Gli Emirati stringono i rapporti con Israele e Russia

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La “piccola Sparta del Golfo” sta vivendo un periodo particolarmente fertile dal punto di vista delle relazioni diplomatiche. Grazie a queste tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 si sono aperte anche nuove opportunità geostrategiche che gli Emirati Arabi Uniti non mancano di cogliere per assumere un ruolo di potenza regionale sempre più autonoma. Da un lato c’è la riconciliazione con Doha, dall’altro l’approfondimento dei rapporti con Israele e Russia.

Per la prima volta dalla dichiarazione di al-Ula, con cui è stata posta fine alla recente crisi tra i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, il 22 febbraio il Kuwait ha ospitato delegazioni provenienti dagli Emirati Arabi e dal Qatar. Durante l’incontro le parti hanno discusso dei meccanismi per attuare l’accordo quadro per la distensione nel Golfo e sottolineato l’importanza di ‘preservare la coesione nella regione […] e di sviluppare un’azione congiunta’.

Abu Dhabi, pur essendosi impegnata a fianco di Riyadh nella ricomposizione della crisi, non trae però vantaggi rilevanti dalla distensione del Golfo. La fine dell’embargo al Qatar non ha interrotto i legami tra Doha e Teheran e tanto meno l’appoggio dell’asse Doha-Ankara ai gruppi islamisti in Medio Oriente e nord Africa. Anzi, l’interruzione dell’embargo al Qatar può essere vista da Abu Dhabi come una minaccia alla sicurezza regionale dato che essa non pone fine all’indipendenza geostrategica di Doha.

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Secondo Samuel Ramani, dell’Università di Oxford, gli Emirati Arabi Uniti sarebbero addirittura i perdenti della riconciliazione dal momento che la fine del blocco imposto al Qatar rappresenta una battuta d’arresto per l’influenza nel Golfo da parte di Abu Dhabi.

Questo perché la ricomposizione della disputa è avvenuta senza il rispetto delle 13 condizioni precedentemente poste al Qatar tra cui, oltre all’interruzione dei rapporti diplomatiche con Teheran e le varie organizzazioni terroristiche, anche la cessazione della presenza militare turca nel Golfo (una base militare turca in Qatar con 5.000 soldati è stata inaugurata da Erdogan in ottobre).

Il finanziamento di Doha di un’estensione del gasdotto israeliano che arriverà dal giacimento del Leviatano fino a Gaza è sintomatico degli ampi margini di manovra che Doha conserva in tema di politica estera, tanto da intrattenere rapporti con uno stato con cui non ha formalmente relazioni diplomatiche. Il Qatar non ha infatti partecipato alla normalizzazione arabo-israeliana né ha mai approvato gli accordi di Abramo.

Di fronte a questi scenari che approfondiscono anche la faglia – finora contenuta – nelle relazioni UAE-Arabia Saudita, Abu Dhabi sta curando con grande interesse le relazioni non arabe. Dopo la firma degli accordi di normalizzazione bilaterali con Israele del 15 settembre 2020, gli UAE hanno avviato con Tel Aviv una proficua fase di cooperazione che interessa numerosi settori, da quelli di soft power fino alla sicurezza energetica e più recentemente alla difesa, in nome di interessi tattici comuni.

Dall’autunno del 2020 i rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Israele sono fioriti, dapprima con l’apertura ufficiale di una linea di comunicazione e della prima ambasciata emiratina in Israele, la cooperazione anti-Covid e l’abolizione del boicottaggio contro Gerusalemme, poi con i primi sviluppi in tema di sicurezza come i primi contatti tra i ministri della Difesa e la visita del capo del Mossad ad Abu Dhabi per un incontro con il vertice della Sicurezza nazionale.

