitivi con le unità delle nazioni più avanzate. Si tratta in sostanza di unità il cui scopo dovrebbe essere fare da semplici vettori per i veri elementi temibili che imbarcano, come i siluri a razzo e a supercavitazione Hoot, presunta derivazione iraniana dell’ordigno russo VA-111 Shkval (squalo).

Il calibro di 533 mm dichiarato nei tubi di lancio dei Fateh e anche dei Ghadir confermerebbe che tali sommergibili possano lanciare gli Hoot, sebbene la lunghezza di ben 8,2 metri di ognuno di tali siluri rappresenti un notevole ingombro a bordo di unità leggere rendendo credibile che la quantità di munizioni sia compresa fra due e sei per ogni battello.

L’Hoot/Shkvall è comunque pericoloso per navi avversarie, potendo sfrecciare sott’acqua a circa 360 km/h, ossia 200 nodi, grazie alla creazione tutt’intorno al suo fuso di una bolla d’aria, una supercavitazione che praticamente abbatte l’attrito dell’acqua e permette al siluro-razzo di “volare”, quasi come se fosse nell’atmosfera.

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Il raggio d’azione sarebbe di 11-15 km, il che permetterebbe di colpire obbiettivo da una posizione di relativa sicurezza. Inoltre il peso della testata bellica, 200 kg su una massa totale dell’ordigno di 2.700 kg, lo rende in grado di causare grossi danni anche a unità pesanti. Sembra che gli Hoot vengano portati, in numero di due esemplari, perfino da motobarche veloci impiegate dai pasdaran non diversamente dagli antichi MAS italiani.

L’Iran ha inoltre in inventario vari tipi di missili da crociera antinave, oltre al già citato Nasr 1, indizio dell’attenzione estrema dedicata più all’arma in sé che al suo vettore. Ricorderemo il Kowsar a breve raggio, con circa 20 km di gittata, derivato da modelli cinesi, con propulsione a razzo e in grado di volare a una ventina di metri d’altezza sul mare a Mach 0,8. Noto almeno dal 2006, è lungo 2,5 metri e può essere lanciato sia da postazioni terrestri, o veicoli ruotati, sia da navi.

Da ciò che si sa del suo inviluppo di volo, potrebbe essere molto vulnerabile alle difese di punto, specialmente perché la sua quota di “sea-skimming” di ben 20 metri lo espone maggiormente all’avvistamento radar e ottico, nonché al susseguente ingaggio.

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Può però essere sempre molto utile, sia se lanciato contro petroliere senza scorta, e tenendo conto che anche solo da basi costiere coprirebbe comunque metà dell’ampiezza dello stretto di Hormuz, sia se impiegato in salve multiple al preciso scopo di distrarre le difese avversarie mentre ci si appresta a lanciare missili più moderni.

Come, ad esempio, il Qader, apparso dal 2011, che ha una gittata compresa fra 200 e 300 km, e, lanciabile sia da unità di superficie, sia da velivoli, sarebbe capace di volare assai più radente sul pelo delle onde, fra 3 e 5 metri, dirigendosi sull’obbiettivo con guida radar attiva e rendendosi un bersaglio assai più difficile da abbattere.

Per valutare quindi la reale pericolosità delle forze navali iraniane, siano esse quelle “canoniche” o quelle gestite direttamente dai pasdaran, sembra più utile concentrarsi sulle armi da lancio e su ciò che concerne il fattore umano, ossia le tattiche, le strategie e la propensione degli equipaggi all’assumersi rischi, più che le dimensioni e la potenza generica delle unità navali.

Ciò perché l’asso nella manica “geografico” di Hormuz è talmente vicino alle coste iraniane che per trasportare missili e siluri nella miglior posizione di tiro bastano anche unità di modesto tonnellaggio. D’altronde, storicamente, uno dei motivi che hanno sempre fatto ingrandire le navi da guerra in dimensioni e massa, è stata la volontà di navigare sempre più lontano e per un sempre maggiore lasso di tempo, portando a bordo non solo più armi e munizioni, ma anche più uomini e più scorte.

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In parole povere, avvicinarsi alle coste iraniane con grosse navi superaccessoriate è importante per la US Navy, che deve arrivare da molto lontano, pur contando sull’appoggio degli alleati, ma competere in dimensioni con gli americani sarebbe impossibile e senza senso per l’Iran, che si gioca il grosso della partita nell’arco di poche ore di navigazione dalle proprie basi.

