Libia e Mediterraneo: quale ruolo per l’Italia?

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Le premesse sulla Conferenza di Berlino del 19 gennaio 2020 non lasciavano presagire successi e accordi risolutivi sottoscritti da tutti i partecipanti, infatti le parti in causa libiche continuano tuttora ad ignorarsi, a combattere, a non fidarsi l’uno dell’altro. Tuttavia almeno un timido risultato sembrava strappato: un cessate il fuoco più duraturo, garantito dalla comunità internazionale.

Il documento di ben 55 punti (troppi) aperto a svariate interpretazioni, non può considerarsi una vera strada da seguire (road map) bensì una bozza di lavoro con indicazioni concordate dagli attori internazionali per superare lo stallo e predisporre ulteriori azioni miranti ad una auspicata stabilizzazione della Libia.

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Dal 19 gennaio scorso trascorsa una sola giornata di moderato ottimismo, le immediate violazioni del cessate il fuoco in Libia,  le dichiarazioni e le azioni del sempre più tracotante presidentissimo turco Erdogan hanno non solo raffreddato le poche speranze di rientrare in gioco da coprotagonisti ma hanno sancito, da un lato, l’irrilevanza della UE e purtroppo dell’Italia, dall’altro la fragilità operativa delle proposte italiane riguardanti monitoraggio militare della tregua, monitoraggio effettivo dell’embargo sulle armi ed eventuale successivo impiego di una forza militare UE sotto l’egida dell’Onu.

E’ bastato al Presidente turco dichiarare che se si affidasse all’Onu la stabilizzazione, verrebbe meno la necessità di un impegno militare sul campo della UE (ovvero dei suoi Stati membri maggiormente coinvolti e presenti alla Conferenza) per sminuire le proposte. Se non vi saranno cambiamenti di scenari UE e Italia dovranno quindi ritagliarsi uno spazio cortesemente concesso nell’ambito delle intese tra Russia e Turchia sancite dagli incontri fra i presidenti Putin e Erdogan. Nuovi protagonisti della scena libica, sponsor determinati dei propri interessi e dei due contendenti libici.  Una parabola da discesa agli inferi per il nostro Paese fino a poco tempo fa coordinatore per il G7 e il G20 della stabilizzazione in Libia.

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La retorica delle dichiarazioni del nuovo governo, Presidente del consiglio e ministro degli Esteri evidentemente poco pervenuti a livello internazionale, sul ruolo centrale dell’Italia nella crisi libica risultano inversamente proporzionali alle aspettative e ai fatti.

In effetti “perseverare diabolicum” eppure, nonostante il saggio adagio nulla sembra frenare l’incauta frenesia delle dichiarazioni, dell’apparire, mirando più che altro alla scena italiana, del titolare della Farnesina.

Appena terminata la faticosa riunione dei ministri degli Esteri del Consiglio europeo del 17 febbraio già veniva sbandierato il successo italiano, e in subordine europeo, per l’accordo su una nuova missione destinata a rimpiazzare l’Operazione Sophia appena mascherata dalle novità del presunto rigido controllo UE (navale, aereo….e se del caso terrestre) sull’embargo delle armi in Libia la cui violazione resta costante e continuativa, e per il riconoscimento del “fattore di attrazione” verso le navi militari, e non, da parte di trafficanti, scafisti e migranti irregolari.

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La novità recita che nel caso ciò si verificasse anche nella rotta da coprire del Mediterraneo orientale e la Cirenaica da dove non dovrebbero partire i barconi, le navi militari verrebbero spostate. E il controllo sull’embargo una volta rimosse le navi? Le regole d’ingaggio in caso di incontri e eventuali sequestri di navi ostili? E se non rispettano il blocco? E il controllo sulla Tripolitania dove addirittura fregate turche scortano imbarcazioni civili cariche di armi di tutti i tipi e uomini pronti alla battaglia in Libia?

In sintesi ad una semplice analisi operativa la nuova missione europea appare più come una necessaria decisione politica per essere presenti e non perdere la faccia piuttosto che una risolutiva operazione per arginare efficacemente i traffici in funzione di ulteriori azioni per una reale stabilizzazione libica. La missione che prenderà il via forse a fine marzo non parte con i migliori auspici. Appaiono quindi ingiustificate nei toni e nella sostanza dichiarazioni che non riflettano cautela e prudenza in questa fase di avvio e definizione della missione.

