L’offensiva di Erdogan aiuterà l’Isis a risorgere?

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Non sono solo i curdi siriani ma anche Mosca e le agenzie di intelligence europee hanno lanciato l’allarme per la possibile liberazione dei 12 mila miliziani dell’Isis e dei 70 mila loro famigliari prigionieri dei curdi nel nord della Siria, tra i quali vi sono anche moltissimi bambini e adolescenti già indottrinati alla causa del Califfato e potenzialmente addestrati a compiere attacchi e attentati suicidi.

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Nei giorni scorsi il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha cercato di rassicurare l’Occidente affermando che i prigionieri non verranno liberati e che i 2.500 foreign fighters presenti nei campi di detenzione verranno estradati nei paesi d’origine, inclusi quelli europei che finora hanno rifiutato i rimpatri di miliziani e terroristi opponendosi alle richieste in tal senso degli Stati Uniti.

Il ritiro delle forze americane dalla Siria e l’istituzione della fascia di sicurezza turca di 32 chilometri, pongono i presupposti per la potenziale “resurrezione” dello Stato Islamico. Il comando delle forze curde paventa infatti il rischio che miliziani e i loro famigliari possano venire liberati dai turchi e diventare “una minaccia alla sicurezza locale e internazionale”.

Comprensibile che i curdi vogliano accentuare le pericolose conseguenze per la sicurezza internazionale derivanti dall’offensiva turca ma l’allarme è motivato da diverse valutazioni. Fonti russe affermano che i campi di prigionia sono già stati abbandonati dalle guardie curde e il rischio di fughe dei prigionieri sarebbe quindi già qualcosa di più di un’ipotesi e Mosca teme il ritorno a casa di molti combattenti caucasici e delle repubbliche asiatiche dell’ex Urss.

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Le ultime notizie riferiscono di centinaia di miliziani del Califfato già fuggiti dai campi di prigionia. Inoltre la Turchia ha avuto un ruolo chiave nell’avvio della rivolta armata contro il regime di Bashar Assad armando e inquadrando il cosiddetto Esercito Siriano Libero (ESL) le cui milizie oggi affiancano le truppe di Ankara nell’operazione nel nord della Siria.

Ankara ha anche sostenuto lo Stato Islamico tra il 2014 e il 2016 nella campagna contro i curdi. Molti miliziani dell’Isis feriti durante la battaglia di Kobane vennero curati negli ospedali turchi mentre il petrolio estratto abusivamente dal Califfato dai pozzi occupati in Iraq e Siria venne venduto illegalmente in Turchia.

Negli ultimi anni l’appoggio turco allo stato islamico è venuto meno, determinando una recrudescenza degli attentati jihadisti in territorio turco, ma oggi ci sono le condizioni per una nuova cooperazione tra Ankara e le milizie dell’Isis in funzione anti-curda.

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La liberazione o la fuga dei prigionieri jihadisti potrebbe alimentare nuovamente il conflitto a sud della fascia di sicurezza occupata dai turchi, dove i curdi ormai abbandonati dagli statunitensi saranno probabilmente presto affiancati da truppe governative siriane e da militari unità russe.

In quella regione le milizie dell’Isis sono ancora presenti con unità dedite alla guerriglia ma l’arrivo degli ex prigionieri costituirebbe in grave problema di sicurezza per la regione dove peraltro dovranno venire ospitati 2,5 milioni di civili curdi in fuga dai territori occupati dai turchi in cui Ankara intende trasferire 3 milioni di profughi siriani con una grande operazione di sostituzione etnica.

Nom è forse casuale che l’Isis abbia rialzato la testa, attaccando postazioni curde lungo il confine turco, proprio alla vigilia dell’avvio dell’offensiva di Ankara.

 

La minaccia per l’Europa

Episodio che potrebbe costituire l’indizio di una possibile intesa tra i turchi e le milizie jihadiste mentre l’eventuale liberazione dei prigionieri dell’Isis è visto come una minaccia pure al di qua del Bosforo dove l’intelligence teme che molti jihadisti cerchino di raggiungere l’Europa.

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Anche mischiandosi agli immigrati illegali i cui flussi verso la Grecia sono già da tempo in vertiginoso aumento e che potrebbero trasformarsi in ondate (come nel 2015) se Erdogan dovesse aprire le frontiere occidentali come minacciato nei giorni scorsi.

Tra i terroristi che potrebbero infiltrarsi non ci sono solo foreign fighters che vorrebbero “tornare a casa” ma anche tanti combattenti arabi e asiatici del Califfato che preferirebbero raggiungere l’Europa piuttosto che affrontare, esecuzioni sommarie, impiccagioni o dure prigionie in Iraq e Siria.

Il vecchio Continente continua infatti ad essere una sorta di paradiso per i veterani del jihad: solo pochi dei foreign fighters rientrati dopo la caduta di Raqqa e la fine del Califfato sono stati arrestati mentre la gran parte resta a piede libero sorvegliata con discrezione dai servizi di sicurezza.

Sia la Ue che i singoli Stati hanno annunciato e varato piani ben poco repressivi ma improntati al recupero sociale dei veterani del jihad con programmi di welfare che prevedono sussidi e persino corsi universitari pagati ai terroristi dell’Isis.

 

Prospettive politiche

Se le prospettive politiche dell’offensiva turca in Siria cominciano a chiarirsi, quelle militari lasciano aperte alcune incognite, specie se valutando i possibili sviluppi a medio-lungo termine.

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Tutte le forze militari straniere presenti in Siria “illegalmente”, quindi senza il consenso del governo di Bashar al-Assad, devono lasciare il Paese, ha detto il 12 ottobre il presidente russo Vladimir Putin.