In tale quadro l’estro persiano produce perfino piattaforme di tiro bizzarre come quella sorta di “barca volante” che è il velivolo a effetto suolo Bavar 2, afferente a quella tipologia di incroci fra aliscafo e idrovolante che sono i cosiddetti “ekranoplani”.

Piccolo velivolo a elica in grado di volare a pelo d’acqua a circa 200 km/h, il Bavar 2 sembra in effetti vulnerabilissimo e quasi solo scenografico. Potrebbe però essere un semplice addestratore e dimostratore tecnologico per far impratichire gli ingegneri iraniani nel settore puntando poi a un ekranoplano più perfezionato, magari con capacità “stealth”. Di certo conferma la generale tendenza al ricercare l’azione “speciale” e non ortodossa, forse un po’ “garibaldina”. Sicuramente asimmetrica.

Del resto, iniziative come la messa in cantiere di una classe di veri e propri cacciatorpediniere, da 7500 tonnellate, battezzata Khalije Fars, cioè “Golfo Persico”, sembra più dettata da motivi d’orgoglio e di immagine che di reale utilità strategica, a meno che non sia rivolta quasi esclusivamente verso le altre marine del golfo.

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Peraltro è interessante notare, per riandare ai confronti storici, come gli iraniani tendano, inconsciamente o no, ad applicare una strategia simile a quella degli antichi greci che avevano sconfitto i loro antenati persiani al tempo del “re dei re” Serse.

Infatti, alla battaglia di Salamina del 480 avanti Cristo, i greci, capeggiati dagli ateniesi di Temistocle, sfruttarono le minori dimensioni e la maggior agilità delle loro biremi contro le assai più grosse navi dell’impero persiano, in maggioranza egizie e fenicie, che invece erano impacciate nello stretto braccio di mare fra l’isola di Salamina e la costa dell’Attica, non potendo far valere nemmeno la superiorità numerica a causa di quell’imbuto naturale.

Allo stesso modo, i moderni discendenti di Serse paiono ispirarsi più agli antichi nemici greci che ai loro avi, con l’accento posto sul concetto che ciò che è piccolo, sfuggente, rapido e improvviso può almeno alcune volte, avere ragione di ciò che è colossale, ma spesso poco flessibile e adattabile, oltre che costoso. Perciò non deve stupire che l’industria navale iraniana, per quanto ancora esordiente, possa essere più oggetto di attenzione internazionale di quanto generalmente si voglia ammettere.

 

Strane esplosioni a Bandar Abbas

Lo scorso 6 aprile, in effetti, un’esplosione avvenuta nel cantiere di Shahid Darvishi, a 37 km a ovest di Bandar Abbas, ha ucciso tre tecnici che stavano lavorando su “un sottomarino in costruzione”.

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Dagli scarni resoconti filtrati all’estero, sembra che sia deflagrata una delle batterie dell’unità, evidentemente a propulsione diesel-elettrica, ma gli iraniani sono stati parchi di dettagli e non si può dire fino a che punto possa essersi trattato di un semplice incidente, anziché di un sabotaggio.

Di sicuro è interessante che i media locali abbiano così descritto l’accaduto: “Tre membri del Ministero della Difesa sono stati martirizzati dopo che è esplosa la batteria di un sottomarino”. Quel “martirizzati” sembra più adatto ai caduti di un attentato o di un’azione di guerra che alle vittime di un incidente industriale.

Si sa che l’Iran è stato nell’ultimo decennio più volte nel mirino di sabotatori e sicari, presumibilmente afferenti ai servizi segreti israeliani, che agivano per ostacolarne o ritardarne il programma nucleare, talvolta con ovattate azioni di cyberguerra, con virus informatici inoculati ad esempio nei computer delle centrifughe d’arricchimento dell’uranio di Natanz, talvolta con brutali agguati contro scienziati crivellati da agenti segreti in motocicletta. Allo stesso modo, non pare improbabile che, seppure, in tono minore, anche il programma di rafforzamento navale iraniano possa essere oggetto di sabotaggi da parte di potenze straniere.

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D’altronde, per restare in tema di spionaggio, il 19 aprile il ministro dell’Intelligence iraniano Mahmoud Alavi, dichiarava all’agenzia Mehr News che “nel corso di una complessa operazione sono state identificate 290 spie della rete della CIA, in Iran e all’estero”.