 

Conseguenze

Ancora una volta l’opinione pubblica resta disinformata sulle questioni di politica estera cruciali per l’Italia e per la tutela degli interessi nazionali. Tranne rare eccezioni perfino la stampa e i media nazionali sembrano restii ad approfondire e informare sui rischi concreti, le conseguenze di una politica estera debole gestita “ad hoc” preoccupata di delegare le decisioni ad altri, la UE, l’Onu, fondata sulle risposte all’emergenza piuttosto che su una visione strategica mirata a preservare, se non a rinforzare, il nostro ruolo nel Mediterraneo.

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Nel quadro delle alleanze beninteso ma pur sempre a difesa degli interessi nazionali, dei confini, delle Zone Economiche Esclusive (ZEE) in mare.

Rispetto per tutti e determinazione, quando necessario, nel farsi rispettare imporrebbero le lezioni apprese nel recente passato eppure ancora disattese da una classe dirigente superficiale, inadeguata, di scarsa competenza (anche se è legittimo il sospetto che una tale incapacità sia voluta per potersi appoggiare ad altri evitando di dover prendere decisioni da Stato sovrano), in breve inidonea a gestire le sfide internazionali complesse, perfino quelle che si sviluppano vicino ai nostri confini o di fronte alle nostre coste.

I comportamenti ambigui, poco risoluti, le dichiarazioni retoriche e scontate a cui non fanno mai seguito atti concreti di dissuasione, quando richiesti dalle situazioni, contribuiscono a minare ulteriormente la credibilità del nostro Paese nel consesso internazionale.

La difesa degli interessi nazionali, il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo, la salvaguardia di cittadini all’estero e l’operatività di grandi aziende italiane, ENI in Libia ad esempio, sicurezza dello Stato, prevenzione e lotta alle infiltrazioni terroristiche nel nostro territorio: la tutela di questi settori cruciali non può essere delegata ad altri in quanto rientra oggettivamente nella sfera di azione di uno Stato riconosciuto e sovrano, non necessariamente “sovranista”.

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In Italia maggioranze e opposizioni dovrebbero trovare condivisione almeno su temi prioritari di politica estera che non siano solo l’appartenenza alle alleanze, al mondo occidentale, alla UE, all’Onu. Da almeno un decennio le crisi regionali, quelle economiche, le guerre asimmetriche, le organizzazioni terroristiche, gli attacchi terroristici e relativi traffici di esseri umani, armi e droga, hanno mutato il quadro delle convivenze, accentuato la competitività anche fra Stati alleati, reso indispensabile il ruolo di uno Stato decisionale pur in un contesto di alleanze e regole comunitarie.

Nel caso italiano le vicende libiche, hanno ribadito con forza e chiarezza quanto sia stato controproducente la mancanza di una visione strategica italiana su Mediterraneo, Africa e crisi migratorie; il continuo rinviare, il non decidere, delegando ad altri decisioni e competenze spettanti allo Stato sovrano.

Se nei precedenti governi i ministri degli interni Minniti e Salvini, coprendo in maniera anomala in più circostanze anche il ruolo di ministri degli Esteri dei distratti colleghi titolari del dicastero, hanno influenzato positivamente una pur timida reazione italiana a decisioni comunitarie non rispettate da altri Paesi e decisamente sfavorevoli (migranti), agli interventi a gamba tesa di Stati alleati (Francia, Austria, Germania), con l’attuale governo si è ritornati alla passività delegante, ai passi felpati di una diplomazia debole, inconcludente, fuori tempo e contesto.

Emblematica la foto di gruppo con il nostro presidente del consiglio relegato in seconda linea dietro, ad esempio, a Boris Johnson uscito dalla UE e non protagonista in Libia.

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Una vicenda forse “di colore” ma da non sottovalutare Le posizioni nelle foto ufficiali vengono gestite dal protocollo del Paese ospitante ma anche dai protocolli o dai rappresentanti delle Ambasciate dei Paesi ospitati i quali possono farsi sentire e ottenere modifiche. In caso di disaccordo conta beninteso il “peso” del Paese.

