Sabotatori ucraini in Crimea, i russi avanzano nel Donbass e i riflessi economici della guerra

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Il 16 agosto la Crimea ha dichiarato lo stato di emergenza regionale dopo che un deposito di munizioni è stato fatto esplodere con un atto di sabotaggio attribuito da Mosca ad azioni nemiche. Che si tratti di infiltrati delle forze speciali di Kiev o di partigiani ucraini in Crimea l’esplosione che ha danneggiato un deposito militare vicino al villaggio di Dzhankoy la mattina del 16 agosto è stata attribuita a un sabotaggio dal ministero della Difesa russo.

Confermato lo scoppio di un incendio mentre l’esplosione ha causato “danni a numerose strutture civili”, ma nessun ferito grave. Circa 2mila persone sono state evacuate ed è stata sgombrata un’area di 5 chilometri intorno alla base come ha riferito il governatore della regione autonoma di Crimea, Sergej Aksenov che aveva precedentemente riferito di 2 feriti.

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L’incendio è scoppiato intorno alle 5,15 del mattino in un deposito temporaneo di munizioni della base, ha affermato il ministero in una nota, citata dalle agenzie di stampa russe. “In seguito all’incendio, si è verificata una detonazione delle munizioni”, ha aggiunto.

Aksonov aveva però riferito di una serie di esplosioni, ancora in corso alle 8,15. Circa seimila persone vivono negli insediamenti di Maiskoye e Azovskoye, nel distretto di Dzhankoyskij in Crimea, accanto al quale si trova il sito di munizioni.

La proclamazione dello stato d’emergenza in Crimea ha indotto diversi abitanti a lasciare la penisola. I media statali russi riferiscono che un numero record di auto ha attraversato il ponte di Kerch che collega la Crimea alla Russia. Almeno 38 mila automobili, secondo Tass, hanno attraversato il ponte in direzione est, anche se interpretare questo traffico al ritorno in Russia di residenti andati a vivere in Crimea dopo l’annessione del 2014 potrebbe essere fuorviante.

La proclamazione dello stato d’emergenza significa complicare la vita ai cittadini e probabilmente chi ha parenti, amici o proprietà in altre regioni della Federazione Russa preferisce trasferirvisi temporaneamente.

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“Ogni giorno e ogni notte assistiamo a nuove segnalazioni di esplosioni nel territorio temporaneamente nelle mani degli occupanti. Chiedo a tutta la nostra gente in Crimea, in altre regioni del sud dell’Ucraina, nelle aree occupate del Donbass e nella regione di Kharkiv di prestare molta attenzione. Per favore, non avvicinatevi alle installazioni militari dell’esercito russo e a tutti quei luoghi dove immagazzinano munizioni e attrezzature, dove tengono il loro quartier generale”. In serata, nel consueto discorso serale, il presidente Volodymyr Zelensky ha preannunciato nuove operazioni di sabotaggio.

Il consigliere presidenziale ucraino Mykhailo Podolyak, ha detto che “la mattina vicino a Dzhankoi è iniziata con esplosioni” definendo l’evento come un “promemoria” poiché la “demilitarizzazione della Crimea è in atto”.

L’attacco sembra confermare la presenza di unità di sabotatori in Crimea a cui potrebbe venire attribuito anche l’esplosione nel deposito di munizioni dell’aeroporto militare di Saki, sempre in Crimea, esploso il 9 agosto anche se Mosca ha negato vi siano stati attacchi e Kiev non ha rivendicato l’azione.

A team di sabotatori potrebbe venir attribuito forse anche l’esplosione nella base russa di Zyabrovka, in Bielorussia e nelle scorse ore il servizio di sicurezza interno russo (FSB) ha lanciato l’allarme per la presenza di sabotatori nell’oblast di Kursk, regione russa ai confini con l’Ucraina, dove sono stati fatti esplodere tralicci dell’alta tensione che alimentano distretti industriali.

Il 14 agosto Facebook il consigliere presidenziale ucraino, Oleksiy Arestovych, aveva attribuito a un gruppo di sabotatori ucraini il danneggiamento del ponte ferroviario a Melitopol, nei territori occupati dai russi.