Oltre alle armi lanciate da unità navali, un ruolo fondamentale nello sbarramento dello stretto verrebbe affidato dagli ayatollah alle mine subacquee, sul cui impiego gli iraniani hanno accumulato una vasta esperienza fin dall’epoca della guerra combattuta contro l’Iraq fra il 1980 e il 1988. Le mine, questi guardiani automatici e silenziosi, semplici ed economici in proporzione al loro potenziale distruttivo o anche solo di deterrenza, sono da sempre un elemento di livellamento nella guerra navale, poiché tendono a ridurre il divario fra marine forti e marine deboli.

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Le si potrebbe a grandi linee definire un equivalente della biblica fionda con cui il pastorello Davide abbatté il gigante Golia. Ovvio che gli iraniani vi abbiano dedicato non poche energie, considerando anche che gran parte, o fors’anche la maggior parte, del loro numeroso naviglio sottile può essere benissimo impiegato per la posa, anche veloce, di tali ordigni

Sulle più recenti mine iraniane non si sa molto, ma nell’agosto 2018 un’inchiesta di Business Insider rilevava che un rapporto del Center for Strategic and International Studies stimava nel 2012 l’arsenale di mine subacquee di Teheran in almeno 6000 ordigni di vari tipi, i più grossi con carica esplosiva di circa 1200 kg e molti con sensori acustici o elettromagnetici magari non all’avanguardia, ma sufficienti a selezionare in qualche modo i possibili bersagli diminuendo il rischio di esplosioni accidentali o “sprecate” per semplici barche da pesca.

Se il dato di 6000 mine marittime nell’inventario iraniano risale al 2012, c’è da pensare che nell’arco degli ultimi sette anni la loro quantità sia ulteriormente cresciuta.

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Per stendere uno sbarramento credibile nello stretto di Hormuz può bastare anche solo una frazione di questo arsenale.

Le mine possono essere seminate in poche ore da mezzi aerei, navali o anche espulse dai tubi lanciasiluri dei sottomarini e la notevole vicinanza della zona bersaglio dalle basi aeronavali iraniane consentirebbe ai marinai e pasdaran di Teheran di agire molto velocemente, praticamente a sorpresa, con una vera semina “mordi e fuggi”, pur mettendo in conto la possibilità di perdite da parte di mezzi avversari in pattuglia.

Dal canto suo, la US Navy potrebbe bonificare la zona con i suoi mezzi specializzati, come elicotteri muniti di sensori radar e sonar, droni subacquei e navi dragamine come le unità classe Avenger, spesso di stanza in Bahrein. Tuttavia, per ripulire adeguatamente lo stretto possono volerci molti giorni, forse settimane.

E nel frattempo il panico sui mercati petroliferi avrebbe già fatto il suo corso, senza contare che per molto tempo ancora le petroliere dovrebbero passare con circospezione, magari limitandosi ad affollare stretti corridoi “sicuri” o ritenuti tali. E col perenne rischio di incappare sempre in qualche ordigno “dimenticato” che, affondando qualche nave cisterna, rinnoverebbe ancora l’effetto terroristico dell’azione.

 

Il fronte terrestre 

Da tutto quanto è emerso, non sembrano sussistere dubbi sulla possibilità iraniana di bloccare od ostacolare la navigazione nello stretto di Hormuz quanto basta a causare gravi ripercussioni sull’economia mondiale.

Ma a dispetto della roboante propaganda, l’Iran sta lavorando da tempo proprio per non ritrovarsi con le spalle al muro e quindi costretto, suo malgrado, a giocare una carta tanto estrema. A parte gli ottimi rapporti con potenze sfidanti della supremazia militare statunitense, segnatamente Russia e Cina, nonché l’India, la repubblica islamica si è costruita un retroterra per coprirsi le spalle sul versante continentale asiatico, potendo così contare su canali alternativi di esportazione e commercio.

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Uno snodo fondamentale di questo sistema è l’Iraq, paese ancora turbolento, ma comunque a maggioranza sciita come l’Iran, su cui l’alleanza in chiave anti-Isis con la dirigenza di Baghdad sembra aver spazzato via la maggior parte della atavica diffidenza fra persiani e arabi.

E’ proprio per sottrarre l’Iraq alla crescente influenza iraniana che il 7 maggio il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha annullato all’ultimo momento una programmata visita a Berlino, alla corte della cancelliera Angela frau Merkel, per volare invece dritto dritto a Baghdad, dove ha incontrato sia il presidente Barham Saleh e il primo ministro Adel Abdel Mahdi.