“E’ qualcosa che dico apertamente ai nostri colleghi: il territorio siriano deve essere liberato dalla presenza militare straniera e l’integrità territoriale siriana deve essere ripristinata”. Una valutazione che può apparire scontata, tenuto conto che i militari russi costituiscono la sola presenza militare straniera richiesta dal governo di Damasco, ma che ha il merito di evidenziare un dato che nel mondo non ha avuto l’impatto che avrebbe meritato anche in termini di rispetto de diritto internazionale.

La presenza in Siria di truppe della Coalizione statunitensi, britanniche e francesi è invece del tutto illegale in termini giuridici. Anzi, costituisce un atto di aggressione e di guerra nei confronti dello Stato siriano.

La Coalizione anti-Isis a guida USA è stata invitata a intervenire in Iraq dal governo di Baghdad ma non da quello di Damasco. Al tempo stesso anche la presenza turca nel nord del paese, da Idlib ad Afrin e oggi lungo tutta la frontiera fino ai confini iracheni, è del tutto illegittima. Per questo il ritiro annunciato delle truppe americane, seguito con ogni probabilità dalle task force britannica e francese, metterà fine a una presenza che la sconfitta del Califfato aveva reso sempre più insostenibile.

 

Prospettive militari

Sul piano militare la penetrazione turca ha già raggiunto in alcuni settori la profondità di 30/32 chilometri prevista dall’operazione lanciata da Ankara per costituire la fascia di sicurezza.

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Almeno 3 i caduti turchi, due dozzine quelli registrati dalle milizie siriane filo-Ankara mentre il comando turco ha annunciato il 14 ottobre di aver eliminato circa 500 “terroristi”, termine con cui vengono indicati i combattenti delle Unità di Protezione Popolare (YPG) curde che hanno scarse le possibilità di fermare i circa 10mila militari turchi e i loro alleati siriani dell’ESL (14 mila uomini impiegati nell’operazione: i curdi non dispongono né di velivoli né di una reale capacità di difesa contraerea.

E’ vero che gli USA hanno abbondantemente armato e finanziato l’YPG all’interno della formazione curdo-araba della Forze Democratiche Siriane (FDS) per combattere l’Isis ma solo con armi di impiego terrestre dal momento che lo Stato Islamico non disponeva di forze aeree.

Per questo oggi le YPG, pur contando su circa 35mila combattenti in tutta la Siria Orientale non sono in grado di opporre una costante resistenza frontale all’avanzata nemica pur mettendo in atto imboscate, azioni di disturbo e bombardamenti di mortai che colpiscono il territorio turco.

I pochi mezzi pesanti s disposizione sono i carri T-55 e i cingolati BMP-1 sottratti all’Isis che a sua volta li aveva sottratti all’esercito siriano.

Syrian Democratic Forces (SDF) fighters ride atop of military vehicle as they celebrate victory in Raqqa, Syria, October 17, 2017. REUTERS/Erik De Castro

Sul medio-lungo termine però la capacità dei curdi di mantenere una forte pressione sul nemico all’interno della fascia di sicurezza potrebbe incrinare la capacità politica di Ankara di sopportare costi finanziari e umani dell’occupazione della fascia di sicurezza. Anche per questo Ankara conta sulle sue milizie siriane, più “spendibili” dei militari turchi. Persino Israele nel 2000 dovette abbandonare la “fascia di sicurezza” nel Libano meridionale a fronte dell’insofferenza della società di fronte ai caduti registrati in quei territori.

Possibile quindi che anche i turchi subiscano nel tempo un simile logoramento anche se i recenti attacchi dell’Isis contro le postazioni curde lungo il confine turco lasciano intendere che Ankara abbia già un’intesa con i miliziani del Califfato per contrastare i curdi in tutta la Siria orientale.

 

L’alleanza con Damasco

In termini strategici solo l’accordo stipulato dai curdi con Damasco e le intese tra Putin ed Erdogan potranno offrire garanze militari ai curdi poiché la presenza dell’Esercito Arabo Siriano (giunte oggi ad Ayn Issa, poche decine di chilometri dal confine turco) e dei loro alleati russi costituirà un valido deterrente contro eccessive pretese turche sul territorio siriano.

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I curdi sembrano quindi destinati a rifugiarsi tra le braccia del governo siriano e dei russi, che due anni or sono avevano messo in guardia l’YPG dal fidarsi delle promesse statunitensi.

Damasco, che soffre la carenza di truppe e ha il grosso delle sue forze di prima linea schierate intorno a Idlib, ultima roccaforte delle milizie ribelli, ha tutto l’interesse a riprendere il controllo dei pozzi di gas e petrolio dell’est oggi in mano a curdi e truppe americane così come ha interesse a farli presidiare dai curdi inquadrati all’interno dello Stato siriano con un’ampia un’autonomia e con il supporto di Mosca.

Del resto la posizione morbida assunta da Russia e Stati Uniti di fronte a una risoluzione dell’ONU di condanna ad Ankara, induce a credere che vi sia un fondamento alle indiscrezioni sull’intesa raggiunta alcune settimane or sono in base alla quale Mosca e Damasco avrebbero accettato l’invasione turca del nord in cambio del via libera per schiacciare i ribelli a Idlib.

Un accordo gradito anche a Donald Trump che ha così l’opportunità di ritirare l’ultimo migliaio di soldati americani ancora schierati in Siria. Un compromesso che comporta vantaggi, limitati ma pur sempre vantaggi, per tutti tranne ovviamente per i curdi.

Foto:  AFP, Reuters, AP, Stato Islamico, Anadolu e SANA

 

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