Le scarse ambizioni europee dell’Eurocorpo

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Il Ministero della difesa polacco ha reso nota la firma dell’accordo, siglato a Parigi lo scorso 25 novembre, a seguito del quale la Polonia diventerà la sesta “Nazione Quadro” (Framework Nation) dell’Eurocorpo, comando multinazionale con sede a Strasburgo. In tale veste, condividerà con Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Spagna, l’impiego, il comando e il controllo di questa organizzazione.

La notizia, fatta subito ricadere nell’ambito delle attività routinarie di uno dei tanti comandi multinazionali esistenti sul territorio europeo, non può invece essere considerata di poco conto poiché la Polonia, stato membro della NATO e dell’Unione Europea, è diventata in qualche modo protagonista di un cambio d’identità piuttosto significativo di questa organizzazione, nata con l’idea di costituire la prima risposta dei Paesi europei ai problemi della sicurezza del nostro continente al termine della guerra fredda, in senso decisamente poco europeista.

L’Eurocorpo costituisce una peculiarità, e forse anche un paradosso, dell’odierno frastornato contesto politico militare comunitario. Pur evocando funzioni e ruoli da ricoprire nell’ambito dell’infinito dibattito sulla dimensione militare dell’UE, difficilmente riuscirà ad affermare pienamente la sua vocazione europea. Allo stesso tempo, nella sua versione “atlantica”, replica capacità di cui la NATO dispone in abbondanza.

 

Le origini: a favore o contro la NATO?

La decisione di istituire l’Eurocorpo fu presa da Francia e Germania nell’ottobre del 1991, a seguito della riunificazione tedesca, quale evoluzione politico militare della già esistente Brigata franco-tedesca costituita sul finire degli anni Ottanta.

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L’iniziativa fu resa pubblica nel corso del summit franco-tedesco di La Rochelle (22 maggio 1992) e divenne immediatamente oggetto di accesi dibattiti in ambito euroatlantico incentrati sul ruolo del nuovo comando e su come dovesse essere interpretato sul piano politico: un rafforzamento del pilastro europeo della NATO o un potenziale destabilizzatore dell’Alleanza? D’altronde, lo stesso nome del comando e la sede prescelta erano portatori di un elevato simbolismo politico che lasciava poco spazio all’immaginazione.

La nuova struttura prese vita alla fine del 1993 e, nello stesso anno, il Belgio, la Spagna nel 1994 e il Lussemburgo nel 1996, decisero di aderirvi con lo status di Framework Nation, condividendo con i Paesi fondatori le spese di funzionamento del comando, la sua alimentazione in termini di personale di staff ma, soprattutto, il controllo delle sue attività. La Grecia, la Turchia e la Polonia (2002), l’Italia (2009) e la Romania (2015), si sono poi aggiunte quali “Nazioni Associate”, emulate anche da due Paesi non appartenenti all’Alleanza Atlantica quali la Finlandia (dal 2003 al 2005) e l’Austria (dal 2003 al 2011 e, nuovamente, dallo scorso settembre).

Tutti gli “associati” hanno contribuito con un numero meramente simbolico di personale ma la Polonia, dal 2007, ha incrementato in misura significativa il proprio contingente manifestando l’intenzione di aggiungersi al club delle Nazioni Quadro.

 

Per l’Europa, ma anche per la NATO

Subito dopo la sua costituzione, l’Eurocorpo fu messo a disposizione dell’Unione Europea Occidentale (UEO) che era assurta, nel 1992, al rango di componente di difesa dell’UE. L’anno successivo, però, Francia e Germania siglarono un accordo con il Comandante supremo delle forze alleate della NATO (SACEUR) aprendo di fatto la possibilità di impiegare l’organizzazione di Strasburgo sotto comando NATO.