“Ho voluto assicurare loro – ha detto poi Pompeo – che noi americani siamo sempre all’erta per continuare a mantenere l’Iraq una nazione sovrana e indipendente. La ragione per cui siamo qui è che ci sono giunte informazioni su una crescente attività iraniana, perciò abbiamo spiegato alle autorità irachene quanto sia importante proteggere gli interessi americani nel paese”.

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Sullo sfondo della tensione nel Golfo Persico, Washington vede traballante il suo piano di assedio geoeconomico all’Iran, se questo mantiene solidi rapporti coi sui vicini continentali, in particolare l’Iraq come ponte per l’altrettanto amico governo siriano di Damasco, stante anche l’importante ruolo che hanno avuto nell’ultimo triennio le brigate Quds dei pasdaran, comandate dal generale Qassem Suleimani, nell’affiancare le forze locali contro i terroristi dell’Isis.

Per gli Stati Uniti, peraltro, ciò suona come una beffa poiché dopo il lungo ed estenuante impegno militare iniziato nel marzo 2003, dapprima per rovesciare la dittatura di Saddam Hussein, poi per affrontare lo stillicidio di attentati terroristici ed azioni di guerriglia che hanno insanguinato il paese, ora l’Iraq sta sempre più sfuggendo di mano, scivolando verso Teheran.

E’ un processo le cui tappe si sono intensificate negli ultimi mesi, almeno dal 12 marzo 2019, quando il presidente iraniano Hassan Rohani ha per la prima volta visitato Baghdad, trattenendosi fino al 15 marzo e consacrando un storico riavvicinamento che sarebbe sembrato impossibile pochi decenni fa, visti i fiumi di sangue del conflitto 1980-1988. Rimarcando la comune lotta contro il terrorismo jihadista, Rohani ha sostenuto che “non vogliamo stringere un’alleanza contro altri paesi, ma piuttosto invitare altri stati regionali ad avvicinarsi a noi a loro volta”.

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Scontato il riferimento alla Siria del presidente Hafez Al Assad, la cui sintonia con Teheran è assodata, è da più parti ipotizzato che gli iraniani contino molto sugli iracheni anche come possibili mediatori per migliorare, se possibile, i loro rapporti con l’Arabia Saudita e in genere i regni del Golfo Persico.

Rohani ha intanto ottenuto la contrarietà del collega iracheno Salih alle sanzioni USA, dovuta anche alla crescente osmosi economica Iran-Iraq. La ex-Persia è infatti il principale partner commerciale dell’Iraq, con un interscambio annuo di 13 miliardi di dollari, ma previsto in crescita fino a un potenziale di 20 miliardi.

Il nervosismo americano in queste ultime settimane si spiega quindi anche con il fatto che l’Iran è sempre meno isolato nella regione, e perdipiù sfruttando, con pazienza, un terreno che, in Iraq, è stato preparato nell’arco di 15 anni dagli stessi militari USA.

Che però a questo punto, non servono più. Perciò, già il 6 aprile, la stessa guida suprema della repubblica islamica, l’ayatollah Alì Khamenei, ha invitato il premier iracheno Mahdi a “far sloggiare le residue truppe americane dal paese al più presto possibile”. Poche ore dopo, il 7 aprile, Teheran accoglieva in visita ufficiale il capo dello Stato Maggiore iracheno, generale Othman al-Ghanimi, che si incontrava col pariclasse iraniano, generale Mohammad Hossein Baqeri, al quale prometteva di “mettere sotto stretto controllo la presenza militare americana in Iraq”.

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Non solo, i due hanno anche siglato un accordo per la cooperazione nel campo della difesa aerea, il che può significare probabilmente l’installazione, o l’ampliamento (se già presenti in sordina) di postazioni radar e antiaeree con personale iraniano in Iraq, a formare una linea avanzata di difesa aerospaziale su tutto il quadrante occidentale del paese. Infatti Baqeri ha dichiarato: “I nostri colloqui si sono incentrati sulla difesa integrata dei cieli di Iran e Iraq, in modo da captare minacce provenienti dai nostri confini occidentali”.

E non si tratta solo del timore di eventuali velivoli americani provenienti dal Mediterraneo, oppure sauditi, bensì, come intuibile, anche, anzi forse soprattutto di possibili attacchi aerei provenienti da Israele e indirizzati sulle strutture strategiche, nucleari ma forse non solo, dell’Iran.

