L’impatto del Covid-19 sulla US Navy e il confronto con Pechino nel Pacifico

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Il dilagare dell’epidemia di Covid-19 ha particolarmente colpito gli Stati Uniti e il loro apparato militare, creando notevoli ostacoli alle ricorrenti operazioni con cui le forze aeronavali americane tengono testa alle manovre cinesi nei mari asiatici.

Fra i casi simbolo, il blocco dell’attività della portaerei Theodore Roosevelt all’isola di Guam e l’interruzione per molti giorni della presenza di bombardieri pesanti sulla stessa isola, per la prima volta in 16 anni. Non sembra aver invece ridotto la sua attività la flotta cinese, sempre in prima linea fra i Mari del Sud e lo Stretto di Taiwan. 

 

Lunedì 18 maggio 2020 la Marina statunitense ha tirato un sospiro di sollievo, all’annuncio che la portaerei Theodore Roosevelt finalmente sarebbe salpata dall’isola di Guam entro la settimana, ponendo fine a due mesi di super-quarantena motivata dal dilagare del virus SARS-CoV-2 fra l’equipaggio.  Al comando del nuovo capitano Carlos Sardiello, in sostituzione del silurato Brett Crozier, la nave è salpata nei giorni successivi con equipaggio ridotto a 3mila unità lasciando a terra 1800 marinai ancora in quarantena.

Nel dichiarare alla stampa l’imminenza della partenza da Guam, al capitano Sardiello è stato domandato se la portaerei sarà in grado di operare in efficienza dopo essere rimasta ferma per due mesi, al che il capitano ha ribattuto: “Non ho la sfera di cristallo ma credo che noi abbiamo approntato le condizioni per un’alta probabilità di successo e ci accingiamo a tornare in mare e ad assolvere la nostra missione”. La vicenda della Roosevelt è altamente simbolica del tunnel in cui negli ultimi mesi si è ritrovata soprattutto la US Navy a causa della pandemia Covid-19, che ha condizionato la presenza americana nella regione del Pacifico come antemurale alle forze aeronavali della Cina.

 

L’eclisse delle portaerei?

Per circa un mese, da fine marzo a fine aprile del 2020, l’unica portaerei operativa in assetto da combattimento nell’Oceano Pacifico è stata la cinese Liaoning, a causa dei casi di coronavirus fra gli equipaggi americani. E’ stato uno smacco simbolico notevole per gli Stati Uniti, quasi che, previe proporzioni in numeri e circostanze, si fosse ripetuta una situazione come quella fra il dicembre 1941, al tempo dell’attacco giapponese su Pearl Harbor, e il giugno 1942, con la vittoria statunitense a Midway, mesi critici in cui la US Navy era in netto svantaggio locale rispetto alla Marina Imperiale nipponica proprio nel settore delle portaerei.

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Per gli ammiragli del Pentagono si è trattato di un tunnel che ha alimentato polemiche sulla preparazione in fatto di precauzioni batteriologiche, sulle quali, forse, è stata abbassata la guardia fin dagli anni Settanta, dopo che il trattato del 1972 sul divieto di guerra biologica sembrava aver allontanato anche solo il pensiero di un conflitto simile. A far riflettere è arrivata però l’epidemia Covid-19, probabilmente di origine naturale o comunque non considerabile una vera arma biologica, ma che ha causato non pochi problemi operativi.

Quando il 24 marzo sono stati rilevati a bordo della Theodore Roosevelt i primi casi di coronavirus, già il giorno prima ne erano stati diagnosticati sulla Carl Vinson, che però era già ferma in bacino alla base di Bremerton, presso Seattle, dove permane tuttora, alla fine di maggio 2020.

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La Roosevelt era invece in piena missione, dopo aver navigato al largo di Taiwan insieme all’incrociatore Bunker Hill, per poi portarsi in visita al porto vietnamita di Da Nang, fra il 5 e il 9 marzo. In questi giorni dev’essere accaduto il contagio, su cui si confrontano due ipotesi.

C’è chi sostiene che l’infezione sia arrivata a bordo a causa di consegne di materiale a bordo con aerei o elicotteri da trasporto appontati sulla nave e provenienti da Giappone, Filippine o dallo stesso Vietnam. Ma si dice anche che a Da Nang alcuni ufficiali in libera uscita abbiano frequentato un albergo da cui erano passate persone poi risultate positive.

In un modo o nell’altro, l’epidemia ha iniziato a “galoppare” fra i ben 4800 uomini d’equipaggio. Ha attraccato alla base navale di Guam il 27 marzo, destinata a non muoversi più per i successivi due mesi, proprio nel giorno in cui anche a bordo della Ronald Reagan, alla fonda in Giappone, a Yokosuka, venivano scoperti i primi casi.

Il 30 marzo il Pentagono dichiarava “classificati” i dati precisi sui contagi a bordo delle sue varie unità navali, facendo eccezione in pratica solo per la Theodore Roosevelt, il cui caso era talmente macroscopico da non permettere una tardiva cortina di riservatezza, e per la nave ospedale Comfort, alla fonda nel porto di New York.

E l’indomani, 31 marzo, il capitano della Roosevelt, Brett Crozier, inviava ai suoi superiori un esplicito messaggio in cui chiedeva di poter evacuare la nave e adottare misure più severe di quelle previste: “Se non agiremo ora, falliremo nel prenderci cura dei nostri più preziosi assetti, cioè i nostri marinai”. Il memorandum, pubblicato dalla stampa, ha suscitato l’ira del segretario alla Marina Thomas Modly, che ha accusato Crozier di aver “sollevato un allarme non necessario” e di “aver saltato la catena di comando”.

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Così il 2 aprile il capitano Crozier è stato rimosso dal comando della portaerei e poi rimpiazzato dal citato capitano Sardello. Ma l’ondata di indignazione per la rimozione del comandante della portaerei ha travolto il 7 aprile lo stesso Modly, vistosi costretto a dimettersi e rimpiazzato come segretario dall’ammiraglio in ritiro James McPherson.