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“Ieri i nostri partigiani hanno fatto saltare in aria un ponte ferroviario nella regione di Melitopol. Il ponte è stato parzialmente distrutto. Non è arrivato un solo treno da Dzhankoy a Melitopol per un giorno”, ha scritto Arestovich.

Le esplosioni che hanno danneggiato un deposito di munizioni di Dzhankoy in Crimea sono state causate da un attacco messo a segno da “un’unità d’élite” delle forze armate ucraine, ha riferito un alto funzionario ucraino al New York Times. Il reparto speciale operava dietro le linee nemiche ha spiegato l’alto funzionario ucraino, senza rivelare altri dettagli sull’operazione.

Ulteriori sabotaggi compiuti contro basi e depositi di munizioni russi sono stati segnalati nelle ultime 48 ore: in Crimea vi sarebbe stata un’altra esplosione in un deposito di munizioni nella base Gvardeyskoye e un altro è stato incendiato in pieno territorio russo, nel villaggio di Timonovo nella regione di Belogord, non lontano dal confine con L’Ucraina secondo quanto riferito dall’agenzia russa Ria Novosti.

 

I russi avanzano in Donbass….

Prosegue, lenta e metodica, l’avanzata russa nel Donbass con vantaggi territoriali acquisiti dalle forze di Mosca nei settori di Bakhmut, Soledar e Siversk dove gli ucraini difendono l’ultima linea che protegge Kramatorsk e Slovyansk, ultime roccaforti di Kiev nella regione di Donetsk.

La caduta di Peski rappresenta la vittoria più rilevante conseguita dai russi o per meglio dire dalla milizia della repubblica popolare di Donetsk (DPR) che ha espugnato il villaggio strategico per il settore del fronte che fa perno su Avdeevka, da dove gli ucraini dal 2014 bersagliano da tempo la capitale dell’omonima repubblica popolare, Donetsk.

La caduta di Peski ha imposto alle truppe ucraine di arretrare le linee difensive verso Netailovo, Orlovka, Nevelskoe e Pervomayskoe, già oggetto degli attacchi dei filorussi il cui obiettivo sembra essere quello di chiudere in una sacca le forze ucraine schierate a Avdeevka.

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Poche le notizie verificabili da fonti neutrali giunte dal fronte ma i recenti reportage dei giornali statunitensi Wall Street Journal, New York Times e Washington Post dipingono una situazione difficilmente sostenibile per le truppe di Kiev.

I reparti sembrano disporre di poche armi e munizioni, gli armamenti forniti dall’Occidente sono visibili in prima linea solo in minima parte e vi sarebbero problemi a pagare gli stipendi ai militari e fornire generi di prima necessità alle truppe.

Secondo diversi analisti anglosassoni l’impiego di armi occidentali ha ostacolato e forse rallentato l’avanzata russa a est e a sud ma non è sufficiente a fermarla e del resto i bollettini russi (da prendere con le molle come quelli ucraini), riferiscono ogni giorno dell’uccisione di centinaia di militari ucraini e “mercenari” stranieri e della distruzione di qualche decina di mezzi e pezzi d’artiglieria.

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Il generale Valeriy Zaluzhny, capo di stato maggiore delle forze armate ucraine, ha riconosciuto che le forze russe “continuano ad avanzare” nel Donbass affermando che la situazione è “intensa”, in particolare “sull’asse di Avdiivka-Pisky-Mariinka”, ma “completamente sotto controllo”.

Nell’incontro con l’omologo canadese, generale Wayne Donald Eyre, Zaluzhny ha aggiunto che “il nemico effettua circa 700-800 bombardamenti delle nostre posizioni ogni giorno, utilizzando da 40 a 60.000 munizioni”.

Un numero forse inverosimile anche contando i proiettili esplosi da armi di medio calibro ma che fotografa una situazione ben diversa da quella anticipata in giugno dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky che aveva previsto per agosto la svolta decisiva sul campo di battaglia a favore delle forze di Kiev, grazie ai nuovi sistemi d’arma forniti dagli occidentali, specie gli Stati Uniti.