Sempre il 7 aprile, a Teheran si trovava anche il ministro iracheno del Petrolio, Thamer al-Ghadhban, che con l’omologo iraniano Bijan Zanganeh ha firmato un accordo per lo sfruttamento congiunto di due grossi giacimenti di greggio situati a cavallo del confine, a Naft Shahr e a Khorramshahr.

E poco dopo, il 14 aprile, il giornale Al Watan ha dato notizia dell’imminente ripresa di un progetto strategico di cui si parlava già nel 2011, ma che venne interrotto a causa della guerra civile siriana, ovvero la costruzione di una linea ferroviaria comune fra Iran, Iraq e Siria, che consentirebbe al commercio estero di Teheran di accedere ai porti sul Mediterraneo, nonché l’allacciamento a un altro prospettato collegamento ferroviario strategico, quello che lo stesso governo di Damasco ha preannunciato via Turchia e Asia centrale fino alla Cina.

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Mentre appare superfluo ricordare gli stretti rapporti fra Iran e Russia, facilitati dalla contiguità nella regione del Mar Caspio, totalmente inaccessibile agli USA, è interessante ricordare che ancora lo scorso 1° maggio il direttore della Compagnia Nazionale Iraniana del Gas, Hassan Montazer Torbati, ricordando per inciso che il paese è probabilmente secondo solo alla Russia in fatto di riserve di metano, ha annunciato che entro la fine del 2019 le esportazioni verso il solo Iraq arriveranno a 35 milioni di metri cubi al giorno, rinforzando la dipendenza energetica di Baghdad da Teheran, che già si misura col fatto che gli iracheni ricavano il 45% della loro elettricità dal gas iranico.

E che, più in generale, l’Iran ha intenzione di estendere le già cospicue vendite di metano alla Turchia, implementando il gasdotto Tabriz-Ankara, nonché ad Armenia e Azerbaijian. Il tutto sullo sfondo della proficua collaborazione fra la compagnia iraniana Petropars, la cinese CNPCI e la francese Total per lo sfruttamento dei giacimenti metaniferi del Sud Pars. Il giorno dopo, 2 maggio, il ministro della Difesa iraniano, generale Hamir Hatami, ha rinnovato i contatti militari con Baghdad ricevendo a Teheran alti ufficiali iracheni ed esaltando così la comune vittoria sull’Isis e il ruolo iraniano nell’evitare la disintegrazione dell’Iraq: “Il sangue dei fedeli, combattivi e patriottici giovani iraniani e iracheni garantisce la stabilità e la sicurezza di entrambi i paesi”.

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Quelli enumerati sono solo alcuni degli esempi che dimostrano come, sul lato continentale, l’Iran sia ben lungi dal poter essere assediato e probabilmente non lo impensieriscano troppo le poche truppe che gli americani hanno dislocato in Siria, nel vano tentativo di insinuarsi come un cuneo fra Assad e Rohani.

Paradossalmente, gli iraniani potrebbero avere da temere che gli americani stessi, nel tentativo di provocarli, impongano un blocco selettivo nelle acque di Hormuz per soffocare il traffico di petroliere salpanti da grandi porti come Bandar Abbas.

Ma l’atteggiamento cauto del regime degli ayatollah, intenzionato a gestire razionalmente e con freddo autocontrollo, il deterrente dello stretto, sembra ben rappresentato dalle dichiarazioni rilasciate il 28 aprile 2019 all’agenzia Fars dal capo di Stato Maggiore Baqeri. Parole che scegliamo come chiosa al presente lavoro, convinti che l’Iran non agirà su Hormuz, se non ci sarà tirato per i capelli: “Così come il petrolio e le merci di altri paesi passano dallo stretto, anche i nostri petrolio e merci dovrebbero passarci attraverso, e i nostri ufficiali hanno chiaramente detto che affronteranno chiunque voglia fomentare insicurezza a Hormuz.

Se il nostro greggio non potrà passare dallo stretto, anche il greggio altrui non potrà farlo”. E ha spiegato: “Non intendiamo chiudere lo stretto di Hormuz finchè i nostri nemici non intensificheranno la loro ostilità al punto da non lasciarci alternative. Siamo in grado di farlo e il nemico lo sa”.

Foto: US DoD, Daily Star, TV7, al-Manar, Fars, IRNA  e AP

 

 

Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

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