Sono soprattutto gli Emirati a voler investire attualmente in Israele in settori chiave come l’agro-tech, la tecnofinanza e le energie rinnovabili. Anche la sicurezza alimentare e idrica è stata oggetto di discussioni tra i vari ministri competenti. Nel campo dell’agro-tech Abu Dhabi e Tel Aviv cooperano già da mesi per lo sviluppo di sistemi tecnologici per l’irrigazione computerizzata degli ambienti desertici da impiegare anche nel Sahara nordafricano ed in altri scenari, come per esempio quello sudafricano e caucasico.

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Grazie all’Abraham Fund, istituito in base all’accordo di normalizzazione, gli Emirati e Israele si sono impegnati a mobilitare più di 3 miliardi di dollari in iniziative di investimento e sviluppo nel settore privato, volte a promuovere la cooperazione economica e la crescita a livello regionale.

L’Ufficio per l’Investimento di Abu Dhabi aprirà un ufficio a Tel Aviv e ha stretto partnership con Israele anche nel campo dell’intelligenza artificiale attraverso il Group42 con sede negli Emirati.

Il Weizemann Institute of Science in Israele e la Mohamed bin Zayed University di Abu Dhabi hanno poi annunciato a fine febbraio un programma di ricerca congiunto sull’intelligenza artificiale.

L’inizio della cooperazione bilaterale sulla scia degli accordi di Abramo ha aperto nuovi scenari per possibili accordi in materia di cooperazione economica, energetica e di difesa. E’ stata la cooperazione petrolifera tra Israele e Abu Dhabi a fare da apripista per la cooperazione in materia di sicurezza tout court.

Lo scorso 20 ottobre la società di gasdotti israeliana Eilat Ashkelon Pipeline Company aveva annunciato la firma di un accordo preliminare per consentire il trasporto del greggio dagli Emirati all’Europa. Il memorandum d’intesa tra la Europe Asia Pipeline Company, controllata dal governo israeliano, e la MED RED Land Bridge Ldt, consorzio di imprese israeliane ed emiratine, prevede il trasporto attraverso il gasdotto che collega Eilat sul Mar Rosso con Ascalona, situata sulla costa mediterranea.

L’obiettivo dell’accordo è quello di avvicinare i mercati dell’Asia orientale ai produttori di petrolio del Mediterraneo e del Mar Nero. Ma l’intesa è da interpretare anche in chiave simbolica anti-iraniana: l’oleodotto era infatti stato gestito congiuntamente da Israele e dall’Iran dagli anni ’60 fino alla rivoluzione islamica in Iran e Tel Aviv aveva ancora continuato a rifornire Teheran per un bel po’ di tempo (fino a quando non è dato saperlo dal momento che le informazioni sui flussi sono segrete).

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L’intesa israelo-emiratina si espande ora ufficialmente anche a settori più delicati come quello della difesa (per quanto una collaborazione non ufficiale nell’addestramento per raid anti-Iran esistesse da tempo presso basi nel deserto, secondo varie voci).

Il conglomerato emiratino della difesa Edge ha mosso i primi passi verso lo sviluppo di sistemi antidrone assieme alle Industrie aerospaziali Israeliane, inaugurando così l’era della cooperazione nel settore della sicurezza tra i due paesi.

Le due compagnie hanno firmato l’11 marzo un memorandum che prevede lo sviluppo di un sistema totalmente autonomo che non richiede intervento umano ed è supportato da radar 3D, tecnologia di intelligence ed elettro ottici integrati in un sistema di comando unificato. Le sussidiarie di Edge SIGN4L e IAI potranno sviluppare capacità aggiuntive in risposta a specifiche esigenze dei futuri clienti. A queste si assocerà anche la Belgium Advanced Technology System, la quale è partner di IAI e ha una presenza tecnica nella regione.

Secondo quanto riportato dal vice presidente di Edge, Waleid Al Mesmari, le capacità concrete sono già state sviluppate, e con esse è stata anche elaborata una roadmap per una possibile espansione e diversificazione del prodotto.  Nel corso di un incontro del Consiglio di Affari USA-EAU del 17 febbraio Al Bannai, CEO di Edge, ha descritto i sistemi di difesa aerea come “un’area ricca per una potenziale collaborazione tra le industrie degli Emirati e Israele”.