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Una svolta di cui non si hanno al momento riscontri nonostante i sabotaggi attuati in Crimea e l’impatto degli attacchi effettuati con i lanciarazzi campali M142 HIMARS (Kiev nega di averne perduti in battagklia mentre Mosca ha riferito di averne distrutti 8 su 20 consegnati dagli USA) e M270 contro depositi di armi e munizioni, ponti e coma di russi, incluso quello del Gruppo Wagner a Popasna, nell’autoproclamata Repubblica popolare di Luhansk.

L’attacco al comando è stato confermato anche da fonti filorusse e benché non sia noto il numero delle vittime pare che la localizzazione dell’obiettivo sia stata resa possibile dalla diffusione di video e foto sui social da parte di alcuni combattenti russi.

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Le unità del Gruppo Wagner sembrerebbe abbiano svolto un ruolo chiave nel conseguire la vittoria nei settori più difficili del fronte del Donbass.

Del resto, dopo le voci di prossimi referendum per l’annessione alla Federazione Russa paventati negli oblast di Kherson e Zhaporizzia per il prossimo mese il ministero degli Esteri britannico ha definito molto probabile un referendum nella regione di Donetsk, anche se questa regione, come Luhansk, è già riconosciuta da Mosca come repubblica popolare.

 

…..e verso Kharkiv

Con meno clamore le truppe russe stanno conseguendo significativi successi anche più a nord, nel settore di Kharkiv dove i russi hanno assunto il 14 agosto il controllo del villaggio di Udy e il giorno dopo hanno annunciato di aver colpito con missili di precisione (guarda il video qui sotto) una base di “mercenari stranieri” nella zona di Zolochiv uccidendone oltre 100 di cui la metà provenienti da Polonia e Germania e ferendone almeno 50.

Secondo fonti ucraine riprese dal Kiyv Indepemdent, in questo settore le forze russe hanno bombardato un’area residenziale di Kharkiv con i lanciarazzi multipli 9A52-4 Tornado da 300 mm (nella foto sotto), il più moderno sistema di questo tipo in dotazione all’esercito di Mosca, evoluzione dello Smerch BM30 e capace di lanciare razzi anche a guida satellitare fino a 200 chilometri di distanza.

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Più truppe cecene in Donbass, missili ipersonici a Kaliningrad

Mosca ha annunciato il 18 agosto di aver schierato 3 aerei da combattimento Mig 31BM dotati di missili ipersonici all’avanguardia a Kaliningrad, l’exclave tra Polonia e Lituania al centro delle tensioni con l’Ue.

“Come parte dell’attuazione di misure di deterrenza strategica aggiuntive, tre MiG-31 con missili ipersonici Kinzhal (già lanciati in almeno due occasioni contro obietti vi in Ucraina) sono stati ridispiegati nell’aeroporto di Chkalovsk nella regione di Kaliningrad”, ha affermato il ministero della Difesa russo in una nota. I tre velivoli formeranno un’unità di combattimento “operativa 24 ore al giorno”, ha aggiunto.

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Il dispiegamento di questi missili a Kaliningrad, un territorio già altamente militarizzato, avviene sullo sfondo delle tensioni tra l’Unione Europea e Mosca. La Lituania lo scorso giugno aveva bloccato il transito sul suo territorio di alcune merci in direzione di Kaliningrad, nell’ambito delle sanzioni europee contro Mosca. E dopo le proteste russe, Bruxelles aveva chiesto a Vilnius di autorizzare il transito su rotaia di merci russe, escludendo le attrezzature militari.

Il ministero della Difesa finlandese ha affermato che due dei tre velocissimi caccia Mig-31 giunti a Kaliningrad potrebbero aver violato il suo spazio aereo e che a riguardo è stata aperta un’indagine.

Continua intanto in tutta la Russia il reclutamento di battaglioni di volontari composti da ex militari pronta a tornare in servizio per alcuni mesi per sostenere lo sforzo bellico in Ucraina.