Intanto, il 31 marzo, dal quartier generale di Pearl Harbor, il capo della Flotta del Pacifico, ammiraglio John Aquilino ammetteva in un comunicato ufficiale: “Stiamo prendendo la situazione molto seriamente. E concentriamo i nostri sforzi su tre cose. Proteggere la forza, cioè i nostri marinai e le loro famiglie. Fare tutto il possibile per non spargere il virus, che sia in patria o presso i nostri alleati. E mantenere la preparazione al combattimento per assolvere alla missione della Marina”. Il caso della “Teddy” Roosevelt è stato certamente il più drammatico per la Marina americana e se il 13 aprile si aveva il primo morto fra l’equipaggio, il 15 aprile erano ormai 615 i positivi al virus.

L’evacuazione generale dell’equipaggio, salvo un nucleo di 400 uomini, in seguito portati a 800, per la manutenzione e la gestione dei sensori e del reattore nucleare, si è accompagnata alla progressiva sanificazione della nave e al ricovero in due strutture EMEDS (Expeditionary Medical Support System) sulla stessa Guam.

Solo a partire dal 29 aprile, dopo quasi un mese, è stato permesso ai marinai che abbiano superato lo stato di quarantena di ritornare a bordo della Roosevelt. In totale sulla nave sono stati riscontrati più di 1000 casi su 4800 membri dell’equipaggio. Questa sola nave ha visto la maggior parte dei contagiati della US Navy, ufficialmente 1691 sui 4265 casi di militari americani di tutte le forze armate ammalati di SARS-CoV-2 secondo i dati di fine aprile. Intanto in Giappone, la Ronald Reagan ha visto il suo equipaggio messo in quarantena a scaglioni in caserme delle basi di Yokota e Atsugi, mentre sul molo di Yokosuka la nave veniva trattata.

Con la Roosevelt ferma a Guam, la Reagan a Yokosuka, la Vinson e la Nimitz a Bremerton e la Abraham Lincoln in manutenzione a San Diego, il mese di aprile 2020 verrà ricordato come “il mese nero” della US Navy nel Pacifico. Tanto che, per poter disporre di una portaerei in mare in prossimità degli Stati Uniti, per qualsiasi evenienza di sicurezza nazionale, si è deciso di ritardare l’approdo alla base atlantica di Norfolk, in Virginia, della Harry Truman, che era reduce da un lungo ciclo operativo nel Mare Arabico, a fare da sentinella verso l’Iran.

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Il 13 aprile è stato così ordinato alla Truman di stazionare al largo della costa orientale degli Stati Uniti fino a nuovo ordine. Nel frattempo, la Eisenhower navigava in Medio Oriente e la nuovissima Gerald Ford era impegnata nelle sue prove di mare vicino ai cantieri di Newport, ma non ancora operativa. Intanto, a Norfolk sono ferme anche le portaerei John Stennis per la lunga procedura di ricarica dell’apparato di propulsione nucleare, RCOH (Refueling and Complex Overhaul), che potrebbe finire nel 2020, e George Bush per il ciclo di manutenzione DPIA (Docking Planned Incremental Availability) fino al 2021, come anche la George Washington, anch’essa in RCOH, ma a Newport.

Il virus ha colpito gli equipaggi di almeno un’altra ventina di navi da guerra americane, sebbene le portaerei, e soprattutto la Roosevelt costituiscano il caso più eclatante essendo il fulcro della potenza aeronavale USA. Ed è interessante notare come l’epidemia si sia abbattuta all’improvviso su una forza che totalizza 11 grandi portaerei, ma solo sulla carta. Il fatto che il virus abbia bloccato gran parte delle unità attive in mare mentre altre erano già impegnate nelle lunghissime operazioni di manutenzione e rifornimento di simili mastodontiche unità nucleari, la dice lunga sul fatto che la US Navy, in reali condizioni operative, non potrebbe mai dispiegare la sua intera forza di aviazione imbarcata.

Nè forse sperare di concentrarne un alto numero in un conflitto regionale con la Cina, pena lo sguarnire aree parimenti strategiche come i mari dell’Europa e del Medio Oriente. Ecco perchè, per inciso, il programma cinese di arrivare entro il 2025-2030 a disporre di quattro portaerei operative sembra sufficiente a garantire a Pechino un deterrente credibile anche a confronto con una forza quasi tripla di unità portaerei americane, ammesso che i cinesi si concentrino nel loro scacchiere regionale, senza disperdere le proprie portaerei dall’altra parte del globo, a differenza invece degli statunitensi, “oberati”, è il caso di dirlo, da una dimensione e da una proiezione di potenza più globale.

 

Il caso del DDG Kidd

Portaerei a parte, è interessante ricordare il caso del cacciatorpediniere Kidd, un vascello classe Arleigh Burke, lungo 155 metri, dislocante 9200 tonnellate e armato con 96 missili da crociera BGM-109 Tomahawk. Il Kidd faceva parte della stessa squadra della Theodore Roosevelt all’inizio del 2020, venendo poi distaccato nella parte orientale del Pacifico per partecipare a “operazioni antidroga” al largo dell’America Centrale, sotto le dipendenze dell’US Southern Command.

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I primi 18 casi di Covid-19, su un equipaggio totale di 380 elementi, sono stati riscontrati nella giornata del 24 aprile e subito veniva ordinato alla nave anfibia d’assalto Makin Island di incontrare il cacciatorpediniere e accompagnarlo fornendogli assistenza medica. Almeno 15 marinai ammalati sono stati così trasferiti dal Kidd alla Makin Island, ma il contagio è arrivato a 64 membri entro il 28 aprile, quando la nave infetta è finalmente entrata nel porto di San Diego, dove è stata bloccata in quarantena, mentre il numero dei casi toccava quota 78.

Poichè il Kidd non era in contatto con la portaerei Roosevelt ormai da molte settimane, è stato escluso che il contagio potesse essere causato dalla grande unità. Un’ipotesi plausibile è stata formulata il 6 maggio dallo stesso capo del Pentagono, Mike Esper, secondo cui è stato durante l’operazione antidroga che l’equipaggio del Kidd ha iniziato a soffrire casi di SARS-CoV-2. “Una teoria – ha dichiarato il segretario USA alla Difesa – è che essi (ufficiali e marinai della nave) possano aver contratto il virus durante una missione antidroga in cui hanno abbordato un’imbarcazione che potenzialmente trasportava droga, salendoci a bordo ed entrando in contatto con qualcuno che vi aveva portato il virus”.

Ciò sembra particolarmente grave se si considera che, tenuto conto dei tempi di incubazione, il virus dovrebbe essere arrivato a bordo attorno al 10-15 aprile, quando cioè l’emergenza era ben nota, ma evidentemente le misure di sicurezza non erano ancora generalizzate nella Marina.