Il “peso dell’Italia è così limitato oggi da lasciare il campo alla Turchia, decisa ad espandere i propri interessi e influenze a riempire i vuoti lasciati dall’Italia calpestando impunemente accordi, regole di convivenza, alleanze internazionali. Lo fa in virtù di decisioni prese, rese esecutive senza porsi tanti problemi se non il primario interesse nazionale. Magari andando oltre, inseguendo disegni espansionistici che un paese come l’Italia mai potrebbe cullare anche con un governo coeso il quale agirebbe comunque in un contesto stabilito da alleanze e accordi internazionali.

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Rinunciando ad una politica estera perlomeno determinata, frutto di analisi, coordinamento dei ministeri coinvolti nella nostra proiezione internazionale, di una selezione di risorse umane adeguate e competenti, delle lezioni apprese e di una strategia nazionale a medio termine, coerente nei seguiti e nelle azioni prioritarie a prescindere dai troppi cambiamenti governativi, non riusciremo a tutelare i nostri interessi nazionali, tantomeno a recuperare la credibilità e il rispetto dovuto ad uno media potenza strategicamente importante come l’Italia.

La decadenza del ruolo stesso del ministero degli Esteri è purtroppo palpabile né si intravedono segnali di un sussulto di orgoglio, di una rinnovata efficienza nell’invertire una tendenza negativa rafforzata dai vari smacchi internazionali subiti in tempi recenti, Libia a parte.

I vertici ministeriali, in assenza di un vero, autorevole, competente e credibile ministro, non sembrano in grado di assicurare, se non imporre, un cambio di rotta dettato dai tempi, proseguendo invece su linee di prudenza e indecisioni perfino anacronistiche rispetto alle sfide e ai competitori.

Un saggio adagio delle amministrazioni virtuose recita: i ministri passano, gli alti funzionari dovrebbero garantire la continuità e l’eccellenza della macchina amministrativa nell’interesse nazionale, a prescindere dai partiti e dall’inadeguatezza del ministro di turno. Dai riscontri e dai risultati ottenuti si evidenzia purtroppo tutt’altro.

 

Quale ruolo politico nel Mediterraneo allargato

Il ruolo politico e militare dell’Italia nel Mediterraneo allargato dovrebbe essere consolidato, rimodellato in funzione delle nuove sfide complesse e dei nostri interessi nazionali che oggi più che mai vanno tutelati e difesi. A fronte dei successi delle nostre migliori aziende competitrici a livello mondiale quali ENI, Fincantieri e Leonardo, è evidente quanto sia necessario il supporto di una azione politico-diplomatica forte, determinata, competente, consapevole del ruolo che ha svolto e che dovrà svolgere il nostro Paese in un’area vitale per la sua stessa esistenza.

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Il ruolo di mediatore credibile lo si conquista sul campo con continuità e intraprendenza tralasciando le rendite del passato, piuttosto incrementandole con una presenza competente e rispettata, non esclusivamente commerciale. Soprattutto evitando di dare ad altri la percezione di fragilità, debolezza, frutto di iniziative retoriche, velleitarie portate avanti più per fare qualcosa che per incidere realmente sul corso degli avvenimenti.

Nella logica “emergenziale” alla fine l’Italia interviene, ma non su iniziative preventive o di immediata risposta a provocazioni, quali quelle turche in Libia e al largo di Cipro. E lo fa dando l’impressione di rinviare, accodarsi ad altri perdendo così l’autorevolezza e il prestigio che un’azione di dissuasione preventiva ritenuta fondata dovrebbe comportare, in aggiunta alla tutela dell’interesse nazionale e al sostegno di Paesi vicini, stretti alleati.

Gli esempi concreti non mancano. L’Italia ha inviato pochi giorni fa la fregata Fasan al largo di Cipro, facendosi precedere dall’iniziativa francese del Presidente Macron. Risultato tangibile: il primo ministro ellenico al termine di un incontro con il presidente francese ha definito pubblicamente le fregate francesi dislocate nel Mediterraneo orientale come “garanti della pace”.

E quella italiana? Non sono stati riportati dalle agenzie e dalla stampa commenti simili a seguito del recente e ritardato attivismo nell’area del nostro ministro degli esteri Di Maio.

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Partecipiamo ad una missione navale europea nello stretto di Hormuz al di fuori del quadro UE e Nato, su iniziativa francese e a comando francese. La partecipazione italiana sarà anche utile tuttavia verrebbe da chiedersi quali saranno i vantaggi o le contropartite per l’Italia nell’assecondare il desiderio francese di diventare leader incontrastato della difesa e sicurezza europea al di fuori del quadro Nato.