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D’altronde, è pur vero che il Concetto strategico dell’Alleanza del 1991 legittimava lo sviluppo dell’identità di sicurezza europea, incluso l’aspetto della difesa, ma è anche vero che i Capi di Stato e di Governo riuniti a Bruxelles nel 1994 si affrettarono a precisare che la nascente e possibile componente della difesa europea avrebbe dovuto essere “compatibile” con quella dell’Alleanza.

Ancora più incisivamente, il Concetto strategico del 1999 indicò che la politica di sicurezza e di difesa comune doveva svilupparsi “nell’ambito del contesto del Trattato di Washington”, e il Summit di Riga del 2006 sottolineò la necessità di evitare “duplicazioni non necessarie” nel rispetto dell’autonomia delle due organizzazioni. Sino ad oggi, i summit dell’Alleanza di ogni livello non hanno fatto altro che ribadire questi principi e quelli dell’Unione Europea hanno sempre assicurato gli ansiosi dei rapporti euroatlantici che tali principi sarebbero stati rispettati.

Di fatto, l’esordio dell‘Eurocorpo in campo operativo è avvenuto tra il 1998 e il 2000 con le missioni di stabilizzazione della NATO nei Balcani (SFOR – KFOR) e operando in seguito, sino a tutto il 2012, sempre sotto i colori dell’Alleanza in Afghanistan e nelle turnazioni delle NATO Response Forces (NRF).

Gli impegni “europei” si sono concentrati tutti nel biennio 2015-17 con le missioni di addestramento dell’Unione Europea in Mali e nella Repubblica Centro Africana (EUTM Mali- EUTM RCA). Tutti impegni francesi, avviati inizialmente con assetti nazionali e sotto bandiera francese trasformati in seguito in impegni militari condotti “nell’interesse della UE”.

 

Meglio la NATO

Il “biennio europeo”, per così dire, è però risultato fatale per le aspirazioni comunitarie poiché la Polonia, “scudo e spada” della frontiera nord-orientale della NATO e la più “americana” delle nazioni europee, ha aperto nel 2016 una crisi politico militare con i Paesi del club di Strasburgo, minacciando di abbandonare l’Eurocorpo a causa dell’eccessivo focus sulla dimensione militare della UE.

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Da un punto di vista pratico, la prospettiva di rinunciare a un numero considerevole di personale di staff in un contesto multinazionale dove sono proprio i contributi di intellectual manpower a permettere di pianificare e condurre le operazioni, ma soprattutto alle cospicue risorse finanziarie e unità operative e logistiche che la Polonia avrebbe portato con sé, hanno costituito un argomento molto più convincente di tutte le possibili disquisizioni sulla natura degli impegni e le variegate sfumature dei legami euroatlantici.

Dal 2020 l’Eurocorpo è prontamente rientrato nelle turnazioni delle NRF e un generale polacco lo guiderà nel 2023.

 

Il paradosso della governance

Il duplice ruolo e la doppia identità di questo comando sono l’emblema dei rapporti problematici che hanno sempre caratterizzato le relazioni tra la NATO e l’Unione Europea, tra gli Stati Uniti e i suoi alleati europei, e delle diverse aspettative e pesi politici dei rispettivi membri.

Emblematica, peculiare, e inusuale è anche la governance del comando di Strasburgo, realizzata mediante un sistema di organi direttivi istituiti a livello di Framework Nations. La presidenza ruota annualmente tra le cinque (tra poco sei) nazioni, i Capi di Stato Maggiore della Difesa rappresentano la parte militare e i ministri degli esteri quella politica. Le proposte di attivazione dell’Eurocorpo possono essere effettuate dalle stesse Framework Nations, dalla NATO, per il tramite del Consiglio Nord Atlantico (NAC), o dall’Unione Europea per il tramite del Comitato Politica e di Sicurezza (PSC).

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Le decisioni per il suo impiego vengono prese nell’ambito di un Comitato Comune, con il criterio dell’unanimità. Per evitare il problema dei veti, si è trovato il modo di garantire l’impiego del comando senza coinvolgere necessariamente tutte le Framework Nations.

