Se a Washington la causa ucraina (e Zelensky) perdono appeal

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(aggiornato alle ore 23.55)

Se in Europa il dibattito sul sostegno alla guerra resta debole e si può dire che sul piano degli interessi nazionali stenta a decollare, negli Stati Uniti si intensificano le critiche e i dubbi circa la credibilità del governo ucraino e del presidente Volodymyr Zelensky mentre sempre più spesso viene evidenziato come l’Ucraina non incarni certo quei valori di libertà e democrazia che l’Occidente si vanta di voler difendere.

Nulla di nuovo in realtà per i lettori di Analisi Difesa che ha sempre evidenziato  l’eccessiva enfasi con cui si attribuiva al regime di Kiev il ruolo di “freedom fighter” senza tenere conto che l’Ucraina è in fondo a tutte le classifiche mondiali quanto a democrazia, trasparenza, rispetto dei diritti umani, libertà di stampa ed economica.

A incrinare il supporto di media, opinione pubblica e politica americane nei confronti di Zelensky sembra aver contribuito inizialmente il servizio fotografico e l’intervista alla moglie Olena apparsi su Vogue: un prodotto propagandistico e glamour ma realizzato in un set finto-bellico che strideva con la realtà della guerra vera che vivono molti ucraini e che soprattutto ha indispettito molti americani che finanziano ampiamente l’Ucraina e il suo leader.

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Maggior peso hanno di certo avuto le feroci critiche espresse da Zelensky e da molti esponenti del governo ucraino nei confronti del rapporto di Amnesty International che ha evidenziato come i militari di Kiev si siano fatti scudo della popolazione e abbiano utilizzato a fini bellici infrastrutture civili nella guerra contro i russi.

Del resto, fin dall’inizio del conflitto avevamo evidenziato come da molti video diffusi dagli stessi comandi e reparti ucraini di Esercito, Forze Territoriali e Guardia Nazionale emergesse chiaramente l’utilizzo di scuole e abitazioni come caserme e lo schieramento di mortai e obici nei cortili delle case.

Così come il pieno accesso alle fonti d’informazione a Donetsk e in altre aree del Donbass sotto il controllo di russi e milizie filo-russe permettevano di avere un’ampia copertura di notizie e immagini circa i bombardamenti e il lancio di razzi cluster contenenti mine antiuomo da parte delle forze di Kiev contro i centri abitati in mano ai secessionisti.

Immagini di morti e feriti peraltro così ben disponibili da venire utilizzate in alcuni casi da qualche giornale e televisione attribuendo però le vittime al fuoco dei russi.

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Del resto in quali condizioni versino, non da oggi, la democrazia e i diritti umani e civili nell’Ucraina di Zelensky è noto da tempo anche al  Dipartimento di Stato degli Stati Uniti che nel Country Reports on Human Rights Practices nella sezione relativa all’Ucraina denunciava “uccisioni illegali o arbitrarie, casi di tortura e trattamento disumano dei carcerati, condizioni carcerarie dure e pericolose, arresti o detenzioni arbitrarie, gravi problemi con l’indipendenza della magistratura, gravi restrizioni alla libertà di espressione e ai media, gravi restrizioni alla libertà di Internet, respingimento di rifugiati in Paesi in cui la loro vita o le loro libertà sarebbero in pericolo, gravi atti di corruzione“.

Il rapporto statunitense è stato ripreso recentemente in Italia dal quotidiano La Verità e rilanciato da “Il Fatto Quotidiano”.

A inizio agosto sul New York Times, Thomas L. Friedman ha evidenziato la profonda crisi tra l’amministrazione Biden e il presidente ucraino. Una “profonda sfiducia” tra Biden e Zelensky, “, molto più grande di quanto venga riportato” pubblicamente. Friedman cita tra le gocce che hanno fatto traboccare il vaso il recente licenziamento del procuratore generale ucraino e del numero uno del servizio segreti interni SBU.

L’opinionista sostiene che i funzionari statunitensi “sono molto più preoccupati per la leadership ucraina” di quanto non chiariscano nei discorsi pubblici e che gli Stati Uniti non hanno un’idea accurata di quanto sta accadendo nel governo di Kiev.

“È come se non volessimo scavare più a fondo a Kiev perché abbiamo paura del tipo di corruzione e del tipo di buffonate che vedremo dopo aver investito così tanto” in Ucraina.

L’analisi di Friedman ha avuto un peso talmente rilevante (perché basata su riscontri concreti) da indurre il 2 agosto il coordinatore per le comunicazioni strategiche presso il National Security Council (NSC) della Casa Bianca, John Kirby a far sapere che il presidente Joe Biden comprende lo stress in cui si trova Zelensky e lo rispetta.