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Dopo i circa 40 battaglioni costituitisi soprattutto a “est degli Urali” (guarda la mappa dell’ISW qui sopra), il governo della Repubblica di Cecenia della Federazione Russa, ha annunciato l’invio di nuove unità di volontari a combattere in Ucraina e ha divulgato un video che sarebbe stato girato all’aeroporto di Grozny, in cui uomini in uniforme ricevono l’ordine “distruggere i nazionalisti ucraini”.

 

Le perdite

Per quel che valgono segnaliamo gli ultimi dati circa le perdite in truppe e mezzi resi noti dai belligeranti. Stime di fonti militari e d’intelligence statunitensi anonime sentite dal New York Times valutavano il 16 agosto che le forze russe in Ucraina perdano ogni giorno 500 soldati fra morti e feriti.

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Il 18 agosto lo stato maggiore ucraino ha reso noto che circa 44.300 i soldati russi hanno perso la vita durante il conflitto dal 24 febbraio mentre 1.889 carri armati, 4.179 veicoli blindati e corazzati, 3061 veicoli, 1010 pezzi d’artiglieria, 265 lanciarazzi multipli campali, 234 aerei da combattimento, 93 veicoli speciali, 197 gli elicotteri e 793 droni russi sarebbero stati distrutti o abbattuti.

Alla stessa data i russi hanno reso noto un bilancio che, come di consueto, non riporta le stime sui caduti ucraini ma solo i dati sui mezzi distrutti o catturati: 267 aerei, 148 elicotteri, 1.757 droni, 366 sistemi missilistici di difesa aerea, 4.430 carri armati e mezzi corazzati, 800 lanciarazzi campali multipli, 3.312 obici/cannoni/ mortai e 4.938 veicoli.

 

La sfida per la centrale nucleare di Zaporizhzhia

La situazione sul fronte sud del conflitto in Ucraina resta incandescente intorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, dove Mosca e Kiev da giorni sono impegnate in un braccio di ferro che minaccia la sicurezza dell’intera Europa.

Russi e ucraini si scambiano accuse circa la responsabilità dei bombardamenti che hanno sfiorato l’impianto. Della questione hanno discusso il 16 agosto Emmanuel Macron e Volodymyr Zelensky, ed il presidente francese ha chiesto ai russi di abbandonare l’area della centrale che controllano da marzo. Una richiesta già presentata da 42 nazioni, per lo più Occidentali che paventando il rischio di una catastrofe atomica vorrebbero indurre i russi a ritirarsi dalla più grande centrale nucleare d’Europa.

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La partita della centrale atomica si gioca su più tavoli incluso quello immancabile della propaganda. Il 16 agosto l’agenzia pubblica Ucraina per l’energia nucleare, Energoatom, ha denunciato un attacco informatico russo “senza precedenti” contro il suo sito ufficiale, specificando però che il funzionamento del portale non era stato interrotto.

Sul piano militare la situazione è chiara: i russi occupano l’infrastruttura energetica la presidiano in forze: non a caso Kiev ha più volte accusato Mosca di schierarvi truppe e mezzi per scongiurare il rischio di bombardamenti ucraini provenienti dalla sponda ovest del fiume Dnepr e di voler dirottare l’energia prodotta verso la Federazione russa e i territori ucraini occupati da Mosca, pari ormai a circa il 25 per cento.

Tutte queste evidenze rendono quindi assai improbabile che i russi “si bombardino da soli”, anche se la scorsa settimana l’Unione Europea ha condannato i bombardamenti russi sulla centrale atomica.

Del resto lo stesso presidente Zelensky ha annunciato bombardamenti contro le forze russe che utilizzano le infrastrutture della centrale e il 17 agosto le autorità locali filo-russe hanno segnalato che le truppe ucraine hanno aperto un intenso fuoco sulla città di Enerhodar, nei pressi della centrale atomica.

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Sul piano della sicurezza gli ucraini hanno avvertito che in caso di emergenza si dovrebbe organizzare una maxi-evacuazione di almeno 400mila persone e hanno già messo in atto esercitazioni per simulare una simile evenienza. Anche le autorità filorusse che controllano i territori intorno alla centrale e gran parte della provincia hanno preparato piani per l’evacuazione della popolazione in caso di incidente alla centrale nucleare.