Il memorandum d’intesa funge da ‘pietra miliare per ulteriori alleanze strategiche e porrebbe le basi per lo sviluppo della cooperazione nel settore della ricerca e sviluppo e dell’innovazione tecnologica’, come affermato dal CEO di IAI secondo quanto riportato da Al Khaleeg Times.

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Il sistema anti drone è inoltre brevettato per poter funzionare in tutte le possibili condizioni atmosferiche, e il piano è quello di sviluppare dei sottosistemi à la carte capaci di far fronte a vari tipi di minacce nell’area MENA ed oltre.

La cooperazione tra Edge e IAI si profila come un primo passo verso il rafforzamento di una vera e propria partnership regionale con possibili implicazioni dirette o indirette oltre il Medio Oriente.

Israele è stata anche presente per la prima volta a fine febbraio a IDEX, dove il vice-presidente della compagnia Emtan ha dichiarato apertamente la speranza di ‘diventare fornitori di armi leggere e di piccolo calibro per le forze armate emiratine’, sempre più presenti all’estero.

Abu Dhabi sta approfondendo anche un secondo asse con la Russia. Il 9 marzo il ministro degli affari esteri della Federazione Russa Lavrov ha incontrato l’omologo emiratino. Nel corso dell’incontro sono stati affrontati vari temi tra cui anche in questo caso la cooperazione su materie di soft power (quali turismo e cultura), la cooperazione commerciale bilaterale (il volume del commercio tra i due paesi è cresciuto nel solo 2020 dell’80 per cento), ma soprattutto l’accordo sul nucleare iraniano e altri temi securitari come la risoluzione dei conflitti nelle aree critiche per i due partner.

Lavrov ha suggerito che sarebbe necessario discutere del programma missilistico iraniano nel quadro di trattative più ampie che includano anche la politica regionale iraniana in relazione ai Paesi limitrofi e al Medio Oriente e al Nord Africa. Un’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione nella regione del Golfo sarebbe, dal punto di vista russo, la sede più appropriata per tali discussioni. La Russia promuove infatti un’architettura per la sicurezza nel Golfo Persico che prevede un patto di non aggressione per l’area. La nuova struttura dovrebbe ispirarsi secondo la visione russa all’OSCE.

Le controparti hanno anche apertamente sottolineato ‘l’importanza della cooperazione per stimolare la fiducia e la trasparenza nel Golfo Persico nel campo dello sviluppo militare’. Una dichiarazione di principi che sembra voler anche superare uno degli ostacoli maggiori in questa special relationship: quello costituito dall’Iran che intrattiene ottime relazioni con la Russia ma che è allo stesso tempo il rivale per eccellenza dell’Arabia Saudita.

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Lo stesso Lavrov ha inoltre sottolineato che accoglie con favore la distensione dei rapporti di Israele [con gli Emirati].  Il duplice asse non arabo sviluppato da Abu Dhabi da un lato con Israele e dall’altro con la Russia potrebbe essere anche favorito dalle relazioni attualmente ottime tra Mosca e Tel Aviv. A dicembre il premier israeliano Benjamin Netanyahu affermava che ‘le relazioni tra i due Paesi si stanno sviluppando come mai prima’.

Ovviamente nemmeno l’amicizia tra Mosca e Abu Dhabi è nuova. La collaborazione militare si è rinvigorita seguito della guerra in Siria e della firma nel 2018 di diversi accordi di cooperazione per un valore di 1,4 miliardi di dollari nel settore energetico, militare e dell’intelligenza artificiale.

La comunione di interessi tattici in Yemen e Siria (gli EAU sono stati a primi ad aprire un’ambasciata a Damasco inizialmente per porsi come alternativa all’asse Teheran, Ankara e Mosca ma anche per rafforzare indirettamente il fronte anti-turco in Libia) e l’interesse a sfruttare il parziale vacuum lasciato dall’allentamento dell’impegno dell’amministrazione Trump in Medio Oriente lasciavano già da tempo presagire un crescente rafforzamento dell’asse.