 

Bombardieri in fuga

Negli stessi giorni, intanto, la semplice presenza a Guam della “portaerei-lazzaretto” deve aver contribuito a una sorprendente decisione dell’US Air Force, probabilmente preoccupata che in qualche modo il contagio potesse arrivare ai propri equipaggi di stanza sulla base aerea di Andersen Field dell’isola.

Poichè in quella base era in atto fin dal 2004 una campagna ininterrotta di presenza a rotazione di bombardieri strategici, nota come CBP, Continuous Bomber Presence, a fare da deterrente contro la Cina, ha suscitato sgomento la decisione, senza valide spiegazioni, dell’interruzione di questa operazione, rispedendo negli Stati Uniti il 16 aprile i cinque bombardieri Boeing B-52H ivi dislocati senza rimpiazzi immediati.

Tantopiù che quegli stessi B-52, insieme a sei aerocisterne KC-135, un elicottero MH-60 e due droni, un RQ-4 Global Hawk dell’USAF e un MQ-4C Triton della Marina, erano stati protagonisti poco prima il 13 aprile, di una “sfilata” detta Elephant Walk sulla pista di Andersen come segnale mediatico rivolto a Pechino, per controbilanciare le notizie negative circa l’impatto del virus sulle portaerei.

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Sulla momentanea fuga di bombardieri da Guam, la portavoce dell’US Stratcom, il comando strategico americano, maggiore Kate Atasanoff, non ha accennato a rischi di virus.

Ha solo detto che la rimozione degli aeroplani rientrava “nella tattica della Dynamic Force Employment”, cioè il rischieramento improvviso di reparti aerei per far stare sulle spine i rivali degli Stati Uniti, ma il fatto che per due settimane fossero poi assenti bombardieri dall’isola ha reso plausibile l’ipotesi che l’USAF intendesse tutelarsi circa il rischio di estensione del contagio dalla Roosevelt ai suoi preziosissimi equipaggi strategici.

Sempre l’USAF, del resto, ha dal 21 aprile posto in isolamento gran parte degli equipaggi di terra della difesa antimissili balistici, come ha spiegato il capo del NORAD, generale Terrence O’Shaughnessy: “Abbiamo isolato alcuni dei nostri equipaggi della difesa antimissile. Essi vivono in strutture governative.

Da tali strutture essi si spostano nelle aree in cui svolgono la loro missione senza alcuna interazione col mondo esterno”. L’alto ufficiale non ha specificato le basi in cui si sta adottando questa misura, ma è ragionevole pensare che fra esse ci sia senz’altro Fort Greely, in Alaska, “nido” dei missili intercettori GBI.

 

L’aggressività di Pechino

La crisi Covid nella Marina americana non ha avuto un corrispettivo simile nella Marina cinese, che anche nelle peggiori settimane del contagio in patria, con il blocco totale di Wuhan e della regione dell’Hubei, ha seguitato le sue campagne aeronavali di asserzione egemonica.

Fra i segnali della crescita della tensione, fin dal 17 febbraio 2020 una nave cinese nel Mar delle Filippine, a 610 km ad Ovest di Guam, ha centrato con un raggio laser a bassa potenza, probabilmente un laser telemetrico per la punteria delle armi di bordo, un aereo americano da ricognizione marittima Boeing P-8A Poseidon. Secondo la Marina cinese il velivolo USA era reo di “aver sorvolato a lungo la nave, circuitando a bassa quota”. Comportamento che secondo i cinesi “non era amichevole e non era professionale”.

La nave cinese sorvolata dal Poseidon era uno dei nuovi cacciatorpediniere da 7000 tonnellate classe Luyang III (o Type 52D), l’unità Hohhot. Poichè si tratta di una nave armata con missili da crociera YJ-18, è comprensibile che l’equipaggio del P-8A le abbia soffiato il fiato sul collo, temendo che si avvicinasse ulteriormente a Guam, magari per allenarsi ad assumere una efficace posizione di fuoco rispetto all’isola.

Il 10 marzo il cacciatorpediniere americano McCampbell è passato dall’arcipelago delle Paracel, rivendicate da Pechino col nome di Xisha, per ribadire “la libertà di navigazione” in quelle acque, poi il giorno 13 è stata la volta della nave anfibia America, che si è congiunta il 15 marzo alla Roosevelt, ancora ignara di essere “appestata”, per passare insieme alla grande portaerei di nuovo sotto il naso dei cinesi.

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Per tutta risposta, il 17 marzo l’esperto militare cinese Song Zhongping ha suggerito sul Global Timse che le unità navali cinesi usino armi elettromagnetiche, fra cui anche laser a bassa potenza, come prassi normale per ingaggiare navi americane e spingerle fuori zona lanciando un avvertimento relativamente innocuo, per evitare incidenti mortali.

Intanto, la sera del 16 marzo una formazione di caccia cinesi Shenyang J-11 (copia del Sukhoi Su-27 russo) si era spinta sopra lo stretto di Taiwan sorpassando il confine convenzionale fra le rispettive Zone di Identificazione Aerea, attestato sulla linea mediana equidistante fra le coste dell’isola e quelle del continente, linea che pure non ha valore legale, bensì simbolico negli equilibri fra le “due Cine”.

Gli aerei di Pechino sono stati intercettati da F-16 taiwanesi che hanno intimato loro via radio la ritirata, ma il fatto che la formazione cinese si fosse fatta avanti in ore notturne non fa dormire sonni tranquilli a Taipei, dove ormai si sa che la Cina sarebbe in grado di sferrare pesanti incursioni aeree notturne.

Nella continua guerra di nervi, ancora il McCampbell è passato il 25 marzo da Taiwan suscitando proteste da parte di Pechino e in particolare del portavoce del Ministero della Difesa Ren Guoqiang, che ha parlato di “azioni pericolose”. Nello stesso momento, fra 24 e 25 marzo, le forze armate taiwanesi hanno compiuto le vaste esercitazioni Lien Hsiang, ipotizzanti il respingimento di un’invasione anfibia cinese. Fra le operazioni, una squadriglia di otto caccia F-16 dell’aviazione di Taipei è decollata dalla base di Hualien per pattugliare lo spazio aereo dello stretto e allenarsi a respingere l’intrusione di velivoli cinesi, mentre in acqua l’arginamento è stato affidato ai cacciatorpediniere classe Kidd venduti a suo tempo dagli americani.

