Gli Stati Uniti e il dibattito sull’autonomia strategica dell’Europa

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Henry Kissinger pubblicò The troubled Partnership (La relazione problematica) nel 1965 in un periodo storico in cui i rapporti euro-americani e la coesione dell’Alleanza Atlantica, intesa nella sua accezione più generale e non solo della NATO, erano stati giudicati deboli e inefficaci ed avevano costituito un aspetto fondamentale del dibattito politico e dell’agenda diplomatica dei Presidenti Kennedy e Johnson.

Infatti, nel 1963 Il Council on Foreign Relations, prestigiosa istituzione ancora oggi luogo privilegiato per il dibattito sui temi dell’atlantismo tra americani ed europei, aveva avviato un corposo programma di ben dodici studi sul futuro della Comunità Atlantica (The Atlantic Policy Studies), nella convinzione che ci fosse un urgente bisogno di un esame critico delle relazioni e delle politiche statunitensi nei confronti dell’Europa occidentale.

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Interamente finanziati dalla Ford Foundation gli studi furono assegnati a dodici distinti autori e il libro di Kissinger fu il primo di questi ad essere pubblicato, quando ancora lo statista statunitense non ricopriva gli incarichi che lo avrebbero reso famoso agli occhi del mondo.

Infatti, solo quattro anni più tardi dalla data di pubblicazione del libro sarebbe diventato il Consigliere per la sicurezza Nazionale e, nel 1973, Segretario di Stato. Incarichi che avrebbe mantenuto nelle amministrazioni Nixon e Ford.

Ciò nonostante, Kissinger era già un’autorità nel campo della politica estera e di sicurezza del proprio Paese grazie a precedenti attività di ricerca e studio condotte nel contesto del Council che gli avevano consentito di entrare in contatto con esponenti importanti e influenti dell’establishment di politica estera degli Stati Uniti.

The troubled Partnership ammetteva che una parte delle frizioni euroatlantiche erano causate dall’unilateralismo americano che esprimeva una leadership debole e confusa, e che ascoltava poco e in modo strumentale le richieste dei propri alleati. Il testo evidenziava però anche i problemi degli europei, troppo deboli (ad eccezione della Gran Bretagna) e divisi per essere protagonisti della guerra fredda e per affrontare la sfida geopolitica e ideologica del confronto con l’Unione Sovietica.

In tale contesto, emergeva il tema fondamentale di quanto e come il Vecchio continente dovesse sviluppare la propria autonomia politica e militare, una volta lenite le piaghe della Seconda guerra mondiale. L’Europa, sosteneva Kissinger, aveva sicuramente il potenziale per garantire la propria sicurezza, e molti europei credevano che l’emergere di un’Europa autonoma nel campo della difesa e della sicurezza avrebbe potuto compromettere le garanzie americane, di cui avevano beneficiato sino ad allora, forzando gli europei ad assumersi direttamente le responsabilità della propria sicurezza.

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Cosa peraltro non affatto scontata perché alcuni paesi europei preferivano una struttura atlantica basata sulla NATO piuttosto che su un’Europa unita.

Su questo aspetto, insisteva l’autore, la politica americana era stata estremamente ambivalente: aveva sollecitato e sostenuto l’unità europea indietreggiando però di fronte alle possibili conseguenze di un’Europa effettivamente integrata. Gli Stati Uniti coltivavano l’idea di unire un’Europa sovranazionale ad una comunità atlantica strettamente integrata sotto leadership americana. Obiettivi, questi, giudicati incompatibili dallo statista.

L’America, quindi, doveva accettare il fatto che indipendentemente dalle strutture di governance che sarebbero emerse in Europa, sarebbero comunque emerse differenze di prospettive con particolare riferimento alle politiche extraeuropee. Una politica saggia per gli Stati Uniti, secondo Kissinger, avrebbe dovuto cercare di mitigare l’impatto di queste differenze che sarebbe stato impossibile in ogni caso rimuovere.

 

Non è cambiato niente

A cinquantasei anni di distanza le considerazioni di Kissinger mantengono la loro attualità. A fronte di un quadro geopolitico e strategico mutato e certamente più complesso di quello del 1965, è impressionante notare come il tema del quanto e del come l’Europa debba essere indipendente dall’alleato d’oltreoceano sia stato sempre affrontato, nel corso del tempo, facendo riferimento agli stessi aspetti sostanziali e derimenti individuati a suo tempo dal più “europeo” degli americani influenti e chiamato, come tale, a spiegare ai decisori statunitensi le caratteristiche della “relazione problematica”.

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Con l’avvento dell’amministrazione Biden, negli Stati Uniti il dibattito accademico di alto livello sul tema ha preso nuovamente vita dopo qualche anno di incertezze, per così dire, imposte dalla precedente amministrazione. Non siamo certamente in presenza della stessa “massa critica” intellettuale degli Atlantic Policy Studies del 1965, ma si tratta in ogni caso di un numero rilevante di contributi di pensiero significativi pubblicati su riviste di politica estera e think tank, prime fra tutte le prestigiose International Security, Foreign Policy e Foreign Affairs.