Finora però non sembrano esserci stati rischi anche se solo due dei sei reattori sono in funzione mentre anche esperti italiani hanno ridimensionato il rischio di un disastro atomico. Mosca ha ribadito la sua disponibilità a consentire un’ispezione dell’Agenzia dell’ONU per l’energia atomica (AIEA) ma pretende che i tecnici raggiungano la centrale transitando da Mosca e dai territori ucraini occupati dai russi e non da Kiev.

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La ragione non è solo politica poiché è chiaro che l’arrivo degli ispettori dell’AIEA da Kiev imporrebbe di raggiungere la centrale attraversando la prima linea del fronte, con qualche rischio per sicurezza e la necessità di preparare un passaggio delle consegne del team tecnico tra le truppe ucraine e quelle russe.

La Russia considera assolutamente da “irresponsabili” i tentativi di Kiev e di altri Paesi occidentali, di insistere sull’attuazione della missione dell’AIEA presso la centrale nucleare di Zaporizhzhia attraverso la linea di contatto, “contrariamente a considerazioni di sicurezza” ha detto Mikhail Ulyanov, rappresentante permanente della Federazione Russa presso le organizzazioni internazionali a Vienna.

“Ci sono altre rotte davvero sicure attraverso le quali una missione internazionale può raggiungere la centrale nucleare di Zaporizhzhia e svolgere i propri compiti lì”, ha affermato Ulyanov. Riferendosi ovviamente al transito degli esperti dalla Russia e dai territori occupati da Mosca.

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Il 17 agosto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha sollecitato l’autorizzazione da parte di Mosca di una ispezione dell’AIEA alla centrale ma con l’obiettivo di sottrarre la “preda” alle forze russe.

“E’ urgente che sia autorizzata una ispezione e il ritiro di tutte le forze russe. L’occupazione della centrale di Zaporizhzhia da parte delle forze russe costituisce una minaccia grave alla sicurezza del sito e comporta il rischio di un incidente nucleare e mette in pericolo la popolazione dell’Ucraina, dei Paesi vicini e della comunità internazionale”, ha affermato Stoltenberg.

Esiste poi un tema legato alla sicurezza anche del deposito di scorie. Mettere fuori servizio la centrale nucleare di Zaporizhzhia è “possibile” ma sarebbe “molto costoso” e inoltre non si potrebbero “estrarre i 174 barili di scorie nucleari dal territorio della centrale” ha spiegato Vladimir Rogov, membro del consiglio principale dell’amministrazione filorussa della regione, per il rischio che l’artiglieria ucraina possa colpirli provocando la fuoriuscita di materiale radioattivo.

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Rogov ha sottolineato che “I reattori” della centrale nucleare di Zaporizhzhia “sono molto ben protetti. Ci si sono metri di cemento armato” e “anche se cadesse un aereo da chilometri di altezza e con i serbatoi pieni, il reattore rimarrebbe intatto”, quindi “per distruggere il reattore, è necessario utilizzare armi nucleari tattiche”.

Le forze ucraine starebbero però bombardando altri punti deboli della stazione come l’impianto di stoccaggio per le scorie di combustibile nucleare e un sistema di raffreddamento. “Il reattore ha costantemente bisogno di essere raffreddato. Diverse dozzine di colpi sono state sparate proprio sull’impianto di raffreddamento. Non è protetto come il reattore” e se il reattore si surriscaldasse “potrebbe dare il via a un processo incontrollabile, una vera bomba nucleare, il reattore semplicemente esploderà”, ha aggiunto Rogov.

Il capo dell’amministrazione regionale Yevhen Balitsky, citato dalla RIA Novosti, ha affermato che, in collaborazione con i militari, vengono prese tutte le misure “per rendere operativi sistemi di riserva per il raffreddamento dei reattori della stazione in caso di danni al sistema di raffreddamento centrale, contro il quale l’esercito ucraino spara deliberatamente”.

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Kiev e Mosca si accusano reciprocamente di voler provocare un incidente alla centrale  In caso di incidente alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, le sostanze radioattive rilasciate arriverebbero nelle nazioni circostanti secondo quanto emerge dai dati resi noti il 18 agosto durante il briefing del comandante delle truppe russe per la Difesa NBCR (Nucleare, Biologica, Chimica e Radiologica), il tenente generale Igor Kirillov.