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Quando ormai era scattato l’allarme virus sulla Theodore Roosevelt, negli ultimi giorni di marzo i cinesi ne hanno approfittato per condurre quattro giorni di esercitazioni di fuoco con insidiose motomissilistiche veloci nelle acque dell’altro grande arcipelago del Mar Cinese Meridionale, le Spratly, o Nansha, su cui già sono state costruite basi aeronavali e radar in contrasto con le norme internazionali.

Si trattava delle unità Type 22, o classe Houbei, scattanti vascelli leggeri da 220 tonnellate, capaci di una velocità massima di 36 nodi (67 km/h), grazie anche al filante scafo a catamarano, e armati ciascuno con 8 missili antinave C-801. Unità che sarebbero molto pericolose per le grandi navi americane, a patto di operare abbastanza vicino a basi aeree cinesi da cui possa estendersi un ombrello protettivo.

L’11 aprile, poi, la squadra cinese della portaerei Liaoning, con i cacciatorpediniere Xining e Guiyang, le fregate Zaozhuang e Rizhao e l’unità di supporto Hulunhu, è passata a Est di Taiwan, passando fra le isole giapponesi di Miyako e Okinawa, per poi proseguire verso il Mar Cinese Meridionale.

La missione della Liaoning coincideva con la pubblicazione, il 19 aprile, di una sorta di “dichiarazione di sovranità”, ovviamente unilaterale, emessa dai Ministeri cinesi delle Risorse Naturali e degli Affari Civili su 25 fra isole e scogli del Mar Cinese Meridionale, oltre a 55 montagne e creste sottomarine, in pratica picchettando una ghiotta fetta della piattaforma continentale dell’Asia del Sudest: “Il Consiglio di Stato ha approvato l’istituzione dei distretti delle Xisha e della Nansha, sotto la municipalità di Sansha”.

Praticamente, l’impero del Dragone ha inteso sancire amministrativamente l’annessione degli arcipelaghi, non senza rinfocolare la rivalità con gli stati vicini, che certamente guardano agli Stati Uniti come un necessario contrappeso.

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Già il 3 aprile, la nave della Guardia Costiera cinese Haijing 4301 aveva speronato e affondato un peschereccio vietnamita. E il 14 aprile la nave cinese di prospezione oceanografica Haiyang Dizhi 8, scortata da una motovedetta della Guardia Costiera cinese, si è spinta fino a 158 km dalle coste vietnamite, in una zona considerata ZEE dal governo di Hanoi.

Osservata da vicino da tre unità navali vietnamite, la nave cinese ha monitorato le risorse del fondo marino. Poi, il 23 aprile il gruppo navale della Liaoning ha concluso la sua missione nel Mar Cinese Meridionale e si è posto sulla rotta di ritorno, ripassando a Est di Taiwan. Lo stesso giorno, il ministro degli Esteri della Malesia, Dato’ Seri Hishammuddin Tun Hussein, ha espresso preoccupazione per il timore che la concentrazione di numerose navi militari nella zona porti per errore allo scoppio di una guerra. Fra le sagge parole di Tun Hussein: “Dobbiamo evitare in queste acque incidenti non voluti.

Mentre le leggi internazionali garantiscono la libertà di navigazione, la presenza di navi da guerra nel Mar Cinese Meridionale ha il potenziale di accrescere la tensione e portare a errori di calcolo che possono minacciare la pace”.

Gli americani, dovendo reagire con poche forze alle mosse cinesi, hanno inviato il 28 aprile il cacciatorpediniere Barry (nella foto sotto) alle Paracel nell’ambito di una missione FONOP, ovvero Freedom of Navigation Operation, per rivendicare quella libertà di navigazione che è da sempre pietra angolare della politica marittima statunitense.

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I cinesi sostengono di aver intercettato e “scacciato” la nave americana dalle Paracel, sebbene Washington non lo ammetta. il portavoce del Comando Meridionale delle forze armate cinesi, colonnello Li Huamin, ha dichiarato “espulsa” la nave a stelle e strisce e ha fatto diretto riferimento al dilagare dell’epidemia Covid-19 in America per cercare di convincere Washington a guardare in casa propria: “Sproniamo gli USA a concentrarsi sulla prevenzione epidemica e sul controllo nella propria patria, contribuendo di più alla lotta internazionale contro la pandemia, e a fermare immediatamente le azioni militari contro la sicurezza, la pace e la stabilità della regione”.

La risposta del Comando della US Pacific Fleet è stata secca: “Conducendo tale operazione, gli Stati Uniti hanno dimostrato che queste acque sono ben oltre ciò che la Cina può legittimamente pretendere come il suo mare territoriale e che le linee di confine tracciate dalla Cina attorno alle Paracel non sono compatibili con la legge internazionale”. Poche ore dopo, il 29 aprile, l’incrociatore americano Bunker Hill ha reagito con un transito FONOPn (Freedom of Navigation Operation) nelle acque delle Spratly, dopodichè si è ricongiunto con il Barry e anche con la nave anfibia America, nonché con la fregata australiana Parramatta per manovre congiunte.

 

Verso una “guerra corsara”?

“Da più parti si riconosceva che la Cina stava avvantaggiandosi per la diffusione del contagio nella US Navy, mentre le sue forze navali, forse anche per l’enorme distanza continentale fra l’epicentro epidemico di Wuhan e le basi navali del Sud del paese, non risultavano apparentemente contagiate, qualcun ha perfino ipotizzato una sorta di “guerriglia navale” per procura contro il gigante asiatico, rispolverando l’antica pratica della guerra corsara su licenza statale.

Forse ci voleva un periodo di crisi e polemiche come quello del Covid-19 perchè sul numero di aprile 2020 di Proceedings, la pubblicazione dell’US Naval Institute, apparisse un articolo intitolato “Sguinzagliate i corsari”, firmato dagli esperti Brandon Schwartz e Mark Cancian.

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Essi hanno scritto senza mezzi termini: “Gli strateghi navali si stanno sforzando di trovare modi per contrastare una Marina cinese in crescita. La via più facile e comoda è chiedere più navi e più aerei, ma con un bilancio che potrebbe aver ormai raggiunto il suo picco, questa potrebbe non essere una strategia applicabile.