Kirby non ha né confermato né smentito quanto reso noto da Friedman ma ha affermato che Biden “ha parlato molte, molte volte della sua ammirazione per le qualità di leadership e il coraggio del presidente Zelensky”. Kirby ha aggiunto che Biden rispetta Zelensky ed è “pienamente impegnato a continuare a sostenere l’Ucraina”.

Dalla Casa Bianca è quindi giunta una difesa d’ufficio doverosa nei confronti di Zelensky, non una smentita circa la crisi di fiducia tra Washington e Kiev peraltro già da tempo evidenziate su Analisi Difesa proprio perché i primi a esprimere perplessità sulla trasparenza del governo ucraino circa le operazioni militari e l’impiego delle armi occidentali furono, già nei mesi scorsi, i militari e i servizi d’intelligence.

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Che dire poi dell’inchiesta di CBS News che ha denunciato come gran parte delle armi inviate in Ucraina dall’Occidente non raggiungano i reparti combattenti ma si perdano nei meandri della corruzione dilagante.

Nonostante l’emittente televisiva sia stata “indotta” da forti pressioni a rettificare la sua inchiesta in cui emergeva che solo il 30 per cento delle armi fornite da statunitensi e alleati arrivava nelle mani dei militari ucraini, pare evidente che negli USA non sia più un tabù criticare la “causa ucraina”, Zelensky e il ruolo di Washington a sostegno del conflitto.

Anche in questo caso il tema non può certo dirsi nuovo poiché Analisi Difesa aveva sollevato fin dall’11 marzo e poi in diversi successivi articoli la questione delle massicce forniture di armi inviate senza alcun controllo in una nazione ad altissimo tasso di corruzione e criminalità.

Una delle critiche più autorevoli e feroci al ruolo statunitense nel conflitto in Ucraina è apparsa su Newsweek a firma di Steve Cortes, ex consigliere del Presidente Donald Trump ( a destra nella foto sotto).

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“Volodymyr Zelensky rivela sempre più la sua vera natura. Per mesi, il presidente ucraino ha goduto dell’adulazione incessante della stampa americana, del pubblico e di celebrità. Ma ora, la realtà del suo governo in Ucraina sta diventando innegabile, anche per i suoi sostenitori più ardenti in America, molti dei quali sono repubblicani” scrive Cortes ricordando che Zelensky, come Putin, “ha chiuso tutti i media dell’opposizione e ha bandito i partiti politici dell’opposizione e ha licenziato l’equivalente ucraino del procuratore generale degli Stati Uniti e il capo della CIA”.

“I contribuenti americani – sottolinea Cortes – prendono in prestito decine di miliardi di dollari che il loro paese non ha, per inviare fortune al leader irresponsabile di un paese corrotto, il tutto per intensificare una guerra in cui l’America non ha alcun interesse nazionale vitale e durante una recessione con un’inflazione incontrollata in casa”.

Cortes del resto ricorda che “Zelensky ha appena alzato la posta, rendendo l’escalation americana ancora più sbagliata” perché “ha appena fatto appello alla Cina in un’intervista al South China Morning Post (ripresa anche dal Kiyv Post – NdR) chiedendo colloqui diretti con il presidente cinese Xi Jinping per aiutare l’Ucraina nei suoi sforzi bellici e per aiutare a ricostruirla. In una precedente telefonata con il dittatore cinese, Zelensky ha offerto l’Ucraina come ponte verso l’Europa per la Cina”.

Toccando un tema passato quasi del tutto inosservato in Europa, Cortes non usa mezzi termini nei confronti del presidente ucraino.

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“Zelensky sollecita apertamente l’avversario più pericoloso degli Stati Uniti, il Partito Comunista Cinese. Con questo patetico appello col cappello in mano al tirannico e violento politburo di Pechino, Zelensky rinuncia fermamente a qualsiasi pretesa di essere un esempio per i diritti umani”.

“Inoltre – continua Cortes – Zelensky fa appello alla carità da un paese che finanzia direttamente la guerra in Ucraina attraverso massicci acquisti di petrolio da Putin. A questo proposito, Zelensky svela inconsapevolmente la follia delle nazioni più potenti del mondo che finanziano simultaneamente entrambe le parti in guerra. Ad esempio, mentre l’America invia più di 54 miliardi di dollari dei nostri cittadini all’Ucraina, i nostri presunti alleati nella NATO hanno inviato fino a un miliardo di dollari al giorno a Putin per l’energia russa”.