L’ufficiale russo ha mostrato una mappa con la prevista distribuzione di sostanze radioattive in caso di rilascio dal territorio della centrale nucleare che mostra chiaramente come le sostanze radioattive potrebbero estendersi sino ai territori di Polonia, Slovacchia e Germania ma a che gli Stati baltici e la Scandinavia con il rilascio del 25% del contenuto di almeno un reattore della centrale.

In termini politici e strategici la querelle sorta intorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia si spiega con la volontà ucraina di impedirne ai russi l’utilizzo in termini di energia e come base militare tenuto conto che poco più a nord si snoda il fronte bellico che vede i russi minacciare di conquistare la città di Zaporizhzhia, capoluogo dell’omonima regione in cui a settembre Mosca potrebbe organizzare un referendum per l’annessione alla Federazione Russa.

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Mosca ha fatto sapere che nell’area della centrale non schiera armi pesanti ma rifiuta di riturarsi e di “demilitarizzare” la zona attorno alla centrale in quanto questo “renderebbe l’impianto più vulnerabile” ha riferito il ministero degli Esteri russo.

Kiev potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza della centrale atomica per poi accusare i russi di aver provocato fughe radioattive che colpirebbero anche i russi e la vicina Russia ma, considerando i forti venti che soffiano da est, contaminerebbero soprattutto l’Ucraina occidentale e l’Europa Orientale come accadde negli anni ’80 dopo l’incidente di Chernobyl.

Non si può inoltre escludere che il governo ucraino, in difficoltà sul campo di battaglia, punti a provocare o paventare un grave incidente atomico per indurre la NATO a entrare in guerra al suo fianco o ad incrementare ulteriormente gli aiuti militari.

Una scommessa rischiosa poiché se il governo ucraino innalzasse la tensione intorno alla centrale aumentando il rischio di un disastro nucleare potrebbe perdere molti degli appoggi e simpatie di cui ancora gode nei governi occidentali.

 

Le “purghe” di Zelensky

Le difficoltà militari sembrano riflettersi anche sul fronte interno e il presidente Zelensky pare costretto a continuare con le “purghe” ai danni di vertici militari e civili degli apparati di sicurezza.

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Mentre continuano gli arresti di presunti collaborazionisti e spie al servizio dei russi (nella foto sopra uno degli ultimi arresti documentati) il 16 agosto ha rimosso dall’incarico o trasferito i vertici di quattro dipartimenti regionali del Servizio di sicurezza interna (SBU) di cui aveva da poco rimosso il vertice e diversi funzionari.

Secondo i decreti pubblicati sul sito internet del presidente, Serhiy Zayats è stato destituito dalla carica di capo della direzione principale della SBU nella regione di Kiev. Yuriy Boreichuk è stato destituito dalla carica di capo della direzione principale della SBU nella regione di Ternopil e Artem Bondarenko è stato trasferito dal medesimo incarico nella regione di Leopoli a quella di responsabile della direzione principale della SBU a Kiev e nella sua regione.

 

Aspetti economici per i belligeranti….

Kiev non perde occasione per chiedere più armi e denaro all’Occidente.  Il ministro delle Finanze Sergii Marchenko ha detto al quotidiano statunitense Wall Street Journal che a fronte dei costi crescenti della guerra le entrate fiscali di Kiev continuano a ridursi. Al momento la banca centrale rimedia stampando il denaro sufficiente a consentire al governo di retribuire i soldati e di acquistare armi e munizioni ma così si sta indebolendo la valuta nazionale, alimentando l’inflazione e i dubbi sulla capacità dell’Ucraina di sostenere lo sforzo bellico nel lungo periodo.

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“Dopo l’inizio del conflitto il prodotto interno lordo nazionale si è praticamente dimezzato a causa della chiusura di molte aziende e della fuga dal Paese di milioni di persone.