La guerra di corsa, autorizzata da lettere di marca, potrebbe offrire uno strumento a basso costo per incrementare la deterrenza in tempo di pace e avvantaggiarsi in tempo di guerra”. “Ciò – scrivono i due esperti – attaccherebbe una vulnerabilità asimmetrica della Cina, la quale ha una flotta mercantile molto più grande di quella degli Stati Uniti.

Infatti un attacco al commercio globale cinese minerebbe l’intera economia di Pechino e minaccerebbe la stabilità del regime. Inoltre, a dispetto di un mito contrario, la licenza di corsa non è proibita da leggi americane o internazionali”. Nelle intenzioni di Schwartz e Cancian, la concessione da parte di Washington di una licenza corsara per ostacolare i traffici navali cinesi sarebbe un modo per bilanciare la superiorità numerica cinese sui mari assicurata da quella vera flotta parallela che è costituita dalla milizia di pescherecci che costituiscono per Pechino altrettanti avamposti sparsi in tutti gli oceani del globo.

Il ragionamento di Schwartz e Cancian si basa sul fatto che la flotta americana, anche se portata nei prossimi anni a 350 unità navali, dalle attuali 290, sarebbe comunque inferiore numericamente alle oltre 500 unità cinesi.

Meno costerebbe rilasciare licenze di guerra corsara per contrastare, almeno, le navi mercantili, quelle ausiliarie disarmate e quelle di armamento e tonnellaggio limitati. Ipotizzano gli autori: “Il Congresso stabilirebbe la politica d’azione, per esempio designare i bersagli dei corsari, le procedure, le qualifiche, e poi autorizzerebbe il presidente a sovrintendere il regime di operazioni corsare”.

Ovviamente l’irritata reazione cinese non si è fatta attendere, poiché il 4 maggio il colonnello Wu Qian, portavoce del Ministero della Difesa, ha accusato l’America di voler reintrodurre la pirateria ai più alti livelli strategici: “Queste azioni sono atti criminali esplicitamente proibiti dalle leggi internazionali e riceveranno l’opposizione condivisa e la severa condanna da parte della comunità internazionale”.

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Intanto, anche gli analisti indiani sono preoccupati dell’espansione cinese. Un quotato think tank di Nuova Delhi, la Observer Research Foundation, ha pubblicato un commento molto acuto: “Il dispiegamento da parte della Cina di navi da ricerca, sottomarini e UUV (droni subacquei) nell’Oceano Indiano non ha subìto alcun declino nemmeno quando l’epidemia Covid-19 imperversava nel paese.

Non ci si dovrebbe sorprendere se la Cina utilizza la confusione globale causata dalla crisi Covid-19 a proprio vantaggio ed espande la sua sfera d’influenza nella regione dell’Oceano Indiano sotto la veste di aiuti umanitari”. Il riferimento ai droni subacquei era dovuto al fatto che l’India ha visto con apprensione la nave da ricerca cinese Xiangyanghong-06 rilasciare nell’Oceano Indiano ben 12 droni sottomarini Haiyi, cioè “Ali di Mare”, per ricerche sottomarine, teoricamente di risorse naturali, ma con ovvi risvolti militari e di spionaggio marittimo. Inoltre, già in marzo navi cinesi hanno inviato soccorsi sanitari anti-Covid a piccole nazioni insulari come le Maldive e le Comore, già in parte nell’orbita di Pechino, per acquisire nuove posizioni.

Al che la Marina Indiana ha reagito inviando propri vascelli con rifornimenti sanitari alle Seychelle e anche alle stesse Maldive e alle Mauritius, anche per evacuare cittadini indiani da riportare in patria a causa della pandemia. E’ la vasta operazione che gli indiani hanno battezzato Samudra Setu, “ponte marino”, per tener d’occhio l’invadenza cinese.

Il 14 aprile 2020 il comandante in capo della Marina indiana, ammiraglio Karambir Singh, ha lanciato una frecciatina verso Pechino, asserendo che “chi invia navi da guerra nella nostra regione ce lo deve notificare”. Ha ricordato che la sorveglianza indiana sul naviglio cinese nell’Oceano Indiano si è fatta più intensa, considerato che da vari mesi ormai la presenza media della Marina di Pechino nel “quartiere strategico” di Nuova Delhi oscilla attorno a sette-otto unità in qualsiasi momento.

Fra le più recenti di queste missioni indiane, espressione di “soft power” allo scopo di mostrare alla Cina che l’India non intende rinunciare al primato nel suo oceano, c’è stata quella portata a termine fra il 5 e il 12 maggio dalle navi anfibie Jalaswa e Magar, che salpando da Kochi hanno raggiunto le Maldive, imbarcando a Male quasi un migliaio di cittadini indiani (698 sulla Jalaswa e 202 sulla Magar) per riportarli a Kochi come misura anti-Covid.

 

L’uscita dal tunnel

A porre rimedio all’effimero squilibrio, effimero ma simbolicamente importante, fra la flotta statunitense e quella cinese, c’è voluta la vecchia capoclasse Nimitz, salpata il 27 aprile dal porto di Bremerton, presso Seattle, per una esercitazione col suo gruppo di battaglia, composto primariamente dall’incrociatore Princeton, e dai cacciatorpediniere John Paul Jones, Sterett e Ralph Johnson. Il comandante della nave, capitano Max Clark, ha garantito che prima di salpare sono stati fatti tutti gli sforzi per evitare casi di contagio a bordo, sia con una stretta quarantena degli uomini nei 27 giorni precedenti, sia con tutti i test medici del caso.

Che non sia stata un’impresa facile, lo ammette lui stesso: “Senza il duro lavoro dei marinai e i loro personali sacrifici, far uscire in mare questa nave da guerra non sarebbe stato possibile. E io sarei negligente se non riconoscessi le nostre famiglie, del personale della Marina, sono il nostro basamento di supporto”.

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Dietro queste parole si può intravedere tutta la malcelata preoccupazione della US Navy per la difficile situazione che ha visto l’operatività delle sue grandi portaerei compromessa da un microscopico virus, il che riporta d’attualità anche l’importanza di misure di prevenzione potenzialmente applicabili anche in caso di deliberata guerra biologica.

