Il SAR dei migranti in acque maltesi: occorre formalizzare la cooperazione con l’Italia

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Collocata com’è geograficamente lungo la principale rotta migratoria che dalla Libia porta aII’ItaIia, Malta vive con difficolta, da decenni, la condizione di piccolo Stato che non è in grado di ospitare masse di persone da far approdare sulla base del regime IMO del Place of Safety (POS).

Gli stessi migranti non vogliono d’altronde sbarcare a Valletta, sia perché la loro destinazione finale è realmente l’ltalia, sia perché noi -come primo luogo di sbarco ai sensi del Regolamento di Dublino- offriamo ampie garanzie di protezione internazionale. Tutto questo è noto e spiega come da anni Malta non intervenga in situazioni SAR che non configurino impellenti situazioni di pericolo o necessità.

Se Malta non fosse uno Stato sovrano ed indipendente -come ovviamente è e come noi solennemente abbiamo riconosciuto con il Trattato del 1980– non ci porremmo il problema.

Sull’appoggio di Tripoli per il SAR il nostro Maritime Rescue Coordination Center (MRSCC) non fa più affidamento perchè l’Italia non può più accettare che i migranti salvati siano riportati indietro da quando con Decreto del 2019  abbiamo incluso la Libia tra i “Paesi di origine non sicuri”.

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Resta fermo tuttavia che continua la collaborazione con Tripoli per l’addestramento della sua Guardia costiera e per il sostegno tecnico da parte della nostra Marina.

E’ stato anche rinnovato tacitamente, alla scadenza, il “Memorandum Gentiloni”  del 2 febbraio 2017 sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere, subordinandolo all’impegno della Libia al rispetto dei principi dello Stato di diritto e dei diritti umani dei migranti.

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L’organizzazione SAR maltese è stabilmente costituita, per quanto evidenzi difficoltà a gestire la sua grande zona di responsabilità SAR (circa 250.000 km a fronte di 315 km di superficie insulare e 250 km di sviluppo costiero), che si sovrappone alla SAR italiana di Lampedusa. D’altronde le capacità marittime delle sue Forze armate (AFM) si stanno progressivamente accrescendo.

In ogni caso, non possiamo ignorarne l’esistenza, fino a che norme internazionali e leggi italiane continuino a dare per scontato che La Valletta sia perfettamente in grado di fronteggiare il SAR in tutte le sue configurazioni, salvataggio di migranti e navi ONG compreso.

Nemmeno Malta, per evidenti motivi di immagine, dichiarerebbe mai che ha difficoltà, anche se de facto si avvale del sostegno della nostra organizzazione SAR e di quelle libica e greca. La Valletta preferisce piuttosto sfruttare le ambiguità del regime internazionale del soccorso, praticando l’arte dell’interpretazione unilaterale delle norme di riferimento.

Ecco quindi le dissonanze sul concetto di pericolo-distress (inteso in senso restrittivo, per non essere obbligati ad intervenire verso imbarcazioni che non chiedano assistenza) o di POS, visto come luogo più vicino alle rotte migratorie, identificabile con Lampedusa) rispetto a La Valletta cui invece competerebbe quale sede deIl’Autorità SAR responsabile).

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Non a caso, la stessa dichiarazione congiunta di Malta del 2019 (nella foto sopra) su procedure di emergenza relative al salvataggio dei migranti e sul meccanismo di redistribuzione è molto sfuggente sul SAR, nel senso che non va al di là ad un generico richiamo alle norme applicabili. Il regime internazionale vigente è al contrario molto stringente nel richiedere che ogni Stato garantisca al suo servizio SAR la cooperazione dei Paesi vicini.

Purtroppo, tra noi e La Valletta, dopo anni di difficili rapporti (si pensi al periodo del Ministro Maroni), non esiste ancora un Memorandum dedicato al SAR.

La materia viene trattata in Italia da Trasporti, Difesa, Esteri ed Interno e così anche a Malta, con il risultato che mai nessuno è riuscito a far sedere ad un tavolo il giusto interlocutore della controparte e chiedergli di siglare un’intesa standard. Memorandum di questo tipo sono già stati conclusi dal nostro Ministero dei Trasporti, quale referente della Guardia costiera cui compete la titolarità del servizio, con altri Paesi come Algeria e Grecia. Quanto a  Malta, risulta che ne abbia firmati, oltre che con la  Grecia, con  Libia e Turchia (nella foto sotto) stabilendo una collaborazione trilaterale che riconosce il ruolo della Turchia in quell’area e consente a una maggiore cooperazione nell’individuare le imbarcazioni di migranti che Guardia costiera di Tripoli riporta in Libia.

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Per parte nostra sarebbe assurdo accettare che il SAR dei migranti nel Mediterraneo centrale resti confinato in  una zona d’ombra, quando invece il nostro impegno è massimo e la nostra legislazione è all’avanguardia.

Con il DL 130-2020 come convertito nella L. 173-2020  siamo infatti stati i primi a stabilire un nesso inscindibile tra SAR e POS, nel senso che le persone salvate da navi Ong possono sbarcare in Italia a condizione che le stesse ONG non abbiano scelto autonomamente il POS ma abbiano seguito una procedura collaborativa.

Ebbene, tra le condizioni per beneficiare della scriminante dell’adempimento degli obblighi SAR e della conseguente non punibilità dal favoreggiamento in caso di ingresso nelle acque territoriali italiane, vi è che le operazioni di soccorso siano «immediatamente comunicate al centro di coordinamento competente per il soccorso marittimo e allo Stato di bandiera ed effettuate nel rispetto delle indicazioni della competente autorità per la ricerca e il soccorso in mare».

Se così prevede la nostra legge, è chiaro che – fino a che  con Tripoli non si torni ad   intrattenere normali relazioni SAR come avveniva sino al 2019 – non si può prescindere dal definire almeno un accordo di cooperazione con Malta che ci consenta di verificare l’intenzione di La Valletta di assolvere i suoi obblighi SAR, acquisendo  di volta in volta le necessarie evidenze sull’eventuale  mancato intervento.

Insomma, i nostri amici maltesi – con cui vari dossier marittimi sono ancora aperti – restano i nostri migliori vicini. Perciò,  per favore, facciano chiarezza su un tema che se non ben regolamentato a livello bilaterale rischia di generare situazioni di pericolosa incertezza come quella che nel 2013 portò al naufragio di centinaia di persone nella SAR maltese ed al connesso caso giudiziario di Nave Libra apertosi in Italia.

Foto Guardia Costera Libica, Malta Maritime Squadron, Ministero dell’Interno e Anadolu

 

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