Temi e valutazioni interessanti, certo ardite per la stampa italiana e di buona parte d’Europa, più inclini a censurare difformità dal pensiero unico di quanti non abbiano dichiarato pubblicamente che i russi mangiano i bambini che a dibattere analisi che valutino senza paraocchi gli interessi nazionali.

Se avesse espresso tali contenuti su un giornale o in una televisione italiana Cortes sarebbe probabilmente finito in qualche lista di proscrizione stilata da qualche intellettuale o testata politicamente corretti (del resto è stato pure consigliere di Trump).

MOSCOW, RUSSIA - AUGUST 1, 2022: Russia's President Vladimir Putin holds a meeting via video link from the Moscow Kremlin to discuss metallurgical industry issues. Pavel Byrkin/Russian Presidential Press and Information Office/TASS Ðîññèÿ. Ìîñêâà. Ïðåçèäåíò ÐÔ Âëàäèìèð Ïóòèí ïðîâîäèò â ðåæèìå âèäåîêîíôåðåíöèè â Êðåìëå ñîâåùàíèå ïî âîïðîñàì ðàçâèòèÿ ìåòàëëóðãè÷åñêîãî êîìïëåêñà ÐÔ. Ïàâåë Áûðêèí/ïðåññ-ñëóæáà ïðåçèäåíòà ÐÔ/ÒÀÑÑ

Le conclusioni di Cortes risultano ancora più interessanti delle sue valutazioni, anche tenendo conto che buona parte dei repubblicani statunitensi sostiene gli aiuti all’Ucraina e il contrasto alla Russia di Vladimir Putin.

“Putin è un delinquente e Zelensky è un autocrate corrotto. La loro battaglia non coinvolge alcun interesse nazionale vitale degli Stati Uniti. L’intervento di Biden danneggia l’America e peggiora la situazione del popolo ucraino, divenuto pedina in una battaglia degli oligarchi del Mar Nero. L’America dovrebbe insistere sul dialogo, la negoziazione e la riduzione dell’escalation. Se le parti rifiutano, allora è tempo per un approccio americano di realismo e moderazione, perché questa semplicemente non è la nostra battaglia e Zelensky sicuramente non è il nostro combattente”.

Un tema su cui sarebbe finalmente utile aprire un dibattito politico anche in Italia e in Europa prima di sprofondare nel disastro energetico ed economico che minaccia di travolgere tra qualche mese i deboli e in gran parte inadeguati governi europei e con essi l’Unione e l’Euro.

Prima di avere milioni di persone infreddolite, affamate e senza lavoro con rivolte e disordini sociali almeno poniamoci le stesse domande che si pongono dall’altra parte dell’Atlantico, dove peraltro dalle conseguenze della guerra in Ucraina hanno da perdere molto meno di noi europei.

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Anche perché (meglio non farsi illusioni circa il valore delle alleanze!) il dibattito in atto negli USA riguarda ormai i grandi media “mainstream” e potrebbe preludere a un progressivo raffreddamento degli entusiasmi di Washington per la causa ucraina, complici le difficili condizioni economiche in cui versano tanti milioni di americani e le elezioni di “mid-term” del prossino novembre in cui si preannuncia una disfatta per il Partito Democratico.

Che qualcosa si stia muovendo in questa direzione oltre Atlantico lo si intuisce dai termini utilizzati dallo stesso Cortes, uomo abituato a frequentare la Casa Bianca e avvezzo al linguaggio della politica. Mettere in discussione che quella in Ucraina sia “la nostra guerra” e precisare che “non sono in gioco gli interessi nazionali” significa cominciare a preparare politicamente il terreno al disimpegno.

Lo stesso schema che, a partire da media e opinionisti, aprì la strada al ritiro americano dal Vietnam, dall’Iraq e dall’Afghanistan.

Meglio quindi dirlo chiaramente: se il rischio per gli ucraini è da finire abbandonati dagli Stati Uniti come è accaduto a vietnamiti, iracheni, curdi e afghani, il rischio per noi europei è di trovarci presto di fronte a un altro Afghanistan (Kiev come Kabul?), con gli Stati Uniti che si disimpegnano anche dall’Ucraina, senza neppure consultarci, in nome delle mutate priorità degli interessi nazionali (presentate probabilmente con la necessità di evitare un conflitto nucleare) lasciando l’Europa sola a pagare il prezzo degli ormai definitivamente esacerbati rapporti con Mosca.

Uno scenario di cui noi europei potremmo incolpare solo noi stessi.

@GianandreaGaian

Foto: Ministero Difesa Ucraino, TASS, Gian Micalessin e Vogue

 

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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