La Nimitz e la sua scorta hanno raggiunto San Diego, da dove la squadra è salpata di nuovo l’8 maggio per l’esercitazione nel Pacifico. Frattanto, il 4 maggio, è salpata da Yokosuka anche la Ronald Reagan e il 7 maggio la Lincoln. Solo il 10 maggio 2020, il capo delle operazioni navali, ammiraglio Mike Gilday, ha potuto annunciare che era stata ripristinata un’apprezzabile presenza di portaerei americane nei mari del globo, per la precisione “sei su un totale di undici unità”.

Ha twittato su internet: “La US Navy ha attualmente 6 portaerei in navigazione. Truman, Eisenhower, Reagan, Nimitz, Lincoln e Ford stanno tutte operando nel luogo a cui appartengono le navi, il mare”. Quello stesso giorno, Gilday ha ritenuto opportuno porsi in quarantena come misura di sicurezza, avendo dei parenti a cui è stato diagnosticato il virus, e nonostante personalmente sia stato riscontrato negativo agli esami medici. Allo stesso modo, in quarantena si è posto anche il comandante della Guardia Nazionale, generale Joseph Lengyel, sottoposto a test per due volte, di cui una positiva e una negativa. Il virus, insomma continua a far paura fra i militari dello Zio Sam.

Intanto, anche l’USAF ritornava in forze. Già il 24 aprile, per “scaldare i muscoli”, dalla base aerea di Ellsworth, nel South Dakota, un bombardiere pesante Rockwell B-1B Lancer era decollato per portarsi sul Mar del Giappone a incontrarsi con caccia americani e giapponesi impegnati in manovre di avvertimento volte, in quel caso, ad ammonire la Corea del Nord nei giorni critici in cui non si sapeva che fine avesse fatto il dittatore Kim Jong Un, prima di “rispuntare” in pubblico il 1° maggio.

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Il 30 aprile, ancora da Ellsworth, altri due B-1B hanno iniziato un lunghissimo volo di 32 ore, con rifornimento in volo da una cisterna volante Boeing KC-135 Stratotanker, per mostrare la “bandiera” sopra il Mar Cinese Meridionale. Infine, il 1° maggio sono tornati i bombardieri a Guam, ripristinando il presidio CBP. Si trattava di quattro B-1B colà rischierati dalla loro base-madre di Dyess, in Texas, oltre a un totale di 200 fra aviatori e personale di terra dell’USAF.

Nel darne notizia, il capo delle operazioni delle Forze Aeree del Pacifico, colonnello Frank Welton, ha voluto specificare che tali bombardieri sono armati con i nuovi missili da crociera antinave a lungo raggio AGM-158C LARSM, con gittata di 560 km e testata bellica da 450 kg.

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Appare abbastanza evidente che si tratta di un messaggio diretto alla flotta di Pechino, come risposta per lo “sgarro” alla nave Barry, che secondo Washington solcava comunque acque internazionali rivendicando il diritto di farlo.

Dal canto suo, il Congresso di Washington ha deciso il 29 aprile di ripristinare per il 2021 il finanziamento da 1 miliardo di dollari per il nuovo radar strategico HDR-H, ossia Homeland Defense Radar-Hawaii, che come dice il nome verrà installato nell’omonimo arcipelago ed entrerà in servizio entro il 2023. Asservito alla difesa antimissile nazionale, l’HDR-H attenderà al varco qualsiasi missile, o aereo, diretto verso il Nordamerica dal continente asiatico.

Nelle ultime settimane è ripreso il supporto navale a Taiwan, in vista dell’inaugurazione ufficiale del secondo mandato della presidentessa indipendentista Tsai Ingwen. Il 13 maggio è passato al largo dell’isola di nuovo il cacciatorpediniere McCampbell. Nell’annunciare il passaggio dell’unità classe Arleigh Burke, il portavoce della VII Flotta USA, tenente Anthony Junco ha detto: “Il passaggio della nave dallo Stretto di Taiwan dimostra l’impegno statunitense per un libero e aperto Indo-Pacifico.

La US Navy continuerà a volare, navigare e operare ovunque lo permettano le leggi internazionali”. Ennesimo segnale in previsione della cerimonia di inaugurazione del secondo mandato della Tsai, tenutasi il 20 maggio 2020 e nel corso della quale la presidentessa ha rigettato la ricetta proposta da Pechino, ossia “un paese, due sistemi” utilizzata per assorbire Hong Kong. Al che i cinesi hanno ribadito: “Non rinunceremo mai a Taiwan”.

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Dietro la crisi, per inciso, c’è anche il pressing americano sull’OMS perchè l’organizzazione ammetta fra i suoi stati membri proprio Taiwan, pur con la contrarietà della Cina. E nel quadro delle aperte accuse del presidente Donald Trump a Pechino in fatto di colpevole negligenza alla base della diffusione planetaria dell’epidemia, il capitano Michael Kafka del comando Indo-Pacifico ha il 14 maggio accusato apertamente: “La Cina sta tentando di utilizzare la focalizzazione regionale sulla crisi epidemica Covid-19 per portare avanti assertivamente i propri interessi”.

La sfida per il Pacifico resta però ardua. Il 15 maggio il prestigioso giornale britannico The Times, citando anonimi ufficiali americani, sosteneva che simulazioni della Marina USA proiettate negli anni fra 2020 e 2030 darebbero la Cina per probabile vincitrice di un conflitto armato con gli americani nella regione del Pacifico. Ciò grazie alla sua superiorità locale in fatto di missili a medio raggio e alla sua espansione nei sottomarini, nonché nel raddoppio, da due a quattro, delle sue portaerei.

Pechino sarebbe in grado di infliggere “perdite capitali” alle forze aeronavali USA, tanto più che “sarebbero ad alto rischio le portaerei americane e i bombardieri di base a Guam”. Il generale Timothy Ray capo dell’US Air Force Global Strike Command, invita però a non perdersi d’animo sostenendo che l’epidemia non avrebbe avuto in realtà grosse conseguenze sulla prontezza dell’apparato aereo e missilistico strategico: “Abbiamo l’abilità e la capacità di proiettare fuoco a lungo raggio ovunque e in ogni momento, e possiamo produrre una potenza di fuoco soverchiante anche durante la pandemia”.

