AK-47 Kalashnikov, fucile d’assalto

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In uscita da Odoya una completa “biografia” del fucile d’assalto più diffuso al mondo: AK-47 Kalashnikov, fucile d’assalto di Gordon Rottman

 

Stupisce vedere la fotografia di un fucile d’assalto russo AK-47 Kalashnikov, nella versione cinese Tipo 56 (AKM), sequestrato ai pirati della Somalia nel 2009 e ridotto in condizioni talmente pietose da sembrare un inane rottame. Arrugginito e corroso dalla salsedine dell’Oceano Indiano, con un caricatore di riserva fissato con nastro adesivo al suo gemello innestato.

Eppure era ancora in piena efficienza, a dimostrazione della praticità e robustezza di un’arma da 70 anni sulla breccia e ben lungi dall’estinguersi. In Somalia il Kalashnikov è tutt’oggi il principale fucile da guerra e comprarne uno costa al massimo 400 dollari, più 12 centesimi per ogni proiettile.

Ma anche nel resto del mondo l’AK-47 è “il” fucile d’assalto per eccellenza. Sarebbero stati costruiti in totale 100 milioni di Kalashnikov, fra AK-47 della serie “classica” (forse 75 milioni) e derivati come AKM, AK-74, eccetera (circa 25 milioni).

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Ma il totale potrebbe essere anche maggiore poiché migliaia di copie o elaborazioni vengono tuttora realizzate senza licenza, come è il caso dei Kalashnikov artigianali fabbricati nelle aree tribali nelle vallate del Waziristan, al confine fra Pakistan e Afghanistan, da armaioli che con un tornio e pochi attrezzi ricreano, o riparano, “gingilli” per i Talebani, per le milizie Jundullah e altre formazioni irregolari, per non parlare dei clienti privati, magari ragazzotti dei villaggi vicini per cui il rito iniziatico del diventare adulti è segnato dal dono di un’arma.

E’ difficile dire quanti AK-47, e “cugini”, vengano tutt’oggi impiegati e tenuti in efficienza, ma sicuramente si è nell’ordine delle decine di milioni. Anche perchè è plausibile che molti esemplari, passati di mano in mano, funzionino ininterrottamente da decenni, via via revisionati con pezzi di ricambio, originali o no.

Questo è il risultato finale dello sforzo progettuale compiuto all’indomani della Seconda Guerra Mondiale da un allor giovane, e oscuro, sergente dell’Armata Rossa di origine siberiana. Tutta questa epopea, che miscela tecnica, tattica, episodi, è narrata in “AK-47: Kalashnikov, fucile d’assalto” (120 pagine, 14 euro), opera monografica scritta dall’americano Gordon Rottman, che grazie alle edizioni Odoya di Bologna appare per la prima volta in italiano.

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Mikhail Kalashnikov è morto a 94 anni nel 2013, onorato come un idolo in Russia e fuori. Aveva solo 28 anni quando nel 1947 realizzò il suo fucile, concepito intorno alla cartuccia “intermedia” sovietica da 7,62 X 39 mm, a cui si deve il tipico caricatore curvo da 30 colpi dell’AK-47.

Nella guerra appena finita, i russi avevano sperimentato sulla propria pelle i micidiali fucili d’assalto tedeschi MP.43/44 e Sturmgewehr 44, mentre i propri tipi Simonov e Tokarev non erano altrettanto validi. Kalashnikov iniziò a lavorarci nel 1944 e arrivò all’optimum dopo tre anni di disegni, per i quali fu aiutato dalla moglie Ekaterina, esperta di grafica, e di prototipi.

S’ispirò alle armi tedesche catturate, ma con sue intuizioni e ascoltando la viva voce dei reduci per raccoglierne l’unanime preoccupazione per l’affidabilità e la robustezza delle armi.

Così, l’AK-47 ebbe parti mobili ridotte all’osso, con ampie tolleranze perchè funzionasse anche sporco di fango e fosse di semplice manutenzione, cromatura interna della canna per prolungarne la vita e altre peculiarità. Fra i “segreti” del Kalashnikov è interessante che, a differenza della maggior parte delle armi automatiche a recupero di gas, il tubo di presa del gas di scoppio che ricarica i colpi successivi è posto sopra, e non sotto, la canna, permettendo così un meccanismo del grilletto più semplice e robusto.

 

L’autore. Gordon Rottman, è un ex-ufficiale delle Forze Speciali dell’US Army che combattè in Vietnam nel 1969-1970, trovandosi di fronte proprio il Kalashnikov imbracciato dai Viet Cong. Un soldato per raccontare la storia di “un’arma a misura di soldato”.

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Nulla di meglio, dato che Rottman stesso apporta la sua esperienza nel comprendere a fondo il segreto dell’AK-47. Ad esempio, provando nella giungla un Kalashnikov catturato ai Cong, egli scoprì personalmente che sparando da 2 metri di distanza contro un giubbotto antiproiettile USA in fibra di nylon appoggiato al terreno, i proiettili del fucile nemico non solo foravano il giubbotto ma penetravano 20 cm nel terreno, mentre il fucile americano Armalite AR15, meglio noto come M16, si limitava a rovinare il giubbotto senza trapassarlo.

L’autore fu quindi uno dei primi testimoni diretti della complessiva superiorità dell’AK-47 sull’M16, dato che il fucile americano aveva un calibro più piccolo (5,56 mm), richiedeva più attenzione, più pulizia, aveva componenti spesso più fragili e se anche era più preciso nel tiro a lunga distanza, ciò era un vantaggio relativo nello scontro di fanterie a distanze reali che raramente superavano 300 metri.

Centrale appare la riflessione di Rottman sulla questione del selettore di tiro dell’arma, rivelatrice della filosofia tattica sovietica, devota al tiro automatico istintivo: “I sovietici credevano in una sopraffacente potenza di fuoco automatico nel corso di un attacco a distanza ravvicinata e non si preoccupavano della precisione”.

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Ciò ha fatto sì che sul Kalashnikov la prima posizione del selettore di tiro fosse appunto sull’automatico e la seconda sul semi-automatico (cioè il colpo singolo). E’ l’esatto opposto che sull’M16, dove il selettore va in automatico solo in seconda istanza, frutto del pensiero tattico americano che privilegia invece “un fuoco preciso a distanza maggiore, col fuoco automatico disponibile come supporto in caso di necessità”. Come spiega con dovizia e precisione il libro di Rottman, insomma, il successo globale dell’AK-47 e dei suoi derivati, sebbene spesso in mano a pirati, terroristi e criminali, è certo la miglior prova che il defunto progettista siberiano ha fatto un buon lavoro.

 

AK-47 Kalashnikov, fucile d’assalto
di Gordon L. Rottman

Odoya Edizioni

120 pagine illustrate con stampa a colori

14 euro
 

Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

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