La Francia non ha certo rallentato le sue azioni di contrasto all’Italia in Libia, in Egitto dove al di là degli aspetti politici sono mal digerite le probabili commesse a Fincantieri e la presenza massiccia dell’ENI.

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Nel Sahel potremmo forse intervenire, secondo fonti stampa, con un contingente militare a supporto dell’operazione Barkhane guidata e condotta dai francesi a sostegno dei propri interessi e dei Paesi sub sahariani del G5. La partecipazione italiana sarebbe strategicamente utile e fondata eppure fuori tempo e in un contesto meno favorevole. Non conveniva aderire quando fu richiesta dal presidente Hollande, allora in difficoltà, nel 2014 nel momento in cui avremmo tratto indubbi benefici politici, diplomatici e avremmo evitato la figuraccia dell’attuale presenza militare italiana in Niger a lungo contrastata dai francesi e appena tollerata dai nigerini?

Si può facilmente dedurre dai pochi esempi citati che il valore delle nostre Forze Armate, includendo le migliaia di uomini impiegati nelle missioni internazionali, pur essendo di alta professionalità e apprezzato a livello internazionale, non venga compiutamente utilizzato a supporto operativo di una visione, di una strategia nazionale di lungo periodo, di una politica estera lungimirante e determinata nella tutela degli interessi nazionali, ivi inclusi i confini, la sicurezza, l’immigrazione illegale, la lotta al terrorismo internazionale, un sostanziale incremento delle presenze italiane a livelli decisionali negli organismi internazionali.

Un braccio formidabile della politica estera, assieme a quello della cooperazione internazionale, viene così sminuito da tempistiche di impiego ritardate e retoriche demagogiche senza concretizzare realmente i benefici che si dovrebbero trarre da importanti sforzi finanziari e impiego di risorse altamente qualificate.

Per scelte sbagliate imposte da movimenti a digiuno di responsabilità amministrative nazionali e internazionali, per i quali evidentemente interesse dello Stato, competenze e meriti risultano secondari anche nelle posizioni apicali, si è arrivati al punto di offendere la dignità stessa delle Forze Armate, svilendo la loro primaria ragione di esistere allorché, volontariamente o per colpevole incompetenza e inidoneità, il precedente ministro della difesa immaginò demagogicamente di dare priorità soprattutto ad un impiego modello protezione civile delle Forze Armate, non solo nelle calamità naturali.

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Un danno morale e materiale che per fortuna l’attuale ministro della Difesa sembra aver frenato, stando alle ultime dichiarazioni rilasciate, pronto quindi a rassicurare e ristabilire i ruoli di competenza delle FFAA.

La necessità di ripristinare e rimodellare la collocazione italiana nel Mediterraneo allargato in linea con le sfide complesse, risulta più che mai urgente e decisiva e non sembra possa attuarsi senza un governo coeso, determinato, con competenze accertate e riconosciute, scevro da istanze demagogiche pronto a farsi valere con competitori e alleati eliminando la percezione di debolezza che rende ininfluenti coloro che si accodano alle decisioni altrui.

Recuperare influenza e leadership in Libia sarà difficile eppure è quello che ci si aspetta concretamente a tutela dei nostri interessi nazionali e del ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. Anche con azioni preventive e dissuasive quando è il caso.

Foto Difesa.it, Libya Observer, Marina Militare, Governo Italiano, Governo Tedesco e Anadolu

 

E' uno dei maggiori esperti italiani di operazioni internazionali di stabilizzazione, peacebuilding, cooperazione e comunicazione nelle aree di crisi. Dagli anni 80 ha ricoperto incarichi di responsabilità crescenti per l’Onu, la UE e il Ministero degli Esteri in Africa (13 anni), Medio Oriente e Balcani. Specialista di negoziati complessi, è stato Sindaco Onu in Kosovo della città mista di Kosovo Polje dal 1999 al 2001, ha guidato, primo non americano, il PRT di Nassiriyah in Iraq nel 2006 ed è stato Portavoce e Capo della comunicazione della missione europea di assistenza antiterrorismo EUCAP Sahel Niger fino al 2016. Destinatario di un’alta onorificenza presidenziale Senegalese, per l’editore Fermento ha scritto "Alla periferia del Mondo". Scrive su riviste specializzate ed è un apprezzato commentatore per radio e tv.

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