 

Polemiche e proposte

In tutto questo, molti si sono chiesti come sia potuto accadere che la US Navy venisse presa alla sprovvista dall’epidemia. Intanto, perdura l’imbarazzo sulla sorte del capitano Brett Crozier, il “ribelle” della Roosevelt. Il 24 aprile l’ammiraglio Gilday e il provvisorio segretario alla Marina McPherson, hanno chiesto al segretario alla Difesa Esper di reintegrare al più presto Crozier al comando della sua portaerei, ma il capo del Pentagono ha chiesto tempo e tuttora, verso fine maggio, ancora non si sa se e quando il capitano “ribelle” potrà tornare a calcare la plancia della sua portaerei.

Il 4 maggio l’esautorato comandante della Roosevelt è arrivato alla base di San Diego dopo essere stato evacuato da Guam ed ha assunto un nuovo incarico come assistente del capo di Stato Maggiore delle forze aeree navali nel Pacifico, capitano Max McCoy. Esper non ha ancora deciso se dopo questa sorta di “Purgatorio”, il comandante potrà essere reintegrato.

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Che fra gli ufficiali della US Navy ferva il dibattito, del resto, è ampiamente dimostrato da un coraggioso articolo apparso sul numero di maggio di Proceedings. Lo ha scritto il comandante David Coles, che fino a gennaio 2020 ha comandato il cacciatorpediniere Ross, per poi attendere, tuttora, alla base di Rota, in Spagna, imminenti incarichi presso la NATO.

Egli si domanda se non sia il caso di incentivare l’autorevolezza dei comandanti di unità navali sull’onda della crisi causata dalla pandemia: “Il nuovo coronavirus ha elevato la protezione sanitaria dell’unità e del singolo marinaio a fattore chiave della prontezza di combattimento. Ma allo stesso tempo pone una sfida anche maggiore alla generazione di forza. Per affrontare queste sfide, durante e immediatamente dopo l’epidemia, la Marina dovrebbe concedere agli ufficiali comandanti di nave un’autorità persino maggiore, in termini di uomini, addestramento, equipaggiamento e spettro operativo, di quanta correntemente abbiano”.

Coles prosegue ricordando però che “nessun ambiente è più favorevole alla diffusione di un virus che gli ambienti ristretti di una nave, come osservato per la prima volta sulla nave da crociera Diamond Princess e poi sulla portaerei classe Nimitz Theodore Roosevelt”. Poichè il caso della Diamond Princess è “esploso” già a partire dal 4 febbraio 2020, l’accenno di Coles alla lussuosa nave civile sembra un implicito rilevamento di negligenze di alcuni capi della US Navy che avrebbero dovuto correre ai ripari già in quelle settimane.

In effetti Coles subito dopo cita i casi virtuosi dei cacciatorpediniere USA di base a Rota, per i quali è stata adottata una quarantena tempestiva. Spiega: “Un esempio precoce di azioni prudenti e severe per evitare di avere equipaggi infettati sono state le misure pre-pattuglia adottate dai cacciatorpediniere classe Arleigh Burke USS Donald Cook e Porter, entrambe navi dell’avanguardia in Europa di base a Rota, in Spagna. Prima del loro dispiegamento del marzo 2020, mentre il coronavirus stava già aggredendo la Spagna, essi hanno iniziato il dispiegamento con equipaggi liberi da Covid-19, avendo completato per primi un periodo di osservazione di 14 giorni (senza ciclo di incubazione Covid-19)”.

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La quarantena per i due Arleigh Burke di Rota è stata dura, con blocco al molo senza nessun contatto col mondo esterno e in seguito un “sequestro” come lo definisce Coles, di 14 giorni per chiunque sale sulla nave in via temporanea o permanente. Ciò ha permesso alle due navi statunitensi di salpare dalla Spagna già il 23 marzo, per pattugliare la regione mediterranea e poi risalire l’Atlantico. Le navi si sono portate oltre il Circolo Polare Artico, superandolo il 1° maggio e iniziando alcune operazioni nel Mar di Norvegia, poi, congiuntesi con altre unità USA e con la fregata britannica Kent, sono giunte nel Mare di Barents, praticamente nel “cortile” della Russia, attuando dal 4 all’11 maggio 2020 un’esercitazione antisommergibile che riconferma l’attenzione della NATO per appostamenti in una regione che costituisce il passaggio obbligato dei sottomarini russi che dalle basi artiche vogliano entrare in Atlantico.

Una missione dunque strategicamente e politicamente importante è stata portata a termine senza intoppi grazie al fatto che, a differenza che nel Pacifico, gli ufficiali della US Navy della stazione di Rota hanno attuato in tempo misure anti-Covid che hanno impedito di compromettere l’operatività delle unità.

E c’è il sospetto che questo risultato positivo sia stato raggiunto grazie all’iniziativa personale, senza attendere che i gradi superiori emanassero regole generali.

A riprova, un passaggio molto illuminante dell’articolo del comandante Coles dice: “Queste precauzioni sono ora obbligatorie in tutta la flotta, ma non sono state originate da una direttiva generale”. In parole povere, nelle prime settimane dell’epidemia la US Navy non si è preoccupata troppo e se alcune navi sono rimaste “pulite”, mentre altre sono state “arrembate”, è il caso di dirlo, dal virus, è probabile che possa essere dipeso da specifiche sensibilità e prudenze dei singoli comandi locali.

L’ufficiale suggerisce che la Marina americana si ponga già ora il problema di una probabile “seconda ondata di Covid-19”, presumibilmente per l’autunno, concedendo ai comandanti l’autorità per “tenere operativamente il personale per almeno sei mesi e più”.

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In sostanza, mantenere l’efficienza e la prontezza delle unità navali prevedendo missioni più lunghe con quegli equipaggi dimostratisi “sani”. Coles evoca missioni che potrebbero durare anche un anno, e, significativamente, conclude il suo articolo: “Sono ancora necessari, uno sforzo per rafforzare le linee guida per il Covid e la volontà di spingere per dare un’autorità da tempo di guerra (“wartime-like authority”) agli ufficiali comandanti. Quale miglior preparazione potrebbe esserci per la guerra reale, quando ancora il mare non sarà calmo?”.

Più o meno nello stesso periodo in cui usciva l’articolo del comandante Coles, il 13 maggio si è appreso che il Pentagono ha iniziato un’inchiesta per stabilire se la US Navy ha attuato le procedure corrette per affrontare l’epidemia, soprattutto alla luce del caso della Theodore Roosevelt.