Nei già citati esempi degli impegni africani, la Germania e la Polonia (che era già stata ammessa informalmente al tavolo del Comitato), non sono scese in campo, ma entrambe le nazioni hanno comunque votato a favore della missione permettendo alla Francia di gestire gli impegni intrapresi.

E‘ verosimile che in futuro lo stesso meccanismo possa essere invocato per poter intraprendere iniziative non gradite a Varsavia o ad altri membri non eccessivamente entusiasti di agire sotto egida UE. Il motto dell’Eurocorpo è “Una Forza per l’Unione Europea e la NATO”, ma l’ordine delle priorità politiche non riflette certamente quello enunciato nelle parole dello slogan.

Dunque, il paradosso al quale assistiamo è che alcuni paesi europei, che sono membri sia della NATO che dell’Unione Europea, hanno creato un’organizzazione il cui “direttorio”, esclusivamente europeo, valuta le richieste d’impiego provenienti sempre dalla NATO e/o dall’UE. E non stiamo parlando di esperimenti di cooperazione rafforzata considerate le nette divergenze e interessi in politica estera delle Framework Nations di maggiore peso.

 

Duplicazione di ruoli nell’ambito dell’Alleanza Atlantica

La politica muscolare della Polonia, che con grande riluttanza e all’ultimo minuto, ha aderito nel 2017 alla Cooperazione strutturata permanente (PESCO) della UE accompagnando la firma degli accordi con la ferma dichiarazione di rendere prioritaria la funzione di deterrenza e difesa nei confronti della Russia, ha assicurato a Varsavia un posto di primo piano nell’ambito di una organizzazione, ora fermamente sbilanciata a favore dell’Alleanza Atlantica, la cui utilità militare, a proposito proprio di “duplicazioni non necessarie”, è francamente molto difficile da comprendere e giustificare.

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Infatti, parlando sempre di Nazioni Quadro “portanti”, Francia, Spagna e la stessa Polonia dispongono, ciascuna, di un Corpo d’Armata di Reazione Rapida (come quello italiano di Solbiate Olona), comandi multinazionali facenti parte della NATO Force Structure (la struttura delle forze della NATO). I tedeschi gestiscono un’organizzazione equivalente assieme agli olandesi.

Tutte queste unità sono già abbondantemente orientate alla difesa dei confini nordorientali della NATO, e la Francia ha regolarmente impiegato il personale nazionale del proprio comando, con sede a Lille, in Africa nel contesto delle missioni EUTM-Mali e RCA.

D’altronde, i Memorandum of Understanding stipulati con l’Alleanza Atlantica rispettano il diritto di ogni nazione che fornisce la sede e la maggior parte del personale di tali comandi, di poter impiegare i propri assetti (personale e mezzi) per impegni nazionali non-NATO. E non solo. Tutti i comandi di questo tipo (ce ne sono nove) assicurano l’impiego duale NATO-UE a seconda delle circostanze.

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E‘ dunque lecito chiedersi dove stia la convenienza di impegnare risorse umane e assetti operativi pregiati in un contesto che difficilmente potrà costituire, da un lato, un esempio credibile di cooperazione europea in materia di difesa, dall’altro una replica di capacità già ampiamente disponibili nell’ambito dell’Alleanza Atlantica.

La full membership all’Eurocorpo costerà alla Polonia circa 60 milioni di zloty, pari a circa 13,2 milioni di euro, all’anno secondo le stime di Varsavia. Senza dubbio soldi ben spesi dal punto di vista di chi intende raggiungere visibilità e peso politico ponendosi allo stesso livello dei grandi protagonisti della storia europea come la Germania e la Francia, con tutto il rispetto per Madrid. Con quali risultati concreti è tutto da vedere.

 

 

Nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell'Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell'Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l'Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell'Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell'Esercito e vice capo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. Giornalista pubblicista, è divulgatore di temi concernenti la politica di sicurezza e di difesa.

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