La discussione verte inevitabilmente sul posto che l’Europa deve occupare nelle priorità americane, se essa sia in grado o meno di camminare sulle proprie gambe dal punto di vista militare e se l’autonomia in tema di difesa sia effettivamente qualcosa da raccomandare al presidente Biden o meno.

Coloro che mettono in dubbio le capacità europee di assumere maggiori responsabilità, soprattutto nel campo della difesa, evidenziano sia il deficit di capacità militari degli alleati rispetto a quelle della Russia (ci vorrebbero decenni di investimenti dedicati, stimano gli analisti, per colmarli) sia la “cacofonia strategica” del contesto politico militare europeo.

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Le percezioni delle minacce dei Paesi della UE sono troppo differenti per sostenere un approccio coordinato volto a fronteggiare il confronto militare con Mosca e le sfide emergenti nel campo della sicurezza. Pertanto, gli Stati Uniti sono ancora determinanti per garantire la sicurezza e la stabilità del Vecchio continente e la presunta indipendenza dell’Europa è illusoria. L’America è destinata quindi a rimanere in Europa, suo malgrado.

I sostenitori del punto di vista opposto evidenziano invece la world-class dell’industria della difesa, la capacità di sviluppo, lancio e controllo di satelliti spaziali, la considerevole esperienza operativa delle forze armate europee e la possibilità di acquisire sistemi d’arma avanzati dagli Stati Uniti. Persino la minaccia russa viene ridimensionata secondo l’assunto, in questo caso condivisibile, che Mosca non avrebbe alcun interesse a occupare territori europei abitati da alcune delle popolazioni più antirusse del mondo.

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La “cacofonia strategica” non costituirebbe un ostacolo insormontabile dal momento che la questione non sarebbe tanto quella di avere ventisette visioni identiche degli stessi problemi quanto quella di comprendere in che misura i rispettivi interessi si sovrappongano per consentire agli europei di agire armonicamente.

Questi ultimi, in ogni caso, apparirebbero oggi più che mai uniti su un unico aspetto: quello di mantenere le forze armate americane sul proprio territorio consentendo loro di mantenere un impegno politico militare di basso profilo e a buon mercato. D’altronde, se uno degli obiettivi primari dell’Europa in politica estera è quello di mantenere gli americani engaged nel Vecchio continente l’ultima cosa che si vorrà ammettere è che sussistano le condizioni per farne a meno.

 

Il nuovo patto

Il punto di arrivo dell’analisi di chi ripone più “fiducia” nell’Europa è quello di proporre un nuovo paradigma delle relazioni transatlantiche in materia di sicurezza, basata su una risposta coordinata sulla Cina e una suddivisione dei compiti tra Stati Uniti ed Europa. Washington vuole i partner europei allineati con gli USA sulle questioni riguardanti i rapporti col suo rivale globale, soprattutto pretende che gli accordi commerciali degli europei con Pechino non la favoriscano nell’acquisizione di tecnologia avanzata, in particolare quella con applicazioni militari.

Allo stesso tempo, l’assunzione della responsabilità della difesa dei propri territori da parte dei Paesi UE libererebbe risorse importanti da impiegare in Asia.

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A seguito del soddisfacimento di queste condizioni, gli americani acconsentirebbero (bontà loro) di lasciare in Europa un numero minimo di truppe, di rimanere membri attivi della NATO e persino onorare gli impegni dell’articolo 5.

Nel corso del tempo, un ufficiale europeo (sicuramente francese) potrebbe addirittura assumere la carica di SACEUR, Comandante supremo dell’Alleanza Atlantica. L’America rimarrebbe un alleato, ma certamente non più il first responder in caso di crisi. Si tratta quindi di una fiducia strumentale che valuta le capacità europee sufficienti a garantire la propria difesa solo nella misura in cui soddisfano le (altre) priorità dell’amministrazione.

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Kissinger aveva ammesso che gli Stati Uniti pretendevano dai propri alleati di collocarsi dentro una strategia omnicomprensiva essenzialmente concepita a Washington, e che i paesi europei venivano giudicati secondo il contributo offerto a sostegno del grand design americano. Questo era certamente un limite della relazione transatlantica, ma gli obiettivi statunitensi non potevano essere sacrificati in nome di alleati considerati subalterni e dipendenti per forza e capacità. E‘ evidente che l’atteggiamento con il quale gli americani affrontano l’atlantismo oggi non è differente da quello di cinquantasei anni fa.

 

L’Europa in ordine sparso

Nel frattempo, anche dall’altra parte dell’Atlantico l’atteggiamento non è sostanzialmente cambiato e noi europei facciamo ancora fatica a realizzare quelle aree di sovrapposizione degli interessi necessarie per sedare gli effetti della “cacofonia” strategica ampliata, rispetto al passato, dal numero rilevante di Paesi membri della UE che la producono.