L’indagine è portata avanti dal Department of Defense Inspector General, l’ispettorato guidato fino a poche settimane prima da Glenn Fine, esautorato tuttavia il 7 aprile 2020 dal presidente Trump per “partigianeria”, e attualmente diretto, in via provvisoria, da un “ambientalista” (si fa per dire), cioè il già ispettore della Environmental Protection Agency, Sean O’ Donnell. “L’obbiettivo di questa valutazione – dice la nota ufficiale del Pentagono – è   determinare se la Marina abbia attuato procedure per prevenire la diffusione del virus e se quelle efficaci siano state implementate in tutta la flotta”.

Per il momento, nulla si sa di simili indagini sulle altre forze armate americane, ma è certo che nell’inchiesta sarà già compreso il problema della controversa vicenda del capitano Crozier. L’inchiesta dovrebbe essere sottoposta alll’ammiraglio Gilday il 27 maggio, ma probabilmente proseguirà anche oltre questo termine per poter raccogliere dati e testimonianze sufficienti.

 

 Navi robot

La vulnerabilità della componente umana della Marina al virus SARS-CoV-2 ha riproposto negli Stati Uniti il tema spinoso dei progetti di navi-droni senza equipaggio, in grado di operare sia a controllo remoto, sia in modalità automatica totalmente guidate dai computer di bordo. Ma tali unità però non sembrano, per il momento, convincere fino in fondo nemmeno i loro fautori.

Fin dal 2016 viene valutato in continue prove di mare il prototipo disarmato Sea Hunter (nella foto sotto), piccolo scafo trimarano lungo 40 metri e dislocante 140 tonnellate che nel 2019 ha compiuto una notevole traversata dalle Hawaii a San Diego, ma che a un certo punto ha dovuto essere raggiunta da una squadra di manutenzione per una serie di guasti in mezzo all’oceano.

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In questo 2020 la Sea Hunter avrebbe dovuto ripetere un’esercitazione simile, ma proprio l’emergenza Covid-19, che teoricamente avrebbe offerto una platea d’attenzione eccezionale per promuovere l’idea di una “Unmanned Ship”, ha invece portato ad annullare la crociera, forse per evitare, chissà, nuove imbarazzanti “panne”.

La Sea Hunter, peraltro, è stata integrata in un reparto sperimentale specifico, il Surface Development Squadron 1 (SURFDEVRON), insieme alle uniche tre costosissime unità della classe Zumwalt, quei “cacciatorpediniere”, ma in pratica incrociatori da 15.000 tonnellate lunghi 190 metri, che pur avendo ancora un cospicuo equipaggio umano già sono state tappe sulla via dell’automazione crescente.

Se la capoclasse Zumwalt è operativa dal 2016 e la gemella Michael Monsoor dal 2019, la terza unità, Lyndon Johnson, è in procinto di entrare in servizio, ma se si considera che inizialmente dovevano essere ben 32 le navi di questo tipo, per porsi come successori degli Arleigh Burke, è evidente che questi troppo sofisticati gioielli, ridottisi a soli tre esemplari, rischiano di tramutarsi in un vicolo cieco tecnologico.

Il che non fa bene a quella ventilata idea di una futura “Zumwalt robot” che teoricamente dovrebbe nascere partendo dagli esperimenti congiunti fra le Zumwalt e la Sea Hunter.

Frattanto dal gennaio 2020 è emerso un nuovo progetto, ancora sulla carta, che viene sviluppato dalla DARPA, il cosiddetto Programma NOMARS (nelle foto sotto), che starebbe per “No Mariners”.

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E’ un progetto di nave da guerra interamente robotica, la cui sagoma anticipata sulla stampa americana ha fatto ricordare vagamente ai commentatori i fantascientifici astro-incrociatori imperiali della saga cinematografica di Guerre Stellari. Non se ne sa molto e dai disegni si vede solo uno scafo molto acuminato, a cuspide, evidentemente “stealth”, le cui uniche scarne sovrastrutture sono concentrate a poppa, ovvero un albero con sensori e due coppie di celle lanciamissili in posizione sfalsata, fra le due anteriori inclinate verso sinistra e le due posteriori verso destra.

Tutto intrigante, in teoria, se non fosse che è stato lo stesso direttore dell’Ufficio Tecnologia Tattica della DARPA, Mike Leahy, a smorzare i facili entusiasmi il 6 maggio alla conferenza C4ISR.

Ha fatto capire che la DARPA sta portando avanti il programma in maniera per il momento “indipendente dalla Marina” dati gli alti rischi di insuccesso o quantomeno di malfunzionamento. Leahy in particolare ha rimarcato: “Il programma NOMARS è diretto a togliere completamente un equipaggio umano da una nave. Questo è uno sforzo rischioso.

Noi non sappiamo se saremo in grado di farlo. Noi non sappiamo se ciò avrà successo. Voi non vorreste legare un programma di acquisizione direttamente a questo”. L’idea di navi-robot si era fatta strada al Pentagono negli ultimi anni pensando soprattutto ai vantaggi di scafi appositamente progettati senza spazi abitabili, risparmiando volumi e pesi a tutto vantaggio dell’armamento e dell’autonomia operativa, oltre che di sagome estremamente sfuggenti e stealth, esteticamente paragonabili a quelle dei vecchi “monitori” a vapore del 1860-1870, che navigavano a pelo d’acqua, ma non erano in grado di tenere il mare, se non in condizioni di calma.

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Certo, fino ai primi mesi del 2020 non si pensava espressamente a possibili vantaggi anche in termini epidemiologici, essendo una nave automatica pienamente efficiente anche in caso di pandemia, sebbene più in teoria che in pratica, date le necessità di manutenzione e di, almeno periodico, controllo remoto.

Ma che l’emergenza Covid-19 possa portare a una decisa accelerata verso un esteso impiego di navi-droni pare improbabile, viste le difficoltà tecniche, ma anche potenzialmente politiche e diplomatiche del mandare navi robotizzate a mostrar la bandiera negli oceani. Più plausibile è che vengano invece sviluppati vascelli automatici che operino come stazioni di tiro inserite in una più vasta formazione navale di unità con equipaggio, così come si è già prospettato in aviazione integrando i droni agli aerei pilotati in una divisione di compiti che non elimina il fattore umano.

Foto: US Navy, PLA, Austal e Darpa

 

Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

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