I sospetti riguardo al possibile impiego emiratino di contractor militari privati russi sono stati confermati a fine novembre in un report dell’ispettore generale del Pentagono per le operazioni antiterrorismo in Africa che svelava un accordo tra Russia ed Emirati secondo cui Abu Dhabi finanzierebbe il Gruppo Wagner in Libia (nella foto sotto).  L’unione sembra quindi sembra consolidarsi sempre più attorno al comune approccio di fronte alle crisi securitarie regionali, ma anche di fronte ai crescenti dissapori tra Abu Dhabi e Riyadh.

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E’ essenzialmente nell’agenda anti-islamista nonché nel comune interesse a garantire la stabilità ed evitare un’escalation militare nel Golfo Persico che l’alleanza con la Russia trova infatti la sua ragion d’essere principale.

Anche se gli Emirati continuano a rimanere ostili all’Iran, essi hanno pur sempre un grado di flessibilità diverso nei confronti di Teheran rispetto alla sorella saudita ed è proprio questa flessibilità che permette loro di giocare su diversi tavoli e di conquistare un’autonomia strategica sempre maggiore fino a porsi, dal punto di vista dei partner, come vera e propria alternativa all’Arabia Saudita.

In più occasioni Abu Dhabi aveva infatti tentato di favorire un alleggerimento delle tensioni con Teheran come avvenuto ad esempio in occasione degli attacchi alle petroliere al largo di Fujairah nello stretto di Hormuz del 2019. Forme di contatto tra Abu Dhabi e Teheran sono avvenute anche via Russia in Siria.

I contatti pubblici, avvenuti tra i ministri degli esteri iraniano ed emiratino lo scorso agosto ufficialmente per discutere della pandemia, sono chiaramente un tentativo di Abu Dhabi di rompere la compattezza del fronte Iran-Turchia. La Russia viene quindi vista dagli Emirati come potenziale stabilizzatore per via del canale aperto con l’Iran e per via della sua volontà di mediazione nei dossier Siria e Yemen, ma anche nella questione israelo-palestinese.

Anche Mosca è stata presente a IDEX con l’obiettivo di aprirsi nuovi spazi di mercato in Medio Oriente. Ma è soprattutto agli Emirati che punta: Nel 2020 Abu Dhabi ha speso quasi 3 milioni di dollari in BMP3 russi e sta ora considerando di acquistare nuovi carri armati e armi da fuoco, come riporta il giornale Izvetsia.

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Nel contenimento dell’Iran gli Emirati trovano il loro interesse comune con Israele. Ma per gli Emirati la vera priorità è più che mai il rafforzamento dell’asse anti-Turchia, con la quale continuano a competere negli scenari del nord Africa, Medio Oriente e Corno d’Africa e nel Golfo stesso.

E Mosca, nonostante l’incontro tra i ministri degli esteri russo e turco avvenuto a Doha qualche giorno fa per discutere un quadro comune sul dossier siriano, vive una situazione di coesistenza competitiva con Ankara trovandosi in opposizione a quest’ultima praticamente in ogni conflitto che le vede coinvolte.

Le mosse di Abu Dhabi vanno lette quindi in triplice chiave geostrategica: da un lato il mantenimento di un cordone sanitario nei confronti della minaccia iraniana, seppur con la flessibilità dettata dal realismo politico che contraddistingue Abu Dhabi; dall’altro l’accrescimento dell’influenza energetica, strategica e militare nelle regioni del Golfo Persico ma anche del Mediterraneo orientale, principali teatri di scontro per l’egemonia militare e aree nelle quali Abu Dhabi desidera ribadire la sua autonomia attraverso una strategia di repivoting.