A peggiorare le cose sono stati gli attacchi russi contro fabbriche, raffinerie e altre infrastrutture chiave, oltre al blocco dei porti sul Mar Nero allentato solo parzialmente il mese scorso grazie a un accordo mediato dalla Turchia”. Ora, scrive il WSJ i problemi economici rischiano di rappresentare il tallone d’Achille dell’Ucraina nella guerra contro la Russia: le entrate fiscali coprono solo il 40 per cento della spesa pubblica, mentre i costi del conflitto pesa su oltre il 60 per cento del bilancio.

“Il governo ha bisogno di circa 5 miliardi di dollari al mese per coprire le spese non militari. I governi occidentali hanno promesso di sostenere il bilancio civile con prestiti e donazioni, consentendo a Kiev di utilizzare le proprie risorse per la guerra. Ma il totale dei fondi promessi dall’Occidente è pari a circa 30 miliardi di dollari per quest’anno, ben al di sotto delle necessità di Kiev”, spiega il quotidiano.

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Per questo Marchenko invita i governi occidentali ad agire più rapidamente. “Il sostegno che riceviamo ora ci dà l’opportunità di vincere questa guerra e di farlo il prima possibile. Senza questo denaro, la guerra durerà di più e i danni economici saranno superiori”, osserva il ministro delle Finanze.

Il Washington Post ha invece pubblicato nei giorni scorsi uno studio della società canadese di rischio geopolitico SecDev in cui si sostiene che la Russia controlla ora risorse naturali dellUcraina per in valore stimato in 12.400 miliardi di dollari.

“Se il Cremlino riuscisse ad annettere la terra Ucraina sequestrata durante l’invasione russa, Kiev perderebbe permanentemente quasi due terzi delle sue riserve. L’Ucraina ospita alcune delle più grandi riserve mondiali di titanio e minerale di ferro, giacimenti di litio non sfruttato e enormi giacimenti di carbone”. Le forze russe e i separatisti del Donbass controllano circa un quarto del territorio ucraino che secondo il rapporto contengono il 63% dei giacimenti di carbone, l’11% di quelli di petrolio, il 20% di gas naturale, il 42% di minerali e il 33% di terre rare.

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Secondo la Direzione dell’intelligence militare Ucraina la Russia avrebbe avviato la “mobilitazione industriale” delle imprese del settore della difesa all’inizio di agosto, vietando ad alcuni dipendenti e a tutti i dirigenti del colosso industriale statale Rostec di prendere le ferie. La commissione militare-industriale russa, presieduta dal presidente Vladimir Putin, si sta preparando a modificare il programma di ordini della difesa statale entro i primi di settembre per aumentare le spese militari di 600-700 miliardi di rubli (circa 9,7 miliardi di euro).

Il 30 giugno scorso è stato presentato alla Duma – la camera bassa del Parlamento russo – un emendamento alle leggi federali sulle forniture delle Forze Armate che impone alle imprese russe pubbliche e private di soddisfare prioritariamente le commesse militari: Putin ha firmato la direttiva in tal senso il 14 luglio.

 

….e per l’Europa

“Dalla guerra in Ucraina l’Unione europea uscirà indebolita mentre Russia, Cina e le grandi società statunitensi ne beneficeranno” ha detto ieri il primo ministro ungherese, Viktor Orban, intervistato dalla rivista tedesca “Tichys Einblick” ripreso in Italia dall’agenzia Nova.

“La maggior parte del mondo non si allinea (a sostegno degli Stati Uniti e dell’Ucraina): Cina, India, Brasile, Sudafrica, mondo arabo, Africa”, ha evidenziato Orban, per il quale “l’Occidente non può vincere la guerra in Ucraina militarmente”. Orban valuta che le sanzioni non hanno la capacità di destabilizzare la Russia mentre il loro danno all’Europa è enorme.

A conferma delle parole del premier ungherese, come ha riportato sempre ieri l’agenzia di stampa Adnkronos, Ieri Eurostat ha reso noto che in seguito all’aumento dei prezzi di petrolio e gas le importazioni dell’Unione europea dalla Russia sono aumentate del 78,9 per cento in termini di ricavi, nei primi sei mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, malgrado le sanzioni applicate da Bruxelles.