Il dibattito sul se, come e quanto (eventualmente) staccarsi da Washington viene dunque affrontato con intensità e volontà differenti, con profonde divergenze sui temi della sicurezza e della difesa e, con pieno criterio di reciprocità con il nostro più importante alleato, ci interroghiamo su quanto si debba o si possa contare sugli Stati Uniti d’America e quale posto questi ultimi debbano occupare nelle nostre priorità.

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Nel nostro caso, sono le iniziative politiche dei governi o di singoli partiti politici europei a rendere tracciabili i vari approcci anziché i mainstreams accademici. Così, per citare alcune delle posizioni più significative, sappiamo che è il Presidente Macron, immediatamente dopo il suo insediamento, ad aver sostenuto la necessità di un’Europa sovrana (a guida ovviamente francese), strategicamente autonoma, dotata di proprie forze armate e pienamente in grado di sostituire gli Stati Uniti e la NATO.

Sappiamo anche che in Germania i membri Socialdemocratici (SPD) del Bundestag hanno proposto la creazione di un Esercito europeo comune, integrato nelle istituzioni europee, complementare con un approccio della difesa dell’Europa, articolato sugli eserciti nazionali e l’appartenenza alla NATO.

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Iniziativa, questa, accolta con una certa freddezza dalla CDU di Angela Merkel e da buona parte dell’establishment diplomatico tedesco, tutti piuttosto ostili all’integrazione e che vedono più di buon occhio una Germania autonoma, svincolata dal predominio francese, poco incline a un progetto di sicurezza e difesa comuni e molto attenta a mantenere un rapporto costruttivo con Russia e Cina.

Radoslaw Sikorski, parlamentare europeo (Piattaforma Civica) e già ministro degli affari esteri polacco ha proposto, sulla base del modello francese e in polemica con il governo conservatore, la creazione di un “Legione europea” e la rivitalizzazione del cosiddetto “Triangolo di Weimar” (Polonia, Francia e Germania) per consolidare il ruolo di protagonista della Polonia nella gestione degli affari europei.

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Naturalmente, i rapporti con Washington rivestono importanza primaria, così come la presenza delle truppe USA in territorio polacco o dell’Est europeo, unica vera garanzia di sicurezza contro la Russia e possibilmente da incrementare.

Per i Paesi Baltici e per i Paesi Bassi invece, la NATO è invece più che sufficiente ed è l’unica possibile soluzione per affrontare le sfide nel campo della sicurezza del futuro.

 

Vogliamo l’America, ma non troppo

Poco tempo prima che il Presidente Biden giungesse in Europa per la nota serie di impegni internazionali recentemente conclusi, il German Marshall Fund, think tank di Washington, ha pubblicato il Transtlantic Trends 2021, rapporto annuale dedicato proprio a misurare la temperatura delle relazioni transatlantiche basato su sondaggi effettuati in undici paesi quali Canada, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Svezia e Turchia.

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Secondo gli esiti dello studio, il sostegno al ruolo americano nella sicurezza e la difesa dell’Europa sarebbe cresciuto tra gli alleati chiave, rispetto al precedente anno, anche se persistono dubbi circa l’affidabilità di Washington. La fiducia dei tedeschi nei confronti degli USA è al 59%, mentre quella dei turchi è al 29%, la più bassa. Per contro, i polacchi sono quelli che hanno espresso il massimo livello di aspettative con un bel 76%.  Il Canada è il paese che riscuote maggiore fiducia, seguito dalla Svezia e dalla Germania.

Più dei due terzi della popolazione tedesca (69%) ritiene che gli Stati Uniti debbano essere coinvolti nella sicurezza e la difesa dell’Europa, con un incremento di dieci punti percentuali rispetto allo scorso anno, e così pure i francesi che si attestano al 55%. In ogni caso, gli europei continuano ad aspettarsi che gli USA rimangano impegnati nella difesa del Vecchio continente.

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Nonostante alcune differenze riguardanti le priorità della cooperazione transatlantica, afferma il rapporto, la quasi totalità dei paesi europei oggetto dello studio condivide l’idea del coinvolgimento statunitense, mentre il 70% degli americani ritiene che gli Stati Uniti debbano continuare a giocare un ruolo nella sicurezza europea. Questi dati, gli unici di cui disponiamo in assenza di un altrettanto recente iniziativa europea, sembrerebbero dunque confermare le aspettative per uno status quo anziché suggerire drastici cambiamenti di rotta da parte dei due alleati.

L’arte del governare, sosteneva Kissinger, è quella di comprendere la natura del mondo e l’evoluzione della storia. La domanda più importante da porre all’Occidente era quella di quale visione avesse del proprio futuro. Oggi ci stiamo ponendo la stessa domanda ma la risposta rimane ancora molto vaga.

Foto NATO e Difesa.it

 

Nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell'Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell'Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l'Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell'Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell'Esercito e vice capo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. Giornalista pubblicista, è divulgatore di temi concernenti la politica di sicurezza e di difesa.

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