In questo quadro la fine della crisi del Golfo e le nuove alleanze emiratine non aiutano a ricomporre le frizioni tra Riyadh e Abu Dhabi, già in disaccordo sulla flessibilità delle politiche verso l’Iran e la Turchia, sull’impegno con la Siria, e sullo Yemen meridionale, dove Abu Dhabi continua ad appoggiare le forze secessioniste di Socotra e Aden.

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A fine febbraio, a seguito dell’approdo di una nave emiratina intenzionata a scaricare veicoli e materiale militare, gli UAE sono stati accusati dal governatore stesso di Socotra di continuare a sostenere militarmente i gruppi armati locali, in violazione dell’accordo di Riyadh del novembre 2019 firmato dal governo legittimo yemenita e dai gruppi separatisti rappresentati dal Consiglio di Transizione Meridionale, verso cui Mosca ha un occhio di riguardo (una delegazione del Consiglio di Transizione Meridionale è stata ricevuta da funzionari del governo e membri del Parlamento russo a Mosca il 31 gennaio).

Gli Emirati, secondo quanto riportato da Al Jazeera, hanno da poco smantellato completamente la loro base ad Assab. L’equipaggiamento è stato spostato verso l’isola yemenita di Mayyun (o Perim) nel distretto di Bab al Mandeb e la base di Sidi Barrani in Egitto vicino al Mar Mediterraneo e a 90 km dal confine con la Libia.

Lo spostamento della base indica che gli Emirati, pur continuando nel progetto di espansione militare all’estero (progetti di basi militari sono avviati in Niger settentrionale e in Mauritania), considerano tutt’altro che risolte le questioni nel Golfo, all’indomani della distensione con il Qatar.

Un’altra chiave di lettura, non alternativa, è quella secondo cui gli Emirati desiderano indicare il relativo disimpegno nella questione dello Yemen (nonostante la permanenza di membri di gruppi armati locali come Hadrami Elite Forces e Shabwani Elite addestrati dalle forze emiratine) per mettere ancora più in luce le minacce poste da Turchia (e Iran) alla stabilità dello stesso Yemen e del Corno d’Africa.

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Da rilevare infine il crescente ruolo emiratino nel Mediterraneo non solo per la presenza di consiglieri militari e contractors nella Cirenaica libica ma anche per il supporto militare fornito ad Atene nelle diatribe marittime con la Turchia, culminati con lo schieramento di 4 cacciabombardieri F-16 emiratini nella base della Baia di Suda,  Creta (nella foto sopra).

Il 18 aprile, la partecipazione emiratina al vertice con Cipro, Grecia e Israele nella città costiera cipriota di Pafos, ha suggellato l’ascesa del ruolo di Abu Dhabi anche nel Mediterraneo.

All’incontro, incentrato sulla stabilità del Mediterraneo Orientale, hanno partecipato il ministro degli Esteri cipriota Nikos Christodoulides, il greco Nikos Dendias, l’israeliano Gabi Ashkenazi e l’emiratino sceicco Abdullah Bin Zayed Al Nahyan che ha partecipato in teleconferenza ed era rappresentato all’incontro dal Consigliere Diplomatico del Presidente degli Emirati Arabi Uniti ed ex Ministro di Stato per gli Affari Esteri, Anwar Gargash.

 

Classe 1983, Master in Relazioni Internazionali e Dottorato di Ricerca in Transborder Policies IUIES, ha maturato una rilevante esperienza presso varie organizzazioni occupandosi di protezione internazionale delle minoranze, politica estera della UE e sicurezza internazionale. Assistente alla cattedra di Storia delle Relazioni Internazionali e Politica Internazionale presso l'Università di Trieste, ricercatrice post-dottorato presso il Centro di Studi Europei presso l'Università Svizzera di Friburgo, e junior member presso la Divisione Politica Europea di Vicinato al Servizio Europeo per l'Azione Esterna. Lavora attualmente presso Small Arms Survey a Ginevra come Ricercatrice Associata.

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