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La Russia è stata in questo periodo il terzo Paese per importazioni nella Ue, dopo la Cina e gli Stati Uniti, con forniture pari a 120,4 miliardi di euro. Le importazioni di petrolio sono aumentate, in termini di spesa, del 70 per cento a 52 miliardi di euro e quelle di gas del 240 per cento, a 24 miliardi di euro.

Anche l’importazione di carbone russo è aumentata in termini di valore finanziario del 170 per cento a 4,9 miliardi di euro. Il volume totale di petrolio è tuttavia diminuito di più della metà, vale a dire di 500 milioni di barili al giorno da febbraio, raggiungendo i 7,4 milioni di barili al giorno a luglio (fonte Kommersant).

Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), la produzione di greggio in Russia aumenterà il prossimo anno mentre le sanzioni occidentali hanno un impatto limitato considerati gli acquirenti asiatici che hanno compensato i tagli ai quantitativi importati dall’Europa aumentando gli acquisti. Eurostat rivela che le esportazioni dell’Unione europea in Russia nei primi sei mesi dell’anno sono invece crollate del 30,4 per cento per assestarsi a 29,8 miliardi di euro.

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Secondo le stime del ministero dell’Economia russo i proventi delle esportazioni di prodotti energetici dovrebbero aumentare quest’anno di quasi 100 miliardi di dollari per raggiungere i 338 miliardi a fine anno, con un balzo di più di un terzo rispetto ai 244 miliardi dello scorso anno. Il prezzo del gas, secondo le proiezioni di Mosca, dovrebbe in media più che raddoppiare quest’anno a 730 dollari per mille metri cubi, prima di tornare a scendere gradualmente fino alla fine del 2025.

Infatti in pieno agosto si registra un nuovo record del prezzo del gas che ha segnato ieri ad Amsterdam un aumento del 6% a 241 euro al MWh.

Un incremento dovuto anche alla corsa agli approvvigionamenti in vista dell’inverno e ai minori flussi dalla Russia. L’Italia prevede di arrivare alla stagione fredda con il 90% delle scorte in magazzino, che allo scorso 16 agosto hanno raggiunto il 78,19% a 151,26 TWh, pari a 1,62 miliardi di metri cubi circa, secondo le rilevazioni della piattaforma internazionale Gie-Agsi.

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In Europa la media degli stoccaggi è al 75,55% con 839,7 TWh di gas naturale. Come riportava ieri un lancio dell’ANSA, davanti all’Italia c’è solo la Germania, con 189,3 TWh, che corrispondono al 77,79% della capacità complessiva d’immagazzinaggio.

Supera l’87% di capacità immagazzinata la Francia, che però dispone di una quota di stoccaggi limitata a 114,52 TWh. In Germania il Governo ha annunciato la riduzione dell’Iva sul gas al 7% per sostenere i cittadini e compensare i costi determinati dalla nuova tassa “salva-aziende” di 2,419 centesimi per kilowattora che i tedeschi troveranno in bolletta da ottobre.

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Boom dei prezzi anche per l’energia elettrica, prodotta in parte con il gas, che due giorni fa ha superato la soglia dei 540 euro al MWh sulla piazza di Lipsia, dove ha sede la Borsa Europea dell’Energia (Eex).

“I prezzi del gas non calano e anzi d’inverno aumenteranno ancora” ha detto all’Adnkronos il presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli. “Rischiamo seriamente di avere delle interruzioni fisiche. Non è più tanto una questione di numeri, di cifre, ma proprio di carenza di un bene essenziale per i consumatori. Non possiamo fare a meno del riscaldamento, e dunque per quel bene siamo disposti a pagare non 250 euro bensì anche 800 euro.

E i mercati, ovviamente, tengono questo in considerazione. La domanda di quel bene è inevitabile perché non se ne può fare a meno. Il punto – continua Tabarelli – è che la transizione ecologica è bellissima sulla carta, ma non esiste. A oggi non esiste la possibilità di accumulo, se non dalle fonti fossili”.

@GianandreaGaian

Foto: Ministero Difesa Ucraino e Ministero Difesa Russo.

Mappa: Institute for the Study of the War (ISW)

 

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Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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